Cinquanta vittime civili avevano fatto nei giorni scorsi gli attentati di Fitna-Hindustan, detto anche Esercito di Liberazione del Belucistan, nel sud del Pakistan. I miliziani attaccavano strutture governative, ma le esplosioni di kamikaze vicino a caserme hanno coinvolto anche passanti, fra cui alcune donne. Fra sabato e domenica la reazione delle Forze Armate di Islamabad ha restituito l’azione armata e il sangue moltiplicati per tre: 177 guerriglieri, - per il governo terroristi - sono stati uccisi. L’operazione repressiva ha isolato molti centri abitati meridionali del Paese, i contatti Internet e la telefonia mobile sono stati sospesi a Quetta, Mastung, Kalat, Khuzdar, Nushki, Dalbandin, Kharan, dove l’Intelligence dell’Esercito pakistano (di quella nazionale Inter Services Intelligence i militari non si fidano) era a conoscenza ci fossero rifugi di combattenti. Nel diffondere informazioni sugli sviluppi della vicenda, i comunicati governativi centrali e locali, lanciano accuse anche a India e Afghanistan, colpevoli rispettivamente di finanziare tali gruppi insurrezionalisti e di accoglierli sul proprio territorio. Addebiti rigettati da entrambi i vicini, col Ministero degli Esteri indiano piccato per illazioni definite provocatorie che distolgono l’attenzione dai problemi interni pakistani, dovuti a conflitti fra accentramento statale e rivendicazioni locali. Ormai storica, poiché in piedi da ottant’anni con insurrezioni cicliche, è la richiesta di autonomia etnica da parte delle citate organizzazioni che praticano azioni armate. Incrementate sensibilmente nell’ultimo ventennio dopo l’assassinio, era ormai vecchio, del leader tribale Akbar Bugti, già governatore locale. Un’uccisione comunque controversa, secondo alcuni ordinata dal discusso generale e politico pakistano Pervez Musharraf, secondo voci governative realizzata dal comandante dell’Esercito beluco Balach Marri, frutto dunque d’una faida interna al movimento separatista. Dopo l’eliminazione di Akbar, un altro Bugti, Brahamdagh nipote del defunto, ha preso in mano la ledership politica dell’etnìa fondando il Partito Repubblicano Baloch, e nel 2010 si è autoesiliato prima a Kabul, nel Belucistan erano in corso operazioni di polizia, successivamente in Svizzera.
Le autorità elvetiche sin dall’inizio l’hanno considerato un elemento indesiderato, sospettato di azioni terroristiche, però lui risulta tuttora alloggiato a Ginevra con la famiglia, appellandosi alle violazioni di diritti umani che, a Dera Bugti suo luogo d’origine in territorio pakistano, mettono a rischio l’incolumità dell’intero nucleo parentale. Certo è che, al di là di comandanti militari ed esponenti politici, il crescendo di agguati, attentati, uccisioni sta riprendendo a salire, inseguendo i picchi che aveva raggiunto fra il 2010 e il 2016. E’ lo stesso Ministero dell’Interno di Islamabad a fornire statistiche: nel 2010 le uccisioni complessive ammontavano a settecento vittime, in gran parte civili. La cifra comprendeva anche decine di poliziotti e miliziani auto immolatisi o colpiti dalle Forze dell’Ordine. L’anno seguente ci furono 945 morti tutti fra la popolazione e nel 2012 975, tutti civili. Una carneficina che doveva intimorire, governo centrale e anche abitanti locali, quelli contrari all’intento autonomista, e che per molti aspetti ha avuto un effetto boomerang, allontanando settori di quest’ultima, principalmente chi svolge attività professionali ed è contrario ad azioni dimostrative sanguinarie o meno, ad esempio, contro insegnanti delle scuole. Accanto a riferimenti tribali, che portano indietro addirittura di quattro secoli le rivendicazioni identitarie, il malcontento beluco è esaltato da vicende legate all’economia. Lo sfruttamento di giacimenti di gas da parte dello Stato centrale penalizza il Belucistan rispetto alle aree di Sindh e Punjab favorite con maggiori royalties dalla vendita dell’idrocarburo. Questione affrontata e tutto irrisolta. Oppure il mega porto di Gwadar, che vari governi di Islamabad hanno dato in gestione alla Cina. Pechino lì ha concentrato una buona parte traffico verso l’Occidente con una presenza sempre più elevata del proprio personale non solo nella creazione della struttura ma nella sua gestione, svantaggiando la manodopera locale. I gruppi armati cavalcano anche questo scontento.


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