sabato 16 luglio 2016

Turchia: fallito il golpe, il Sultano ritorna

Se Erdoğan abbia più nemici o sostenitori il tentato golpe di stanotte lo mostra chiaramente. I primi ci sono all’interno e all’esterno, ma c’è anche un popolo, un gran pezzo di popolo che sostiene e difende l’Atatürk islamico. Probabilmente pensando di difendere la patria e di fatto difendendo se stessi da torbide manovre di altrettanto ambigui ufficiali in divisa. Generazioni di turchi hanno conosciuto un passato fatto di coprifuoco e leggi marziali, tortura, galera, uccisioni; li ha usati lo stesso Erdoğan nei territori del sud-est dove da mesi è ripresa la campagna anti kurda. Li ha introdotti nelle moderne città dove apre fantasmagorici ponti sul Bosforo e chiude emittenti televisive trascinando dietro le sbarre giornalisti scomodi. Ma tutto questo stanotte sembrava in disparte, perché nelle ore che si sono succedute nell’incertezza e nella concitazione, coi carri armati in strada, spari, tivù di Stato occupata dagli elmetti, caccia che volavano minacciosi sulla capitale e sulle maggiori città, scontri armati fra militari golpisti e forze di polizia fedeli, migliaia di uomini a mani nude sono scesi per via a vedere e fare qualcosa e sono stati al fianco del dittatore eletto nell’urna. Cittadini, dunque, capaci non solo di sostenerlo col voto, volitivi che rischiano di farsi uccidere per un capo. E’ un segnale che non cambia la natura del sultano, lo mostra come sono gli autocrati tuttora in sella.
E il pensiero non può non andare all’avversario vicino di casa che resiste da anni a una guerra civile e incivile, quel Bashar Asad presidente insanguinato, che egualmente ha un pezzo di popolo al fianco e lotta con lui e per lui. E’ il tratto tragicamente essenziale che la politica mondiale perora blaterando di democrazia mentre attua solo forzature della forza con arroccamenti, uomini unici e popoli usati e massacrati, resi profughi e vittime. Però nelle strade s’è vista gente che non temeva l’ufficiale che mitragliava in aria, sostenitori del presidente o forse anche suoi oppositori avversi però ai militari, s’è visto chi sollevava le braccia quasi fosse un imam e chi con le mani faceva il tragico simbolo dei Lupi grigi, si son visti militari tutt’altro che decisi e desiderosi di spargere sangue. Opposti in quel momento, e forse accomunati da vincoli di tradizione kemalista e islamista. Chi siano i golpisti è il busillis da sciogliere, sono stati arrestati centinaia di ribelli (oltre 1.500), segnale che nessuna Energekon, appare risolutiva. Il corpaccione militare, il più robusto della Nato europea-occidentale, è una lobby che non vuole perdere privilegi e voglia di contare. Negli anni scorsi i conflitti col premier ora presidente hanno creato in tanti generali e ammiragli bocconi amari difficili da ingoiare.
Eppure parecchi di loro hanno abbandonato i vincoli più stretti col passato e si sono aperti al nuovo corso del partito islamico. Una fetta delle stellette è poi vicina all’eminenza grigia dell’islamismo turco emigrato negli Usa con Fethullah Gülen e su costoro s’incentrano i sospetti del tentativo di putsch, perché Gülen ed Erdoğan, una volta sodali, da tempo si scontrano e si combattono attraverso i rispettivi baluardi economico e politico. Della notte buia di un colpo sperato più che portato resta di fatto un rafforzamento del presidente stesso, tanto che qualche dietrologo già si lancia a ipotizzare nei fatti una regia di regime, certo è che il sultano incassa sostegno su vari terreni. Politico: grazie a un popolo in strada a difenderlo, internazionale con alleati come Angela Merkel che inizialmente sembrano respingerlo (la Cancelliera in un ipotizzato volo del politico turco verso Berlino) per poi ribadire insieme a Obama la legittimità presidenziale. Tattico con avversari dei partiti repubblicano (Chp) e nazionalista (Mhp) che in Parlamento si sono pronunciati contro i golpisti. Infine di sicurezza, visto che polizia, agenti del Mıt gli son stati fedeli, contro ogni carro armato. Il pezzo della Turchia democratica, della comunità kurda che soffre per le smanie di potere erdoğaniane se le trovano accresciute. Ma non erano certo i putschisti gli amici di libertà, democrazia, giustizia, autodeterminazione dei popoli che continuano a essere i grandi prigionieri dell’attuale Turchia.

venerdì 15 luglio 2016

Turchia, il golpe anti Erdoğan


E’ apparso in tarda serata, la solita faccia fra il torvo e l’imperscrutabile Recep Tayyip Erdoğan, non dalla tivù di Stato ma da uno smartphone. Dai collegamenti televisivi che lo mandavano in onda affermava di voler tornare ad Ankara, invece il presidente, dalla località turistica dov'era, mentre denunciava il golpe dei colonnelli che lo privano dell’autorità sembra che stesse volando verso la fortezza europea, direzione Berlino. Però minuto dopo minuto, di fronte agli aeroporti turchi chiusi, ai carri armati per via a imporre coprifuoco e legge marziale, alle successive esplosioni nella tivù di Stato che mostrava la faccetta del sultano detronizzato, questi avrebbe ricevuto il diniego di approdare in Germania. Dove andrà il fuggiasco lo scopriremo nelle prossime ore, viene lanciata l’ipotesi d’un atterraggio a Roma, Londra, in Qatar non si sa. Intanto parecchi suoi sostenitori seguono la parola d’ordine della resistenza ai golpisti. Uomini e donne scendono per via nelle maggiori città, a Istanbul verso l’aeroporto Atatürk e nel centro città attorno a Taksim, bandiere alla mano, egualmente ad Ankara e Smirne. Fiammate simboliche a suon di fischi rivolti ai militari, gli unici scontri armati li hanno attuati reparti della polizia e del Mıt fedeli al governo e al presidente. Quel che mostrano alcune immagini televisive (Bbc) sono sparatorie nella capitale e sul Bosforo, i caccia dell’aviazione sono l’esibizione muscolare dei golpisti. Bisognerà vedere se tutti i reparti faranno corpo unico per il cambio di regime, alcuni generali sostengono che solo una parte dei militari appoggia il colpo di mano. Certo le non molte, ma inquietanti immagini fanno vedere spari, dicono che ci sono corpi a terra e i commentatori locali raccontano di situazione caotica per accaparrarsi acqua, cibo, denaro in un Paese spaccato, cosa peraltro ben nota da tempo assieme alle tante difficoltà. Il Parlamento riunito volta le spalle ai militari, anche i partiti kemalisti - i repubblicani del Chp e i nazionalisti dell’Mhp - si dichiarano contrari a soluzioni di forza e ribadiscono che si sta muovendo un nucleo, non la totalità dell’esercito. Potrebbe trattarsi degli ufficiali fedeli a Fethullah Gülen, l’imam turco-statunitense entrato in rotta di collisione con l’uomo duro della Turchia. Purtroppo iniziano a girare anche notizie di vittime, tutto è confuso, la notte è buia e sembra infinita.

Nizza, le carni straziate di Promenade des Anglais

Era la via, anzi la passeggiata, d’un welfare ante litteram. Sette chilometri di strada, dal porto verso ovest, a costeggiare il golfo naturale d’una città solare, comunque mediterranea. Una passeggiata fatta costruire per dar lavoro e far mangiare la gente del posto senz’occupazione costretta a mendicare. Un reverendo inglese, soldi britannici, così nacque Promenade des Anglais, diventata simbolo di villeggiatura in un mondo che già trent’anni dopo la Rivoluzione borghese pensava molto alla bella vita e poco al popolo. Se ne serviva offrendogli poco più che elemosine. Ieri la guerra delle civiltà è piombata su due dei sette chilometri di quel percorso a cento all’ora. Bianca e spettrale come in un film di Spielberg. A guidare quel camion sulla folla raccolta a Nizza per la pirotecnìa finale della festa più laica che l’Europa crociata riesce a produrre, c’era un tunisino che era anche francese. Trentun’anni, pochissimi per aver visto il colonialismo veterano, ma abbastanza per sapere tutto sul colonialismo di ritorno di cui il Maghreb è cosparso. Ma, probabilmente, la sua storia è un’altra. Sta nella battaglia avviata due anni or sono dalla nuova sigla del Jihad mondiale, quella dell’Isis, che ripercorre e rivaleggia con altri network della guerra santa islamista, ciò che resta di Qaeda.
E se fino a poche settimane fa il Daesh si dava obiettivi diversificati, costruendo il proprio Stato sui rottami esistenti o voluti di altre nazioni, per compensare la controffensiva che subisce in quelle terre lancia i suoi camion assassini, i kamikaze esplosivi, gli assalti dei cecchini e dei bombaroli di strada nel cuore dell’Europa considerata nemica. In realtà li lancia anche altrove, nel vicino e lontano Oriente. Ma lo shock che subiamo è assoluto come la nostra autoreferenzialità e naturalmente restiamo colpiti più da Parigi e Bruxelles che da Lahore e finanche da Istanbul. Ogni comunità che si raccoglie attorno alle proprie carni straziate e piange i suoi morti, pensa e prova a difendersi da una guerra imposta, per giunta in casa. Ma sembra che una simile guerra potrà durare a lungo se non costruiscono anticorpi fra chi vuole uccidere nel nome dell’Islam e chi vuol tornare a un passato esclusivamente revanscista. Sono ancora pochi a interrogarsi sul perché la società multietnica delle splendenti metropoli laiche della vecchia Europa non funziona. Eppure le nuove periferie parigine non sono più le Belleville di Pennac e neppure le Ménilmontant colorate. Sono le banlieue oltre la Defence.  
Allo stesso modo le Tunisi, le Algeri, le Casablanca, vantate come pacificazione con un colonialismo che fu, hanno risposto agli interessi clanisti, dai Bourghiba a Ben Ali, agli smarrimenti dei Ben Bella finiti nei camalentismi di Bouteflika, nelle imperiture monarchie in affari con le tante Veolia nordafricane. E’ solo una parte del discorso, che non salva né giustifica il piano distruttivo dell’Islam armato, lanciato contro ogni occidentale visto come aggressore. Poiché è anche l’altro Islam che dovrebbe e deve combattere il suo nemico interiore. Però da noi c’è chi sostiene che quest’Islam non esiste, né può esistere, c’è chi vuole il fondamentalismo per scontrarsi con esso e non solo tramite le belle lettere di Houellebecq. Ma opponendo ai kalashikov jihadisti le armi delle sue industrie di guerra, incentivando un Far west che non sa controllare. Proprio come negli States, proprio come all’aeroporto di Bruxelles. Così c’è chi già, in una società agonizzante in assedio, propone la sua via d’uscita: se non è possibile l’integrazione (finora intesa come accettazione a senso unico anziché condivisione fra culture), ben venga l’apartheid. E porta come esempio da seguire il più problematico fra gli Stati del mondo: Israele. Se si vuol continuare a non capire e morire anzitempo, scegliamo pure il modello dello Stato-soldato. E Amen.

giovedì 14 luglio 2016

Guerra dei droni: ucciso Umar Khalifa

I sempre più sofisticati e micidiali droni statunitensi hanno colpito un altro leader nemico. E’ il capo dei talebani pakistani Umar Khalifa (chiamato anche Umar Narai o Khalid Khurasani) che aveva progettato il massacro della scuola di Peshawar: 147 morti, in gran parte bambini e adolescenti figli di militari. Uccisi, uno per uno, nelle classi e nei cortili dell’istituto per vendicare i raid voluti dai due Sharif, il premier Nawaz e il capo delle Forze armate Raheel, che nell’autunno 2014 facevano martellare a suon di artiglieria i villaggi del Warizistan, una delle enclavi dei miliziani. Sotto quelle macerie giacevano corpi maciullati di altri bambini, l’anello debole di tutte le violenze. Il boss, barba nera fittissima e lunga più del mullah Omar, è stato raggiunto da un missile che l’ha disintegrato assieme ad altri capi combattenti. Unica incertezza il momento dell’azione che il Pentagono ha indicato nello scorso sabato, mentre il governo pakistano sostiene sia avvenuta domenica. E’ seguito un silenzio stampa di qualche giorno e stamane la divulgazione della notizia tramite alcune agenzie internazionali, immediatamente riprese dall’emittente Al Jazeera
Gli esperti di turbanti che negli ultimi mesi hanno monitorato le trasformazioni interne alla rissosa famiglia talebana, già distinta nel ceppo pashutun afghano nei clan pakistani coi ribelli intransigenti dei Tehreek-e Taliban e la creazione d’una frazione affiliata all’Isis nella provincia del Khorasan,  dibattono se quest’ennesima perdita inciderà sulla direzione del gruppo. Alcuni sostengono che Khalifa era sicuramente un riferimento per il suo nucleo guerrigliero, una delle appendici dei TTP, ma la perdita non risulta strategica per la galassia fondamentalista che ha l’ambizione di mettere in difficoltà gli esecutivi di Kabul e Islamabad. Il primo obiettivo è decisamente alla portata, visto che le locali componenti talebane stanno proseguendo sulla strada dello scontro aperto col governo Ghani. Infatti  Akhundzada il capo dei turbanti subentrato a Mansour, egualmente eliminato con l’effetto drone, non ha mutato l’orientamento offensivo del predecessore, tantoché la linea ufficializzata nel vertice Nato, appena concluso a Varsavia, stabilisce un ritorno al passato nelle operazioni militari sul territorio afghano. “Resolute Support” proseguirà e potrebbe mutarsi in una nuova missione Isaf, visto il totale flop della preparazione d’un esercito afghano.
La valutazione sulla situazione pakistana è differente. La vastità del territorio, la forza dell’esercito ben radicato fra la popolazione sia perché offre una sponda lavorativa sia per decennali politiche giocate attorno a questa struttura, rende più ardua l’ipotesi. Nella storia recente del Paese le Forze armate hanno rappresentato un bastione fortemente sostenuto dall’occidente statunitense ed europeo in funzione antislamista (il Pakistan è uno degli attori regionali più ambiziosi e detiene da tempo l’atomica), ufficiali e militari seguono una preparazione risoluta e lo scontro armato con essi è altra cosa rispetto all’armata brancaleone afghana. La destabilizzazione tentata dalle frange pro Isis, punta sugli attentati sanguinari che incutono terrore fra la popolazione. L’esempio è quello  di  Lahore con le bombe e i kamikaze attivati fra le giostre del Gulshan-i-Iqbal Park per la disgrazia di settanta bambini e genitori. Stragi mostruose, che appaiono inutili e perverse in tutta la loro crudeltà, ma che possono servire per incrinare la forza degli attuali leader. Innanzitutto del clan Sharif, chiacchierato per i troppi interessi privati d’una famiglia ricchissima, che non pensa certo alle sorti dei milioni di pakistani poveri. E tutto ciò nelle regioni bollenti come il Khorasan o le aree tribali della Fata ha il suo peso e funge da reclutamento per chi insegue un conflitto senza tregua.

venerdì 8 luglio 2016

Il fondamentalismo occidentale

Emmanuel Chidi Namdi il fondamentalismo e la morte li ha trovati sulle dolci colline marchigiane. Terra bella, gente laboriosa, l’artigianato diventato industria, provincia sì, ma solidale. Almeno un tempo. Che i tempi cambiando prendano altre facce e altre strade l’ha scritto col sangue un fermano doc, così almeno si ritiene Amedeo Mancini, allevatore di tori, picchiatore di curve calcistiche di tendenze fascistoidi e ora omicida. Perché di omicidio deve rispondere quest’uomo che le cronache locali e i fatti segnalano come un razzista avvezzo a offendere gli immigrati africani. “Li chiamava scimmie forse perché si sentiva di razza ariana” ha affermato don Vinicio, un prete che nella Comunità di Capodarco aveva accolto Emmanuel e la compagna Chimiary, diventata sua moglie. Proprio la donna era stata l’oggetto degli insulti di Mancini che l’aveva apostrofata “scimmia”, da lì il diverbio col marito accorso a chiedere spiegazioni e la conseguente rissa fra Amedeo e un amico contrapposti a Emmanuel. Il duo italiano ha avuto la meglio e ha finito il malcapitato a colpi di paletto, recuperato in un cantiere stradale, e calci alla nuca. Potrebbe apparire l’ennesima storia d’ordinaria follìa, ma non lo è. In primo luogo perché quando la follìa si ripete e diventa ordinario comportamento rappresenta una malattia, radicata come un cancro che corrode l’organismo sociale. Poi perché la nostra società civile e politica, anno dopo anno si sta infettando del male oscuro del razzismo, di quella xenofobia cieca che, ahinoi, dilaga nel corpaccione svilito dell’Occidente. Che nella sua, non copiosa, parte pensante cerca alibi oppure prova a interrogarsi sul fenomeno. La prima sfera è sempre più diffusa, mena immediatamente le mani fino alle conseguenze irreparabili, come dimostra questa tragedia; quindi minimalizza i fatti, rimuove, afferma che la colpa è della vittima. La parte pensante, che pur s’interroga, non attacca mai completamente le vergogne della mentalità di sopraffazione. E questa si ripete e ormai si riproduce in troppi luoghi. Da oltre un ventennio ha trovato un’enclave speciale in tanti gruppi della tifoseria calcistica, tollerati dal sistema sportivo e dai governi nazionali nonostante leggi spesso inapplicate e misure evase. E un dramma altrettanto opprimente e pericoloso sono le enclavi più illustri, tivù e Parlamento, dove i rivalutatori del fascismo (ah, gli intellettuali del revisionismo storico) e certi onorevoli della Repubblica diffondono nostalgie di regime e odio razziale. Fra il signor Mancini e l’ex presidente del Senato Calderoli la differenza sono le botte assassine, che non è roba da poco. Però l’idea della “scimmia africana” rivolta rispettivamente alla moglie di Emmanuel e alla ministra Kyenge è la medesima. E non crediamo di esagerare.



mercoledì 6 luglio 2016

Nato a Varsavia, c’è anche Kabul

Il prossimo vertice della Nato (il ventiseiesimo dalla creazione dell’organismo militare) previsto a Varsavia l’8 e 9 luglio troverà sicuramente le attenzioni europee e statunitensi rivolte ai confini orientali del vecchio continente e a quei focolai vecchi e nuovi (dall’Ucraina alle Repubbliche caucasiche) che vedono direttamente interessato l’ingombrante, ma diplomaticamente dotato, inquilino moscovita. Eppure in testa alle attenzioni americane c’è la situazione afghana, che ha visto la Nato impegnata su quel territorio dal 2001 con la missione Isaf, quindi dal gennaio 2015 con Resolute Support, che pur avendo diminuito il numero dei militari in loco (11.000, più un numero imprecisato di contractors, si dice oltre 20.000 unità ma non esistono documentazioni ufficiali) ha aumentato le operazioni dal cielo con attacchi condotti con aerei da guerra e droni. Per le azioni di terra, soprattutto di vigilanza e pattugliamento, l’esercito locale avrebbe dovuto sostituire i marines, ma dopo tre anni di reclutamento e addestramento serrati, l’Afghan National Security Forces fa più acqua della diarchia Ghani-Abdullah. Ben prima delle operazioni targate “supporto” il vertice Nato di Lisbona (novembre 2010) aveva tracciato lo scenario attuato gradualmente dal Pentagono.
Quello, appunto, della strategia dell’uscita dal “pantano afghano” che nel 2010 aveva fatto vivere l’anno orribile alle truppe dirette prima da McChrystal poi da Petraeus, che registrarono oltre 700 vittime, 630 in azioni offensive compiute dai resistenti. Ricordiamo come in quel periodo i soldati statunitensi avevano toccato quota 100.000 unità per la decisione presa da Obama di aggiungere 30.000 marines alle restanti truppe. Anche i contractors erano al top delle presenze con oltre 100.000 uomini. A fine 2010 si stabiliva di proseguire il conflitto ma con un numero sempre più ridotto di divise Nato sul terreno (oltre a statunitensi e britannici la coalizione era formata dai militari di Italia, Francia, Germania, Daminarca, Paesi Bassi, Norvegia, Canada, Australia, Nuova Zelanda) e di far operare l’esercito locale e le armi mercenarie. Intanto si ampliavano le basi aeree da dove far partire raid sui talebani, diffusi in un numero crescente di province. Queste azioni non erano sempre rivolte su obiettivi mirati: i leader talib, che pure hanno subìto molte perdite (l’ultima quella di Mansour). Hanno, come al solito, continuato a colpire nel mucchio gli abitanti stanziali e quelli che vagano fra una provincia e l’altra, cercando di sfuggire a ogni kalashnikov, talebano, dei signori della guerra locali e di quelli con la divisa Nato, pattuglianti assoldati inclusi.
La guerra sporchissima, continuava così. Nelle conferenze di Londra e Kabul (2010) e nei summit Nato di Chicago (2012) e Newport (2014) veniva riannunciata quella transizione verso la sicurezza del Paese, che doveva garantire principalmente la certezza della continuità d’occupazione statunitense del territorio tramite le famosi basi aeree (Kabul, Bagram, Mazar-e Sharif, Herat, Shorab, Kandahar, Jalalabad, Shindand, Gardez) e la formazione d’un efficiente esercito. Nonostante il reclutamento crescente, che ha raggiunto nel 2015 la vetta delle 350.000 presenze, questa struttura non ha mai funzionato, per le continue defezioni, per le molteplici infiltrazioni di talebani che, nel tempo, hanno compiuto grazie ai loro basisti vari attentati interni alle caserme. Nelle circostanze in cui lo scontro sul terreno si è acuito con una ridda di attentati (dal 2014 la stessa capitale non è assolutamente controllata dalle truppe governative) e con operazioni simboliche, come la presa di Kunduz dell’autunno scorso, le truppe di terra afghane non sono state in grado di reggere lo scontro tattico né quello armato coi turbanti neri. Dal 2013 i 4.1 miliardi di dollari spesi annualmente per formazione e sostegno dei militari locali risultano improduttivi. Almeno una parte di questa cifra potrebbe venir dirottata a sostenere i mille bisogni dell’indigenza locale?
Lo potrebbe se l’establishment di Kabul lo volesse e lo chiedesse, ma Ghani e Abdullah hanno chinato la testa davanti al Bilateral Security Agreement, valido fino al 2024, l’accordo che ha avallato un progetto, da quel che si vede, fallimentare. Eppure a Varsavia i numeri riguardanti il personale impiegato per la presunta sicurezza sono elefantiaci: 173.000 soldati, 154.000 agenti di polizia, 28.000 poliziotti di villaggio, piazzati in quali villaggi è tutto da scoprire, visto che ben 27 province afghane sono o direttamente guardate a vista dai talebani, oppure ne registrano una presenza imposta con le armi, oppure patteggiata coi signorotti locali e coi governatori, che in vari casi sono un sinonimo. Indiscrezioni fanno salire a 5 miliardi di dollari i costi annuali di questa sceneggiata che serve a far vivere una fetta della popolazione, poiché avere un militare in famiglia, che intasca fino a 500 dollari mensili, rappresenta una rendita. La Nato fa passare l’idea d’un controllo del territorio, che in realtà si riferisce alle basi di suo interesse, e alcuni luoghi ipervigilati. Il governo perpetua il suo vivere alla giornata, i talebani sono felici d’un simile panorama e, a seconda della direzione, scelgono se patteggiare una presenza e un affarismo senza scontri decisivi o invece decidere di dare la grande spallata. Finora lo scontro totale non c’è stato. Il caos calmo potrebbe proseguire, appagando interessi vari di varia natura. L’unica incognita, anche lì, è il Daesh.

lunedì 4 luglio 2016

Dacca, gli stragisti perbene

L’ultimo volto mostrato dal terrorismo macellaio dell’Isis è quello del gruppo di ragazzi perbene, magari un po’ viziatini dalle famiglie d’origine, che gli avevano riservato agiati studi in costose scuole private, e ne preparavano un piazzamento sociale privilegiato. Quei genitori, tutti al top della carriera e appartenenti all’élite del Paese, sono rimasti scioccati nell’apprendere che i propri rampolli si fossero trasformati nei sanguinari assassini immortalati davanti alla bandiera nera del Daesh. Risultassero i massacratori di persone che semplicemente non sapevano recitare alcun versetto del Corano, fossero diventati odiatori seriali degli stranieri presenti nelle loro città. Così la via del furore percorsa in tutto il mondo dai fanatici seguaci di Al Baghdadi acquisisce un’ulteriore variante: quella di chi uccide per moda, imitando i terroristi. In realtà quest’ipotesi, avanzata proprio da alcuni giornalisti del Bangladesh che hanno rivelato i pedigrée dei ragazzi del sangue, è contestata da analisti specializzati.
Costoro non escludono affatto il reclutamento di nuove leve jihadiste fra le componenti sociali di classi medie ed elevate, com’è già accaduto coi miliziani qaedisti. Certo le foto postate fra i social media, da quella che è diventata una sorta di ufficio comunicazione del gruppo fondamentalista, non lasciano dubbi:  ogni volto sorridente sotto la kefiah e l’arma imbracciata, sembra indicare  un’appartenenza. Quanto tale adesione sia frutto di scelte sentitamente ideologico-religiose o quanto sia un passo tragico per le conseguenze di terzi prima che di se stessi, sarà tutto da scoprire. Bisogna, insomma, comprendere se sgozzare l’infedele o lo straniero stia diventando un gesto identitario che si compie più per imitazione che per profonda convinzione. Come talune devianze che non è forse neppure il caso di definire mode, seppure tendenze malauguratamente lo sono, di cui la psicologia studia la pandemia mentale. E ciò accade anche per attitudini distruttive legate a costumi, tradizioni e altro, se pensiamo alla violenza di genere.

Ma questo caso, seppure fosse ispirato dal ‘così fanno i jihadisti’, lega la sua aberrazione a quella ricerca del bel gesto e della bella morte che altre epoche e altre latitudini, a noi prossime, hanno cosciuto. Senza dimenticare il confine che passa fra il gesto eroico per una finalità, che in Occidente come in Oriente si contorna di gloria, e la sciagurata autoreferenzialità di chi sostiene di immolarsi per altri senza che costoro lo richiedano, né ne riscontrino benefici. Il terreno dell’Eroismo con la maiuscola è ampiamente scivoloso. Parecchie ideologie l’hanno utilizzato per scopi non elevati, sfruttando la buona fede e l’idealità dei protagonisti. Oltre che la giovinezza, che ovviamente è sempre energetica. Di solito lo sviluppo storico delle vicende ripropone nel tempo una lettura ponderata degli avvenimenti, riuscendo a distinguere fra scelte e gesti eroici e operazioni infingarde e tutt’altro che gloriose. Qualsiasi sia stata la spinta del gruppo di Dacca, i contorni appaiono per ora apertamente disumani, come quelli delle stragi continue, da Istanbul a Baghdad.