L’amarezza più profonda nel volto del Rojava che non c’è più la esprimono le voci di donne kurde che hanno combattuto e fatto politica di rappresentanza. Non che le altre non siano coscienti del retropasso subìto negli ultimi quattordici mesi che sanno di Shari’a nonostante le promesse di non calcare la mano da parte del governo di al Sharaa, ai loro occhi rimasto al Jolani. Più delle sorelle ventenni gli occhi delle trenta e quarantenni delle Unità di difesa delle donne hanno conosciuto il percorso più lungo, dalla ribellione ad Asad, e pure a Erdoğan, diventata sogno sulla linea di confine che da Afrin, passando per Kobanê, diventava Cizre, cantone dopo cantone. Non un gioco, ma un universo per uscire dal giogo degli autocrati siriano e turco, che aveva profumo di autogestione d’un territorio con fasi di pace armata e poi di guerra aperta soprattutto contro lo Stato Islamico insidiatosi da Mosul a Raqqa. Una vicenda lontana più di dieci anni e quasi sfumata, se non ci fossero le vestigia umane raccolte, dopo la sconfitta dell’Isis, nel campo di al Hol, circa quarantamila fra ex miliziani e loro familiari tenuti sotto controllo e tiro dalle forze kurde. Ora anche questi combattenti (circa settemila e tanti non originari della Siria) con mogli, figli e parenti vengono dislocati altrove, proprio per ordini del governo di Damasco in sintonia con gli accordi internazionali su cui pesano il disimpegno statunitense, l’iper impegno turco a favore della nuova Siria, e il benestare delle petromonarchie. Progetto: un nuovo piccolo ordine in quel tratto di medioriente siriano, che resta precario, ma non vuol essere libertario neppure nel futuro dibattuto dai vertici kurdi. Che avevano dovuto ingoiare il frazionamento dei cantoni del Rojava con tanto di diminuzione del territorio anto controllato a causa la creazione delle aree di tutela turca imposte dall’esercito di Ankara. Quindi anno dopo anno, negli ultimi cinque, un ridimensionamento dei loro spazi politico-militari fino all’inquadramento nelle nuove Forze Armate siriane accettato di recente dal vertice, maschile, delle Forze Democratiche Siriane. Tutto questo è noto, quasi nel dettaglio. Meno spazio hanno avuto le voci femminili ricercate solo ultimamente, a cose fatte, anche da quei media mondiali a cavallo fra il mainstream e l’indagine sul campo che non disdegna le ragioni dei perdenti. Così, ad esempio, giorni fa su Le Monde appare il rammarico d’una di queste risolute donne nel riassumere tutto ciò contro cui hanno lottato e che ora rischia il colpo di spugna: la poligamia (o meglio poliginia), i matrimoni imposti alle minori, il tutore parentale garante per gli spostamenti femminili, le violenze domestiche. Tutto ciò rischia di tornare, almeno nei fantasmi comportamentali ben conosciuti dalle combattenti kurdo-siriane. Cancellando una lotta iniziata nel proprio ambito culturale anche prima dell’idea dell’autogestione nel Rojava, lavorando su fattori comportamentali che, se aiutati da norme rispettate nella comunità, riuscivano a rappresentare l’embrione d’una società paritaria di genere. Aneliti di femminismo che non solo rischiano d’essere schiacciati a vantaggio del sempiterno maschile, ma regressioni verso gli aspetti bui del fondamentalismo islamico in materia di legislazione familiare rispetto a diritti civili come quelli riguardanti il divorzio e la gestione dei figli. E’ soprattutto quest’orizzonte che preoccupa le combattenti kurde, non quanto hanno ascoltato riguardo a un loro futuro nel nuovo esercito solo se accetteranno d’indossare l’hijab. Il velo è un simbolo, la sostanza di perdere la rappresentanza politica che avevano finora è molto, molto più pericolosa. Affermano che la società kurda non accetterà mai leggi ostili alle donne e non lo dicono per scaramanzia ma per convinzione anche dei loro uomini. Che comunque politicamente sotto scacco, hanno creduto alle guarentigie della nuova gestione a Damasco.

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