Il celerino che a Torino ha subìto quello che solitamente i suoi colleghi propinano ai manifestanti, nei tempi passati e tuttora, è già considerato dalla politica un martire.
Il referto del suo ricovero alle Molinette parla d’una ferita alla coscia con un corpo contundente (un martello) e contusioni multiple a torace, gambe, braccia nel tentativo di ripararsi da calci e pugni sferrati da sei-sette persone che l’avevano isolato dal plotone spingendolo a terra.
Per fortuna il pestaggio non ha avuto conseguenze gravi, ma la violenza fisica tanto deprecata e attribuita a probabili black bloc, visti in azione da anni sulle piazze, e non è detto che a Torino ci fossero, pone il problema di chi usa la violenza, in quest’occasione circoscritta a lanci di sassi, bottiglie incendiarie, botti pirotecnici, candelotti lacrimogeni.
Anche questi mezzi possono ferire, provocare danni irreversibili e uccidere? E’ possibile.
Eppure la storia recente e quella più lontana delle piazze italiane ha conosciuto altre morti, di manifestanti (Carlo Giuliani) ucciso da un colpo d’arma da fuoco e poi schiacciato dalle ruote d’un mezzo dei Carabinieri, come lo era stato Giannino Zibecchi a metà nell’aprile 1975 dopo l’assassinio fascista di Claudio Varalli. Ti ho visto la foto è sul "Giorno" la faccia schiacciata per terra sembrava una foto di guerra eppure era solo Milano così Pino Masi ricordava in versi quei fatti nerissimi per i quali nessun magistrato punì i responsabili in divisa.
La ribellione e la repressione s’inseguono soprattutto se la prima reagisce a ingiustizie e la seconda le difende e le perpetua. Il centro sociale Askatasuna è da trent’anni una realtà cittadina attiva per iniziative sociali e culturali nel quartiere Vanchiglia che i teorizzatori delle città a una dimensione - quella della mercificazione capitalistica - ostacolano, vogliono impedire e criminalizzare.
Da lì lo sgombero d’un mese fa, senza nessuna volontà dell’amministrazione comunale (attualmente del Partito Democratico) di trovare soluzioni che non fossero la cancellazione del Centro stesso e della sua storia.
E’ la normalizzazione che, ben oltre sedicenti apparenze, unisce l’intero Parlamento, anche Alleanza Verdi e Sinistra dell’onorevole Grimaldi, ieri presente al corteo, che fa distinguo fra un approccio pacifista delle lotte e uno cattivissimo. Forse mancando del tempo necessario per una ripassatina storica sulla tradizione proletaria delle lotte in città sin dai moti dell’agosto 1917, passando per la Resistenza, l’Autunno caldo, il Settantasette e via andare.
E’ l’autoritarismo giudiziario che con la Procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti parla di “un’area grigia di matrice colta e borghese che nutre benevolenza e tolleranza verso gli antagonisti”. E’ una magistratura prossima a quella Destra che, contro ogni teorizzazione sulle “toghe rosse” guarda caso Gasparri e Bernini blandiscono, e che fa da quadratura del cerchio con l’unicità politica ormai conclamata.
Per questo anche chi non appartiene all’upper class , secondo la Procuratrice sedicente solidale con l’antagonismo torinese e italiano (chissà perché non ci viene in mente nessun nome), chi è nato, vissuto e continua a utilizzare il proprio tempo nelle periferie delle metropoli, e anche nei centri rurali abbandonati dallo Stato, è al fianco dei ribelli di Askatasuna.

