giovedì 12 febbraio 2026

Anno quarantasette

  


Più rituale che profondamente sentita la celebrazione del 47° anniversario della Rivoluzione Islamica ha dipinto del tricolore iraniano piazza Azadi, luogo iconico della capitale iraniana. I rossobiancoverde trasversali degli stendardi brillavano sul nero dei tanti chador femminili delle fedeli che non mollano il velo. Nelle note della stampa ufficiale come Tehran Times il comizio del presidente Pezeshkian ha cercato passaggi nel nome del ricordo. “Perché abbiamo fatto una rivolta? - ha affermato riferendosi a quando gli islamisti scendevano in piazza per sobillare anziché reprimere - Abbiamo fatto una rivolta per amministrare la giustizia, diventare indipendenti e annunciare al mondo che gli iraniani possono sviluppare il loro Paese facendo affidamento sulla volontà, capacità e conoscenza, oltre a portare dignità e libertà alla nazione”. Differenti momenti rispetto all’orientamento delle scorse settimane, poi un richiamo all’intera comunità poiché “Oggi l'unità nazionale è più necessaria che in qualsiasi altro periodo”. E’ un riferimento agli stessi orientamenti di oppositori all’attuale regime, visto che incarcerati quale la premio Nobel Narges Mohammadi continuano a stigmatizzare qualsiasi intervento esterno nei contrasti del Paese, ancor più se mascherati da campagne di “liberazione”. Ma chi spererebbe in un cambio di passo da parte del ‘riformista’ Pezeshkian può disilludersi davanti al suo discorso. “Il Paese ha bisogno d’un leader in grado di conciliare tutti i diversi punti di vista e gusti politici e guidarli verso un futuro migliore” ha sussurrato nei microfoni davanti alla folla. Il nome del leader indicato è il simbolo del potere islamico, l'ayatollah Ali Khamenei, contro cui si scagliavano le piazze di gennaio. Continuità assoluta, dunque, perché come il presidente spiega: “Questa leadership è stata finora in grado di proteggere con forza l'establishment da tutte le sfide ed è proprio per questo che ha suscitato tanta ostilità da parte degli avversari”. Così le rivolte di gennaio, che secondo le fonti del governo hanno causato la morte di oltre tremila cittadini “… hanno profondamente addolorato il popolo iraniano per la perdita di persone care”. Le scuse: “Siamo obbligati a scusarci con la nazione e abbiamo il compito di aiutare tutte le famiglie che hanno sofferto in questi eventi” possono suonare false e irritanti eppure vengono egualmente pronunciate. Del resto se la repressione di strada s’è fermata con lo smorzarsi della protesta, prosegue la stretta su elementi politici riformisti anche noti. Recenti sono state le reclusioni di alcuni esponenti del cosiddetto Fronte Riformista, un cartello che raccoglie oltre venti gruppi d’opposizione, presenti nel Paese. Tra gli arrestati anche ex giovani della Rivoluzione Islamica celebrata ieri. Il settantenne Ebrahim Asgharzadeh, già membro del Majlis nel quadriennio 1988-92, è stato un leader studentesco prima vicino alle posizioni dell’ayatollah Beheshti poi del presidente Khatami. Fu fra gli artefici dell’assalto all’ambasciata statunitense e del sequestro del personale americano, la famosa crisi dei 444 giorni, sebbene personalmente non approvava un così lungo sequestro.  Arrestata anche Azar Mansouri esponente del Partito dell’unione delle nazioni islamiche dell’Iran, fondata nel 2015 durante il primo mandato del presidente moderato Rohani. Proveniva da altre organizzazioni d’impronta riformista (Fronte di partecipazione islamico dell’Iran guidato da Reza Khatami fratello del presidente) e disciolta dopo le proteste dell’Onda Verde. A seguito del bagno di sangue di gennaio Mansouri dichiarava “Esprimo tutto il mio disgusto e la rabbia verso chi ha trascinato senza pietà i giovani di questa terra nella polvere e nel sangue”. Il Ministro dell'Intelligence Esmail Khatib, il presidente della Corte Suprema Gholam-Hosseini Mohseni Eje’i non hanno gradito, così anche per lei si sono aperti i cancelli delle prigioni di Stato.

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