sabato 4 aprile 2020

Turchia, Helin il canto della morte


Helin Bolek ha scelto di morire nei giorni della morte. Ma il suo decesso non è segnato dalla pandemia che sta flagellando il mondo. Helin, cantante e attivista turca, era da quasi dieci mesi in sciopero della fame contro il regime dell’Akp. Altri componenti del ‘Grup Yorum’, una band musicale con trentacinque anni di presenza sulle scene nazionali a sostegno delle lotte popolari ed etniche, stanno tuttora praticando questo estremo gesto di ribellione. Il gruppo unisce echi della tradizione anatolica alle proteste che la vita in quell’area propone, soprattutto per gli attriti fra le minoranze etniche (kurda, araba, circassa) e il potere centrale. Negli ultimi anni questo potere s’incarna nel personalismo autoritario di Recep Tayyip Erdoğan. Già nel 2015 alcuni concerti del gruppo erano stati vietati. Il suo punto di riferimento, un centro culturale nella metropoli di Istanbul, è stato perseguitato dalle forze dell’ordine con perquisizioni, intrusioni, danneggiamenti. Durante ogni azione repressiva si verificavano distruzioni, fermi e arresti. Il complesso musicale viveva lo stesso clima subìto dalle redazioni di quotidiani, riviste, emittenti radiofoniche o singoli giornalisti, scrittori, editori, artisti: blocco dell’attività, censura, incriminazioni di vario genere per attentato alla sicurezza nazionale. Per Helin Bolek e Ibrahim Gokcek l’accusa era diventata ossessiva e hanno optato per la clamorosa protesta. Il chitarrista la sta proseguendo, deciso a morire anche lui, come lei. Disprezzo per la vita? Diremmo disprezzo per certe vite da parte del governo, del presidente che non hanno mostrato un minimo di attenzione a chi con disperazione e determinazione gridava il desiderio di esprimersi, cantare dare voce ai bisogni delle minoranze, ai sogni delle persone. Verso quella protesta estrema e pericolosa si è risposto con la disattenzione, il silenzio, l’indifferenza. Cui s’uniscono il conformismo e la paura della maggioranza dei turchi soggiogati al sultano-padrone, il dominus che decide per tutti. Proprio in questi giorni il Parlamento sta discutendo sull’attuazione di una grande amnistia per alleggerire le carceri turche da un sovrappopolamento in tempo di coronavirus. Se non saranno 90.000 i detenuti rimessi in libertà, ci andranno vicino. Ma la perfidia del potere bloccherà in cella oppositori e liberi pensatori. Certi nomi invisi a Erdoğan come lo scrittore Altan, arrestato, liberato e riarrestato per reati d’opinione, resteranno rinchiusi. Così il co-presidente del Partito democratico del popolo, il kurdo Demirtaş, incarcerato dal novembre 2016 con l’accusa di terrorismo, che nell’epidemia in atto è un elemento a rischio perché afflitto da problemi cardiaci.

venerdì 3 aprile 2020

Coronavirus in India, la rincorsa di Modi


La riconversione in corsa dei treni, tanti treni, addirittura 20.000 carrozze, in posti letto da aggiungere ai centomila ospedalieri, per parare il colpo pandemico del Covid-19, vede il governo Modi cercare di limitare ritardi. Difficilmente i danni. La chiusura delle attività e il blocco dei trasporti avrebbero lasciato quei mezzi nei depositi, da lì la mossa pragmatica ma egualmente affannosa. La condizione della sanità nel Paese resta deficitaria e se coi treni-ospedale i posti letto diventano 320.000, i respiratori aggiuntivi dovranno comunque arrivare dall’estero, perché le riconversioni industriali (che stanno avvenendo anche in parecchie nazioni occidentali) per certi strumenti hanno tempi più lunghi. Nel giro di due-tre settimane le emergenze potranno prendere curve spaventosamente elevate tanto da far collassare anche questa rincorsa all’assistenza. Poiché un problema ancor più assillante dei posti letto e della strumentazione specifica è rappresentato dal personale medico e paramedico, assolutamente insufficiente per prestare soccorso se e quando il numero dei pazienti salirà. L’altra scorciatoia emergenziale che i tecnici del governo stanno attuando riguarda i luoghi di quarantena e hanno pensato agli impianti sportivi. Gli stadi di alcune città vengono adibiti per questi bisogni, sebbene i numeri di contagio forniti dal ministero della Salute risultano tuttora bassissimi (1700 casi). L’incombenza sanitaria ha già innescato un’emergenza sociale legata al fermo d’ogni attività produttiva, e l’attuale drammaticità di sussistenza poteva avere un impatto meno traumatico con un preavviso di blocco nelle settimane precedenti. Bastava essere un po’ lungimiranti, sostengono i critici del governo, e osservare i comportamenti delle nazioni dove la pandemia era già esplosa.

La marea di ritorno da aree industriali, come quella manifatturiera di Gujarat nel sud, verso zone povere significa ora dover distribuire pasti o generi di prima necessità a un’infinità di persone senza denaro (gli statistici ne stimano approssimativamente 100 milioni). Il governo tranquillizza, affermando che a seguito di un’annata oltremodo abbondante i magazzini sono pieni di cereali, ma il Partito del Congresso accusa egualmente il Bharatiya Janata Party di non aver predisposto alcun piano, di procedere a spanna e rincorrere gli eventi come per le “soluzioni” dei treni e degli stadi. Non contento di tanto pressappochismo, il governo sceglie proprio queste giornate di fuoco per attuare la misura sul Kashmir che aveva suscitato proteste la scorsa estate: l’abolizione dell’autonomia di quell’area, prevista da un articolo costituzionale dal 1947. Da ieri chi ha avuto la residenza in Kashmir per un quindicennio può diventarne definitivamente cittadino e anche candidarsi alle politiche. E’ una finestra aperta alla cittadinanza hindu che può entrare a pieno titolo in quest’enclave islamica. L’opposizione critica il governo per la tempistica, una legge tanto divisiva non doveva essere applicata durante una crisi sanitaria in cui c’è bisogno di unità e concordia nazionale. Mentre i politici locali sono ben più preoccupati: la regione, per l’effetto della crisi economica, registra già da oltre un anno un aumento di disoccupazione doppio rispetto a quello nazionale calcolato attorno all’8%. Con l’emergenza Covid-19, tutto peggiorerà.

mercoledì 1 aprile 2020

India, pandemia da incubo


Lo stretto rapporto esistente fra pandemia ed economia è sotto la lente degli specialisti nei maggiori Paesi del globo. L’India rappresenta un caso ad altissimo rischio su entrambi i terreni, sia per la quantità di popolazione coinvolta, un settimo di quella mondiale, sia perché fra i giganti emergenti nell’economia globalizzata vede convivere un sistema di antichi costumi accanto a un capitalismo, avanzato quanto ad ambizioni e prospettive, arretrato riguardo a metodi e strutture produttive. Con tragiche ricadute su condizioni e tutele dei lavoratori, ambiente e salute della popolazione. Tutto ciò, davanti a una malattia altamente contagiosa come Covid-19 e per taluni soggetti letale, in quella nazione tutto diventa più problematico. Lo spiegano esperti del settore che hanno sondato la situazione. L’epidemiologo ed economista Ramanan Laxminarayan in un intervento sul New York Times, valuta positivamente la chiusura totale per tre settimane attuata dal premier Modi, di fatto è il minimo indispensabile, che però dovrà proseguire poiché in quell’area il picco della pandemia è atteso per metà o fine maggio. Dunque la nazione-continente dovrebbe restar ferma per i prossimi cinquanta giorni. Da quel che s’è visto negli ultimi dieci la popolazione ferma non è stata. Anzi. S’è verificato il rientro verso i territori d’origine di qualche milione di pendolari e migranti rimasti senza occupazione.

L’isolamento e il distanziamento sociale, difficoltosi nelle metropoli, lo sono anche in città e nei centri minori per l’alta densità e per il sovraffollamento delle abitazioni. Distanziare un miliardo e trecento milioni d’individui non è semplice, specie quando sono concentrati in alcune aree. Da qui i problemi che ne possono seguire. Le stime che tuttora riducono i casi di contagio in cifre irrisorie sono il classico dito dietro il quale si cela il governo per non ammettere carenze strutturali. Da una parte si cerca di non scatenare il panico, dall’altra di sviare l’attenzione dalle carenze del sistema sanitario. A detta di Laxminarayan i possibili contagi potranno raggiungere dai 30 ai 50 milioni di abitanti, sebbene quelle cifre potrebbero moltiplicarsi per dieci fino all’estate piena. Ma il guaio maggiore è che il Paese può contare solo su 100.000 posti-letto per le terapie intensive e 20.000 ventilatori polmonari. Dunque, se ci fosse un’ampia estensione virale, la scelta fra chi sottoporre a cure salvavita sarebbe tragica per una platea di potenziali ammalati resa amplissima da certe patologie adulte (ipertensione e diabete) e la malnutrizione infantile di fasce povere della popolazione. Contraddizioni sociali sedimentate da decenni che molti esecutivi d’ogni orientamento hanno rimosso dai programmi. Non dalla realtà.

Secondo le stime dell’Indian Council Medical Research il picco pandemico, lasciando asintomatico o con manifestazioni lievi l’80% della popolazione, potrebbe comunque portare in ospedale un milione d’individui. Senza l’iniziativa della chiusura sarebbero stati sei milioni. Il risvolto legato all’economia è l’ulteriore elemento da incubo che il coronavirus introduce nel ventre molle della società indiana, dove seppure sia cresciuto un ceto medio, permangono, oltre a una copiosa sfera di povertà di svariate decine di milioni d’individui, una ben più consistente fascia di lavoratori precari, saltuari, giornalieri che il blocco attuale lascia senza guadagni. Se questo fermo, che limita la circolazione del virus con le persone, sarà necessario fino all’attesa del picco di maggio, questi lavoratori non avranno di che sostenere se stessi e le famiglie. Un dramma per un’economia liberista che ha portato in alto il Paese in alcuni settori, ma che non ha previsto salvagenti sociali in situazioni critiche. I 20.6 miliardi d’emergenza stanziati dal governo saranno una goccia nel mare dei bisogni se l’emergenza, com’è prevedibile, proseguirà. Alcuni Stati (Kerala, Uttar Pradesh, Tamil Nadu) hanno autonomamente lanciato un’indennità alle famiglie bisognose, ma servirà di più e soprattutto anche in altre regioni del Paese. Se sarà il Fondo Monetario Internazionale, sempre alla ricerca di contropartite politiche, oppure altri a correre in aiuto del governo di Delhi, si vedrà. Certo le posizioni razziste dell’amministrazione Modi non aiutano i rapporti con la comunità internazionale e di fatto non aiutano il popolo indiano. Potrà il grande malato asiatico ora convalescente, la Cina di Xi, soccorrere un concorrente mondiale? Lo diranno gli inquietanti mesi a venire.


lunedì 30 marzo 2020

Afghanistan, il contagio che viene da Occidente


Ha viaggiato da Occidente il coronavirus che s’è affacciato in Afghanistan. Come dappertutto nel mondo ha viaggiato con gli uomini, soprattutto lavoratori migranti che da metà marzo hanno attraversato il confine in direzione di Herat rientrando dall’Iran. Anch’essi avevano perso lavoro per la progressiva copiosa serrata di tante attività rurali di raccolta di frutta e ortaggi, di facchinaggio nei grandi centri di smistamento merci e nei bazar. Alla frontiera, che ora è stata chiusa, il flusso crescente è diventato una marea. Ammette il governatore della provincia di Herat, che il non numeroso personale sanitario di controllo, riusciva a mala pena a misurare la temperatura al 10% dei cittadini che rientravano. Il trasloco di per sé poteva essere fonte di contagio: i bus erano zeppi, così come le camere prese in affitto negli spostamenti di ritorno per un viaggio che, verso Kabul o ancora più a est a Jalalabad dura due-tre-quattro giorni. Sono state giornate di enorme calca e promiscuità, e ora che la dogana è stata chiusa c’è chi attraversa una frontiera porosa con propri mezzi, finanche a piedi e soprattutto senza controlli sanitari. Il bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità stima poco più d’un centinaio di casi, ma non è una statistica è solo un numero che rileva gli episodi eclatanti. Come altre situazioni critiche di Paesi mediorientali le carenze strutturali non consentono di arginare una pandemia, e se da una parte un certo isolamento delle persone è imposto da ragioni d’incolumità per la presenza di attentati da parte dell’Isil, la coabitazione nelle povere case delle città può infiammare eventuali focolai di chi porta il virus da fuori. Per ora l’epicentro del Covid-19 è Herat, che conta un milione e mezzo di abitanti stabili e dove la situazione della sicurezza è più calma che altrove. Fra l’altro quattro militari italiani del contingente Nato di stanza in città risultano positivi. Proprio quel che s’è visto nei giorni scorsi con gruppi di persone a contatto di gomito nelle moschee, nelle strade, nei parchi è l’esatto contrario d’un comportamento di prevenzione e contenimento epidemico.

Il ministro della Salute Feroz ha lanciato avvertimenti anche televisivi additando il pericolo d’una situazione simile a quella cinese. Ma finora nessuna città è stata bloccata, s’inizierà proprio da Herat dopodomani, con quali capacità di controllo è tutto da verificare. Quel che è accaduto dieci giorni fa in occasione della ricorrenza del Newroz non fa ben sperare. Il presidente Ghani aveva invitato a non riunirsi per ragioni di salute pubblica. Non è stato ascoltato, non si sa se per la sua totale mancanza di autorevolezza oppure per l’attaccamento della gente alla festa di primavera, che per tante etnìe ha risvolti religiosi o infine perché non c’è coscienza del pericolo pandemico. Del resto in molti sottolineano come un popolo sottoposto allo stress di conflitti infiniti da oltre quarant’anni abbia un atteggiamento talmente disincantato da sfiorare l’incoscienza. Vedere quotidianamente la morte, respirarla con la polvere di trinitrotoluene dei camion-bomba unita alla polvere delle strade porta la popolazione a un atteggiamento compassato, cosicché insinuare il concetto del rischio subdolo di questo virus non è affatto facile. E poi vediamo quanti problemi riscontrano nazioni della cosiddetta sfera del benessere, l’Italia per l’appunto, nel procurarsi il minimo presidio indispensabile della mascherine, nella capitale afghana può risultare impossibile anche trovare del semplice sapone per l’igiene delle mani, non i preziosissimi disinfettanti. Ma tornando ai dati dei cento infettati, e due decessi, concentrati al 70% nell’area di Herat il ministero della Salute, visti i presupposti prospetta situazioni che possono diventare tragiche con l’ipotesi di migliaia di morti. Per un Paese che soffre da tanto tempo c’è da sperare si tratti d’una indiretta scaramanzia, non d’un presagio.

sabato 28 marzo 2020

L’altra India fra coronavirus e povertà


L’India dei poveri, difficile da quantizzare e già in aumento per la recessione che negli ultimi tempi ha fatto scivolare il Pil a 4.7, il suo punto più basso da circa un decennio, allarga le file per il disastro del Covit-19. In dati di contagio sono tuttora bassi perché il monitoraggio della popolazione è scarsissimo, sebbene nell’ultima settimana si siano iniziati a registrare anche decessi (all’Organizzazione Mondiale della Sanità risultano 887 positivi e 17 vittime). Il governo Modi che, in bella compagnìa di ben più organizzati Paesi del mondo globalizzato, aveva sottovalutato il pericolo della pandemia sta affrettandosi a prendere qualche misura e ha devoluto 20.6 miliardi di euro a un primo contenimento. Negli ospedali delle maggiori metropoli la situazione è tutt’altro che agevole, mentre i presidi sanitari nelle località rurali di vari Stati sono semplicemente inesistenti. Alla nota difficoltà di applicare non solo un adeguato isolamento, ma anche il contenimento di possibili contagi tramite la distanza sociale, a causa dell’alta densità di popolazione, s’aggiunge la perdita del lavoro degli occupati in aziende che hanno dismesso l’attività per la momentanea serrata decisa dal governo. Si tratta di attività centrali e statali, che sicuramente hanno ripercussioni sull’indotto, pensiamo solo alla catena dei cosiddetti lunch boxes (i fattorini che trasportano milioni di contenitori di cibo preparato dalle famiglie per gli impiegati pubblici e privati) ora rimasti senza lavoro, ma è in difficoltà anche la catena del ”fai da te” che in questa fase si blocca e non si sa per quanto tempo. Il governo di Delhi ha anche fermato i trasferimenti interni, almeno tramite trasporti pubblici, soprattutto treni e autobus, cosicché giorni fa pendolari e migranti interni hanno dovuto rincorrere l’ultimo mezzo utile.

Ora si registra una trasmigrazione a piedi, perché chi non ha più lavoro, pur di rientrare verso i luoghi d’origine e arrangiare qualcosa, non tralascia questa soluzione. Una delle aree di maggior ritorno è l’Uttar Pradesh, lo Stato dei musulmani, un’area popolosa e povera che conta migranti d’ogni genere all’estero e all’interno. Chi ha assistito a questa marcia forzata la descrive come un’emergenza a sé, poiché realizzata anche da soggetti deboli, famiglie con donne e bambini. La polizia nei punti d’ingorgo interviene imponendo “quattro passi di distanza”, ma si capisce che si tratta di una formalità, tanto per dire che si fanno rispettare le direttive dell’Esecutivo. Come dimostrano i casi italiano, di altre nazioni d’Europa e degli stessi Stati Uniti, il coronavirus non conosce confini e non differenzia classi sociali. Ovviamente ben pochi dispongono come la regina Elisabetta, che per la veneranda età di rischi ne corre, d’un castello per l’isolamento. E se la situazione indiana non è quella dello sfruttamento imposto dal Raj britannico, la popolazione che da quell’epoca è triplicata diventa in casi simili una vera zavorra, visto che organizzare la prevenzione di 1.3 miliardi di cittadini tramite il distanziamento appare improbo. Comunque l’emergenza peserà maggiormente sugli strati più deboli, i milioni delle bidonville a cui le organizzazioni caritatevoli distribuiscono gratuitamente cibo, ma anche su 87 milioni di agricoltori ai quali la ministra delle Finanze Nirmala Sitharaman riserva 2000 rupie, mentre 1000 andranno a 30 milioni di anziani e portatori di handicap. Ciascuno riceverà rispettivamente 24 e 12 euro. Invece da inizio aprile è prevista la distribuzione di cinque kg di riso o grano e un chilo di lenticchie per 800 milioni cittadini. Così l’altra India esce allo scoperto.

venerdì 27 marzo 2020

Colloqui intra-afghani, presentata la delegazione


Il gruppo dei colloqui che stentano a partire per gli ‘stop and go’ imposti dall’estrema litigiosità dei presidenti-contro (Ghani e Abdullah), ma mai dire mai per le cose che riguardano l’Afghanistan, è stato formato e presentato alla stampa. Quindici uomini e cinque donne attesi al faccia a faccia coi rappresentanti talebani, una lista menzionata da Tolo tv che può dar luogo a considerazioni inesorabilmente sconsolanti. A guidarlo sarà l’ex capo dell’Intelligence locale Masoom Stanikzai, coadiuvato da un nucleo che potremmo definire tecnico-burocratico: Ayoub Ansari, ex comandante della polizia di Herat, Nader Nadery, della Commissione servizio civile, Matin Bek, capo del Direttorato della governance locale, Enayatullah Baligh, membro del Consiglio degli Ulema, Rasoul Talib, consulente del presidente (ma quale? si presume Ghani). Segue un nucleo  di politici. Coloro che hanno rivestito cariche ufficiali: l’ex ministro dell’Economia Hadi Arghandiwal, l’ex degli Esteri Ahmad Moqbel, il già deputato Hafiz Mansour. Quindi i rappresentanti dei più consistenti partiti islamisti, e fondamentalisti: Kalimullah Naqibi per Jamiat- e Islami (il partito che fu dei defunti warlord Rabbani e Massud), Amin Karim per l’Hizb-e Islami  (la formazione del “macellaio” di Kabul Hekmatyar, vivente), più un membro dell’ala giovanile del Jamiat-e Islami, tal Zainab Muahed. Non è finita. Poiché l’occhio dei Signori della guerra osserva sempre le evoluzioni dell’assetto nazionale, nell’assise è presente una coppia di figlioli d’arme: Khalid Noor, rampollo di Atta Mohammed, già governatore di Balkh e mujaheddin tajiko della vecchia guardia, vicino al comandante Massud. E Batur Dostum, figlio d’un altro papà sanguinario, Abdul Rashid, tuttora vicepresidente di Ghani. Per non farsi mancare nulla il vecchio Afghanistan trova un posto ad Amin Ahmadi, che è docente universitario, ma assai prossimo all’attuale antipresidente Abdullah Abdullah.

Giriamo pagina, si fa per dire, e vediamo qualche presenza femminile. Un’altra docente universitaria è Shahla Farid. Di lei non si sa molto. L’emittente di Kabul ne ha riportato una dichiarazione in cui afferma di non aver mai assistito a un incontro coi talebani, e di non conoscerli, assicura comunque che assieme alle altre donne della delegazione farà la sua parte. Più note sono invece Habiba Sarabi e Zakia Wardak. La prima è una veterana, deputata e capo dell’Alto Consiglio di pace, un’ematologa di etnia hazara dedicatasi alla politica già nel sedicente “nuovo corso” post talebano. Dopo aver ricoperto l’incarico di ministro degli Affari femminili, nel 2005 Karzai la nominò governatrice della provincia di Bamiyan, un’area del Paese che continua a essere fra le più povere e con elevato tasso di analfabetismo. Zakia Wardak, presidente della ‘Società afghana delle donne ingegnere’ è figlia del generale Ali Khan Wardak che ha combattuto contro l’Armata Rossa. Il fratello Zalmai egualmente generale, considerato un brillante analista strategico, fu assassinato. Anche il primo marito di Zakia era un militare e aveva combattuto contro i sovietici, morì in un incidente stradale. Con l’ultimo marito, Serajuddin, sempre del gruppo tribale Wardak da cui la famiglia di Zakia prende il nome, s’impegnò nel progettare orfanotrofi, almeno così recita la biografia che ha diffuso, ma maggiore enfasi la riveste la sua creatura, la Sawec (Society Afghan Women Engineering Construction) che riceve appalti direttamente dall’Esercito statunitense. Del resto la formazione di questa “donna manager” è prossima agli States. Dopo gli studi presso il Politecnico di Kabul, si è specializzata al Montgomery College in Maryland, instradando anche sua figlia Mariam, oggi trentaquattrenne, prima presso l’ambasciata statunitense a Kabul quindi verso il mistero che si occupa di narcotici. Forte di queste premesse nel 2018 Zakia s’è presentata per le elezioni alla Wolesi Jirga, la Camera bassa del Parlamento afghano.

mercoledì 25 marzo 2020

Kabul, lo Stato Islamico attacca i sikh


Mattina di fuoco nella Kabul storica, dove un commando dello Stato Islamico del Levante ha assaltato un tempio Sikh. E’ intervenuto l’esercito che, nella nota diffusa dal ministero dell’Interno, ha isolato il luogo dove si sono asserragliati miliziani armati, alcuni dei quali vestivano esplosivo. Notizie raccolte in loco dall’agenzia Reuters riferiscono di quattro vittime accertate e alcuni feriti, ma i numeri potrebbero aumentare perché a Gurdwara, la ‘Porta del guru’, l’attacco prosegue. Ad attuarlo, com’era accaduto di recente, l’Isil che vuole prendersi la supremazia delle stragi ora che la maggioranza talebana è ferma per il patteggiamento con gli Stati Uniti. Ma i cosiddetti accordi di pace non pacificano affatto il Paese e tantomeno la capitale che risulta sempre più vulnerabile a ogni genere d’agguato. Il fronte jihadista l’ha caratterizzato da tempo in senso religioso, colpendo senza pietà le minoranze, dalla più numerosa hazara di fede sciita, agli ormai poco numerosi sikh e hindu. Queste componenti, già all’epoca della guerra civile (1992-95), migrarono verso l’India, poiché erano oggetto di stragi frequenti, all’epoca perpetrate da Signori della guerra d’origine pashtun. Quando, l’anno seguente, i talebani presero il potere le famiglie sikh rimaste subirono, accanto a ostracismi sociali e politici, anche un’identificazione visiva, con l’obbligo d’indossare una fascia gialla sull’abbigliamento.
Le cose non cambiarono anche dopo l’allontanamento del governo talebano. L’amministrazione Karzai cercò di limitare la stessa rappresentanza simbolica sikh nella Loya Jirga e questo rappresentò un ulteriore motivo di loro migrazione a Oriente. In verità quando l’hazara e sciita Khalili fungeva da vicepresidente di Karzai, promise ai sikh di rispettare l’articolo 22 della Costituzione che proibisce le discriminazioni delle minoranze, ma fu una speranza inattuata. Ora a Kabul sono censite 300 famiglie sikh, dunque il numero della minoranza s’è ulteriormente ridotto dalle tremila unità conteggiate un quindicennio fa. Negli anni Settanta i sikh afghani, lì insediati dalla fine del XVIII secolo, ammontavano a centomila. Gli antropologi della geopolitica che si sono interessati alla loro situazione ricevevano come motivazione del malcontento non solo l’assenza di qualsiasi integrazione e il rispetto di un’identità personale, ma una vera persecuzione conseguente al marchio di “infedeli” attribuitogli dalla maggioranza islamica. Al di là di veri pogrom, la vita per gli appartenenti al gruppo resta difficile. Nella migliore delle ipotesi vengono derisi o insultati, spesso derubati per via anche di poveri averi, senza che le autorità intervengano a loro tutela. Gli episodi di aggressioni a bastonate da parte di altri cittadini non sono rari anche nei luoghi sacri dove i sikh praticano la cremazione dei defunti.