La definizione di ‘Nato islamica’ lanciata da qualche commentatore è sicuramente a effetto, ma oggettivamente avventata. A cominciare dai numeri, tre Paesi, che pur importanti e con ampie velleità di supremazia regionale, risultano comunque pochi per un disegno di strategia militare dell’area. Un angolo di mondo in conflitto eterno per la presenza di Israele, dove però popolazioni smembrate da guerre dell’ultimo quindicennio come iracheni e siriani cercherebbero pace più di alleanze securitarie. Il primo passo dell’accordo stipulato da Erdoğan, bin Salman e Sharif per conto di Turchia, Arabia Saudita e Pakistan è comunque una vicinanza difensiva per sancire il bisogno di protezione dai piani distruttivi, suprematisti, razzisti che nell’ultimo triennio Tel Aviv ha rilanciato sulle terre palestinesi, e poi in Libano, Siria fino all’Iran. Le tensioni vanno ben oltre i contrasti verbali fra Erdoğan e Netanyahu. Leader che non si sono risparmiati reciproci sprezzanti paragoni con Hitler, o epiteti da ‘vampiro succhiasangue’ del primo sul secondo, e ‘antisemita’ del premier al presidente. A infastidire Netanyahu, pronto su ogni terreno ad alzare il tiro per confermare il ruolo di duro in vista delle elezioni d’ottobre, è lo sgretolamento del “Patto d’Abramo” tessuto dall’amico Trump del primo mandato, e comunque rilanciato nel secondo ma con effetti meno efficaci. Di mezzo il conflitto con Hamas e il meticoloso sterminio dei gazawi, che hanno prodotto nelle monarchie del Golfo, dove primeggiava la disponibilità di bin Salman, un raffreddamento degli ardori di benevolenza verso Israele. Sia chiaro, nessun emiro ha voltato le spalle a Tel Aviv, ma quel progetto d’apertura del mondo arabo verso un Paese guidato da ministri che dicono di “voler sterminare i palestinesi” è oggettivamente ridimensionato. Da qui le evoluzioni regionali in un territorio ben più ampio che coinvolge Turchia e Pakistan, entrambi assillati dai conflitti che li sfiorano visti i raid dell’aviazione israeliana sui rispettivi confini siriano e iraniano.
I passi dettati dal quel discusso stratega dell’ultimo ventennio mediorientale che è Erdoğan non puntano a sostituirsi alla diplomazia statunitense, peraltro ambigua e ondivaga verso più d’una situazione critica. Il presidente turco cerca una sicurezza regionale e ha trovato sostegno nel principe saudita intenzionato a rafforzare i presìdi difensivi oltre le forniture dei caccia statunitensi. Islamabad funge da terza gamba col connubio amministrativo-militare della coppia Sharif-Munir. Tradotto in future strategie d’economia bellica cui nessuna delle tre nazioni rinuncia, la Turchia può portare in dote un ampio bagaglio di competenze in progettazione di piattaforme e ingegneria dei sistemi, il Pakistan ha eguale esperienza ingegneristica unita a integrazione e produzione, l'Arabia Saudita gode di strabordanti capitali di fonte energetica e può puntare su ampliamenti produttivi industriali. Certo, bisognerebbe combinare consultazioni strategiche e pianificazioni emergenziali. Quindi sorveglianza aerea e marittima, allerta missilistica, e qui già si pone la contraddizione che vede Ankara legata alla Nato, l’Alleanza Atlantica tuttora viva e vegeta. Per tacere della necessaria condivisione d’Intelligence che potrebbe trovare refrattarie le strutture stesse per quanto esse hanno mostrato negli anni passati. Si pensi allo Stato nello Stato costituito da Inter-Services Intelligence su cui i governi di Islamabad spesso possono poco o nulla. O chi come il Mit turco e Al-Mukhabarat al-Amma saudita in un passato non remoto hanno seguito l’un contro l’altro percorsi a dir poco battaglieri attorno al truculento omicidio del giornalista Khashoggi. C’è poi l’ipotesi della condivisione di potenziali aggressioni non cercate, ma subìte. Come dovrebbero interagire i tre soggetti se ad attaccarne alcune città o infrastrutture fosse non tanto un esercito come Israel Defences Forces ma l’imprevedibile guerriglia di Ansar Allah, i partigiani Houti in aperto contrasto con Ryadh? Insomma la via sunnita alla difesa ha un percorso instabile nel bene e nel male tutto da definire.


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