Helin Bolek ha scelto di
morire nei giorni della morte. Ma il suo decesso non è segnato dalla pandemia
che sta flagellando il mondo. Helin, cantante e attivista turca, era da quasi
dieci mesi in sciopero della fame contro il regime dell’Akp. Altri componenti
del ‘Grup Yorum’, una band musicale con trentacinque anni di presenza sulle
scene nazionali a sostegno delle lotte popolari ed etniche, stanno tuttora
praticando questo estremo gesto di ribellione. Il gruppo unisce echi della
tradizione anatolica alle proteste che la vita in quell’area propone,
soprattutto per gli attriti fra le minoranze etniche (kurda, araba, circassa) e
il potere centrale. Negli ultimi anni questo potere s’incarna nel personalismo
autoritario di Recep Tayyip Erdoğan. Già nel 2015 alcuni concerti del gruppo
erano stati vietati. Il suo punto di riferimento, un centro culturale nella
metropoli di Istanbul, è stato perseguitato dalle forze dell’ordine con perquisizioni,
intrusioni, danneggiamenti. Durante ogni azione repressiva si verificavano distruzioni,
fermi e arresti. Il complesso musicale viveva lo stesso clima subìto dalle
redazioni di quotidiani, riviste, emittenti radiofoniche o singoli giornalisti,
scrittori, editori, artisti: blocco dell’attività, censura, incriminazioni di
vario genere per attentato alla sicurezza nazionale. Per Helin Bolek e Ibrahim
Gokcek l’accusa era diventata ossessiva e hanno optato per la clamorosa
protesta. Il chitarrista la sta proseguendo, deciso a morire anche lui, come
lei. Disprezzo per la vita? Diremmo disprezzo per certe vite da parte del
governo, del presidente che non hanno mostrato un minimo di attenzione a chi
con disperazione e determinazione gridava il desiderio di esprimersi, cantare dare
voce ai bisogni delle minoranze, ai sogni delle persone. Verso quella protesta
estrema e pericolosa si è risposto con la disattenzione, il silenzio,
l’indifferenza. Cui s’uniscono il conformismo e la paura della maggioranza dei
turchi soggiogati al sultano-padrone, il dominus che decide per tutti. Proprio
in questi giorni il Parlamento sta discutendo sull’attuazione di una grande
amnistia per alleggerire le carceri turche da un sovrappopolamento in tempo di
coronavirus. Se non saranno 90.000 i detenuti rimessi in libertà, ci andranno
vicino. Ma la perfidia del potere bloccherà in cella oppositori e liberi
pensatori. Certi nomi invisi a Erdoğan come lo scrittore Altan, arrestato,
liberato e riarrestato per reati d’opinione, resteranno rinchiusi. Così il
co-presidente del Partito democratico del popolo, il kurdo Demirtaş,
incarcerato dal novembre 2016 con l’accusa di terrorismo, che nell’epidemia in atto
è un elemento a rischio perché afflitto da problemi cardiaci.
sabato 4 aprile 2020
venerdì 3 aprile 2020
Coronavirus in India, la rincorsa di Modi
La riconversione in corsa dei treni, tanti treni,
addirittura 20.000 carrozze, in posti letto da aggiungere ai centomila
ospedalieri, per parare il colpo pandemico del Covid-19, vede il governo Modi
cercare di limitare ritardi. Difficilmente i danni. La chiusura delle attività
e il blocco dei trasporti avrebbero lasciato quei mezzi nei depositi, da lì la
mossa pragmatica ma egualmente affannosa. La condizione della sanità nel Paese
resta deficitaria e se coi treni-ospedale i posti letto diventano 320.000, i
respiratori aggiuntivi dovranno comunque arrivare dall’estero, perché le
riconversioni industriali (che stanno avvenendo anche in parecchie nazioni
occidentali) per certi strumenti hanno tempi più lunghi. Nel giro di due-tre settimane le emergenze potranno prendere curve spaventosamente elevate tanto da
far collassare anche questa rincorsa all’assistenza. Poiché un problema ancor
più assillante dei posti letto e della strumentazione specifica è rappresentato
dal personale medico e paramedico, assolutamente insufficiente per prestare
soccorso se e quando il numero dei pazienti salirà. L’altra scorciatoia emergenziale
che i tecnici del governo stanno attuando riguarda i luoghi di quarantena e
hanno pensato agli impianti sportivi. Gli stadi di alcune città vengono adibiti
per questi bisogni, sebbene i numeri di contagio forniti dal ministero della
Salute risultano tuttora bassissimi (1700 casi). L’incombenza sanitaria ha già
innescato un’emergenza sociale legata al fermo d’ogni attività produttiva, e
l’attuale drammaticità di sussistenza poteva avere un impatto meno traumatico
con un preavviso di blocco nelle settimane precedenti. Bastava essere un po’
lungimiranti, sostengono i critici del governo, e osservare i comportamenti
delle nazioni dove la pandemia era già esplosa.
La marea di ritorno da aree industriali, come quella
manifatturiera di Gujarat nel sud, verso zone povere significa ora dover
distribuire pasti o generi di prima necessità a un’infinità di persone senza denaro (gli
statistici ne stimano approssimativamente 100 milioni). Il governo
tranquillizza, affermando che a seguito di un’annata oltremodo abbondante i magazzini
sono pieni di cereali, ma il Partito del Congresso accusa egualmente il Bharatiya Janata
Party di non aver predisposto alcun piano, di procedere a spanna e rincorrere gli
eventi come per le “soluzioni” dei treni e degli stadi. Non contento di
tanto pressappochismo, il governo sceglie proprio queste giornate di fuoco per
attuare la misura sul Kashmir che aveva suscitato proteste la scorsa estate:
l’abolizione dell’autonomia di quell’area, prevista da un articolo
costituzionale dal 1947. Da ieri chi ha avuto la residenza in Kashmir per un
quindicennio può diventarne definitivamente cittadino e anche candidarsi alle
politiche. E’ una finestra aperta alla cittadinanza hindu che può entrare a
pieno titolo in quest’enclave islamica. L’opposizione critica il governo per la
tempistica, una legge tanto divisiva non doveva essere applicata durante una
crisi sanitaria in cui c’è bisogno di unità e concordia nazionale. Mentre i
politici locali sono ben più preoccupati: la regione, per l’effetto della crisi
economica, registra già da oltre un anno un aumento di disoccupazione doppio
rispetto a quello nazionale calcolato attorno all’8%. Con l’emergenza Covid-19,
tutto peggiorerà.
mercoledì 1 aprile 2020
India, pandemia da incubo
Lo stretto
rapporto esistente
fra pandemia ed economia è sotto la lente degli specialisti nei maggiori Paesi
del globo. L’India rappresenta un caso ad altissimo rischio su entrambi i
terreni, sia per la quantità di popolazione coinvolta, un settimo di quella
mondiale, sia perché fra i giganti emergenti nell’economia globalizzata vede
convivere un sistema di antichi costumi accanto a un capitalismo, avanzato
quanto ad ambizioni e prospettive, arretrato riguardo a metodi e strutture
produttive. Con tragiche ricadute su condizioni e tutele dei lavoratori,
ambiente e salute della popolazione. Tutto ciò, davanti a una malattia
altamente contagiosa come Covid-19 e per taluni soggetti letale, in quella
nazione tutto diventa più problematico. Lo spiegano esperti del settore che hanno
sondato la situazione. L’epidemiologo ed economista Ramanan Laxminarayan in un
intervento sul New York Times, valuta
positivamente la chiusura totale per tre settimane attuata dal premier Modi, di
fatto è il minimo indispensabile, che però dovrà proseguire poiché in
quell’area il picco della pandemia è atteso per metà o fine maggio. Dunque la
nazione-continente dovrebbe restar ferma per i prossimi cinquanta giorni. Da
quel che s’è visto negli ultimi dieci la popolazione ferma non è stata. Anzi.
S’è verificato il rientro verso i territori d’origine di qualche milione di
pendolari e migranti rimasti senza occupazione.
L’isolamento
e il distanziamento sociale, difficoltosi nelle metropoli, lo sono anche in città e nei
centri minori per l’alta densità e per il sovraffollamento delle abitazioni. Distanziare
un miliardo e trecento milioni d’individui non è semplice, specie quando sono
concentrati in alcune aree. Da qui i problemi che ne possono seguire. Le stime
che tuttora riducono i casi di contagio in cifre irrisorie sono il classico
dito dietro il quale si cela il governo per non ammettere carenze strutturali.
Da una parte si cerca di non scatenare il panico, dall’altra di sviare
l’attenzione dalle carenze del sistema sanitario. A detta di Laxminarayan i
possibili contagi potranno raggiungere dai 30 ai 50 milioni di abitanti,
sebbene quelle cifre potrebbero moltiplicarsi per dieci fino all’estate piena. Ma
il guaio maggiore è che il Paese può contare solo su 100.000 posti-letto per le
terapie intensive e 20.000 ventilatori polmonari. Dunque, se ci fosse un’ampia estensione
virale, la scelta fra chi sottoporre a cure salvavita sarebbe tragica per una
platea di potenziali ammalati resa amplissima da certe patologie adulte (ipertensione
e diabete) e la malnutrizione infantile di fasce povere della popolazione. Contraddizioni
sociali sedimentate da decenni che molti esecutivi d’ogni orientamento hanno rimosso
dai programmi. Non dalla realtà.
Secondo le
stime dell’Indian Council Medical Research il picco pandemico, lasciando
asintomatico o con manifestazioni lievi l’80% della popolazione, potrebbe
comunque portare in ospedale un milione d’individui. Senza l’iniziativa della
chiusura sarebbero stati sei milioni. Il risvolto legato all’economia è
l’ulteriore elemento da incubo che il coronavirus introduce nel ventre molle
della società indiana, dove seppure sia cresciuto un ceto medio, permangono,
oltre a una copiosa sfera di povertà di svariate decine di milioni d’individui,
una ben più consistente fascia di lavoratori precari, saltuari, giornalieri che
il blocco attuale lascia senza guadagni. Se questo fermo, che limita la
circolazione del virus con le persone, sarà necessario fino all’attesa del
picco di maggio, questi lavoratori non avranno di che sostenere se stessi e le
famiglie. Un dramma per un’economia liberista che ha portato in alto il Paese
in alcuni settori, ma che non ha previsto salvagenti sociali in situazioni
critiche. I 20.6 miliardi d’emergenza stanziati dal governo saranno una goccia
nel mare dei bisogni se l’emergenza, com’è prevedibile, proseguirà. Alcuni
Stati (Kerala, Uttar Pradesh, Tamil Nadu) hanno autonomamente lanciato un’indennità
alle famiglie bisognose, ma servirà di più e soprattutto anche in altre regioni
del Paese. Se sarà il Fondo Monetario Internazionale, sempre alla ricerca di contropartite politiche, oppure altri a correre in aiuto
del governo di Delhi, si vedrà. Certo le posizioni razziste
dell’amministrazione Modi non aiutano i rapporti con la comunità internazionale
e di fatto non aiutano il popolo indiano. Potrà il grande malato asiatico
ora convalescente, la Cina di Xi, soccorrere un concorrente mondiale? Lo
diranno gli inquietanti mesi a venire.
lunedì 30 marzo 2020
Afghanistan, il contagio che viene da Occidente
Ha viaggiato da Occidente il coronavirus che s’è affacciato in
Afghanistan. Come dappertutto nel mondo ha viaggiato con gli uomini,
soprattutto lavoratori migranti che da metà marzo hanno attraversato il confine
in direzione di Herat rientrando dall’Iran. Anch’essi avevano perso lavoro per
la progressiva copiosa serrata di tante attività rurali di raccolta di frutta e
ortaggi, di facchinaggio nei grandi centri di smistamento merci e nei bazar.
Alla frontiera, che ora è stata chiusa, il flusso crescente è diventato una
marea. Ammette il governatore della provincia di Herat, che il non numeroso
personale sanitario di controllo, riusciva a mala pena a misurare la
temperatura al 10% dei cittadini che rientravano. Il trasloco di per sé poteva
essere fonte di contagio: i bus erano zeppi, così come le camere prese in
affitto negli spostamenti di ritorno per un viaggio che, verso Kabul o ancora
più a est a Jalalabad dura due-tre-quattro giorni. Sono state giornate di
enorme calca e promiscuità, e ora che la dogana è stata chiusa c’è chi
attraversa una frontiera porosa con propri mezzi, finanche a piedi e soprattutto
senza controlli sanitari. Il bollettino dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità stima poco più d’un centinaio di casi, ma non è una statistica è solo un
numero che rileva gli episodi eclatanti. Come altre situazioni critiche di Paesi
mediorientali le carenze strutturali non consentono di arginare una pandemia, e
se da una parte un certo isolamento delle persone è imposto da ragioni
d’incolumità per la presenza di attentati da parte dell’Isil, la coabitazione
nelle povere case delle città può infiammare eventuali focolai di chi porta il
virus da fuori. Per ora l’epicentro del Covid-19 è Herat, che conta un milione
e mezzo di abitanti stabili e dove la situazione della sicurezza è più calma
che altrove. Fra l’altro quattro militari italiani del contingente Nato di
stanza in città risultano positivi. Proprio quel che s’è visto nei giorni
scorsi con gruppi di persone a contatto di gomito nelle moschee, nelle strade,
nei parchi è l’esatto contrario d’un comportamento di prevenzione e
contenimento epidemico.
Il ministro della Salute Feroz ha lanciato
avvertimenti anche televisivi additando il pericolo d’una situazione simile a
quella cinese. Ma finora nessuna città è stata bloccata, s’inizierà proprio da
Herat dopodomani, con quali capacità di controllo è tutto da verificare. Quel
che è accaduto dieci giorni fa in occasione della ricorrenza del Newroz non fa
ben sperare. Il presidente Ghani aveva invitato a non riunirsi per ragioni di
salute pubblica. Non è stato ascoltato, non si sa se per la sua totale mancanza
di autorevolezza oppure per l’attaccamento della gente alla festa di primavera,
che per tante etnìe ha risvolti religiosi o infine perché non c’è coscienza del
pericolo pandemico. Del resto in molti sottolineano come un popolo sottoposto
allo stress di conflitti infiniti da oltre quarant’anni abbia un atteggiamento
talmente disincantato da sfiorare l’incoscienza. Vedere quotidianamente la
morte, respirarla con la polvere di trinitrotoluene dei camion-bomba unita alla polvere
delle strade porta la popolazione a un atteggiamento compassato, cosicché
insinuare il concetto del rischio subdolo di questo virus non è affatto facile.
E poi vediamo quanti problemi riscontrano nazioni della cosiddetta sfera del
benessere, l’Italia per l’appunto, nel procurarsi il minimo presidio
indispensabile della mascherine, nella capitale afghana può risultare
impossibile anche trovare del semplice sapone per l’igiene delle mani, non i
preziosissimi disinfettanti. Ma tornando ai dati dei cento infettati, e due
decessi, concentrati al 70% nell’area di Herat il ministero della Salute, visti
i presupposti prospetta situazioni che possono diventare tragiche con l’ipotesi
di migliaia di morti. Per un Paese che soffre da tanto tempo c’è da sperare si
tratti d’una indiretta scaramanzia, non d’un presagio.
sabato 28 marzo 2020
L’altra India fra coronavirus e povertà
L’India dei poveri, difficile da quantizzare e già in aumento per
la recessione che negli ultimi tempi ha fatto scivolare il Pil a 4.7, il suo
punto più basso da circa un decennio, allarga le file per il disastro del
Covit-19. In dati di contagio sono tuttora bassi perché il monitoraggio della
popolazione è scarsissimo, sebbene nell’ultima settimana si siano iniziati a registrare
anche decessi (all’Organizzazione Mondiale della Sanità risultano 887 positivi
e 17 vittime). Il governo Modi che, in bella compagnìa di ben più organizzati
Paesi del mondo globalizzato, aveva sottovalutato il pericolo della pandemia
sta affrettandosi a prendere qualche misura e ha devoluto 20.6 miliardi di euro
a un primo contenimento. Negli ospedali delle maggiori metropoli la situazione
è tutt’altro che agevole, mentre i presidi sanitari nelle località rurali di vari
Stati sono semplicemente inesistenti. Alla nota difficoltà di applicare non
solo un adeguato isolamento, ma anche il contenimento di possibili contagi
tramite la distanza sociale, a causa dell’alta densità di popolazione, s’aggiunge
la perdita del lavoro degli occupati in aziende che hanno dismesso l’attività
per la momentanea serrata decisa dal governo. Si tratta di attività centrali e
statali, che sicuramente hanno ripercussioni sull’indotto, pensiamo solo alla
catena dei cosiddetti lunch boxes (i
fattorini che trasportano milioni di contenitori di cibo preparato dalle
famiglie per gli impiegati pubblici e privati) ora rimasti senza lavoro, ma è
in difficoltà anche la catena del ”fai da te” che in questa fase si blocca e
non si sa per quanto tempo. Il governo di Delhi ha anche fermato i
trasferimenti interni, almeno tramite trasporti pubblici, soprattutto treni e
autobus, cosicché giorni fa pendolari e migranti interni hanno dovuto
rincorrere l’ultimo mezzo utile.
Ora si registra una trasmigrazione a piedi, perché chi non
ha più lavoro, pur di rientrare verso i luoghi d’origine e arrangiare qualcosa,
non tralascia questa soluzione. Una delle aree di maggior ritorno è
l’Uttar Pradesh, lo Stato dei musulmani, un’area popolosa e povera
che conta migranti d’ogni genere all’estero e all’interno. Chi ha assistito a questa
marcia forzata la descrive come un’emergenza a sé, poiché realizzata anche da
soggetti deboli, famiglie con donne e bambini. La polizia nei punti d’ingorgo
interviene imponendo “quattro passi di distanza”, ma si capisce che si tratta
di una formalità, tanto per dire che si fanno rispettare le direttive dell’Esecutivo.
Come dimostrano i casi italiano, di altre nazioni d’Europa e degli stessi Stati
Uniti, il coronavirus non conosce confini e non differenzia classi sociali. Ovviamente
ben pochi dispongono come la regina Elisabetta, che per la veneranda età di
rischi ne corre, d’un castello per l’isolamento. E se la situazione indiana non
è quella dello sfruttamento imposto dal Raj britannico, la popolazione che da
quell’epoca è triplicata diventa in casi simili una vera zavorra, visto che
organizzare la prevenzione di 1.3 miliardi di cittadini tramite il
distanziamento appare improbo. Comunque l’emergenza peserà maggiormente sugli
strati più deboli, i milioni delle bidonville a cui le organizzazioni
caritatevoli distribuiscono gratuitamente cibo, ma anche su 87 milioni di
agricoltori ai quali la ministra delle
Finanze Nirmala Sitharaman riserva 2000 rupie, mentre 1000 andranno a 30 milioni di anziani e
portatori di handicap. Ciascuno riceverà rispettivamente 24 e 12 euro. Invece
da inizio aprile è prevista la distribuzione di cinque kg di riso o grano e un
chilo di lenticchie per 800 milioni cittadini. Così l’altra India esce allo
scoperto.
venerdì 27 marzo 2020
Colloqui intra-afghani, presentata la delegazione
Il gruppo dei colloqui che stentano a partire per gli ‘stop and
go’ imposti dall’estrema litigiosità dei presidenti-contro (Ghani e Abdullah),
ma mai dire mai per le cose che riguardano l’Afghanistan, è stato formato e
presentato alla stampa. Quindici uomini e cinque donne attesi al faccia a
faccia coi rappresentanti talebani, una lista menzionata da Tolo tv che può dar luogo a
considerazioni inesorabilmente sconsolanti. A guidarlo sarà l’ex capo dell’Intelligence
locale Masoom Stanikzai, coadiuvato da un nucleo che potremmo definire
tecnico-burocratico: Ayoub Ansari, ex comandante della polizia di Herat, Nader
Nadery, della Commissione servizio civile, Matin Bek, capo del Direttorato
della governance locale, Enayatullah Baligh, membro del Consiglio degli Ulema, Rasoul
Talib, consulente del presidente (ma quale? si presume Ghani). Segue un
nucleo di politici. Coloro che hanno
rivestito cariche ufficiali: l’ex ministro dell’Economia Hadi Arghandiwal, l’ex
degli Esteri Ahmad Moqbel, il già deputato Hafiz Mansour. Quindi i
rappresentanti dei più consistenti partiti islamisti, e fondamentalisti:
Kalimullah Naqibi per Jamiat- e Islami (il partito che fu dei defunti warlord Rabbani e Massud),
Amin Karim per l’Hizb-e Islami (la formazione
del “macellaio” di Kabul Hekmatyar, vivente), più un membro dell’ala giovanile del
Jamiat-e Islami, tal Zainab Muahed. Non è finita. Poiché l’occhio dei Signori
della guerra osserva sempre le evoluzioni dell’assetto nazionale, nell’assise è
presente una coppia di figlioli d’arme: Khalid Noor, rampollo di Atta Mohammed,
già governatore di Balkh e mujaheddin tajiko della vecchia guardia, vicino al
comandante Massud. E Batur Dostum, figlio d’un altro papà sanguinario, Abdul Rashid,
tuttora vicepresidente di Ghani. Per non farsi mancare nulla il vecchio
Afghanistan trova un posto ad Amin Ahmadi, che è docente universitario, ma
assai prossimo all’attuale antipresidente Abdullah Abdullah.
Giriamo pagina, si fa per dire, e vediamo qualche presenza femminile. Un’altra docente universitaria
è Shahla Farid. Di lei non si sa molto. L’emittente di Kabul ne ha riportato
una dichiarazione in cui afferma di non aver mai assistito a un incontro coi talebani,
e di non conoscerli, assicura comunque che assieme alle altre donne della delegazione
farà la sua parte. Più note sono invece Habiba Sarabi e Zakia Wardak. La prima
è una veterana, deputata e capo dell’Alto Consiglio di pace, un’ematologa di
etnia hazara dedicatasi alla politica già nel sedicente “nuovo corso” post
talebano. Dopo aver ricoperto l’incarico di ministro degli Affari femminili,
nel 2005 Karzai la nominò governatrice della provincia di Bamiyan, un’area del
Paese che continua a essere fra le più povere e con elevato tasso di
analfabetismo. Zakia Wardak, presidente della ‘Società afghana delle donne
ingegnere’ è figlia del generale Ali Khan Wardak che ha combattuto contro
l’Armata Rossa. Il fratello Zalmai egualmente generale, considerato un
brillante analista strategico, fu assassinato. Anche il primo marito di Zakia
era un militare e aveva combattuto contro i sovietici, morì in un incidente
stradale. Con l’ultimo marito, Serajuddin, sempre del gruppo tribale Wardak da
cui la famiglia di Zakia prende il nome, s’impegnò nel progettare orfanotrofi,
almeno così recita la biografia che ha diffuso, ma maggiore enfasi la riveste
la sua creatura, la Sawec (Society Afghan Women Engineering Construction) che
riceve appalti direttamente dall’Esercito statunitense. Del resto la formazione
di questa “donna manager” è prossima agli States. Dopo gli studi presso il
Politecnico di Kabul, si è specializzata al Montgomery College in Maryland, instradando
anche sua figlia Mariam, oggi trentaquattrenne, prima presso l’ambasciata
statunitense a Kabul quindi verso il mistero che si occupa di narcotici. Forte
di queste premesse nel 2018 Zakia s’è presentata per le elezioni alla Wolesi
Jirga, la Camera bassa del Parlamento afghano.
mercoledì 25 marzo 2020
Kabul, lo Stato Islamico attacca i sikh
Mattina di fuoco nella Kabul storica, dove un
commando dello Stato Islamico del Levante ha assaltato un tempio Sikh. E’
intervenuto l’esercito che, nella nota diffusa dal ministero dell’Interno, ha
isolato il luogo dove si sono asserragliati miliziani armati, alcuni dei quali
vestivano esplosivo. Notizie raccolte in loco dall’agenzia Reuters riferiscono di quattro vittime accertate e alcuni feriti,
ma i numeri potrebbero aumentare perché a Gurdwara, la ‘Porta del guru’,
l’attacco prosegue. Ad attuarlo, com’era accaduto di recente, l’Isil che vuole
prendersi la supremazia delle stragi ora che la maggioranza talebana è ferma
per il patteggiamento con gli Stati Uniti. Ma i cosiddetti accordi di pace non
pacificano affatto il Paese e tantomeno la capitale che risulta sempre più
vulnerabile a ogni genere d’agguato. Il fronte jihadista l’ha caratterizzato da
tempo in senso religioso, colpendo senza pietà le minoranze, dalla più numerosa
hazara di fede sciita, agli ormai poco numerosi sikh e hindu. Queste componenti,
già all’epoca della guerra civile (1992-95), migrarono verso l’India, poiché
erano oggetto di stragi frequenti, all’epoca perpetrate da Signori della guerra
d’origine pashtun. Quando, l’anno seguente, i talebani presero il potere le
famiglie sikh rimaste subirono, accanto a ostracismi sociali e politici, anche
un’identificazione visiva, con l’obbligo d’indossare una fascia gialla
sull’abbigliamento.
Le cose non cambiarono anche dopo l’allontanamento del governo talebano.
L’amministrazione Karzai cercò di limitare la stessa rappresentanza simbolica sikh
nella Loya Jirga e questo rappresentò un ulteriore motivo di loro migrazione a Oriente.
In verità quando l’hazara e sciita Khalili fungeva da vicepresidente di Karzai,
promise ai sikh di rispettare l’articolo 22 della Costituzione che proibisce le
discriminazioni delle minoranze, ma fu una speranza inattuata. Ora a Kabul sono
censite 300 famiglie sikh, dunque il numero della minoranza s’è ulteriormente
ridotto dalle tremila unità conteggiate un quindicennio fa. Negli anni Settanta
i sikh afghani, lì insediati dalla fine del XVIII secolo, ammontavano a
centomila. Gli antropologi della geopolitica che si sono interessati alla loro
situazione ricevevano come motivazione del malcontento non solo l’assenza di
qualsiasi integrazione e il rispetto di un’identità personale, ma una vera
persecuzione conseguente al marchio di “infedeli” attribuitogli dalla
maggioranza islamica. Al di là di veri pogrom, la vita per gli appartenenti al
gruppo resta difficile. Nella migliore delle ipotesi vengono derisi o
insultati, spesso derubati per via anche di poveri averi, senza che le autorità
intervengano a loro tutela. Gli episodi di aggressioni a bastonate da parte di
altri cittadini non sono rari anche nei luoghi sacri dove i sikh praticano la
cremazione dei defunti.
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