lunedì 3 agosto 2015

Il nuovo Suez allarga la grandezza d’Egitto

Stupore d’Africa - Otto miliardi e mezzo di dollari, più altri cinque per la revisione entro il 2023, e il tratto del nuovo Canale di Suez che amplifica la portata e il passaggio di navi e merci, è stato realizzato in uno anziché tre anni di lavori. Tempo giudicato sorprendente dallo stesso segretario della Camera di Navigazione Internazionale Peter Hinchliffe, figurarsi dalla stampa locale che ne divulga entusiasticamente l’apertura di giovedì 6 agosto come un vero regalo dell’Egitto al mondo. Il miracolo è frutto dell’impegno con cui il presidente Al Sisi ha preso a cuore l’impresa, con essa il Paese potrà vantare il rilancio d’una modernizzazione che trova partnership in tanto Occidente, Italia in bella vista. Oltre alla propaganda di ritorno per il regime, che ha gravissimi problemi di sicurezza interna, c’è un interesse diretto del business militare, ampiamente nutrito col controllo di transiti e dogana nella nota via mercantile dal Mediterraneo al Mar Rosso. Non si conoscono le cifre, si vagheggia di miliardi di dollari, che lo stesso attuale ministro dell’industria Mounir Fakhry Abdel Nour (di recente presente all’Expo milanese) non ha voluto quantizzare. Le aziende controllate dalla lobby delle stellette vantano diritto di confisca di terreni lungo il percorso, mentre le ditte che s’appoggiano al Consiglio Supremo delle Forze Armate godono di tariffe preferenziali e investimenti sgravati da oneri fiscali. Chiacchierate per il versamento tangenti durante l’era Mubarak sono tuttora esentate da revisioni contabili. Forse avrebbero lavorato anche sotto il governo islamico, egualmente interessato al progetto d’un Canale ampliato, che avrebbe visto giungere finanziamenti dal Qatar. Non ce n’è stato il tempo.

Benefici economici, malefici ambientali - Ma gli analisti anti Fratellanza sostengono che in un’ipotesi del genere il clan aziendale dei generali sarebbe stato fatto fuori. Congetture a parte nel gennaio del 2014 il vice ammiraglio Mohab Mamish ha assunto il controllo della preposta “Autorità del Canale di Suez”, scegliendo le aziende straniere e locali che hanno sviluppato i lavori. I petrodollari sono giunti comunque dal Golfo, in questo caso dalla casa Saud, protettrice d’ogni mossa del generale Sisi, e dagli Emirati Arabi Uniti (quest’ultimi, con 40 miliardi di dollari, finanziano un’ulteriore iniziativa di propaganda del regime militare: le case per la gioventù d’Egitto). Company statunitensi, olandesi, belghe hanno lavorato ventiquattr’ore al giorno all’ampliamento del bacino di Suez con ritmi cinesi ed efficienza nipponica. 21 miglia di nuovo canale sono stati scavati nel deserto, 22 miglia d’un tratto preesistente risultano adattati al passaggio di scafi di maggiore stazza, che ammonteranno dal 2023 a un centinaio di navi giornaliere (ora ne passano la metà), undici ore il transito per giungere da Port Said a Suez. Tutto ciò è stato sottolineato con orgoglio da committenti ed esecutori. Eppure scienziati e ricercatori lanciano un allarme, perché negli ultimi quarant’anni s’è verificato un cospicuo incremento di creature marine non indigene nel Mediterraneo. Delle 700 tipologie individuate dall’apertura del canale - realizzata dalla compagnìa francese diretta da Ferdinand de Lesseps nel decennio compreso fra il 1859 e il 1869 - oltre la metà provengono da migrazioni dal mar Rosso. Molte di queste specie risultano nocive per l’habitat e minacciano la salute, mentre altre fagocitano famiglie ittiche nutrienti per la catena alimentare umana. Noto, perché studiato da varie Università, il caso del lagocephalus sceleratus (nomen omen) ha attirato l’attenzione dei ricercatori per l’alta percentuale tossica (tetrodotoxin) presente nelle sue carni se consumato. Poi ci sono pesci erbivori che devastano i fondali di alghe e gigantesche meduse (rhopilema nomadica) che non permettono alcuna attività balneare negli spazi di mare infestati.

venerdì 17 luglio 2015

Vedetta egiziana centrata da un missile dell’Isis

Colpito e affondato, con tanto di foto su twitter. Nessun videogame, ma un gioco di guerra neppure tanto piccolo visto il missile utilizzato per affondare una vedetta egiziana. A sparare da quella che definiscono “Provincia del Sinai” sono stati i miliziani locali alleati dell’Isis che gongolano per l’ennesima prova muscolare contro chi vanta una forza militare capace di schiacciare ribelli e dissenzienti. L’episodio è avvenuto nel tratto di mare prospiciente la costa all’altezza di Rafah, dunque non lontano dalla Striscia di Gaza. La marina del Cairo non ha lamentato vittime, ha dovuto constatare la perdita dell’unità navale e subire uno smacco finora non catalogato. Così oltre che su terra anche la sorveglianza via mare diventa problematica per Al Sisi, che si prepara a celebrare con enfasi (saranno presenti capi di Stato e premier provenienti da più parti del mondo) l’apertura del secondo Canale di Suez. Una delle opere su cui ha puntato il programma del presidente per rilanciare la grandeur egiziana: 250 milioni di metri cubi di dragaggio con 70 milioni di metri cubi di scavo che porta a 312 metri l’ampiezza del canale rispetto ai 61 precedenti.
Un’opera faraonica che nella propaganda diffusa per mesi dal regime richiamava i lavori pubblici attuati a partire dal 1960 da Nasser con l’ampliamento del progetto della diga di Aswan, che segnava il trattato di amicizia con l’Urss kruscioviana finanziatrice per un terzo di quei lavori. I capitali per il secondo Suez vengono in parte dalle stesse Forze Armate egiziane, attraverso un’apposita società che gestisce i dazi doganali del canale. E poi da elargitori della regione che vedono in prima fila emiri e petrodollari, principalmente sauditi. La dinastia Saud è attualmente uno dei grandi sponsor economico-politici del modello imposto dal generale Sisi. In questo quadro la questione sicurezza della nazione, e in particolar modo della zona del Sinai, rappresenta una spina nel fianco dell’amministrazione cairota, ripetutamente colpita anche nel cuore della capitale e per la prima volta anche per mare. Secondo testimoni il missile sparato dalla riva ha centrato la vedetta distante almeno tre chilometri, si tratterebbe d’un tipo di razzo utilizzato nella battaglia contro mezzi corazzati di terra come i carri armati. Una tipologia facilmente reperibile nell’ampio fronte conflittuale presente oggi in buona parte del Mediterraneo orientale. Fra auto-bomba e missili anti-vigilanza i seguaci di Al-Baghdadi ingombrano la scena egiziana che Sisi vorrebbe tutta per sé, di fronte a cittadini plaudenti o ingabbiati.

giovedì 16 luglio 2015

Il rifugio di Angela




Potevano le lacrime d’una studentessa palestinese mutare la linea della fermezza con cui Frau Angela solidifica il Castello tedesco d'Europa? Non c’è riuscita la Grecia che in questi anni le ha provate tutte, dando fondo a sconfinate azioni di partecipazione, voto, protesta, dignità, fierezza, democrazia di cui è capace un popolo; non ci riesce una rifugiata palestinese, incontrata in uno studio televisivo improntato in una scuola di Rostock dove la Merkel era in visita, fra una pausa e l'altra delle incendiarie trattative di Bruxelles sui debiti ellenici. In quella scuola la ragazza narrava con semplicità le vicende della famiglia proveniente dai campi libanesi, una storia riempita di ricordi, dolore, sofferenze. La Cancelliera non s’è scomposta, come se rispondesse a un collega della Commissione Europea ha detto che no “non si possono far giungere tutti i profughi di quelle zone” anche se si tratta di ragazzi che, come la giovane, hanno un bagaglio zeppo di sogni e speranze per lo studio e la vita. Alla rifugiata,  che non sa se potrà restare in Germania, sono spuntate le lacrime. Angela, leggermente imbarazzata, le ha fornito il fazzoletto, come ai greci aveva offerto il prestito-ponte e i miliardi futuri, per poi fare piazza pulita di profughi, greci e ulteriori Piigs.  

mercoledì 15 luglio 2015

Afghanistan, sui colloqui di pace il fantasma di Omar

Dicono che strizzando l’occhio abbia annuito e apprezzato la mossa diplomatica. Fra mistero e mito aleggia un messaggio attribuito al mullah Omar, lo si rintraccia su un sito web divulgatore del verbo talebano. E’ un’approvazione dei colloqui che la scorsa settimana si sono svolti nei pressi di Islamabad, impegnando lo staff e il presidente afghano Ghani in trattative con un gruppo di leader talebani anti Isis. L’incontro, preceduto nel mese di maggio da informali chiacchierate intercorse in territorio cinese e qatarino, stabilisce la palese intenzione di cooptare i capi Taliban disposti ad accordarsi su una tregua e una successiva pace. Insomma si reimposta la linea di condotta tenuta da Karzai e Petraeus, che fra il 2009 e 2010 avevano avviato trattative per poi lasciarle cadere. I tempi son cambiati. Le truppe Nato di terra lasciano l’Afghanistan, ma fra i combattenti della regione il fondamentalismo resiste creando spaccature nella già divisa famiglia talebana.
Ora il pericolo sono gli irriducibili avvicinatisi allo Stato Islamico, o che comunque ne usano la sigla come sta accadendo in altre aree orientali fortemente instabili. Far parlare il mullah Omar è un azzardo assoluto. Di lui non si ricordano apparizioni pubbliche dalla caduta del governo dei turbanti nel 2001. Nei primi mesi dell’anno seguente all’intervento delle truppe Nato si diceva combattesse trasferendosi di provincia in provincia. Dicerie. Col tempo gli stessi esponenti della Shura di Quetta hanno iniziato a dubitare della sua presenza in vita. All’opposto nessun nemico occidentale, né avversario interno dell’area dei Warlords ha potuto mai vantare di averlo catturato o eliminato. Così la figura del coriaceo monocolo è un’ombra che diventa leggenda fra i resistenti. Attribuire allo sfuggente Omar un benestare verso i colloqui di pace, assume i contorni d’una magnifica propaganda rivolta ai miliziani più giovani, in genere energetici e desiderosi di proseguire il conflitto contro le stesse istituzioni afghane.

Queste sono da mesi sotto pressione e continuamente colpite dai talebani più intransigenti come i Tareek-i-Talib, radicati dal Waziristan alla zona delle Fata. Gli attacchi sono giunti sin dentro il Parlamento. Dire che Omar annuisce, serve allo stesso Ghani che guida il Paese in cogestione con tajiko Abdullah, una diarchia creata per evitare lo scontro fra i maggioritari pashtun contro altre etnìe. Il conflitto civile, condizione esplosiva degli anni Novata mai disinnescata da nessun intervento di guerra o di pace, è un processo strisciante che di fatto è già presente. A rilanciarlo afghani in divisa dell’Anf e talebani fondamentalisti che si palesano o s’infiltrano nell’esercito senza che nessuno riesca a prevalere. Dai mesi invernali timori crescenti sono sorti attorno alla scelta d’un jihadismo settario e assoluto, il modello propugnato dall’Isis.

domenica 12 luglio 2015

Le minacce delle Stato Islamico egiziano

Erano tutti per noi i 450 chili di tritolo (250 secondo la polizia egiziana) che lo Stato Islamico ha rivendicato, sebbene s’indaghi ancora sulla provenienza dell’annuncio. A lanciarlo non sono stati i jihadisti locali di Ansar che ormai fiancheggiando l’Isis si denominano “Provincia del Sinai”, ma direttamente un sedicente Stato Islamico egiziano. Il breve proclama, che ringrazia Dio per la riuscita dell’attacco portato dai ‘soldati islamici’, avverte esplicitamente i musulmani di stare alla larga dalla contaminazione occidentale e da coloro che combattono l’Isis, direttamente e per interposte alleanze. E’ una fotografia del nostro governo che, ad esempio, avalla la linea della fermezza del presidente Sisi e ipotizza di programmare un intervento di polizia internazionale in Libia. Siamo tornati bersagli, come ai tempi di Nassyria, in un Paese che nonostante tutti i programmi e le militarizzazioni in atto non riesce a controllare il cuore della sua capitale. Il Cairo come Kabul o Peshawar? Ancora no. Però la metropoli egiziana precipita a livelli d’insicurezza propri degli attuali scenari di conflitto aperto, con la possibilità di veder realizzate quelle tipologie di stragi che giungono improvvise attraverso gli ordigni.


Il sistema è subdolo, non solo perché spesso colpisce anche o solo cittadini inermi, ma perché è condotto da un nemico celato, dietro il quale si possono nascondere le mani più varie, come insegnano percorsi di stragismo ovunque attuati. La misura dello scontro si eleva, l’uso di esplosivi presuppone maestri e luoghi di addestramento, orientandosi su una militarizzazione del conflitto che passa in mano ai professionisti delle armi. Uno scenario al quale Al-Baghdadi prepara ogni suo adepto se hanno un senso i riferimenti alla figura di ‘soldati islamici’ che sono molto più di semplici miliziani. Se in Egitto la lobby delle stellette avrà pane per i suoi denti, saranno i cittadini e la forma politica giocata alla luce del sole che spariranno definitivamente, come ormai è accaduto da oltre un anno. Soffocati dalla repressione e ora esautorati dall’ennesima guerra per bande gestita da Signori della guerra in uniforme cachi oppure nera. Per tacere di quanto sullo stragismo possano crescere gli spargimenti di sangue col solo fine di terrorizzare la popolazione di cui sono maestre le Intelligence, specie quelle che monitorano e manipolano la geopolitica mediorientale.

mercoledì 8 luglio 2015

Afghanistan, Ghani dialoga coi talebani anti Isis


Continui approcci diplomatici e militari sono in atto fra talebani e istituzioni afghane. Quest’ultime provano a limitare l’antico fronte conflittuale coi Talib della vecchia guardia (Shura di Quetta) puntando ad avvicinarla e accordarsi con una componente che si scontra con attuali dissidenti incentivati dallo Stato Islamico. Negli ultimi mesi l’Isis ha inserito alcune sue “menti” nella crepa che s’è creata fra gruppi come i Teerik-e Taliban e tutti coloro che dubitano della presenza in vita d’un leader che ha segnato la storia recente di questo movimento combattente: il mullah Omar. Nelle scorse settimane unità di veterani talebani hanno attaccato a sud e a est di Jalalabad gruppi di colleghi schierati da mesi con lo Stato Islamico e per questo diventati nemici. In un distretto i fedeli ad Al Baghdadi avevano rimpiazzato i talebani locali, avviando incursioni anche nei territori delle aree tribali (Fata). Ne sono seguite crudeli esecuzioni che prevedevano la decapitazione di quei guerriglieri fuggiti di fronte a una delle rare offensive dell’esercito afghano.
Nelle località dove i talebani hanno cambiato bandiera, finendo sotto lo stendardo nero, le atrocità verso le persone sono aumentate e fra le vittime s’annoverano anche gli insorgenti che evitano di mettersi al servizio del Califfo di Raqqa. L’offensiva talebana di primavera ha visto in prima fila questi soggetti particolarmente aggressivi, contro tutti. Lo scontro fra fazioni s’è impossessato del panorama politico-militare di alcune aree, riproducendo schemi che ricordano la sanguinosissima guerra civile che imperversò dal 1992 al 1996 fra molti Signori della guerra. Proprio l’attuale vuoto di leadership (che fa pensare a una dipartita o una defezione di Omar) sta incentivando la miriade di schegge impazzite in misura mai vista in precedenza. Lo Stato Islamico prosegue la sua pubblicità itinerante sulla violenza, che risulta estrema anche per gli standard talebani. Così nelle aree tribali di Nangarhar, Bati Kot – a sud-est di Jalalabad – pare che i vessilli di chi appoggia i combattenti Isis non siano ben visti.
E sul versante opposto del Paese, verso l’Iran, in provincia di Farah, i vecchi talebani sono riusciti a sedare una momentanea dissidenza del gruppo. Quando l’Isis ha stabilito lì un campo di addestramento, reclutando centinaia di giovani, prevalentemente combattenti o simpatizzanti, il comandante talebano ha invitato alla preghiera e alla meditazione gli scolari delle madrase e la gente delle maggiori moschee, sostenendo come tale presenza fondamentalista sarebbe risultata pericolosa (sic). Fonti locali hanno rivelato che l’iniziativa ha dato i suoi frutti: oltre la metà dei giovani è rientrata fra le file talebane. Insomma il presidente Ghani che avvia oggi, in terra straniera (a Murree, vicino a Islamabad), incontri con tre turbanti tradizionali cerca di attirare a sé la componente a tutt’oggi meno feroce verso il governo di Kabul. Governo aggredito in queste settimane dagli attentati filo Isis anche nel Parlamento, e difeso unicamente dal cielo: giorni addietro i droni statunitensi hanno colpito a morte 49 miliziani pro Isis. I tre talebani d’antan hanno affermato di parlare a nome personale, tanto che gli eventuali patti possono restare flebili parole. Difficile, ma realistico pensare che nei palazzi di Kabul si rimpianga il mullah Omar.