“L’uomo che ha ordinato il mio primo arresto e ha supervisionato il mio interrogatorio sotto tortura nell’ottobre 2000 è morto”. Lo comunica il giornalista e attivista egiziano Hossam el-Hamalawy parlando di Abu Gheida, settantaquattro anni, ufficiale investigativo della Direzione Sicurezza di Suez poi diventato uno dei ‘sorveglianti’ di punta del campus dell’Università americana del Cairo dove el-Hamalawy s’era laureato in economia. E dove fra i dibattiti e le proteste in cui Hossam s’infilava pendeva il cipiglio indagatore di Gheida, trasformatosi presto in spietato torturatore. Lo provarono sulla pelle il futuro giornalista e migliaia di giovani in subbuglio contro la presidenza Mubarak già agli inizi del Millennio. Ora il reporter, dalla Berlino che dal 2020 l’ha ospitato come rifugiato politico e che dallo scorso anno l’annovera fra i suoi abitanti con tanto di cittadinanza tedesca, rilancia agghiaccianti memorie. Quella del personale rapimento con sosta e “trattamenti” a opera di Gheida nella sede del ministero dell’Interno a piazza Lazoughly. Operativa anche dopo gli assalti popolari della rivolta del 2011 tanto da risultare con differenti aguzzini luogo di sevizie per lo stesso Giulio Regeni. Ma né quest’ultimo né Khaled Saeed, altra vittima resa tristemente celebre dall’oppressione poliziesca egiziana, possono riferire sui propri carnefici, perché costoro dopo averne lacerato il corpo gli hanno bruciato l’esistenza. El-Hamalawy ha potuto farlo, nel 2000 venne torturato ma fortunatamente non assassinato. Negli anni seguenti con detenzioni e rilasci ha provato quel metodo della persecuzione a fasi successivamente rilanciato col regime di al-Sisi e applicato a migliaia di attivisti. Intanto el-Hamalawy risultava conosciuto non solo agli agenti della SSI, la Security egiziana mutata nella sigla (National Security Agency) non nella sostanza. Il suo impegno informativo tramite articoli e immagini da corrispondente del Los Angeles Times e pure della Bbc lo facevano conoscere a un ampio pubblico, sebbene una gran quantità di cairoti ne leggeva le notizie in lingua araba sui personali blog, rilanciati a dispetto di censure e chiusure. Tutto comunque utilissimo per descrivere fasi importanti della recente storia socio-politica egiziana, dagli scioperi tessili di Mahalla alla rivolta di Tahrir. Con gli anni el-Hamalawy ha concentrato l’attenzione sugli oppressori. Investigando e studiando l’impegno nell’offrire ai concittadini pene e tormenti da parte di “padri di famiglia” fedeli pure all’Islam ma in primo luogo alle Forze armate. Così i nomi che ricorrono nella mente del seviziato Hossam, dal ben noto Abu Gheida al collega Abdel Rahman, che si susseguirono come responsabili delle squadre delle violenze corporali, se afferiscono agli ultimi anni della gestione statale di Mubarak per poi finire in disparte con la sua caduta e il periodo di transizione gestito dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, non hanno archiviato metodi e pratiche, sempre in auge nell’Egitto securitario di cui molti governi occidentali si sentono amici. Su tutti gli esecutivi italiani d’ogni colore (ricordiamolo, guidati da Renzi, Gentiloni, Conte, Meloni) visto che l’assassinio del ricercatore Regeni avrebbe dovuto scavare un baratro verso uno Stato torturatore. In un decennio questo non s’è verificato.


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