martedì 9 febbraio 2021

India, geostrategia e pandemia fra le agitazioni sociali

Quanto possono incidere le agitazioni sociali del mondo rurale indiano - che pur nell’indeterminatezza delle statistiche risulta coinvolgere numeri da capogiro - nella controversa trasformazione statale cavalcata nell’ultimo decennio dal Bharatiya  Janata Party? Il partito di governo s’ammanta di un’ideologia nient’affatto progressista, insegue un piano divisivo esaltando l’etnìa hindu, indica questa religione come “l’unica matrice indiana”. Di fatto polarizza la nazione-continente, orienta una stragrande maggioranza di quasi un miliardo d’individui di fede hindu, opponendola agli islamici interni e alle minoranze buddista, cristiana, sikh. Molti ministri del suo governo hanno assunto posizioni reazionarie sul tema dell’immigrazione e delle autonomie. E’ accaduto con la legge sulla cittadinanza che discrimina i musulmani dei Paesi limitrofi cui viene interdetta la possibilità di rifugio in India pur se perseguitati. E nel Kashmir messo a ferro e fuoco dopo le proteste contro la cancellazione d’un articolo della Costituzione che garantiva da oltre sessant’anni l’autogoverno amministrativo. L’Esecutivo a trazione Bjp, che strizza l’occhio alle teorie razziste dell’hindutva, ora accusa di vecchiume gli agricoltori del popolatissimo Uttar Pradesh e del Punjab da settimane all’assedio della capitale. Non tanto riferendosi alle barbe bianche dei nonni che affiancano figli e nipoti nella protesta, ma alla scelta di scontro frontale con la liberalizzazione del mercato agricolo. I contadini sanno che la cancellazione della copertura statale in quel mercato, favorirà le multinazionali. Essi perderanno la possibilità di cedere i prodotti della terra a un prezzo tutelato e li metterà alla mercé di colossi come l’India Reliance Industries forti nel dettare le tariffe, ovviamente a proprio favore. Questo mondo, neanche tanto piccolo se condiziona la vita di mezzo miliardo di attuali indiani, viene considerato superato da un governo che in altri settori non può dare lezioni di efficienza. 
 

Sul fronte geostrategico diversi analisti interni criticano l’ondivaga strategia di Modi. Come altri iper nazionalisti sparsi qui e là sembra osservare l’orizzonte con una lente rovesciata. E nell’ereditato desiderio di supremazia - che fu anche d’altri premier di Delhi - stenta ancor di più, concentrato com’è sulle vicende domestiche. Da qui il corto circuito indiano: divulgare talune sue eccellenze (l’informatica di Bangalore, i set di Bollywood) e limitare altri settori, restando isolato non solo sul versante diplomatico e delle relazioni internazionali, ma paradossalmente anche su quello militare che imporrebbe ben altre svolte a chi punta all’egemonia asiatica. Il suo presumibile più numeroso esercito mondiale: 1.300.000 effettivi, 1.200.000 riservisti, 1.300.000 paramilitari (i cinesi vantano due milioni di militari e mezzo di riservisti) non è strutturato adeguatamente per le sfide in corso. Seppure nei bunker si conservino 150 testate atomiche, così da risultare la settima forza nucleare globale, i restanti armamenti sono limitati rispetto ai balzi compiuti negli ultimi tempi da attori con enormi pretese regionali. Delhi conta su carri armati Arjun e T-90, elicotteri d’attacco statunitensi (Apache), russi (Kamov), francesi (Hal Chetak), di recente ha acquisito caccia Rafale, ma taluni commentatori ritengono l’arsenale inadeguato per le sfide attuali e prossime. Secondo altri il vero problema è altrove. Riguarda uomini e strategie. Il dicastero della Difesa viene definito un sifonoforo (specie marina d’invertebrati che vive in colonie dalle forme sottili e allungate). La struttura militare indiana risulta frazionata in molti, troppi, organismi dislocati in aree e località distanti fra loro, che consumano energie e fondi seguendo percorsi a sé stanti, spesso incomprensibili. Nel 2019 al ministero della Difesa è giunto un sodale di Modi, addirittura più radicato dell’amico-premier in casa Bjp. E’ Rajnath Singh,  pilastro non solo del partito di cui è stato presidente, ma fervido sostenitore della citata hindutva, coltivata nell’avvìo di militanza politica presso la fascistoide formazione Rashtriya Swayamsevak Sangh.

 

In precedenza il ministro aveva ricoperto altri incarichi. Quale responsabile del dicastero dell’Interno nazionale e dell’Istruzione nell’Uttar Pradesh s’era distinto per posizioni settarie sia in una gestione faziosa dell’ordine pubblico, sia nella riscrittura in chiave hindu di libri di storia. Aveva perorato la raccolta di fondi per gruppi paramilitari, fra cui il battaglione Bastariya, sorto per reprimere il movimento naxalita e appartenente alla galassia dei gruppi armati che collaborano con la Central Reserve Police Force, guidata dal ministero dell’Interno. Al considerevole impegno per riorganizzare l’uso nazionale della forza non corrisponde oggi una forza armata per le velleità geostrategiche regionali e mondiali. Però lanciare, com’è stato minacciato, l’apparato poliziesco, e se non bastasse quello militare, contro le manifestazioni dei trattori non sembra un’idea brillante. Perché, come riferito da alcuni contadini sotto il simbolico Red Fort,  Siamo qui in alcune decine di migliaia, potremo diventare milioni”. Attaccare il settore agrario vuol dire colpire centinaia di milioni di concittadini anche di fede hindu, quindi la leva dello scontro confessionale, tanto cara al Bjp, potrebbe non pagare. Accanirsi su questi lavoratori significa mettere in crisi la fonte primaria del Pil nazionale, calcolata attorno al 28%; aggiungere emergenza sociale a una già grave difficoltà economica accresciuta dall’accidente della pandemia. Sul terreno sanitario le cose vanno malissimo, sia i think tank favorevoli a Modi che ne giustificano le insane mosse, sia critici che gli fanno le pulci sul claudicante desiderio di grandezza mondiale conoscono la percentuale del Pil destinata alla salute: appena l’1%. Quest’assoluta insufficienza ha una drammatica ricaduta sulla vaccinazione anti Covid, col Paese che pur essendo una delle fabbriche mondiali di farmaci e col Serum Institute anche di vaccini, ha inoculato finora 5 milioni e mezzo di dosi, coprendo lo 0,40% della sua gente. Anche questo dato è uno smacco alle presunte modernità ed efficienza di Delhi, virtù che il governo rinfaccia agli agricoltori dicendogli di cambiare orientamento, ma che nella realtà non fa proprie.

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