mercoledì 18 febbraio 2026

Chiusure e speranze

    


“La prima fase si è conclusa con lo scioglimento dell'organizzazione (Pkk, ndr) e la fine della lotta armata. Passeremo ora all'aspetto dell'integrazione, che è la questione centrale della seconda fase” parole del capo storico del Partito dei lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan dall’isola-prigione di Imrali dov’è tuttora recluso. L’ha ribadito di recente in un colloquio col deputato Mithat Sancar del Partito dell’uguaglianza e della democrazia (Dem), recatosi a visitarlo. Quest’ultimo ne ha reso pubblici i pensieri con un’intervista a un’emittente televisiva. E’ trascorso un anno dal primo pronunciamento anti armatista di ‘Apo’, come i seguaci chiamano affettuosamente il proprio leader. Nella sua ricostruzione politica aveva sottolineato come negli anni Ottanta, in una Turchia erede delle feroci dittature militari, non ci fosse spazio per qualsiasi rivendicazione della pur cospicua minoranza kurda (su quel territorio l’etnia sfiora i trenta milioni di cittadini). Perciò le due voci che il neo formato partito d’ispirazione marxista-leninista si dava, erano: propaganda e azioni armate. Ora il grande capo, che già in altri momenti (2009-2012) aveva aperto trattative col regime di Erdoğan pur nella contrarietà dell’ala militarista del Pkk, ritiene ci sia spazio per una "integrazione democratica". Gli ultimi fedelissimi alla linea originaria del gruppo hanno deciso di abbassare le armi, consegnarle, addirittura bruciarle, tanto per offrire un segnale perentorio ai nemici d’un tempo. Nei mesi scorsi le notizie su una decisione definita storica da parecchi politologi e osservatori, sono state comunque limitate. I gruppi organizzati militarmente in Iraq e Siria hanno seguìto i passi dettati dal Gotha dirigente con ampia ricaduta sugli eventi locali che nella fascia settentrionale siriana denominata Rojava segnava la dolorosa perdita di gran parte delle zone controllate dalle Unità di difesa del popolo. Quella continuità amministrativa nel nord-della Siria non esiste più. 

 

 

La geopolitica l’ha sacrificata a un realismo che ha visto rafforzare le posizioni turche a sostegno del piano nazionale dell’attuale presidente siriano Al Shaara, un piano insidiato da Israele che preme per il frazionamento di quell’intero Paese a proprio vantaggio. Ancora una volta, pur con le armi in pugno, l’etnia kurda è risultata un vaso di coccio rispetto a interessi internazionali. E’ stata utile nella lotta allo Stato Islamico ma non lo è al progetto di ‘pacificazione’ d’un territorio che cerca un nuovo assetto interetnico dopo il regime di Asad. Questa la valutazione degli Usa, sostenitori para bellici delle Forze Democratiche Siriane durante la ‘guerra civile’, diventati, non solo sotto l’amministrazione Trump, assertori d’una stabilizzazione richiesta dal mondo arabo, quello affaristico in primo luogo. I kurdi hanno accettato sotto la supervisione dei clan dei Masoud e Nechirvan Barzani e Bafel Talabani, il ceto della ricchezza petrolifera del Kurdistan, che rischia poco e solidarizza a singhiozzo con le altre comunità. Ma l’assenso è venuto anche dall’occhio lanciato gli ostacoli, quello del citato Öcalan e dei rappresentanti militari delle YPG. La fase nuova in cui credono i sostenitori de “l’integrazione democratica” in Turchia, Siria, Iraq (l’Iran resta ai margini per i subbugli interiori legati alle contestazioni del potere centrale) è un percorso, certamente tutto da scrivere, però diverso dai progetti trascorsi.  "In Siria l'integrazione non è una semplice fusione.  In Turchia il riconoscimento dell'esistenza e dei diritti kurdi, la democrazia e la tutela di tali conquiste sono una parte fondamentale di questo disegno" sostiene Sancar. Incredibile a dirsi oggi le aperture per Öcalan, che chiede di concludere una personale reclusione in atto da ventisette anni, vengono dal capo dei Lupi grigi. Il nazionalista Bahçeli, strettissimo alleato del presidente turco, fa esplicito riferimento al "diritto alla speranza" basato su un principio giuridico della legge turca rivolto agli ergastolani. Costoro, dopo aver scontato una buona parte della pena, devono avere la possibilità di rilascio. Bahçeli aveva già parlato della scarcerazione di Demirtaş (parlamentare del Partito democratico dei popoli recluso dal 2016) e proposto il reintegro dei sindaci rimossi. 


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