sabato 14 febbraio 2026

La mia Africa

      


Piega della chioma a parte le pose con cui Giorgia Meloni s’è presentata ad Adis Abeba all’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana paiono più da Livia Drusilla che da Cleopatra, seppure l’approccio amichevole e anche le sue parole dicono: “Non più logiche predatorie ma altro”. Ecco, capire cosa sia quest’altro nella brillantezza tutta enunciata dell’ormai citatissimo “piano Mattei”, giunto al terzo anno della sua invenzione, resta tuttora un parziale enigma. Il Capo del governo italiano rilancia: “Il Piano Mattei non è soltanto un insieme di progetti, ma una strategia strutturata con impatto concreto per le comunità coinvolte. L’obiettivo è creare un “patto tra nazioni libere”, in cui i partner africani e l’Italia lavorano insieme alla definizione e realizzazione di iniziative condivise”. E ancora: “Il programma è visto oggi come una strategia internazionale in grado di generare risultati tangibili, grazie anche alla collaborazione con organismi come la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo”. La strategia internazionale, comune, finora non ha trovato l’interesse dei Paesi europei che al più, come fa Parigi da decenni, camminano e lucrano in proprio; né tantomeno Berlino concentrato sulla sua economia claudicante e sull’impatto bellico nell’est Europa. L’Occidente d’Oltreoceano è disinteressato alla questione, nonostante i sorrisi e gli inchini profusi verso Trump e il suo staff dalla creatrice del “Piano”. Le presenze che da molto più tempo agiscono sul territorio africano sono il gigante cinese e l’ingombrante Turchia. Allo stato dell’arte non certo partner. Si tratta di due entità con cui sia personalmente sia per interposto organismo, quale può essere l’Unione Europea, Giorgia Meloni non vanta evidenti reciprocità. Con la Turchia, che verso l’Africa ormai da tempo con Mavi Vatan ha costruito un’autostrada d’acqua pure con dirimpettai italiani qual è la Tunisia, Roma deve fare i conti. Certo, questo governo ha ereditato un vuoto pluritrentennale rivolto all’altra sponda mediterranea. Il Belpaese ha fatto appassire i buoni rapporti, al più affaristici che riguardavano ad esempio il gas algerino, con accordi quelli sì stabiliti in prima persona da Enrico Mattei col generoso fifty-fifty, conservati ben oltre la sua morte anche da chi governandoci aveva obbedito agli ordini di chi odiava l’avversario commerciale delle Sette Sorelle, facendolo brillare in aria. 

 

Ma quel gas, che ancora all’inizio del Terzo Millennio conveniva alle casse del nostro Stato e soprattutto alle tasche di noi consumatori, venne in buona parte sostituito con quello acquistato da Vladimir Putin, amico di Berlusconi, della Merkel e di tutta l’Ue prima della sua demonizzazione per causa ucraina. Si sa, la geopolitica è un valzer e l’Italia e l’Europa preferiscono ora danzare con l’ultimo lupo apparso all’orizzonte. Così s’acquista a prezzi sempre elevatissimi il metano statunitense che poi è il rozzo scisto presente in quel tipo di rocce, estratto per fratturazione idraulica delle stesse, con uno spreco elevatissimo d’acqua e il pericolo d’inquinamento delle falde. Un attentato ambientale con cui da oltre un ventennio ogni amministrazione di Washington, Repubblicana e Democratica, ha cercato e ottenuto il primato mondiale nelle vendite di quell’energia. Nella certezza che alleati-prostrati ne accettassero passivamente gli svantaggi. Ad Adis Abeba l’energia e i suoi affari e il fattore umano delle migrazioni continuano a essere i reali pallini del piano meloniano. Dicendo: “Non vogliamo favorire l’immigrazione per avere manodopera a basso costo” Meloni sostiene un princìpio che forse non piace a tanti suoi elettori di Confagricoltura e pure della Coldiretti. Comunque dando atto a tali buone intenzioni, il fine è restare in linea col contenimento della migrazione, uno dei punti base del suo patto di governo in Italia. Ma i leader incontrati dopo i convenevoli col padrone di casa, il premier etiope Ahmed Ali, hanno ribadito i propri bisogni: interscambio tecnologico e conoscenza per poter agire in proprio e spezzare il colonialismo di ritorno che fa ancora da padrone in tanti angoli dell’immenso continente. Gli investimenti previsti superano i 5 miliardi di euro, finora è stato elargito un miliardo e trecento milioni, sono in programma cento progetti per quattordici Paesi che chiedono d’implementare il sapere per autoprodurre in proprio. La vera svolta che cancella la subordinazione con cui la volpe europea continua usufruire (e sfuttare) i serbatoi africani minerali, vegetali, umani. Gli assi nelle maniche del governo di Roma, le aziende pubbliche e private Eni, Enel, Cassa Depositi e Prestiti, Leonardo, Terna, Snam, Sace, Simest, Acea,  saranno d’accordo?

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