lunedì 13 giugno 2022

Migranti afghani, botte di frontiera o bastonature di casa

Quattro milioni che non compaiono nei rapporti delle agenzie Onu, perché verso l’Iran anche le statistiche attuano filtri. Ma gli afghani che fuggono a ovest - non solo dal 15 agosto 2021 - risultano quattro milioni. Il loro Occidente sta subito dopo la provincia di Herat, quando la strada del distretto di Kohsan s’approssima al confine, vigilato più da guardie di frontiera che da Guardiani della Rivoluzione. E’ in quei territori che staziona un’infinità di afghani, a cercar riparo da bombe e violenze, sebbene nessuno li rassicuri che altre vessazioni,  individuali o di gruppo, possano accadere lungo tali percorsi. Le cifre diffuse dagli organi internazionali riguardo alle migrazioni sono sempre quantificabili per difetto, erano 272 milioni nel 2020; l’anno scorso, pur davanti ai blocchi della pandemia di Covid, avranno superato i 300 milioni, come se l’intera popolazione degli Stati Uniti se ne andasse altrove. E non per un giro turistico… Alcune storie afghane conosciute sono diventate, per la gioia dei protagonisti beneficiari d’un lieto fine, addirittura documentari. Di altre, della maggior parte, si sa pochissimo. Per molti già sopravvivere è tanto. Riuscire a lavorare e metter da parte un gruzzolo è un livello ancor più gratificante. Rassicurante no. Perché nel caso degli afghani, specie quelli di etnìa hazara, la partenza quasi mai è legata a un ritorno, il fondamentalismo sunnita è pericoloso anche quando non assume i contorni sanguinari dell’Isis Khorasan.

In realtà il fondamentalismo confessionale è pericoloso ovunque. Ne sanno qualcosa i musulmani indiani, perseguitati dagli hindu, e così via per diverse minoranze. In altre epoche, addirittura sotto taluni imperi, si riusciva a vivere, pur pagando tributi pecuniari. Andare in Iran per un hazara significa sperare che la comune fede sciita garantisca quantomeno un approccio differente. La disillusione arriva presto. Quando per non restare in un raggio di chilometri ristretto dalla frontiera, magari varcata di soppiatto per evitare il respingimento, il fuggitivo raggiunge certi punti dove stazionano i trasportatori di uomini. Il prezzo per un passaggio non è mai contrattabile, è imposto. Prendere o vagare a piedi. Per raggiungere la capitale, oltre un migliaio di chilometri, la cifra non è esosa: cinquanta dollari. Il problema è averli… Chi ha minimamente programmato il viaggio, una riserva minima la possiede, è che s’esaurisce velocemente. Testimonianze precedenti alla pandemia hanno descritto condizioni di accoglienze minime, comunque esistenti. Oggi tutto s’è fatto complicato, le stesse bonyad umanitarie non dispongono di fondi a sufficienza. Come in uno specchio anche in Iran, dove la crisi economica picchia duro dai tempi dell’incrudimento dell’embargo americano, i governi elargiscono più fondi alle Forze Armate che all’assistenza. Con la differenza che quanto specularmente accade nelle nazioni occidentali: più armamenti minor sostegno umanitario (eccezion fatta che per profughi e migranti ucraini), poggia su Pil statali decisamente corposi. Il rifugiato afghano che cerca sussistenza in proprio fuori dal campo d’accoglienza, e riesce ad avere la dritta giusta può finire nientemeno che a fare l’inserviente in un ristorante. Paga bassa, ma un pasto, almeno uno, assicurato. Ma si contano sulle dita d’una mano. 

 

Se i giovani iraniani di città solitamente scolarizzati e dunque proiettati verso occupazioni più qualificate non rappresentano una concorrenza, dalle province interne arrivano soggetti poveri che proponendosi per il medesimo lavoro vengono favoriti in base alla nazionalità. La fede sciita non basta. Eppure piuttosto che restare sotto i diktat talebani su vestiario, barbe, preghiere quotidiane, si fugge via. In ogni caso c’è il rovescio della medaglia. Sono cresciuti gli episodi di respingimenti alla frontiera e di violenze ufficiali, quelle poliziesche, non del razzismo di strada. Rifugiati afghani che denunciano bastonature durante i controlli meditano di tornare indietro. Fra le fustigazioni dei gendarmi iraniani e quelle dei vigilanti della morale in terra afghana, la sostanza resta impressa nei lividi sulla pelle. E le strisce rossastre non differiscono a est e a ovest. Della vicenda si sono occupati anche i portavoce dei rispettivi ministeri degli Esteri in un palleggiamento di buone intenzioni finora verbali. Elogiando l’inclusività nel territorio iraniano d’un numero importante di cittadini afghani, gli uffici migratori di Teheran fanno notare come fra 780.000 di loro, quasi 600.000 hanno un nuovo passaporto. Certo, 2.600.000 risultano privi di documento. Non possederlo comporta indicibili difficoltà per ottenere un lavoro legale, e si può tirare a campare solo sotto iper sfruttamento. Per tacere dell’ottenimento d’un conto bancario, della locazione d’appartamento, finanche il possesso d’una carta Sim per il cellulare… Per l’assistenza sanitaria occorre appoggiarsi alle strutture dei campi profughi, bisognose anch’esse di fondi, questione già citata, e di crescente difficoltà sempre per la crisi economica e il malefico embargo. Comunque Pakistan e Iran sono le nazioni-rifugio d’una copiosa quantità di afghani fuoriusciti. Invece l’Unione Europea e gli Stati Uniti, al di là d’essersi tuffati anima e corpo nell’emergenza Ucraina, hanno limitato gli ingressi ai soli ‘corridoi umanitari’ quasi sempre inaccessibili ai più.

giovedì 9 giugno 2022

India, donne contro


Donne contrapposte a donne, inesorabilmente. L’ultima fiammata del peggior comunalismo che in India ha scatenato la rivolta dei fedeli islamici alle provocazioni orchestrate dal partito del premier Modi, per bocca della portavoce ufficiale Napur Sharma, non tendono a placarsi. E portano in strada donne musulmane infuriate contro di lei. L’ultima provocazione al vetriolo riguardava una presunta ‘pedofilia’ del profeta Maometto che avrebbe preso in sposa (la sua terza sposa) una bambina. E’ un vecchio ritornello, assolutamente imponderabile per mancanza di dati storici oggettivi, ma ottimo per scatenare il finimondo, come in questo caso. Il Gotha del Bharatiya Janata Party ha ignorato il problema finché ha potuto. Modi vestendo i panni dello statista coinvolto nella difficile navigazione geopolitica dei tempi che corrono. Ma quando l’indignato Qatar, maggior fornitore di metano a quel gigante senza energia che è l’India, ha iniziato a prospettare restrizioni e altre nazioni del Golfo, piccole ma solventissime grazie ai petrodollari, a minacciare un boicottaggio delle merci di Delhi, l’Esecutivo hindu s’è svegliato punendo i suoi membri rissaioli: la portavoce Shama e il giornalista Jindal. I politici islamici locali, che da anni hanno sotto gli occhi la deriva polarizzante del confessionalismo hindu, sostengono come la mossa sia fittizia, una sceneggiata per placare lo sdegno e il furore di strada, che non cambierà l’indirizzo d’un partito apertamente orientato al fanatismo religioso. Nelle elezioni del prossimo anno, quando Modi non potrà più ricandidarsi ai vertici nazionali per i raggiunti due mandati, i pronostici danno per certa la doppietta, nel partito e al governo, del monaco Yogi Adityanath, un fondamentalista assoluto. Eppure quest’ascesa - come la collocazione nei posti chiave della direzione, della comunicazione e della propaganda nel Bjp di elementi fanatici - è frutto proprio delle scelte dell’attuale premier che per approccio, apparenze, comportamenti dà l’impressione d’un moderatismo sopra le parti. 

 

Vuole mostrarsi ‘padre’ dell’intera popolazione indiana, compresi i 230 milioni della minoranza islamica e i 70 milioni di quella cristiana. Non è così. Per sua volontà il partito ha guardato sempre più alle formazioni violente, fasciste, intolleranti della destra hindu. A gruppi come Rashtriya Swayamsevak Sangh l’organizzazione paramilitare con quasi un secolo di vita, che fa vanto dell’hindutva, ideologia razzista che semina odio contro chiunque non si proclami hindu e non orienti questa fede alla sopraffazione di altre religioni. Del resto la stessa guida dell’India liberata dal colonialismo britannico, il Mahatma Gandhi, fu punito con la morte da un adepto del RSS per aver continuato a sostenere come la nascente nazione, pur davanti a una copiosa maggioranza hindu, dovesse accettare ogni confessione.  In queste ore una parte del Bjp continua a considerare un’eroina Napur Sharma, ed è infuriata per la censura subìta, considerando il ‘politicamente corretto’ una sciocchezza. Son tanti come lei a pensare che occorra sempre e comunque attaccare il nemico musulmano, finanche con calunnie, falsità, provocazioni. Accusano Modi - l’imperatore del cuore hindu - di aver abbandonato la missione volta a recuperare l’intero spazio geopolitico e teologico al credo hindu, estromettendo i ‘corpi estranei’. Ma c’è chi sostiene sia un gioco delle parti. Gli osservatori del percorso intrapreso dal partito di maggioranza sanno che i due volti, estremista e apparentemente pacato, sono un tutt’uno. Il primo incarnato pure da figure istituzionali, punta a esasperare la conflittualità interna pungolando gli islamici sul versante religioso. La Umma interna e mondiale risultano  particolarmente sensibili al tema e non riescono a controllare i facinorosi che rispondono con violenza alle provocazioni. Negli anni passati gli scontri interreligiosi sono serviti a governo e magistratura di Delhi per reprimere i musulmani e punirli con norme ancor più umilianti ed escludenti. L’esempio del Citizenship Amendment Act, approvato a fine 2020, è solo l’ultimo capitolo.  

martedì 7 giugno 2022

India, islamofobia alle stelle


Rispettare i simboli religiosi, azzerare i discorsi d’odio” dice un comunicato del ministro degli Esteri emiratino che ha costretto il governo indiano a prendere provvedimenti contro due membri del Bharatiya Janata Party. I questi giorni alcuni Paesi musulmani avevano ritirato il proprio ambasciatore da New Delhi e un numero crescente di nazioni islamiche s’univa al coro delle proteste contro Nupur Sharma e Naveen Kumar Jindal. Entrambi avevano spinto l’islamofobia di cui il raggruppamento del premier Modi trasuda, oltre i confini d’un fondamentalismo ben radicato fra gli hindu. Obiettivo il profeta Maometto. Così i vertici di Delhi sono stati costretti a muoversi, sospendendo la prima ed espellendo il secondo. Fra le monarchie del Golfo attive a sostegno delle proteste ci sono fornitrici di prodotti indispensabili all’economia industriale indiana, su tutti il Qatar col suo gas. E in una fase in cui il prezzo del prodotto è schizzato alle stelle per la destabilizzazione mondiale causata dal conflitto in Ucraina, inimicarsi certi fornitori può costare caro, in tutti i sensi, alla nazione indiana. Proprio il ministro degli Esteri qatariota bin Saad Al-Muraiki ha rimarcato la tendenza del partito hindu a lasciar correre “gli incitamenti all’odio religioso che offende i due miliardi di fedeli della Umma islamica”. Una prassi insostenibile afferma. “Sono proprio gli incitamenti all’odio provenienti dai politici del Bjp ad aver incrementato nell’ultimo decennio la polarizzazione del Paese a danno della coesistenza”. Il caso s’è ampliato in pochissimo tempo, dopo Emirati Arabi, Qatar, Arabia Saudita, Pakistan, molte nazioni musulmane, comprese Indonesia e l’Iran, si sono unite alle contestazioni vissute sul doppio terreno diplomatico e di strada. Fra le piazze più bollenti quella del nemico storico pakistano che, peraltro, raccoglie gruppi fondamentalisti (in questo caso islamici) presenti anche legalmente sulla scena nazionale, come i Tehreek Labbaik. Con la presa di posizione dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, in queste ore l’inquietudine è cresciuta. A un suo comunicato dalla sede di Jeddah che fa esplicito riferimento alle pratiche contro i musulmani del governo indiano, ha risposto per le rime il ministro degli Esteri di Delhi bollando l’OIC di “mentalità ristretta”. Altra benzina sul fuoco. L’impennata ideologico-teologica confligge apertamente coi reciproci affari che fra India e i Paesi della Cooperazione del Golfo nel biennio della piena pandemia 2020-2021 ha sfiorato la quota non indifferente di 100 miliardi di dollari. Per non parlare dei trasferimenti di lavoratori indiani e delle loro preziose rimesse. Eppure non sono stati solo i cartelli della faziosa militante Napur a finire sotto le scarpe dei manifestanti islamici, l’emittente Al Jazeera ha mostrato come in vari mercati kuwaitiani sono state accatastate pile di thè e altri prodotti del gigante asiatico, rimasti invenduti in segno di disgusto verso l’islamofobia di governo. Tranne tamponare goffamente e in extremis le blasfemìe ‘dal sen fuggite’ di membri di partito e addirittura ministri, i vertici del Bjp paiono sordi anche ai richiami di alleati potenti come gli statunitensi. In un recente viaggio in Oriente il Segretario di Stato Blinken, che sollevava il tema degli assalti a persone e negozi della comunità islamica indiana, si sentiva rispondere ufficialmente che la questione non era vera, e lui risultava disinformato.

martedì 31 maggio 2022

Islamabad-Tehreek-i-Taliban, un colloquio scottante

 

Fortemente criticato per le aperture verso i Tehreek-i-Taliban, gruppo da tempo fuorilegge in Pakistan, l’ex premier Imran Khan non è stato l’unico a trattare col fondamentalismo armato. Il Capo di Stato Alvi e l’ex ministro degli Esteri Qureshi sostenevano la linea del dialogo, iniziato lo scorso settembre e interrotto a fine novembre perché le richieste del TTP apparivano onerose. Domandavano soprattutto la scarcerazione di militanti accusati di sanguinosi attentati. Solo i due mesi di trattative avevano interrotto le azioni del gruppo che durante il 2021 ha inanellato oltre quaranta attacchi, conclusi con l’uccisione di 79 persone. Fra le vittime anche inermi cittadini, sventrati da bombe o finiti dentro sparatorie che colpivano membri di polizia ed esercito. Ora l’attuale premier Shehbaz Sharif e il ministro degli Esteri Bhutto Zardari pensano di rilanciare colloqui col gruppo armato, simili a quelli che criticavano a Khan, sempre inseguendo una pacificazione tutt’altro che semplice. Già nei mesi scorsi ‘facilitatore’ degli incontri era stato Sirajuddin Haqqani, leader dell’omonimo clan afghano, e dallo scorso settembre ministro dell’Interno dell’Emirato talebano. Lui e i suoi parenti stretti - fratello, zii, cugini - già accusati di rapportarsi alla mai morta rete di Al-Qaeda, potrebbero continuare a tener vive le relazioni con questa componente, sebbene dalla data della presa del potere i vertici dell’Emirato afghano smentiscano ogni relazione col noto gruppo terrorista. Però i ‘coranici’ del secondo Emirato di Kabul affermano diverse cose, messe in discussione dalla realtà. Le più clamorose la nuova linea di condotta verso le donne, finite ancora una volta sotto il burqa e fuori dalle scuole. Soggetti inattendibili, dunque. E pur volendo ribadire la difesa del progetto nazionale, strategia ben diversa da quanto perseguono sia Isis, sia Qaeda, l’impatto decisionista del clan Haqqani sul Gotha dei turbanti afghani, non è nuovo e potrebbe ripresentarsi. 

 

Verso i taliban pakistani proprio Sirajuddin, il più cinico fra i miliziani diventati ‘statisti’, s’era speso in un momento di duro scontro fra TTP ed esercito di Islamabad. Quando il Waziristan del nord è stato rastrellato via terra dai soldati pakistani e bombardato dall’aviazione, i Tehreek sono riparati a ovest, nelle province afghane controllate dai turbanti fratelli. E’ la storia dell’ultimo decennio e Haqqani diventava ambasciatore di tale accoglienza. Nel ventennio trascorso lo Stato pakistano ha guardato il disastrato vicino come un terreno di conquista, rappresentava l’altra faccia dell’occupazione occidentale, con la differenza d’usare l’arma dell’economia anziché l’economia delle armi. Col ritorno al potere dei talebani a Kabul un riavvicinamento ai turbanti esterni e interni può far mutare la tattica, non la strategia di Islamabad. Lavorare sulla sicurezza con l’azzeramento degli attentati può servire a chi governa entrambi i Paesi, così da poter lasciare spazio a quegli investimenti progettati da tempo. Il gasdotto Tapi - dal Turkmenistan all’India, attraverso Afghanistan e Pakistan - è uno di questi. L’instabilità prodotta dagli attentati dell’Isis Khorasan nelle due nazioni di mezzo può avvicinare i due esecutivi, se appunto si portano dalla propria parte soggetti con cui lo Stato Islamico realizza alleanze di comodo. Fra questi proprio i Tehreek-i-Taliban con cui, dopo Khan, Sharif rilancia il piano di pacificazione. Le richieste talebane saranno sicuramente quelle di sei mesi fa: ritiro delle truppe dai territori delle aree tribali (Fata), rafforzamento di una propria versione della Shari’a tramite il Nizam-i-Adl, un atto che nel 2009 il governo pakistano approvò per placare uno scontro interno sempre contro i TTP. Quel regolamento coinvolge vari distretti nord-occidentali del Paese, conosciuti come la Divisione Malakand, abitati da almeno 35 milioni di persone. Per il governo della Lega Musulmana-N e dei suoi alleati s’apre una fase rovente e incerta.

mercoledì 25 maggio 2022

Morte a Teheran, un intrigo da spy story?

E’ l’israeliano Amos Yadlin, generale dell’aeronautica in pensione e poi esperto del Washington Institute per la politica mediorientale, a togliersi qualche sassolino dalla scarpa e parlare dell’assassinio dell’iraniano Hassan Sayyad Khodaï. Lo fa di sua sponte, lo fa guidato da una regìa politica, comunque umilia la stessa vittima che “non è più fra noi”, così ha detto alla stampa, riferendosi al colonnello delle Guardie della Rivoluzione, freddato domenica sotto la sua abitazione nel centro di Teheran. Secondo Yadlin  Khodaï avrebbe dovuto vendicare l’onta dell’eliminazione del super capo di Al Qods Force, Soleimani, e pure di Imad Moughnieh, punto di riferimento delle operazioni di Hezbollah. Entrambi obiettivi del Mossad, il primo ucciso in combutta con la Cia e il benestare del presidente Donald Trump nel gennaio 2020, il secondo fatto fuori dall’Intelligence di Tel Aviv nel 2008 a Damasco. Rivelazioni o vanterie che siano i riferimenti partono dalla bocca d’un elemento posto ai vertici dei Servizi dell’Aeronautica che fornivano supporto alle missioni sporche del suo Paese. Probabilmente non è solo il ‘vecchietto Yadlin’ che smania nel voler rivelare, e con questo rivendicare. E’ l’approccio che l’intero Stato sionista sta tenendo sulla vicenda, con un ex degli apparati spionistici e tramite la stessa stampa interna che fa da grancassa. L’ultima azione di fuoco in terra iraniana colpisce al cuore l’organizzazione dei Pasdaran, nel cuore della capitale, non era mai accaduto finora. La strage degli ingegneri nucleari nel 2010, e pure l’articolato assassinio con l’uso d’un drone dello scienziato Fakhrizadeh, a fine 2020, tutti compiuti sul territorio iraniano non attaccavano membri delle Guardie della Rivoluzione. L’attuale guanto di sfida, sa di sfregio: il Mossad sa dove e come colpire, riesce a farlo dentro l’altrui casa, insinuando il germe dell’insicurezza assoluta.

 

Insomma i corpi speciali della Rivoluzione Islamica vengono umiliati nei propri santuari, neanche fossero una micro cellula jihadista della Striscia di Gaza. E non finisce qui. Per rendere più scottante il quadro anche agli occhi dei compassati politici di Teheran, sempre Yadlin “rivela” che l’azione contro Khodaï va a punire un’operazione tentata dai Pasdaran a inizio anno, quando costoro avevano cercato di eliminare un impiegato consolare israeliano in Turchia. Un presunto killer, tal Mansour Rasouli, veniva prelevato e interrogato dal Mossad in terra iraniana, affermano alcuni rapporti ripresi da media israeliani in cui si sostiene che l’iraniano, appartenente ad Al Qods Force, avrebbe dovuto colpire un generale statunitense in Germania e un giornalista francese. Si tratta di propaganda volta a mortificare il regime degli ayatollah e i suoi apparati? Non è chiaro. Si sa, invece, che l’iraniano in un video pubblicato su Istagram ha affermato d’esser stato costretto a rilasciare dichiarazioni menzognere per via delle minacce di morte rivolte ai suoi parenti. Le trame delle Intelligence non sono nuove e non sono prive d’intrecci anche romanzati, certo è che gli apparati israeliani si sono creati ampi varchi d’azione in territorio iraniano. Difficile dire se con l’appoggio di quell’opposizione al clero che gli antagonisti alle forze di governo vantano all’estero. Il Mossad è notoriamente sospettoso di chiunque, agisce con uomini fidati e controllati per non essere indotti in tentazione di doppiogiochismo. Ma è decisamente pragmatico. Dunque sa usare ogni appiglio per raggiungere lo scopo. E’ probabile che tragga vantaggio da basisti locali acquistati a suon di dollari. Da decenni in innumerevoli azioni sporche mediorientali è andata così. Le Guardie della Rivoluzione dovranno attrezzarsi per la concione, stanno subendo colpi letali all’efficienza degli apparati e all’immagine.

domenica 22 maggio 2022

Teheran, tornano i motociclisti della morte

Pomeriggio di sangue a Teheran, in pieno centro. Mentre rientrava verso casa sulla sua auto, presso Mojahedin-e-Islam Street, è stato assassinato con cinque proiettili Hassan Sayad Khodaei, un colonnello dei Pasdaran. 
L’uomo era un responsabile di alto rango di Quds Force, secondo alcune fonti, aveva rimpiazzato Qassem Soleimani alla guida del reparto d’élite. La dinamica dell’agguato: rapida comparsa d’una moto dalla quale sono stati esplosi i colpi, ricorda gli attentati messi a segno contro sei ingegneri impegnati nel programma nucleare iraniano all’epoca della presidenza di Ahmadinejad. E quello più recente nel novembre 2020 con cui venne eliminato lo scienziato Mohsen Fakhrizadeh, secondo Israele cervello dell’arricchimento dell’uranio per la fabbricazione dell’arma atomica. Per quegli omicidi i sospetti sono tutti rivolti al Mossad. Il comunicato ufficiale dell’Islamic Revolutionary Guard Corps, diffuso anche dalla tivù di Stato, parla di attacco terroristico da parte di nemici della rivoluzione. La vittima è indicata come un martire proteso alla “difesa del santuario” che nel politichese locale, neppure tanto criptico, fa riferimento all’impegno delle forze speciali iraniane in Siria e Iraq. L’assalto al colonnello avviene in un momento in cui l’Iran è nuovamente attraversato da proteste di piazza infiammate dal crescente carovita. La crisi nel reperimento dei cereali che si riversa pesantemente in Medioriente, trova nel Paese ulteriori difficoltà anche per altri generi alimentari primari, l’olio su tutti, e va ad aggiungersi a un’inflazione che negli anni dell’embargo occidentale ha fatto salire alle stelle l’inflazione con una svalutazione del riad dell’80%  sul dollaro americano.  

lunedì 16 maggio 2022

Elezioni in un Libano sempre più condizionato

 

Aumentano i candidati, 718, e le liste, 103, quattro anni fa erano rispettivamente 597 e 77, ma la partecipazione dei libanesi alla consultazione elettorale di ieri sembra diminuita. Il ministro dell’Interno Mawlawi ha indicato un afflusso del 41%, che potrà aumentare di poco, senza eguagliare il 49% del 2018. Dunque l’effetto volano - che una settimana fa aveva visto un’accresciuta, seppur di poco, adesione dei libanesi residenti all’estero il cui voto s’attestava al 63% - non c’è stato. E fra le disperate speranze di qualche giovane intervistato dalla stampa locale che afferma d’essersi recato alle urne per senso civico e per senso pratico, la via d’uscita dalla profondissima crisi d’una nazione implosa resta ferma al desiderio. La speranza di azzerare un ceto politico che difende il suo status, non lo Stato libanese né i cittadini, resta tale nonostante l’abbandono di alcuni uomini-simbolo del fallimento e della corruzione. Non c’è più Saad Hariri, il Movimento Futuro non rinnova la leadership e perde colpi, voto e seggi, scegliendo di fatto un boicottaggio. Alcuni suoi membri hanno partecipato in proprio con liste locali, lo spoglio delle schede ne verificherà l’impatto. Calano i consensi del Movimento Patriottico Libero del quasi novantenne presidente Aoun, eppure queste realtà politiche, con inevitabili fluttuazioni nei seggi parlamentari, non spariranno dai vertici decisori delle sorti del Paese. Come non sparisce il sistema politico-confessionale che garantisce a maroniti, ortodossi, armeni, sunniti, sciiti percentuali di rappresentanza e ruoli istituzionali, una regola diventata dogma. C’è da giurare che i battitori liberi dell’urna - che esistono, non tutti gli eletti appartengono ai maggiori partiti nazionali - se presenti nel Majlis saranno contattati e magari cooptati dalle sigle note per perpetuare il meccanismo che blocca un diverso percorso della politica. L’ideale inseguito dalla rivolta dal basso dell’autunno 2019 consisteva nella laicizzazione della rappresentanza, affinché fossero le questioni sociali, economiche, amministrative a orientare il governo e i suoi ministri, come dovrebbe fare la politica di tutto il mondo. Che questo spesso non accada, un po’ ovunque, è una magra consolazione, visto che in Libano l’interferenza politico-confessionale s’è tradotta in carenze spaventose per la popolazione locale, impoverita per oltre il 70% da un’assenza di economia che rende la cittadinanza inattiva, bisognosa di sussidi alla stregua del milione e mezzo di rifugiati siriani e dei 400.000 palestinesi dei campi profughi. L’ennesima tragedia del mare, registratasi a fine aprile davanti alle coste di Tripoli, fra cadaveri ritrovati e individui che risultano tuttora dispersi, mostra come gli stessi libanesi siano costretti alla migrazione forzata per non morire di fame. Così fra uno speculatore locale trasformatosi in trafficante, manovre sciagurate  delle motovedette che hanno speronato la malandata imbarcazione di fortuna, anche gli abitanti degli slum tripolini sono diventati disperati del mare. Chi ancora sopravvive sulla terraferma può segnare sulla scheda il nome del concittadino Mikati, premier uscente e miliardario d’un Libano spolpato da un ceto a lui simile? Il resto del sistema di potere ruota attorno a padrinaggi geopolitici che sauditi e iraniani, ciascuno sulla propria sponda che siano Forze Libanesi ed Hezbollah, offrono con petrodollari e consiglieri alla sicurezza. E anche Parigi non sta solo a osservare, agisce in maniera meno appariscente di due anni or sono, ma pensa a un ritorno al protettorato. Come un secolo fa.