mercoledì 12 luglio 2017

Usa, dalla danza delle spade al walzer della diplomazia

Il Segretario di Stato statunitense, ex uomo del petrolio di Exxon l’evoluzione della potentissima Standard Oil, sta dandosi parecchio da fare per ricucire il grosso strappo voluto dal regno Saud verso la dinastia al-Thani. Crisi che preoccupa non solo i protagonisti diretti e indiretti, ma numerosi  alleati occidentali. Gli americani, che di quell’area risultano ancora tutori sul terreno geopolitico, militare ed economico, vorrebbero che tutti i clan degli emiri smorzassero i toni, seppure sono i primi a sapere che la materia del contendere non è di facile soluzione. Secondo i piani di Riyad servirebbe che i fratelli qatarioti rientrassero nei ranghi, attuando più o meno il comportamento dei dignitari vicini, attivi in affari, ma sempre pronti ad accondiscendere ai loro voleri. I sauditi concedono agli alleati facoltà di business, senza chiedere da dove il denaro provenga o vada a finire, e soprattutto gli indica di non porsi velleitarie idee di guida di alcunché. Gli intraprendenti membri della famiglia di Doha sono considerati troppo spregiudicati e, a detta, dei Salman re e principe delfino, devono essere una volta per tutte ridimensionati e riportati al rango di collaboratori della dinastìa islamica prescelta, in realtà autoproclamatasi tale.
Mister Tillerson dopo aver fatto una puntata in Qatar dove ha incontrato l’emiro Tamim e il ministro Abdulrahman al-Thani, s’è recato a Jeddah per ascoltare nuovamente i sauditi. Con l’establishment qatariota l’uomo del Dipartimento ha strappato un accordo proprio sulla lotta al ‘terrorismo’, tema su cui il Consiglio del Golfo accusa gli al-Thani di tramare. In effetti l’indice dei Salman diretto sul governo di Doha quale finanziatore di bombe e attacchi dell’Isis e della sua galassia, è stato smontato da molti e varie voci analitiche. Più parti evidenziano che al più ci può essere una compartecipazione al gioco sporco che coinvolge soprattutto quegli emiri acquiescenti a tanta predicazione wahabita e figure dell’Islam politico salafita. Comunque la quaterna araba che il Segretario di Stato ha incontrato a Jeddah (sauditi, Bahrein, Eau, Egitto) valuta insufficienti i passi del Qatar. Lui non demorde perché disinnescare questa nuova mina sull’infiammato terreno mediorientale oggi sembra diventare una priorità per gli Usa. Fattori strategico-militari (la quinta flotta in Bahrein, la base aerea di Ul-Udeid in Qatar) s’affiancano a quelli economico-energetici e, nonostante sia passato un secolo e le Sette sorelle anglo-americane siano controbilanciate dall’Opec, vedono statunitensi e occidentali coinvolti affaristicamente su questo fronte.

Il viaggio con cui Tillerson si espone personalmente, pur nel ruolo ufficiale di Segretario di Stato, segna un percorso differente dal disco verde offerto da Trump ai sauditi più d’un mese fa. Dalla ‘danza delle spade’ con cui gli emiri si sentivano coperti dal presidente guascone, che un giorno via l’altro aggiunge intoppi, intrighi, incidenti per potenziali scandali e un possibile impeachment, si sta passando a un approccio più cauto, visto che sull’attacco al Qatar il fronte del Golfo s’incrina, il Kuwait è propenso a trattative a oltranza, e la solidarietà a piene mani a Doha espressa da Turchia e Iran diventa un blocco anti embargo. Tillerson s’è ancorato proprio al piccolo Kuwait, quello per la cui difesa da Saddam condusse i marines nella prima guerra del Golfo. Forse proprio per aggirare nuove avventure dall’esito incerto i consiglieri del Pentagono puntano su una più flessibile diplomazia. Il portavoce del Segretario di Stato ha fatto sapere che le ormai famose 13 imposizioni ad al-Thani (fra cui la chiusura di al-Jazeera) non sono più valide. E nella riflessione su quali richieste avanzare, passa anche la considerazione che lì “non ci sono mani pulite”; sibillina affermazione che s’attaglia ad affari sporchi e finanziamenti jihadisti. Washington certi intrecci li conosce bene, ora di fronte a una crisi che potrebbe trascinarsi per settimane o addirittura mesi sembra optare per un basso profilo.

lunedì 10 luglio 2017

Turchia in marcia per la giustizia


La lunga marcia kemalista ha avuto successo. Quasi un mese di tragitto a piedi, partendo dal cuore anatolico della capitale per finire con un’immensa manifestazione sul Mar di Marmara. Sulla pur decentrata spianata di Maltepe, nella Istanbul asiatica ben lontana dal centro storico, l’omino bianco leader dei repubblicani, l’alevita Kılıçdaroğlu, ha arringato non solo i propri attivisti. Ha parlato a una componente eterogenea di cittadini: senza partito, cani sciolti come i trascorsi contestatori di Gazi park, laici e comunisti. Secondo fonti governative mescolati c’erano anche militanti del Pkk e gülenisti, ma l’affermazione sembra viaggiare a metà strada fra denuncia e  paranoia. Questi soggetti politici, che esistono, risultano, i primi da due anni in reciproco conflitto armato con le forze turche della repressione; i secondi da dodici mesi al centro delle purghe, attive tuttora a quattro giorni dal fatidico 15 luglio, primo anniversario d’un golpe provato e fallito. Invece il contraccolpo delle epurazioni ha portato in galera cinquantamila cittadini, ne ha emarginati centotrentamila, attuando licenziamenti, pensionamenti, spingendo a dismissioni volontarie e fughe. Di fatto il presidente Erdoğan, l’ingombrante avversario che Kılıçdaroğlu non nomina mai, non solo resiste all’interno controllando Parlamento, magistratura, forze armate e stampa, ma ha riacquisito credito internazionale e centralità nelle varie crisi mediorientali, con un’ultima mano tesa all’emiro al-Thani. Ha pure la capacità di riunire un gran numero di oppositori. I più vari.

In quest’occasione, snobbandoli, li ha fatti sfilare, controllati a vista da migliaia di poliziotti. Ciascuno nel proprio ruolo appare soddisfatto. I protestatari, partiti in sordina quindi cresciuti nelle adesioni attive, hanno realizzato una marcia gandhiana senza incidenti. Hanno mostrato la forza e il coraggio di cittadini soffocati da un anno di stato d’emergenza che cuce bocche, blocca gambe, soffocando finanche i pensieri. Questo pezzo di Turchia non è entrata nelle case dei turchi islamisti, perché emittenti e testate  filogovernative non hanno acceso i riflettori sull’evento. Quel che trapela proviene da fonti esterne e social media. Il governo dell’Akp si vanta della propria tolleranza che, a suo dire, conferma una democrazia presente nel Paese con la sola negazione di detrattori, filo golpisti e terroristi. Eppure il deputato del Chp Enis Berberoğlu resta in galera. Un Tribunale gli ha affibbiato venticinque anni di reclusione per aver fornito notizie secretate al quotidiano Cumhuriyet, avrebbe potuto rischiare l’ergastolo o peggio, per tradimento e attacco alla sicurezza della nazione. Ma in galera restano in migliaia, compresi i deputati della Repubblica, fra cui un nutrito numero di onorevoli dell’Hdp, il partito filo kurdo, i cui presidenti Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, arrestati nello scorso novembre, sono accusati di terrorismo. In questi giorni Demirtaş, che poteva essere ascoltato dalla Corte, non è stato ammesso in aula perché si rifiutava di farsi ammanettare durante il tragitto dal carcere al Tribunale. Dichiarava: “Sono ancora un membro del Parlamento turco in servizio attivo con tanto d’immunità. Trovo che la pratica sia illegale e immorale”. 
Taluni attivisti kurdi, che hanno partecipato alla marcia, ricordano che quando i loro leader furono arrestati, troppi democratici non si mobilitarono né proferirono parola. Non vogliono sollevare polemiche, ma ricordare che la repressione è generalizzata e distinzioni di partito diventano capziose. Nell’ordinata protesta di questi giorni sigle e simboli di parte sono stati esclusi, ci si ritrovava sotto la mezzaluna stellata della bandiera nazionale, che a certi marciatori sta stretta seppure non hanno rotto le file. Ovviamente la domanda di cosa accadrà dopo se la pongono in tanti. Dal palco l’omino dalla camicia immacolata che lanciava fiori ha definito la mobilitazione “il passo della rinascita, per rompere il muro della paura”. Eppure già il solo isolamento mediatico pesa come un macigno e difficilmente il governo, che sottolinea d’aver permesso la protesta, prenderà in esame i punti in questione. Inoltre nella sfida delle piazze, che già in altre circostanze ha visto Erdoğan ricercare con ostinazione il confronto, si prepara la manifestazione dell’orgoglio liberatorio e della fedeltà allo Stato che dovrebbe tenersi a giorni. Lì l’odierno padre putativo, che non è più l’Atatürk scongelato dai kemalisti e condotto per via quale unico simulacro, sarà il presidente stesso, rappresentato, stilizzato, fotografato e materializzato su un altro palco. I fedelissimi della Turchia erdoğaniana fremono per pareggiare l’adunata e mostrare ostinatamente una forza contraria e superiore.

giovedì 6 luglio 2017

Crisi Qatar, così lontana così vicina

L’embargo ci sarà, ma non farà male al clan al-Thani. Nutrire e assistere due milioni e mezzo di qatarioti non rappresenta un’emergenza e a vanificare la linea dura voluta dai due Salman sauditi, affiancati dagli emiri-servitori di Bahrein e Emirati Arabi Uniti più l’Egitto golpista di al-Sisi, si sono apertamente schierati Turchia e Iran. I cui presidenti, che s’erano già spesi in rassicurazioni verso la governance di Doha, hanno riaffermato gli intenti. Erdoğan ribadisce come gli accordi firmati a fine 2014,  che nei mesi seguenti hanno istituito una base militare nei pressi della capitale qatariota, non verranno cancellati come vorrebbero i sauditi. L’uomo forte di Turchia lancia il paragone con la base aerea statunitense di al-Udeid, sostenendo che i suoi soldati, attualmente un centinaio che potrebbero diventare mille, hanno tutto il diritto di restare in quel luogo come fanno i diecimila marines, ai quali non viene rivolta nessuna richiesta di ritiro. Gli iraniani hanno già aperto le proprie acque nel Golfo Persico e il proprio spazio aereo a qualsivoglia ponte per far giungere ogni rifornimento e assistenza a una nazione diventata alleata in affari. L’enorme giacimento di gas presente nei fondali marini su cui affacciano i due Stati (South Pars) risulterebbe il maggiore scoperto negli ultimi tempi e la vicinanza strategica nel suo sfruttamento porta la leadership di Teheran a difendere coi denti le sorti della famiglia al-Thani. Se essa non può dormire fra due guanciali, perché un’accentuazione dell’instabilità nell’area potrebbe farle perdere taluni business miliardari come i Mondiali di calcio del 2022 cui l’emiro Tamim tanto teneva, con ricadute sui trasporti della Qatar Airways e indotto, dall’altro avere al fianco potenti attori regionali di sponda sunnita e sciita attenua quasi del tutto gli effetti dell’isolamento. Sicuramente quello economico, ma lo stesso fronte politico dovrà riconsiderare la linea d’attacco ribadita ieri al Cairo dagli arabi intransigenti. Lo abbiamo già sottolineato: con quest’accelerazione i sauditi mettono a repentaglio la propria creatura del Consiglio di Cooperazione del Golfo avviata nel 1981.
Perché il Kuwait s’è smarcato dall’obbedienza cieca e chiede a Riyad di rivedere la sua posizione, lo stesso Oman, certo tutt’altro che potente, resta in bilico. Ma la monarchia saudita, creando uno scontro fratricida fra le componenti più attive economicamente in ambito globale e del ruolo politico dell’economia energetica (se stessa e il Qatar), introduce un ulteriore scossone in una regione che registra sei anni pieni d’instabilità e quattro di ferocissima guerra per il ridisegno di confini fra nazioni esistenti (Siria, Iraq, Yemen) e nuove entità (Rojava e Daesh). Se da una parte il Consiglio l’omogenità economico-finanziaria non la conosceva da tempo, proprio a seguito del desiderio di potere e potenza del clan al-Thani e dello spregiudicato epigono che attualmente lo guida, è anche vero che il blocco delle petromonarchie s’era a lungo presentato vicino nei pensieri e nelle prospettive politiche ai tempi in cui la Lega Araba era una realtà su grandi temi internazionali come la questione palestinese. Sicuramente le spaccature avviate su quel fronte fra le Intifade sostenute e il realismo politico che hanno diviso Fatah e Hamas, hanno avuto ripercussioni fra gli stessi emiri. Ma è attorno alle altre intifade arabe, definite Primavere, che s’è consumata una frattura all’occhio attuale inconciliabile fra i conservatori Saud, depositari per autoproclamazione di tradizione politico-religiosa, e i rampanti qatarioti. Sia chiaro il clan al-Thani è conservatore come lo sono i Salman padre e figlio, e come lo erano i capibastone di entrambe le famiglie, che hanno resistito (anche grazie a Sette Sorelle, Cia, Nato) a trasformazioni e rivolte pur difficilmente attuabili in realtà tenute sotto la bolla dell’affarismo petrolifero.

Allo stesso modo i due Paesi hanno cullato la tradizione del verbo wahabita , progenitore assieme al deobandismo pakistano, della pratica jihadista armata che raccoglie quarant’anni di scontro aperto e occulto contro vari nemici. Hanno nutrito e finanziato i mujaheddin afghani, e i combattenti islamici di vari fronti, passando da Qaeda all’odierno Isis e alla galassia delle micro formazioni che nel piccolo e grande Medio Oriente a essa si rapportano. Perciò, come hanno fatto notare anche parecchi commentatori mainstream, non c’è nulla di più stonato dell’accusa di sostegno al terrorismo lanciata dall’Arabia Saudita al Qatar, essendo le due nazioni (e non solo loro) responsabili dello sciagurato passo, che comunque piace a certi grandi del mondo attivi nell’industria delle armi e della “sicurezza”. Gli apprendisti stregoni in kefia che “ammodernano” i propri paradisi nel deserto con grattacieli e costose follìe, come le piste da sci succedanee appendici ad ambienti falsificati - tralasciando dialettica di pensiero, usi, costumi, problemi, compresa una personale identità da proporre al mondo concorrente e compartecipante - nonostante i petrodollari presentano le stesse contraddizioni che un gran pezzo di mondo arabo non ha risolto né col terzomondismo presto tramontato o fallito in misere dittature personali, né col neocolonialismo di ritorno cui si prestano da tempi antichi e recenti liberisti di mercato con tanto di partiti e Parlamento. E’ uno dei motivi per cui lo spettro dell’Islam politico, della Fratellanza Musulmana o altre Confraternite, è tornato a rappresentare un simbolo e una speranza di cambiamento dove la laicità pseudosocialista o capitalista hanno fallito. Su questo terreno si continua a giocare una lunga sfida con contraddizioni e carenze da parte di tutti. E nel passaggio epocale dal secolo della liberazione laica  a quello che considera l’Islam la soluzione, quale Islam fra i vari proclamati e da alcuni considerati tutti inesorabilmente uguali (sic) c’è da discutere e studiare, un pezzo di mondo si misura. Un mondo che molto ci è vicino, sebbene tanta politica globale rifiuta di considerarlo.

lunedì 3 luglio 2017

Qatar, l’elastico dell’ultimatum

Un elastico di quarantott’ore separa oggi e domani il Qatar dalla decisione di sanzioni che i sauditi vogliono infliggere al clan al-Thani. Probabilmente a poco servirà il giro diplomatico che in queste ore ha portato a Kuwait City un esponente della famiglia regnante qatariota, Abdul Rahman, che ricopre l’incarico di ministro degli Esteri. L’incontro col locale emiro che s’è sfilato dal quartetto sanzionatorio (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto) intenzionato ad attaccare a testa bassa il governo di Doha, non dovrebbe far recedere gli avversari degli al-Thani dalla loro volontà punitiva. Ai 13 punti richiesti, fra cui la chiusura dell’emittente Al Jazeera considerata irricevibile dallo stesso Abdul Rahman, il mediatore aveva in prima battuta risposto che il mondo economico s’opporrà a un atteggiamento palesemente prepotente. Aveva, inoltre, ricordato che l’obiettivo della sicurezza e della pace nella regione rendono impraticabile e ingiustificata una punizione collettiva da estendere ai 2.5 milioni di cittadini del Qatar.
In realtà l’embargo alimentare e d’ogni merce è già partito da giorni (la crisi politica era iniziata il 5 giugno e ha visto l’apice il 23 del mese) a seguito dell’isolamento delle comunicazioni di terra fra Arabia Saudita e la piccola penisola qatariota, oltreché il blocco dello spazio aereo, superato per ora dagli aerei iraniani. Così due nazioni islamiche che hanno un peso nell’area, la sunnita Turchia e l’Iran sciita, si sono dichiarate pronte a rompere ogni  accerchiamento di quel Paese. E tale scelta condiziona il futuro della crisi. Ieri due importanti agenzie d’informazione (Associated Presse e Reuters) hanno divulgato ulteriori richieste rivolte al sovrano di Doha dal gruppo delle nazioni arabe. Fra esse: censura ad altri due media (Arabi21 e Middle East Eye), ottenimento di notizie su oppositori mediorientali finanziati dal Qatar, pagamento di una non definita quota di risarcimento alle monarchie del Golfo, oltre al già richiesto allineamento alla linea del Consiglio di Cooperazione, al disconoscimento della Fratellanza Musulmana, all’allontanamento di contatti e finanziamenti a gruppi qaedisti, del Daesh e di Hezbollah, considerati tutti terroristi.
Ora che i citati pesi massimi mediorientali hanno compiuto una sortita favorevole agli al-Thani, soprattutto per limitare la levata di scudi saudita, alcuni analisti mettono in guardia l’Occidente. I cui governi potrebbero essere tirati per la giacca su una questione che anziché sgonfiarsi va montando. Difficilmente la mediazione kuwaitiana sortirà effetti, perciò mercoledì mattina a ultimatum concluso il clan sanzionatorio potrebbe passare all’azione acuendo un evento che indurrebbe potenze come Gran Bretagna e gli stessi Stati Uniti a inderogabili scelte. Cosa accadrebbe nella base statunitense di al-Udeid si chiedono taluni think tanks filo Nato? Nulla? Si difenderebbero gli assediati o si simpatizzerebbe con Riyad? La situazione incrinata avrebbe risvolti non indifferenti sul versante delle alleanze non solo militari, coinvolgendo su quest’ultimo terreno i turchi, che dalla base creata da circa un biennio, aiuterebbero i qatarioti. Una Doha assediata dalle sanzioni potrebbe diminuire o far svaporare ben 350 miliardi di dollari investiti dagli al-Thani fra Londra e Washington, creando qualche problemino.

Nel mondo globalizzato la geopolitica viaggia sempre più a contatto di gomito con l’economia finanziaria. Forse anche per questo il Segretario di Stato Tillerson si sta “sporcando le mani” con questa crisi. Del resto deve (dovrebbe) sminuire il valore che i Saud hanno dato alla visita di Trump, a seguito della quale è montato l’attacco allo Stato fratello che da anni odiano. Tillerson ha già incontrato l’epigono al-Thani che preside il ministero degli Esteri e ricucendo ricucendo spera di trovare una quadratura del cerchio fra richieste saudite e dinieghi qatarioti. Ma non è facile. Ciò che maggiormente può preoccupare sia i sovrani sauditi sia gli inquilini della Casa Bianca è che, nonostante i desideri duri e puri dei Salman, padre e figlio, quel che appare sgretolarsi in queste ore è il progetto pluritrentennale del Consiglio del Golfo attualmente diviso in tre blocchi. Gli irriducibili: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein), i neutrali (Kuwait, Oman) e l’entità isolata del Qatar, ricca, irrequieta, non omologabile e sempre più nemica. Mentre questa frattura s’acuisce Teheran sorride e Ankara è pronta a ricevere i benefici dell’ennesima crisi mediorientale.