domenica 24 novembre 2013

Nucleare iraniano, dal ghigno al sorriso


Né Asse del Male né Grande Satana, almeno per sei mesi. I presupposti ideologici, geopolitici con gravissime ricadute economiche (soprattutto per il popolo iraniano) si fermano per questo lasso di tempo, necessario a verificare se l’accordo firmato stanotte a Ginevra fra i tre grandi del mondo (Stati Uniti, Russia, Cina) più le tre maggiori nazioni europee (Gran Bretagna, Francia, Germania) con l’Iran potrà reggere in un prossimo futuro. Il passo è breve ma ha un significato storico per gli attori, un tempo contendenti e oggi dialoganti, rimasti ostili per decenni. E’ sicuramente il nuovo corso iraniano del presidente Rohani a mostrare il volto più disponibile, grazie al credito interno ricevuto col successo alle presidenziali di giugno. Convogliando su di sé i voti giovanili altrimenti rivolti all’astensione, e riuscendo a spostare gli orientamenti della Guida Suprema verso ipotesi riformiste, in barba all’asprezza fondamentalista dell’uscente capo di stato Ahmadinejad e del potente partito combattente che ne sostiene gli epigoni. L’odierno risultato della coppia Rohani-Zarif acquista maggior valore perché non solo il decennio del dopoguerra iracheno, quello del conflitto contro le pretese espansioniste di Saddam durato dal 1980 all’88 ma la rinnovata aggressività statunitense in Medio Oriente con l’Enduring e Iraqi Freedom, avevano rafforzato la reazione combattentistica dei pasdaran e dei loro supporter, laici e clericali.
Le crescenti e dure sanzioni occidentali facevano il resto, rinfocolando sì il malcontento popolare per le carenze di merci e i salari rimasti bassissimi, ma stimolando l’orgoglio nazionale, elevatissimo fra gli iraniani, contro l’ipotesi di aggressione militare al Paese. Idea che Israele, e i suoi supporter presenti in casa Neocon in quella Demo, non hanno mai riposto, che viene però bollata quale pura follìa da esperti di strategia militare e da molti politologi. L’Iran è troppo popoloso e dotato di raffinate risorse umane sul fronte tecnico-scientifico per ritrovarselo come avversario, le ricadute su un’area già infiammata risulterebbero devastanti per gli stessi aggressori. Comunque la partita delle velleità nucleari iraniane non è per nulla in discesa. L’Occidente non vuole concedere né le regalìe fatte ad altre realtà mediorientali e dotate da tempo dell’arma atomica (Israele e Pakistan), né vuole concedere quello che altre nazioni  (Argentina, Brasile, Giappone, Germania, Sudafrica) hanno ottenuto: l’uso dell’arricchimento nucleare per solo uso civile. La Repubblica Islamica, per ora, non ha gli abitanti di qualcuna di queste nazioni ma la sua espansione demografica già la conduce alla necessità di diversificare la produzione energetica, sebbene goda di riserve petrolifere e di gas metano fra le maggiori del mondo. L’intento, anche durante l’amministrazione del presidente basij, cementava l’intera popolazione, perché gli iraniani, assieme ai propri politici d’ogni tendenza, pensano che il diritto alla tecnologia nucleare sia un diritto inalienabile.
Come in ogni trattativa ciascuna delle parti ha guadagnato e ceduto qualcosa. Da un punto di vista tecnico lo stop all’arricchimento superiore al 5% dell’uranio, il blocco della centrale di acqua pesante di Arak, il fermo all’istallazione e all’avvìo di centrali di nuova generazione sono risultati tangibili dei 5+1. Mentre la diplomazia di Teheran, sbloccando gli oltre 4 miliardi di dollari congelati per quasi un triennio nelle banche  asiatiche, potrà far giungere alle famiglie iraniane certa merce che scarseggiava addirittura sul versante alimentare. Politicamente tutti possono vantarsi. D’aver rotto l’incomunicabilità d’una diplomazia delle parti contendenti incistata da decenni di contrapposizioni. Di poter mostrare un pragmatismo costruttivo che va ben oltre le buone intenzioni, cosa che vale per l’establishment di Teheran e Washington e per lo stesso ruolo giocato da altri colossi mondiali. Innanzitutto la Russia, già capace di far rientrare un’azione di guerra Nato quasi decisa contro Asad, e parte attiva nell’apertura verso il nuovo corso dirigente degli ayatollah. E la Cina medesima, che nella gara alla supremazia economica mondiale avallando le sanzioni occidentali poteva garantirsi e restare la grande acquirente degli idrocarburi iraniani, conservando per sé quote favorevoli di approvvigionamento energetico. Prevale, dunque, la buona volontà. Per sei mesi.

giovedì 21 novembre 2013

Beirut, chi lavora per il terrore


Dentro e fuori il Libano tutti concordano nel condannare l’ennesimo attacco terroristico e nel deprecare un piano rivolto a irakizzarlo o farlo tornare all’instabilità del quindicennio di guerra civile. Sia le forze del Movimento per il Futuro sia il Partito di Dio sottolineano l’intento di attentare alla nazione, pur conoscendone fragilità e instabilità politica causate anche dal proprio settarismo. Egualmente le diplomazie di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti hanno lanciato l’allarme per il riaffacciarsi d’un pericoloso passato. Scoprire chi c’è dietro la catena di attentati non è affare semplice poiché spesso, pur di fronte alla certezza d’un attacco kamikaze oltre all’identità e ai contorni del combattente jihadista non si riesce ad andare. Quando invece a esplodere è un’auto-bomba l’artificiere può essere un militante, un agente dei Servizi interni o esterni. Lo stesso Paese obiettivo dell’esplosione di martedì scorso, l’Iran, e lo stato sostenitore di tanto jihadismo sparso per il mondo, l’Arabia Saudita, nel condannare l’azione criminosa affermano d’impegnarsi per combatterla e isolarla.
I due colossi dell’energia rivaleggiano da tempo nell’area mediorientale e cercano di stabilire una propria egemonia facendo pesare la loro forza economica e l’influenza su realtà politiche locali. I rispettivi rapporti con un vero partito combattente qual è Hezbollah e con personalità politiche inserite in movimenti politici, come quelli creati dalla famiglia Hariri, costituiscono un antico e consolidato trait-d’union che sempre rinnova sotto altre forme i suoi orizzonti. I quindici, venti anni seguiti alla fine della guerra civile libanese, e al ritiro delle truppe israeliane e siriane presenti in alcuni tratti del territorio, hanno offerto, e offrono, ghiotte occasioni di penetrazione di capitali e uomini che lavorano sul doppio binario d’una rinascita grazie agli “aiuti” saudita, iraniano e ovviamente statunitense, francese e d’altri ancora. E’ il noto e reiterato meccanismo della solidarietà interessata, della penetrazione neocoloniale tramite strutture di servizio che creano consenso interno e controllo internazionale. Questo meccanismo generalmente necessita di pace e convivenza civile. Ma non sempre, visti i bisogni generati dalle guerre.
L’Alto Consiglio della Difesa libanese parla di “tentativo terrorista di seminare conflitti” ma gli serve capire se questo sia uno spostamento su un territorio attiguo delle azioni distruttive che coinvolgono da trenta mesi la Siria o sia una diversificazione dei piani qaedisti d’infuocare il Medio Oriente in più zone. C’è chi fa notare come l’attentato sia stato immediatamente seguente alla prova di forza voluta dal leader del Partito di Dio Nasrallah a sostegno del governo amico di Asad. Se così fosse un’azione di quella portata (di cui le foto mostrano i devastanti effetti) non s’improvvisa in quattro giorni in un’area (Ghobeiri-Jnah) che rappresenta una delle roccaforti di Hezbollah, doveva essere stata progettata da tempo. E’ il pensiero che assilla il deputato sciita Naim Qassem che ha dichiarato come simili attacchi potranno ripetersi. Ma a compierli sono davvero le brigate Azzam del jihadismo sunnita oppure sono penetrati o sorti anche in Libano gruppi takfiristi? Alcuni benestanti sauditi sostengono questa corrente confessionale minoritaria sunnita che si scaglia soprattutto contro altri islamici e ha compiuto più d’un attentato suicida in Siria.
Alcuni esperti ritengono che simili gruppuscoli possono essere magnificamente infiltrati dalle Intelligence (il Mossad è sempre in prima linea) seppure i martiri da far esplodere vengano reclutati fra gli strati poveri della popolazione o fra credenti particolarmente fanatici.   L’irakizzazione, invece, viaggia fra l’intento di terrorizzare e bloccare l’attività della popolazione spinta a fa poche cose pensando soprattutto di salvare la pelle, e quello d’impedire una coabitazione politica pluriconfessionale e multietnica. Quella che regge il Libano fuoriuscito dal conflitto civile, il cui sistema s’era cercato di riproporre a Baghdad ed è ormai da due anni sotto attacco qaedista e non solo. 

martedì 19 novembre 2013

Beirut, risveglio fra le bombe


Una nuova esplosione a Beirut sud, stavolta nei pressi dell’ambasciata iraniana, ha ucciso 18 persone. Il bilancio a metà mattina è parziale perché si scava fra le macerie di alcuni edifici ampiamente lesionati dalla deflagrazione. E’ il terzo attentato nell’area meridionale della capitale, abitata prevalentemente dalla comunità sciita, dopo quelli del 9 luglio che produsse una cinquantina di feriti e del 15 agosto che fece 27 vittime. Non è ancora chiaro se il luogo sia stato colpito da due missili o da un’auto-bomba come negli attentati estivi. Certamente nel mirino politico degli attentatori c’è Hezbollah che nella recente celebrazione della festività dell’Ashura aveva fatto sfilare i suoi attivisti fra la popolazione che sostiene il Partito di Dio proprio per le strade di quel quartiere. Nell’occasione il leader del gruppo Nasrallah aveva dato vita a uno dei suoi vibranti comizi ribadendo l’amicizia e il sostegno al governo siriano di Asad, a suo dire elemento fondamentale per la difesa della nazione libanese e per la causa palestinese. Una riproposta della centralità del fronte della resistenza su cui Hezbollah ha costruito la propria forza politica e il consenso fra la locale comunità sciita.
Col conflitto interno nell’attigua Siria, che da due anni divide il mondo arabo fra favorevoli e contrari al sostegno verso Asad, la stessa solidarietà al blocco della resistenza s’è inclinata. In più il gruppo sciita libanese subisce gli attacchi politici dei nemici di sempre come i reazionari del Fronte Libanese che con Geagea accusano Hezbollah di falsificare la realtà. Il vecchio leader nazionalista, sull’onda dell’isolamento degli sciiti, cerca di portare sulle sue posizioni la maggioranza sunnita che negli ultimi anni non ha saputo lanciare una propria figura carismatica. Infatti non è bastato a Saad Hariri essere il figlio di Rafiq per guidare un Paese piccolo,  però denso di problemi e contraddizioni. Il suo biennio di premierato (2009-2011) è stato oscillante fra la prudenza e il ricordo della grandeur paterna. Alle aperture a Hezbollah, che partecipò al suo governo, seguì la crisi determinata dal riconoscimento del ‘Tribunale speciale’ che additava alcuni membri di quel partito quali organizzatori dell’attentato ad Hariri senior. Il seguente esecutivo Mikati s’è trovato, e si trova, a gestire la scottante situazione della guerra sul confine orientale, le ondate di profughi seconde solo al numero di rifugiati in Turchia, oltre ai dissidi fra il partiti interni che rispecchiano varie etnìe e confessioni presenti nel Paese.
Avversari e nemici del partito di Nasrallah mirano a scioglierne le milizie armate di cui si fa forte il gruppo sostenuto da Teheran. E non a caso simbolico è il crocevia colpito dall’odierno attentato che potrebbe avere matrice qaedista, ma anche israeliana. Nonostante la liberazione il Mossad non è mai uscito da Beirut.

lunedì 18 novembre 2013

Quella Fratellanza che tende la mano ai militari


Ali Beshar e Amr Darrag,  leader (minori) della Fratellanza Musulmana rimasti tuttora a piede libero,   cercano un dialogo col governo egiziano in carica per provare a risolvere l’impasse della crisi che attanaglia il Paese, e la Confraternita stessa. Sollecitano colloqui anche coi militari, in controtendenza alla linea esibita dall’ex presidente Mursi. Questi nell’esordio del processo a suo carico d’inizio novembre, si era mostrato fermo e combattivo, ricusava la Corte e ricordava ai golpisti d’essere il Capo della Repubblica spodestato illecitamente. Voci tendenziose parlano di doppio passo d’una Fratellanza che le sta provando tutte per rientrare sulla scena politica dalla quale è emarginata e colpita, vivendo di fatto fuorilegge. Oltre duemila capi e quadri intermedi dell’organizzazione sono detenuti con accuse diretta di omicidio o morte provocata per istigazione alla violenza verso concittadini e forze dell’ordine. E devono misurarsi con la repressione di strada e legale. Seppure sia rientrato il coprifuoco che per mesi rendeva nelle ore serali deserte le vie cittadine, il gran numero di tank e carri armati che continuano a stazionare agli angoli delle strade (non solo nei punti strategici e sensibili) costituisce una presenza tangibile e inquietante per i libertari e l’opposizione politica.
Non per il crescente numero di sostenitori di Al Sisi, dipinto come l’uomo del destino in sintonìa con la tradizione presidenzial-militare della nazione. La svolta muscolare delle Forze Armate tranquillizza anche gli amanti della sicurezza a prescindere da qualsiasi panorama politico si prospetti all’orizzonte. Del resto costoro avevano ben visto la stessa parentesi securitaria di Mursi che, proprio un anno fa, cercò di contrastare con la collaborazione dell’esercito le manifestazioni di dissenso al suo decreto scoppiate nell’area di Ittahadiya ed estesesi in altri punti della capitale e in numerose città. Fu quello l’inizio della frattura che portò al Fronte di Salvezza Nazionale e al precipitare degli eventi dello scorso giugno. Dopo golpe, arresti, massacri che hanno svilito la Fratellanza e il suo braccio politico, il partito della Libertà e Giustizia, il creato movimento di sostegno della legittimità presidenziale che continua a scendere in strada mettendo a repentaglio incolumità e vita sociale non sembra bastare al futuro del gruppo islamico. Da qui il tentativo di rendez-vous che però, dall’attuale posizione di forza, l’Egitto laico, tradizionale o progressista e soprattutto filo militarista, può decidere di snobbare.
Sia perché non sarebbe vantaggioso prestare soccorso a un avversario che versa in gravi difficoltà. Sia per le nuove aperture di sostegno internazionale che hanno riportato i politici di Mosca a riaffacciarsi sulle pur travagliate coste del Mediterraneo nord africane rilanciando nuovi scenari di partenariato mondiale. Eppure anche ieri l’ennesimo uomo d’ordine è rimasto vittima d’un agguato. E’ un agente dei Servizi ucciso sotto casa quasi sicuramente perché indagava su adesioni a un gruppo jihadista e conseguenti azioni. Nello scorso settembre il Cairo aveva conosciuto le bombe qaediste, a ottobre nella regione del Delta del Nilo s’era verificato l’attentato mortale a tre poliziotti. Far mancare ai giovani islamici egiziani un referente politico moderato com’è la Brotherhood può centrifugare energie all’esterno, verso quella galassia dell’Islam fondamentalista ben supportato dalle petromonarchie del Golfo. 

sabato 16 novembre 2013

Nichi, amorevoli risate


La vergogna del politico dei “comizi d’amore” non sta solo nelle risatine filo padronali, ma nell’amore per una certa politica. Quella che nella migliore tradizione del suo mentore Bertinotti (prima della ritarata strategica sul maggiore scranno di Montecitorio) conduceva e conduce taluni “compagnucci” a occupare poltrone. Dalle assai remunerative delle istituzioni più prestigiose di Senato e Camera fino alle amministrazioni locali dove per circa un ventennio - coincidente guarda caso col berlusconismo - anche a sinistra ha circolato l’incantevole ideale del carrierismo politico. E quali carriere! Copiose entrate per soggetti con pochissima arte e perfettamente nella parte di rappresentante del popolo, nelle versioni truffaldine contrassegnate da ogni colore politico e pure da un rossastro Sole dell’Avvenir. Il proprio. Il bell’esempio ai colleghi liberi e sinistri, i cui emolumenti arrivano anche nelle più sperdute giunte comunali e nei consigli circoscrizionali delle metropoli l’offre il Governatore della Puglia. Munifica carica attuale, a meno di razzenti dimissioni, del leader di Sel dove la e dell’acronimo sta per ecologia. Un perverso senso di coerenza: proprio quell’ecologia (e quella salute) calpestate dai signori Riva e Archinà con cui il presidente Vendola intratteneva ridanciani rapporti.
Relazioni certamente di rappresentanza per la funzione pubblica della carica ricoperta, che non gli vieta però di sorridere e apprezzare le provocazioni con cui il clan dell’acciaio svicola di fronte alle domande scomode d’un giornalista, definito dal clan un provocatore. Dà metaforicamente di gomito il Nichi nazionale, si compiace del “guizzo felino” del portavoce dell’Ilva. Ora, tanato, prova vergogna, ma solo “un po’, perché io non rido dei tumori, so cosa significhi il dolore e non permetterò a nessuno di sollevare dubbi sulla mia onestà intellettuale e manipolare la realtà in maniera strumentale e volgare”. Lo scivolone telefonico ribadisce la logica della doppiezza della sinistra parolaia di cui Vendola, diversamente dai banali epigoni, è un esponente di rango. Le sue parole pescano dal dizionario vocaboli forbiti, cavalcano metafore immaginifiche, puntano a suscitare sentimento per sollevare i cuori. Peccato che anni di presenza politica sono lì a testimoniare come sostantivi e aggettivi muovano solo l’aria, non gli ideali. E se qualche sogno traspare viene immolato sull’altare di accordi, interessi, servizi ben lontani da quanto enunciato e promesso. E’ la coazione a ripetere con cui questa sinistra occupa spazi per sé e per i suoi affarucci, ovviamente limitati rispetto al Bingo cui accede il fratello maggiore, si sia chiamato Ds, Pd o quel che ne sarà d’un partito che partorisce lettiani, renziani ed esemplari per nulla differenti. Sono gli operai dell’Ilva e le non poche figure sociali martoriati dai governi nostrani e da certi servili cantastorie a dover guardare altrove, agendo come già iniziano a fare.