giovedì 16 novembre 2023

Elezioni egiziane, l’eternità di Sisi

 


Il marchio di Sisi - L’Egitto, coi suoi oltre cinquanta milioni di elettori, voterà nel mese di dicembre. Nel Paese i seggi saranno aperti dal 10 al 12, i  residenti all’estero potranno esprimersi negli appositi uffici consolari dall’1 al 3. In quanti voteranno e per chi? Alle elezioni del 2014 ufficialmente l’affluenza fu del 47,4%. Sisi ottenne 23 milioni di preferenze (96,9%), l’avversario dell’epoca Hamdeen Sabahi raccolse 750.000 schede (3,09%). Sabahi, residuato d’un socialismo nasseriano forse più sognato che praticato, fu bollato da alcuni commentatori con l’epiteto “l’utile idiota”, funzionale a offrire a un fresco dittatore l’alibi del confronto democratico. Quelle elezioni seguivano e consolidavano: il golpe bianco compiuto dal generale nel giugno 2013; la successiva strage della moschea Rabaa al Adawiya col suo migliaio di vittime; gli arresti di massa dell’attivismo della Fratellanza Musulmana, privata del governo dal cosiddetto “Fronte di Salvezza Nazionale”. Dopo quattro anni (2018) Sisi venne riconfermato alla presidenza con circa 22 milioni di voti (97%), davanti a un candidato ancora più imbarazzante, tal Mostafa Moussa suo ammiratore, che racimolò il 2,9%. Votava il 41% degli iscritti ai seggi. Secondo talune Ong impegnate sul tema dei diritti, gli elettori reali non superavano il 15% e la copiosa astensione era correlata al simbolo delle bocche incerottate mostrate da giornalisti, sindacalisti, attivisti silenziati dal regime. Dopo il criminale susseguirsi di omicidi - da Shaimaa al Sabbagh fino a Giulio Regeni - di quelle proteste di strada rimasero solo testimonianze fotografiche. Oggi Abdel Fattah al Sisi si presenta alle urne per la terza volta. Nel 2019 un emendamento costituzionale ha adeguato i limiti del mandato presidenziale da quattro a sei anni, una sua rielezione lo proporrà alla guida della nazione fino al 2030. E forse oltre. A contrastarlo c’è un manipolo di candidati, sette per la precisione. Per correre contro di lui ciascuno potrà scegliere se venir  presentato da una ventina di parlamentari oppure raccogliere il sostegno di 25.000 potenziali elettori di almeno quindici governatorati. Opzioni tutt’altro che semplici. 

 

Gli “anti” Sisi - Allo stato dell’arte i due politici più strutturati risultano una donna e un uomo. Lei è Gameela Ismail del Partito della Costituzione. Cinquantasette anni, due figli, e soprattutto un volto noto ai telespettatori della tivù di Stato che le conferisce popolarità. Ismail è impegnata per i diritti delle donne, e ne avrà da dire, almeno sulla carta. Lui è Ahmed Tantawi, si presenta come indipendente seppure il passato lo inserisce fra i membri dell’Alleanza 25-30 (sigla apparsa nel 2015 che si rifaceva alle proteste del 25 gennaio 2011 e del 30 giugno 2013). Nel febbraio 2019 Tantawi da parlamentare aveva votato contro la modifica della Costituzione che portò al referendum e alla dilatazione della presidenza Sisi. Il candidato Ahmed vuole “generare un dialogo nazionale sui problemi economici e sociali del Paese”, ma non dice con chi e fra chi, e chissà se potrà farlo. Da quanto s’è visto in avvìo di campagna elettorale, non sarà facile. Ai primi d’ottobre è apparso su You Tube un video che lo mostra nelle vie del Cairo contornato da fan. Presto gli si fanno incontro con atteggiamento nient’affatto benevolo  sostenitori di Sisi che, veri o presunti, gridano slogan pro presidenziali. I più esagitati sventolavano immagini del generale e le baciano. Tantawi è spintonato, alcuni agenti in borghese osservano senza interporsi. Un clima furente, che sembra teso a rendere inagibile la piazza per il candidato alternativo. Nella contestazione inscenata mutano gli attori: dopo gli energumeni giungono donne urlanti, poi cittadini dal fare civile, quindi qualcuno abbraccia Tantawi mentre i suoi sostenitori sembrano riprendere fiato e, come fossero supporter calcistici, lanciano propri slogan. Realtà o messa in scena, è l’odierno Egitto che si dà un tono democratico senza averne la sostanza, e non certo per i cittadini o le comparse che si susseguono nel filmato. A detta degli oppositori fuori dal coro elettorale anche Tantawi è un fantoccio, come Moussa, o un utile idiota alla Sabahi. Il Paese va alle urne con questo clima.

 

Diritti e abusi – Gameela Ismail e chi come lei interviene sui diritti delle donne si troveranno a scalare montagne. Prendiamo le recenti normative contro l’antica ma diffusissima pratica delle mutilazioni genitali femminili, secondo quanto denunciano alcune associazioni le leggi restano inapplicate sia per la scarsissima collaborazione delle amministrazioni sanitarie, della burocrazia centrale e locale, sia per tradizione, oscurantismo religioso, timori e ritrosie. Così la pratica di tale tortura inflitta alle bambine prosegue imperterrita, non solo nei villaggi sperduti, ma nei centri urbani e metropolitani. Egualmente nella gestione del quotidiano i soprusi e le violenze familiari, gli ostacoli posti a un’emancipazione economica tramite il lavoro, le difficoltà per le donne a ottenere il divorzio e gestire i figli restano condanne di fatto in cui il malcostume machista si somma all’ordine patriarcale, per nulla ostacolati dal vivere sociale. Certo, alcuni comportamenti sono simili in altre parti del mondo e non hanno un colore partitico. Però la politica d’un governo militarista, autoritario, che limita la libertà di associazione e finanche di pensiero, non aiuta il genere femminile e le sue rivendicazioni. Se poi si parla dei diritti della comunità Lgbtq allora le porte delle galere egiziane si aprono e si serrano a lungo. Le persecuzioni poliziesche verso i ‘diversi’ sono pari a quelle che colpiscono gli oppositori e nelle celle delle varie Tora d’Egitto queste categorie risultano addirittura superiori ai detenuti comuni. Fra l’altro le angherie non sono solo soggettive, condizionano i nuclei familiari, com’è accaduto alla madre e alle sorelle d’uno dei dissidenti più noti: Alaa Abdel Fatah. Se professionisti, giornalisti, accademici, ricercatori si ritrovano licenziati, emarginati, vessati nelle sfere lavorativa e privata, figurarsi cosa accade all’uomo della strada, al cittadino comune già emarginato dal suo arrangiare l’esistenza davanti a un’economia straziata e a un’inflazione incontrollabile. In più dieci anni di omicidi, sparizioni, sequestri illegali, arresti, torture, prigionìe protratte con la tattica del rinvìo delle udienze (Zaki ne sa qualcosa) fanno del grande Stato arabo uno dei luoghi al mondo dove tutele e quieto vivere non esistono.  

 

Affaire Regeni – La luce che ha riacceso lo sguardo dell’indomita coppia dei genitori Regeni - Paola e Claudio - è il pronunciamento della Corte Costituzionale italiana che accoglie la questione di legittimità sollevata dal Gip del Tribunale di Roma verso i commi 2 e 3 dell’articolo 420 bis, che impedivano la procedura legale in assenza di imputati. Che nella fattispecie sono i quattro agenti del Mukhabarat cairota: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, finora aiutati dagli apparati militari e politici interni a evitare di comparire davanti ai magistrati, di casa e italiani. Familiari e amici di Giulio, più gli attivisti mobilitati da anni per conseguire il minimo indispensabile davanti all’efferato assassinio: un processo per responsabili e mandanti, sperano nell’avvìo delle udienze. Un procedimento definito dall’avvocata dei Regeni: “una battaglia che riguarda tutti, anche chi vive al Cairo e continua a contare sparizioni forzate giornaliere”.  Un processo che mette a nudo un’evidenza conclamata: il clima repressivo con cui la lobby delle stellette, di cui Sisi è espressione, schiaccia gran parte della popolazione, da chi gli si oppone apertamente a chi disilluso alle urne non va più. Da parte sua il regime premia chi gli è fedele, magari per parentela coi militari o perché è inserito nell’ampia filiera lavorativa presieduta e controllata dalle Forze Armate. Spesso a uso e consumo di chi ne fa parte anziché per un benessere collettivo a vantaggio del Pil nazionale. Le testimonianze raccolte dal 2014 su quelle che eufemisticamente si possono definire ‘forzature alla parvenza di democrazia’ che proprio nelle elezioni e nel Parlamento ha due simulacri svuotati, pesano come macigni. Perché tali forzature fanno rima con torture, sparizioni, detenzioni illegali, processi iniqui dai quali gli imputati non si possono difendere visto che vedono arrestare anche i propri legali. La stessa diaspora non dorme sonni tranquilli: i colleghi della banda dei quattro seviziatori di Regeni sono sguinzagliati in vari angoli del mondo a caccia di dissidenti. La vecchia Europa è una casa accogliente per gli 007 del Cairo e con la copertura di uffici consolari e ambasciate egiziane costoro cercano, scrutano, pedinano gli antagonisti del regime. Le persecuzioni all’estero rappresentano la recente novità di cui Sisi può farsi vanto, magari collaborando con alcuni partner Ue per presunte “operazioni antiterroristiche”. Human Rights Watch senza peli sulla lingua parla di ‘tappeto rosso’ srotolato da molti premier europei a favore del tiranno del Cairo con cui si vuole a ogni costo interloquire. 

 

L’Energia delle armi – “Nell’ultimo decennio lItalia non ha mai interrotto la vendita di armamenti all’Egitto, neanche dopo l’omicidio di Giulio Regeni, anzi ha venduto armi leggere per un valore superiore ai 62 milioni di euro” scrive in un recente rapporto l’associazione “EgyptWide for Human Rights”.  Secondo la “Rete per la pace e il disarmo” 30.000 revolver e pistole automatiche, 3.600 fucili, centinaia di carabine d’assalto e mitragliatrici leggere sono la base dell’accordo armato che lega Roma e Il Cairo. Le vendite del 2022 sono quasi raddoppiate rispetto all’anno precedente planando sui 72 milioni di euro, per la gioia delle nostrane Beretta e Benelli i cui amministratori delegati gongolano. Eppure la loro ‘merce’ ha prodotto stragi come la citata di Rabaa, alla faccia di norme nazionali (L.185/1990, ma il governo Meloni è in procinto di modificarla) ed europee (2008/944 Pesc), che vietano l’esportazione di materiale bellico ai Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. C’è naturalmente anche ‘merce’ più preziosa, quella che fa salire a 5.3 miliardi di euro (dati 2022) il fatturato italiano. Sono soprattutto gli aeromobili che quotano da soli quasi un miliardo di euro e pure le navi da guerra (85 milioni, nei dati sempre dello scorso anno). Lo scorso anno all’Egitto è andata una quota ridotta, sotto i 100 milioni di euro di materiale bellico, però i dati del 2020 e 2019 erano di molto superiori. 991 e 871 milioni di euro che riguardavano gli elicotteri usati per operazioni militari (il modello Aw149 di Leonardo) e le fregate da guerra. Su quest’ultime, le famose Fremm ordinate a Fincantieri, c’è stato un contorno misterioso. Nell'aprile 2021 venivano consegnate coi nuovi nomi: Al-Galala e Bernees anziché Spartaco Schergat ed Emilio Bianchi, iniziale denominazione per la nostra Marina. Un’inchiesta dell’epoca, documentata dall’Osservatorio Mil€X, faceva notare come il prezzo finale, che doveva aggirarsi sul miliardo e 200 milioni di euro, riceveva uno sconto di 210 milioni dallo Stato italiano. In più in un’intervista alla Rai, Ayman Nour politico egiziano riparato all’estero per dissapori col regime, dichiarava che il finanziamento, pur scontato, per pagare le navi da guerra proveniva da alcune banche che avrebbero versato la metà della cifra. Il resto andava a pesare sul debito nazionale. Le banche fanno favori alla politica? Talvolta, ma con le ovvie contropartite. Nei trascorsi politico-affaristici egiziani l’acquisto di armamenti arricchiva la stessa lobby militare o singoli graduati, mentre indebitava la nazione. Non è provato che Sisi e la sua cerchia ricevano dalle commesse belliche (oltre all’Italia fra i fornitori c’è la Francia) percentuali di guadagno. Ma non ci sarebbe da stupirsi. Il nostro Paese risulta “generoso” per alcuni servigi che l’uomo forte del Cairo procura agli esecutivi romani (all’epoca era in ballo il Conte2) in fatto di contenimento dei flussi migratori e per i pattugliamenti operati dalle stesse fregate nell’area dei giacimenti Zohr che hanno la partnership dell’Ente Nazionale Idrocarburi. La nostra ‘economia pesante’: Leonardo, Fincantieri, Eni è assai presente nelle mosse dell’Egitto sisino.  

 

Diplomazie – Se, come sostenevano i contrari all’ipotesi quand’essa venne lanciata in merito al caso Regeni, interrompere i rapporti diplomatici con l’Egitto può diventare un boomerang per i menzionati interessi economici italiani, ora la situazione cambia. Dopo il ricordato pronunciamento del Palazzo della Consulta ottenere giustizia e difendere la memoria del nostro concittadino barbaramente trucidato è un dovere morale e ci si attende da Palazzo Chigi un cambio di passo rispetto alle posizioni mantenute finora. L’11 ottobre il viaggio del ministro degli Esteri Tajani avrebbe potuto unire detti temi a tematiche culturali che s’apprestava a discutere con l’omologo Shoukry e Sisi in persona. Invece il divampare della nuova crisi nella Striscia di Gaza e dintorni ha catalizzato ogni dialogo. Il ciclopico lancio di razzi su Israele, gli assalti, le efferate uccisioni, i rapimenti di civili compiuti da Hamas, cui hanno fatto da contraltare da parte di Israel Defence Forces i bombardamenti sugli edifici di Gaza City zeppi di abitanti, la chiusura dei valichi di Erez e Refah, l’interruzione di erogazione d’acqua ed energia per incrudire gli effetti d’una controffensiva che prevede l’ingresso via terra di reparti speciali, ha derubricato le tematiche culturali rinviandole sine die. La nuova emergenza mediorientale ha tenuto il governo Meloni silente su un punto nodale per i vertici egiziani: collaborare con la magistratura italiana per accertare la verità sul macabro omicidio del 2016. Per i genitori Regeni, gli attivisti e la staffetta mediatica che li supporta il Capo del governo e i ministri italiani, hanno il dovere di condurre un realistico percorso di vicinanza a uno dei poteri dello Stato democratico, quella giustizia terza e indipendente che non può essere lasciata sola davanti al boicottaggio espresso finora dal regime egiziano, pena lo scadimento dei ruoli e la complicità col sopruso. 

 


(articolo presente su Confronti di novembre) 

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Nb Un aggiornamento dall'Egitto sulle candidature lancia alcuni nomi che vanno a sostituire quelli di Tantawi e della Ismail, entrambi ritiratisi nei giorni scorsi, ufficialmente senza motivo ma con ogni probabilità per le reiterate pressioni subìte. Tantawi ha anche ricevuto una notifica da un tribunale e sembra ci siano capi d'imputazione contro di lui. 

Sanad Yamama, Hazem Omar e Faried Zahran sono gli ultimi sfidanti del presidente uscente. Il primo è il responsabile del partito Wafd, storico gruppo liberale, Omar rappresenta il Partito repubblicano popolare, mentre Zahran è esponente del Partito socialdemocratico, rimasto sempre all'opposizione. Le possibilità per ciascuno sono insignificanti, com'era già accaduto a chi si presentava nei precedenti due confronti elettorali cui s'è sottoposto al Sisi. Per non avallare un presunto confronto aperto davanti a urne in odore di manipolazione e disertate dalla maggioranza dell'elettorato, alcuni amici di Zahran gli consigliano un'anticipata defezione di protesta. Vedremo se lo farà. 

 


  


lunedì 6 novembre 2023

Il raìs-fantoccio, la favola dei due Stati e altre amenità

 


Appare in tutta la sua pericolosa vacuità l’agitarsi statunitense seguìto a un mese dalla più grave esplosione della crisi israelo-palestinese dall’epoca della prima Intifada. Il presidente Biden consiglia al premier israeliano Netanyahu, impantanato nell’unica via conosciuta dalla sua politica: occupare e devastare, di non commettere nella piccola Gaza gli errori compiuti dall’US Army in Afghanistan e in Iraq quale vendetta per l’attacco alle Torri Gemelle. Appunto bombardare, radere al suolo, uccidere più civili che taliban e mujahheddin. In questi venti e passa anni di follìa geopolitica in Medio Oriente Washington ha inanellato un’infinità di errori e suggerisce all’alleato di non farli. Dal 2003 al 2006 ha mietuto 150.000 vittime irachene; dal 2001 al 2014 170.000 in Afghanistan, di cui 51.000 talebani, 3.900 fra i militari Nato e 3.800 fra i reparti di contractors, il resto fra la popolazione inerme. Cifre aberranti. Eppure i 10.000 gazesi che la vendetta di Israel Defence Forces sta accumulando, fra cui alcuni ostaggi prelevati da Hamas con l’azione del 7 ottobre che ha ucciso 1.400 israeliani più diciotto suoi militari, oltre ai ‘danni collaterali’ d’una quarantina di giornalisti e alcuni operatori umanitari freddati, possono rappresentare solo il prologo d’uno scontro prolungato per settimane o mesi, per stanare i miliziani del Movimento di Resistenza Islamico da nascondigli, pur triturati dagli ordigni, e dalla famigerata rete dei tunnel. Il peggio, come predica non solo papa Bergoglio, può dunque arrivare dal prosieguo dei raid aerei, dagli scontri di terra, dal mantenere oltre due milioni d’individui in un lembo sempre più ridotto, 20-18 km, con rifornimenti alimentari a singhiozzo, senz’acqua potabile, senza energia elettrica. Le epidemie sono dietro l’angolo denunciano le organizzazioni mediche che non rinunciano a prestare soccorso in un contorno disperato e volutamente disumanizzato dal governo di Tel Aviv.  

 

Ai suoi buoni consigli, finora inascoltati da Netanyahu, la Casa Bianca aggiunge quello che altrove - Afghanistan, Iraq - ha rappresentato un errore clamoroso e perdente: scegliere un presidente, un premier di comodo, vantaggioso per se stessi, acquiescente alla propria politica di non soluzione dei problemi. Ciò che in varie epoche la Storia ha etichettato come rappresentante fantoccio di coloro che governa. Karzai e Ghani a Kabul, tanto per fare due nomi. A Baghdad la situazione è risultata ancor più imbarazzante con incaricati da durata mensile,  legati a fazioni politiche, a clan tribali che venivano contattati da Segretari di Stato, da capi della Cia e simili. Nuri al-Maliki durò otto anni (2006-2014) sebbene fu giudicato squilibrato a favore della componente sciita. Poi fra colleghi del Partito islamico Da’wa, qualche indipendente, s’è tornati all’incarico a un rappresentante del suddetto partito, al-Sudani, in ruolo dal 2022. La logica delle interferenze, alla ricerca di chi avrebbe “buone referenze” non solo per guidare una nazione e il suo popolo, ma addirittura per districare situazioni intricatissime come quella israelo-palestinese, porta l’americano di fiducia di Biden – Antony Blinken - a tirar fuori dalla naftalina un soggetto che più sfiduciato non si può: il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen. Ottotantotto anni, gli ultimi diciassette trascorsi nel bunker della Muqata’a di Ramallah, a brigare con Stati Uniti e Israele, tanto che le voci sulla corruzione personale e del suo staff si rincorrono da tempo, accettando ogni desiderata israeliana in fatto di sottomissione alla tragica beffa delle colonie su quei territori che gli Accordi di Oslo assegnavano ai palestinesi. Allo sfregio dei 750 km di Muro che altri premier prima di Netanyahu hanno voluto per contenere, così sosteneva Sharon, la seconda Intifada, s’è aggiunta la crescita esponenziale della presenza degli insediamenti ebraici illegali in Cisgiordania. Cosicché quello che le carte avevano concesso, pur in assenza di esercito e autosufficienza economica, continua a essere scippato mese dopo mese da decenni. 

 

Complice, affermano non solo il nemico Hamas ma tanti palestinesi senza partito, lo stesso Abu Mazen. O di fatto talmente impotente, perché compiacente, da non riuscire a esprimere un soffio d’idea per un futuro della sua gente che è privata di vita a Gaza come nella West Bank. Se a questo s’aggiunge il blocco totale d’un ricambio della leadership della stessa Fatah, da cui il vecchio politico proviene, e il sistematico boicottaggio (non troviamo altro modo per definirlo) delle elezioni politiche ferme al 2006, quando Hamas trionfò nella Striscia, il cerchio autoreferenziale del raìs-fantoccio dell’Anp chiude il suo giro. Tali comportamenti hanno incrementato la popolarità del gruppo islamista non solamente nella terribile condizione vissuta dai palestinesi della Striscia di Gaza, sottoposta dal 2008 in poi a periodici attacchi d’Israele, ma negli stessi Territori Occupati. Gli strateghi delle ambascerie che oggi cercano un capo di comodo per tutti i palestinesi, passando da Abu Mazen magari al dottor Mustafa Barghouti, presente da tempo nel Consiglio legislativo, posto che lui vorrà accettare un’operazione dai contorni stantii e preconfezionati, nulla affermano circa detenuti eccellenti, come il più famoso parente di Mustafa, quel Marwan, uno dei capi di prima e seconda Intifada e per questo arrestato dall’Idf da più di vent’anni e fatto invecchiare in carcere con cinque ergastoli sul groppone. Nonostante la durezza della prigionìa, a sessantaquattro anni Marwan avrebbe l’energia per rivestire un ruolo che qualsiasi governo di Tel Aviv finora in carica non vuole riconoscergli. Perché, più o meno come i vecchi e nuovi leader di Hamas, ha peccato di combattentismo e resistenza. Strappando coi suoi Tanzim-Fatah e la creazione delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, ogni legame col collaborazionismo del suo partito, affermando quel che nessun sionista vuol sentire: “Non sono né un terrorista, né un pacifista. Sono un uomo della strada che difende la causa che ogni oppresso sostiene: il diritto di difendermi in assenza di ogni aiuto che possa venirmi da altre parti”.

 

A un elemento simile la geopolitica fatta a misura dell’ineguaglianza, basata su patti trasformati in tranelli, su norme da firmare e non rispettare (questo sono gli ‘Accordi di Oslo’ che, ricordiamolo, escludono il diritto al ritorno della diaspora palestinese e che Israele continua a violare unilateralmente da decenni e questo sono gli ultimamente osannati ‘Accordi di Abramo’ rivolti alle potenti petromonarchie, non certo alla diseredata popolazione palestinese) non ha dato e non offrirà mai alcuna opportunità. I cantori delle ipotesi inattuabili lanciano il suo nome tanto per muovere l’aria, parlano, come nel caso dei due Stati, di quello che Israele boicotta, avallandone la pratica guerrafondaia e occupazionista. Permettono che la laica nazione sionista, compia sempre più profondi passi confessionali attorno alla teoria dello Stato ebraico. Consentono che quest’ultimo emargini e realizzi forme di apartheid della cittadinanza arabo-israeliana lì residente. Insomma l’asse statunitense – il garante del ‘diritto alla difesa’ di Israele che pone  sommergibili nucleari nel Mediterraneo a ridosso delle bollenti coste dove si susseguono abbagli e fumo di ordigni sempre più potenti che ormai triturano macerie e sventrano disgraziati che s’aggirano su di esse non sapendo dove stazionare (ogni valico per la fuga è ben serrato) - ha attivato la ricerca d’una rappresentanza di comodo, come ha fatto per anni in Afghanistan e in Iraq. Quest’errore Biden e Blinken non si sentono di aggirarlo. Vogliono invece aggirare l’ipotesi che i palestinesi si diano rappresentanti scelti da loro stessi, come fu nel 2006. Per timore che Hamas rivinca, si vuole escluderlo a priori non solo da ipotetiche votazioni che non ci saranno, ma estirparlo dalla stessa faccia di quella terra tanto bagnata di sangue. Per non spargerne altro, una via è la trattativa proprio con Hamas, perché la nenia ripetuta dai politologi: “una cosa è Hamas, un’altra sono i palestinesi” è una balla che non regge. Potrebbe valere per qualsiasi partito. Se si votasse magari si scoprirebbe che il gruppo islamista non ha più il sostegno di quindici anni or sono, anche perché la Jihad islamica ha ampliato le adesioni, ma questi sono gli attori con cui un Israele che non faccia lo struzzo deve trattare. Per liberare i propri ostaggi e frenare l’animo mortifero suo e degli avversari.  

giovedì 2 novembre 2023

Israele-Palestina, a proposito di un articolo

 


E’ giusto evitare il commento sugli scritti altrui, specie se non si svolge il mestiere del critico. Del resto ciascuno ha idee proprie ed è libero di esprimerle, sebbene intelligenza e buon gusto suggerirebbero di stare alla larga da intenti manipolatori. Eppure nel semplice ruolo di lettore c’è un limite di sopportazione nel deglutire pasticche che hanno un sapore pasticciato. La filosofa Donatella Di Cesare - diventata anche per grazia di Giovanni Floris un volto televisivo - in un odierno articolo su Il Fatto Quotidiano (‘Perché non è pacifista la sinistra antisemita’) sostiene di aver udito ultimamente l’affermazione: Israele una “potenza occupante”, come se questa non fosse una consolidata verità. Dal 10 giugno 1967, conclusione della ‘guerra dei sei giorni’ Israel Defence Forces occupa territori palestinesi (Gerusalemme est) e siriani (alture del Golan) e altro. La ‘risoluzione Onu 242’ (novembre 1967) chiedeva un ritiro da quelle occupazioni. Mentre successivamente Sinai e Canale di Suez sono stati restituiti all’Egitto, la Striscia di Gaza è tornata ai palestinesi, la presenza militare e quella degli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania sono in corso da decenni, ben oltre l’operato dei governi a guida Netanyahu. La filosofa Di Cesare lo sa, ma non lo dice. 

 

Anche il “peccato originale” di Israele, che la professoressa Di Cesare sostiene di aver ascoltato in questi giorni, prima che d’interventi da nonchalance è stata un’affermazione dell’ex presidente israeliano Shimon Peres, insignito nel 1994 premio Nobel per la pace: “I palestinesi sono il peccato originale di Israele” diceva. E ancora “Nel 1896 quando Theodore Herzl, l’ideatore del sionismo, coniò lo slogan ‘un popolo senza terra va a una terra senza popolo’ su quella terra un popolo c’era già, gli arabi”. Le valutazioni della professoressa Di Cesare sul peccato (presunto) di occupanti, potete leggerle alla fonte. Qui riportiamo un altro passo della signora Di Cesare: “Già prima della Shoah, ondate di ebrei europei sono tornati lì dove sono sempre stati” (sic). Lì dove? se generazioni di askenaziti hanno vissuto per Diaspora millenaria in Europa centrale e orientale, nei vari Imperi e poi negli Stati nazionali ottocenteschi e novecenteschi; così per le generazioni di sefarditi insediati nella penisola iberica fino al XV secolo, poi espulsi e riparati ancora in Europa, nei territori ottomani dei Balcani e in Turchia, anche in Palestina, e pure in America. Questo insegnano i colleghi storici della signora. Che ribadisce: “E sono tornati (gli ebrei europei, nda) con un grande progetto politico: quello dei kibbutzim, comunità socialiste dove praticare uguaglianza, giustizia, accoglienza”. Il progetto delle comunità agricole teorizzato e poi avviato dal primo decennio del Novecento col primo nucleo a Degania, presso il lago di Tiberiade, ha avuto il suo maggiore impulso dopo la costituzione dello Stato di Israele (1948). Ecco la voce dell’Enciclopedia Treccani: I kibbutzim attraversano un periodo di espansione sociale ed economica, creano il miracolo dell’agricoltura israeliana, che una volta coperte le necessità del mercato interno, si lancia all’esportazione di prodotti e tecniche. È il movimento che scopre i pompelmi e li impone all’Europa. L’aumento delle entrate porta a un salto nel tenore di vita: le case diventano più grandi, arrivano telefono e televisore e poi anche le auto (di proprietà del kibbutz ma ad uso dei singoli). Alla crisi ideologica strisciante si somma la crisi economica della metà degli anni Ottanta. L’inflazione raggiunge il 400% e determina enormi debiti per il movimento kibbutzistico. Per salvare questa istituzione dalla bancarotta deve intervenire il governo che impone agli istituti di credito più esposti una moratoria. Nessun kibbutz fallisce ma il trauma è enorme”. 

 

Tornando al 1920-48, fase del progressivo disimpegno del Mandato britannico sulla Palestina, al fianco del movimento kibbutzim si sviluppò l’inquietante presenza dell’HaShomer e poi Haganah, gruppi di coloni armati designati alla difesa dell’attività agricola insidiata dagli abitanti autoctoni che vedevano crescere la presenza straniera (la comunità ebraica che nel 1920 contava 18.000 persone passò a 175.000 nel 1931 e a 400.000 dopo il secondo conflitto mondiale).  Dopo i moti arabi del 1929 le strutture paramilitari ebraiche ebbero un notevole sviluppo. Giunsero a reclutare migliaia di elementi fra i migranti che continuavano ad affluire dal vecchio continente, compiacenti le autorità britanniche. Gli armamenti dei reparti paramilitari conobbero una crescita esponenziale, sorsero anche officine per la fabbricazione di bombe a mano. Da una scissione interna all’Haganah scaturì l’Irgun, cui si aggiunsero altri organismi (la più nota e faziosa era la Banda Stern) dediti non tanto alla difesa dei kibbutz, ma all’occupazione di aree abitate da palestinesi che venivano cacciati col terrore. Sull’argomento la bibliografia è ampia, basta volerla consultare. Le opinioni personali, soprattutto quando si ha il tempo di esporle per iscritto anziché negli eccitati salotti televisivi, creati per baruffe verbali che innalzano gli introiti pubblicitari, potrebbero avere un fine più meditato e attinente alla realtà storica. Specie se si ha una deontologia da rispettare.

martedì 31 ottobre 2023

Af-Pakistan, le luci del cricket e il buio dei migranti

 

In quella che anche i cronisti sportivi definiscono come un’immensa campagna pubblicitaria per le prossime elezioni indiane a tutto vantaggio del premier Modi, la Coppa del Mondo di cricket organizzata nelle metropoli di Delhi, Mumbai, Bangalore ma anche in località più decentrate, attira l’attenzione dei media sulle squadre  partecipanti e le stelle che si contendono titolo e onori nel mese di durata del torneo. Fra i Paesi partecipanti alcuni appartengono al triangolo in cui questo sport - d’origine britannica e importato nella colonia indiana - si è sviluppato. Da oltre un secolo e mezzo continua a coinvolgere in maniera passionale popolazioni che per altri aspetti operano distinguo e revisioni rispetto a un passato di sottomissione imperialista. Misteri del fervore sportivo. Del resto proprio l’attuale governo indiano - guidato dal partito che esalta anche faziosamente le proprie origini linguistiche, geografiche, etniche e da anni conduce una campagna ostile al passato coloniale trasformando anche i nomi delle città - sulla questione sorvola. E’ noto come la macchina organizzativa di grandi eventi sportivi, festaioli, di rappresentanza d’ogni genere, inneschi una spirale affaristica, peraltro solo in parte virtuosa e legale. Spesso il lobbismo, con tutto il suo apparato clientelare ben collegato alla politica, trascina l’illecito di favoritismi, combine, scommesse e mercanzia varia. Solo un anno fa, durante i Mondiali di calcio a Doha, venivano alla luce, solo parzialmente e per poco tempo, le pressioni di funzionari e faccendieri marocchini affinché il Paese maghrebino ricevesse favori da parlamentari presenti nell’Unione Europea (peraltro italiani e legati al Pd) per il suo import-export. Accadeva mentre il pubblico internazionale apprezzava le ottime prestazioni della nazionale di Rabat alla quale “l’affaire” non ha certo giovato. 

 

Sport veicolo d’investimenti, orientamenti elettorali, coinvolgimenti e distrazioni di massa, tanto che anche i regimi ritenuti più refrattari al carrozzone spettacolare prestano comunque attenzione alla pubblicità indiretta e diretta che un mondo posto costantemente sotto i riflettori riesce ad offrire. Tornando alla Coppa del Mondo di cricket, solo le testate sportive e quelle più attente passano la notizia della partecipazione al torneo della formazione dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. E’ solo parzialmente una novità, perché dicevamo che questo sport è diffuso oltre che in India e Pakistan anche nell’altra area del Pashtunistan, diventata a fine Ottocento e per volontà del Segretario del Raj britannico sir Mortimer Durand, regno afghano. Farebbe più effetto riferire che i turbanti di Kabul, mentre non trovano fondi per finanziare le scuole femminili, li hanno scovati per sostenere la nazionale di cricket. Maschile e mascolina, ovviamente. Che se la gioca muscolarmente con altri lanciatori e battitori di nazioni vicine e lontane. E che nei giorni scorsi è riuscita in un’impresa che entra nella storia: battere addirittura il team pakistano. Un successo festeggiato con fuochi d’artificio e spari, stavolta a salve, per le strade della capitale. Autorità con tanto di turbante al settimo cielo, ma mentre si festeggia la stella del boundary Rashid Khan stesso cognome d’un altro campione, quell’Imran diventato presidente pakistano, il limes fra i due Stati sta per essere varcato da un milione e settecentomila profughi afghani che Islamabad rispedisce oltre confine. Vendetta per la sconfitta sportiva? Probabilmente no. Le autorità pakistane avevano in animo questo rimpatrio per contenere le proteste dei propri cittadini riguardo alla ribollente condizione sociale. Crisi economica, problematiche varie (il Paese deve far fronte a un’epica migrazione interna scaturita dalle alluvioni dei mesi scorsi che coinvolge trenta milioni di persone), l’instabilità politica e le elezioni che dovrebbero tenersi entro l’anno hanno orientato il governo Sharif verso la scelta. Smaltita l’euforia per il successo sugli ingombranti vicini ora i taliban dovranno trovare, magari fra gli sponsor del cricket, qualche aiuto per l’inaspettata emergenza migratoria. 


 

domenica 29 ottobre 2023

Turchia pro palestinese

 


Rossa come il sangue versato dalla gente di Gaza, compresi i fratelli di Hamas nient’affatto terroristi. Rossa come la bandiera-patria festeggiata nel giorno del centenario, la marea turca mossa dal presidente Erdoğan a sostegno del popolo palestinese ha sopravanzato ogni altra manifestazione di solidarietà che il mondo ha inanellato in questo fine settimana. Lo spazio antistante l’ex aeroporto Atatürk di Istanbul si è riempito all’inverosimile con una folla strabordante in quello che il governo ha definito “Grande incontro palestinese”, svoltosi mentre le bombe israeliane continuavano a squarciare edifici e vite umane nella Striscia. Intervenendo Erdoğan è stato perentorio: “Il principale colpevole del massacro che si svolge a Gaza è l'Occidente" e ha ribadito: “Hamas non è un'organizzazione terroristica. Israele è stato molto offeso da quest’affermazione... Israele è un occupante, io parlo chiaramente perché la Turchia non ti deve nulla”. Presenti nella piazza turca i leader della coalizione governativa, fra cui Devlet Bahçeli del Movimento Nazionalista, del Grande Partito dell'Unione Mustafa Destici, il nuovo responsabile del Partito del Welfare Fatih Erbakan, del Partito della Causa Libera Zekeriya Yapıcıoğlu e del Partito della Sinistra Democratica Önder Aksakal. Insomma è stato un incontro in grande stile dell’intero gruppo dell’Alleanza nazionale che ha riscosso successo nelle elezioni politiche e presidenziali del maggio scorso. Nessuna presa di posizione da parte del Partito repubblicano. Fra le sferzate rivolte ai politici occidentali il presidente turco ha rilanciato la proposta dell’immediato cessate il fuoco per porre fine a quello che ha detto ha il contorno “d’un genocidio”. Secondo le autorità sanitarie palestinesi, dal 7 ottobre almeno 7.703 palestinesi sono morti per i bombardamenti dell’Idf, tra essi 3.000 bambini. Più di 1.400 persone sono state uccise nell'attacco di Hamas contro i kibbutz nel sud di Israele.  

 


giovedì 26 ottobre 2023

Gaza, il nemico deve solo morire

 


Né ‘pausa dei raid’ israeliani, proposta dagli Stati Uniti e bocciata dalla Russia, né ‘cessate il fuoco umanitario’, lanciato dalla Russia e bloccato da Stati Uniti e Gran Bretagna, trovano spazio per i veti di chi ha questa facoltà nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti. E della buona volontà dell’Onu restano soltanto le intenzioni visto che gli interessi di parte bloccano ogni cosa, come del resto accade da decenni. Se il Segretario generale dell’Assemblea esprime una valutazione sull’operato di una nazione, Israele, non d’un suo gruppo terroristico del passato che pure ha lastricato la creazione di quello Stato, un operato in perenne disconoscimento delle risoluzioni Onu (questo ricordava Guterres per quanto avvenuto dal giugno 1967 a oggi)  quest’uomo, questo politico, quest’autorità super partes viene giudicata persona non gradita. A chi? Alla politica di Tel Aviv, costantemente impositiva sui propri desiderata. Mentre tutto questo avviene, Israel Defence Forces continua a tirare giù quanti più edifici possibili su Gaza e sotto quelle macerie le vittime sono più di settemila. Ma non bastano. Eppure l’Idf sostiene di abbattere esclusivamente i palazzi dei capi di Hamas e punire solo quei miliziani. Prendendo per buone tali attribuzioni Hamas risulterebbe non proprio  una forza minoritaria, come sostiene la tambureggiante informazione pro Israele coi suoi distinguo fra popolo palestinese e gruppo terroristico. Ci si è messo il presidente turco Erdoğan a rigettare l’epiteto e collocare il Movimento di Resistenza Islamica nella categoria che dalla nascita nel 1987 gli appartiene: si tratta di resistenti, combattenti, patrioti della causa palestinese. Una verità innegabile. La quale prima di non piacere a Israele e a tutto l’Occidente che lo bolla come terrorista, non piace al partito palestinese rivale (Fatah) solo un tempo maggioritario. Poiché se il suo raìs Abu Mazen - il politico che Tel Aviv e Washington hanno prescelto come interlocutore privilegiato in virtù della disponibilità di aprire la Cisgiordania a ogni volere di Israele e all’occupazione ‘pacifica’ dei suoi coloni – permettesse ciò che impedisce da un quindicennio, le elezioni, Hamas mostrerebbe quel consenso che il mondo gli nega, seguito dappresso dalla Jihad Islamica.

 

Piaccia o meno ai sedicenti democratici del mondo politico. Il prolungato non voto ha incistato una condizione di blocco non solo per una reale rappresentanza del volere palestinese. Ha stabilito il coma d’una presunta nazione, scippata dello stesso territorio riconosciutogli dagli Accordi di Oslo e, dalle stesse direttrici di quel trattato-farsa, impedita a un’autodeterminazione economica; svuotata di risorse primarie (si pensi al noto scippo dell’acqua da parte israeliana); piegata all’elemosina dell’assistenza e dunque alla dipendenza da chi ti dà e ti toglie in base a quanto la Cisgiordania che il sionismo tollera risulti collaborativa e genuflessa. Tale condizione inquinata da una disponibilità privata di ogni dignità e foriera di corruzione ha squassato Fatah. Magari sul fronte opposto s’è creata eguale dipendenza fra il ceto politico islamista e i suoi protettori e finanziatori (il Qatar su tutti), ma gli odierni politologi e pure i comunicatori puntano dita e occhi solo su quest’ultimo peccato. Fra i mediatori di quel che appare impossibile e che invece andrebbe imposto: impedire lo stillicidio di morti innocenti che invece Israele continua a imporre, mentre accusa di barbarie chi ha ucciso i suoi civili, Erdoğan rivendica alla sua maniera un ruolo di pacificatore. Rompendo lo schema buoni-cattivi, soldati-mercenaridrogati, difensori della civiltà-terroristi. Lo fa con cattiva coscienza, perché poi in casa bolla come terroristi i militanti del Pkk e non solo loro, ma tant’è, se si sta dietro a Netanyahu e Biden, occorre ascoltare anche Erdoğan e magari Putin e Xi. Nessun capo mondiale vanta una limpidezza nell’operato recente o, per chi cavalca il potere da decenni, di lunga data. Però il doveroso richiamo del leader turco: "Quante altre tonnellate di bombe devono cadere su Gaza e quanti altri bambini devono morire per chiedere un cessate il fuoco? Qual è il vostro piano?” rappresenta una sferzata di realismo che troppi premier e presidenti volutamente evitano.

mercoledì 25 ottobre 2023

Khan Younis, tre fratelli

 


Piangono, laceri e sporchi, ma solo leggermente feriti, seduti su un lettino del Nasser Hospital di Khan Younis, Striscia di Gaza. Salvi, per ora. I più piccoli abbracciano il fratello maggiore, bambino anche lui, che comunque a dieci anni ha già conosciuto altre guerre, altre devastanti bombe. A osservarli, senza nulla sapere di loro, potrebbero essere orfani o magari no. Certo il giorno, i loro giorni s’inanellano bui e terrificanti senza un senso per il domani. In quella manciata d’anni che sommano in tre dovrebbero avere un presente e un futuro, proprio perché l’infanzia fa rima con vita. Non è così. Per loro non è così e già lo sanno. Lo vedono quotidianamente, non solo quando cadono le bombe sulle case di gente comune, non solo dei capi di Hamas, ma in quell’anormalità di un’esistenza ostacolata, bloccata, impedita. Così se questi bambini, e a ogni altro minore contro la sua volontà affogato nello strazio del conflitto israelo-palestinese, si ammalano e muoiono per morbi virali talune statistiche non li conteggeranno fra le vittime della guerra. E’ già accaduto nella Striscia, in Afghanistan, in Iraq, in Siria. I signori delle guerre lo proporranno altrove. Mentre i signori delle statistiche enumerano i corpicini dilaniati da esplosioni, e magari crolli, colpi di artiglieri e mitraglia, non contano chi muore per tifo e difterite, curabili ma non senza medicinali. Di solito non elencano chi muore per fame e sete, né per la paura che tutto quello che gli occhi infantili vedono provoca nelle loro piccole anime.  341 erano i minori vittime di Piombo fuso, 35 di Colonna di nuvole, 532 di Margine di protezione, 66 nel conflitto del 2021, oltre 2000 in questi sedici giorni mentre Israele, che ha il copyright delle citate morti, attende di scagliare un’offensiva ancora più piena di terrore da imprimere su quei volti e quei cuori. Questi se riusciranno a esistere, a resistere non potranno che diventare combattenti, guerriglieri, miliziani portatori essi stessi di morte. E’ la logica impressa dallo Stato sionista dalla sua nascita, e anche nei tragici giorni in cui Israele conosce una diffusa violenza subìta dai suoi figli pure bambini, sceglie di seminare altra morte. L’unica via che sembra appagarlo.