giovedì 30 aprile 2020

Delhi, la guerra del cibo


“Gli ambulanti musulmani vendono frutta e verdura infettate dalla loro saliva. Fate attenzione, non comperate da loro”. Questi allarmi l’hinduismo estremista non li vocifera per strada, li diffonde anche tramite i suoi canali informativi. E’ l’ennesimo infimo livello dello scontro interreligioso che avviene col sostanziale lasciapassare del governo centrale. Certo, giorni fa quando la canea antiislamica stava crescendo il premier Modi ha diffuso un proclama di unità della nazione, ha vestito panni moderati sostenendo che il virus non distingue razze e fedi, colpisce tutti e nessuno dev’essere accusato, se non per comportamenti inadeguati e inosservanti le misure antipandemia. Il riferimento alla sconveniente riunione dei missionari del Tablighi Jamaat, che s’era tenuta a metà marzo in un quartiere di Delhi, è inevitabile. In fondo quella congregazione non ha giovato all’assedio che i musulmani già subivano a opera del fanatismo hindu. Ora, però, alcuni membri del gruppo colpiti dal virus e posti in quarantena reclamano un rilancio della discriminazione. In un’intervista concessa ad Al Jazeera un convalescente ormai guarito sostiene d’aver praticato un periodo di isolamento doppio, non di quattordici giorni bensì di un mese, di essere stato sottoposto a tre tamponi, risultati tutti negativi, ma di non aver ricevuto il visto sanitario per uscire dal centro dov’è rinchiuso. Peraltro in quel luogo la fornitura del cibo non rispetta le cadenze del periodo di Ramadan per i due pasti - prima dell’alba (suhoor) e dopo il tramonto (iftar) - cosicché i fedeli, già debilitati dalla malattia, in certi giorni non si possono nutrire.

Non solo la fazione avversa, ma le stesse autorità locali affermano che si tratta di bugie. Nello Stato di Delhi la guida è in mano all’Aam Aadmi Party, componente di recente formazione, sorta nel 2012 sull’onda della protesta contro la corruzione politica dilagante nel Paese. L’amministrazione ha l’appoggio dell’Indian National Congress, dunque, è un pezzo d’India che si distanzia dell’oltranzismo del Bjp. Però gli attriti coi musulmani, magari solo con toni di contrasto polemico, restano. Comunque, dopo la grave trasgressione per la quale hanno essi stessi pagato gravi conseguenze, alcuni adepti del Tablighi Jamaat in quarantena stanno collaborando con le autorità sanitarie di Delhi. Oltre a sottoporsi ai tamponi di controllo, su input del leader della confraternita missionaria, hanno donato il plasma per il trattamento di altri pazienti. Il plasma può essere raccolto da quelle persone che hanno un test positivo e sono state ricoverate. Secondo alcuni medici il sangue dei malati può sviluppare anticorpi utili a combattere la patologia, ma un gruppo di scienziati confuta questa tesi. Gli attuali numeri evidenziano 33.000 contagi, 23.000 attivi, 8.300 guariti, 1.074 morti così il governo ha parzialmente prolungato la fase del distanziamento, però il Paese segue percorsi differenziati. Gli Stati meno colpiti hanno già riaperto negozi e mercati, un po’ quel che accade in varie nazioni Ue. Come in Europa (e in Italia) si va in ordine sparso, con ciascuno che vuol fare di testa propria.  

martedì 28 aprile 2020

Kerala, dove l’Istituzione salva il cittadino


Il Vo’ Euganeo indiano ha molti più abitanti dei 3.300 del paesino padovano. Si aggiungono cinque zeri e s’arriva a 33 milioni. Tanti sono i cittadini dello stato del Kerala. Concentrati non in metropoli, Kochi, il grande porto sul mare Arabico con l’immensa periferia, non supera il milione e mezzo di abitanti. Però la densità di popolazione è elevata, sfiora le novecento unità per chilometro quadrato, la maggiore del Paese-continente. Così mentre il governo centrale di Modi si barcamena fra il contenimento pandemico e la lotta all’atavico virus della povertà di tanta popolazione, quello Stato meridionale riscontra un formidabile contenimento dell’infezione da coronavirus. La mossa vincente è stata - come nella comunità del paesino veneto che ha seguito il protocollo predisposto dal professor Crisanti - un intervento immediato e mirato sui soggetti contagiati, individuati tramite una campionatura a tappeto della popolazione. Sappiamo che a Vo’ quel giusto contenimento è stato reso possibile da strutture sanitarie territoriali, salvate dalla pandemia politica che per due decenni altrove le azzerava. La storia del Kerala è egualmente lungimirante: sostegno ai centri sanitari pubblici con un impegno di mezzo miliardo di euro negli ultimi anni, creazione d’infrastrutture e posti letto (5775) che altri Stati dell’India si sognano. Questa regione meridionale indiana ha una storia molto dedita al sociale. E’ governata alternatamente dal Partito comunista e da quello del Congresso, due soggetti attenti ai bisogni della gente. Se ne avvantaggia la popolazione che, pur fra le contraddizioni imposte dalla linea del governo centrale, ha visto crescere attorno a sé le infrastrutture della sanità e dell’istruzione. Col sui 94% il Kerala tocca il livello più alto di alfabetizzazione dell’India, che comunque registra un lusinghiero 74% generale.
Di recente il ‘rosso’ Pinarayi Vijayan, capo dell’esecutivo locale, ha sbloccato due miliardi e mezzo di crediti per sostenere gli ospedali pubblici. In rapporto alla popolazione una cifra molto superiore ai venti miliardi di euro che Modi ha stanziato per l’emergenza Covid. In altre due recenti emergenze il ‘modello Kerala’ s’era distinto per prontezza ed efficacia. Durante un’ennesima infezione virale detta “Nipah” che provocava tosse, febbre, convulsioni con rischio d’encefalite. Anche in questo caso il virus proveniva dal pipistrello e poteva esser transitato sull’uomo attraverso gli allevamenti di suini. La seconda emergenza del 2018 scaturì da terribili inondazioni nel periodo monsonico. Il sistema delle panchayat (le assemblee di comunità), peraltro antichissimo, conservato ed esaltato dal governo comunista del Kerala, funzionò alla perfezione, coordinandosi con le autorità politiche e predisponendo un isolamento dei villaggi colpiti, nel caso della Nipah, e di soccorso nei medesimi durante l’alluvione. Un sistema che fa imbestialire l’ultranazionalismo hindu, poiché conferisce ampio spazio al potere orizzontale e collettivo. Infatti in questi giorni il Kerala, che ha registrato 468 infetti e quattro vittime da Sars CoV2 (l’India dichiara 27.000 contaminati e 900 vittime), ha avviato una graduale ripartenza delle attività, contro cui Modi ha lanciato il suo anatema, chiedendo di rispettare le direttive centrali. Ma in quell’area il governativo Bjp conta poco e niente, e non può schierare quei picchiatori capaci altrove d’agire indisturbati sotto l’occhio complice della polizia.   

lunedì 27 aprile 2020

Turchia, geopandemia e geoeconomia



Nelle due ultime settimane in cui l’epidemia Sars CoV2 s’è ampiamente materializzata anche sul suolo turco - superando i 100.000 contagi ma contenendo a oggi il numero delle vittime (2.600) - il presidente Erdoğan è uscito allo scoperto sul tema. In pubblico ha parlato di opportunità per la nazione e il popolo di costituire un faro in Medioriente, non nascondendo velleità d’essere al centro della scena nella prossima fase di recupero e rilancio delle economie globali. Non che quella turca navighi in buone acque, ma le pretese di certi capitani d’impresa filogovernativi non sono tramontate e le velleità di primato del Sultano restano in bell’evidenza. Del resto proprio nella martoriata area mediorientale Erdoğan s’è ripreso la scena, tallonando Putin, incensandolo dopo averlo strattonato, riguadagnandosi uno spazio militare certamente a danno del Rojava kurdo, ma anche del resuscitato Asad. Il sostegno della stampa di regime, visto che quella critica è in gran parte incarcerata e imbavagliata, è un puntello molto utile al presidente turco per rilanciare un rapporto seduttivo verso il Paese. Così alcune iniziative che riguardano la pandemia mostrano lo zampino di chi sente d’aver ampiamente spodestato dal ruolo di padre della patria lo stesso Atatürk. In questo periodo un’azione diplomatica presidenziale ha tolto il blocco ai presidi di prevenzione (mascherine e altro) provenienti da Levante e dirette in Occidente, rimasti per settimane fermi alla dogana turca. Mentre il materiale sanitario destinato a un uso interno ha in bellavista il marchio presidenziale, così da far restare nella memoria della gente da chi proviene l’impegno per battere il malefico coronavirus.
Nelle quattro settimane del sacro mese di Ramadan, chiudendo le moschee e ricordando di non riunirsi in gruppi extra familiari per il pasto serale, Erdoğan come fosse un padre spirituale rammenta ai fedeli di vivere comunque con partecipazione questo periodo. Nella certezza che la grande e islamica Turchia riuscirà a riprendersi, a essere d’esempio per la Umma musulmana, a proporsi come guida geopolitica nella regione. In realtà gli analisti finanziari guardano all’ennesima svalutazione della lira turca, che da inizio anno ha perso un 15% di valore rispetto al dollaro, come a una prossima crisi monetaria per la nazione. Servirebbe un’iniezione di denaro dal Fondo Monetario Internazionale. Però proprio la politica estera erdoğaniana ha molto scontentato la Casa Bianca, a partire dalla vicenda dell’acquisto del sistema di difesa missilistica russo S-400. E Washington conta molto nelle scelte del Fmi. Col doppiogiochismo che gli è proprio il presidente turco fa sapere che, per ora, quel sistema è accantonato. Poi, come detto, ha sbloccato il materiale sanitario in viaggio verso l’Europa, tanto per mostrarsi collaborativo verso Germania, Francia, Italia. Fra gli Stati verso cui dovrebbe indirizzarsi il sostegno monetario del Fmi l’attuale Turchia non mostra i parametri richiesti: bassa inflazione, controllo sul deficit, conti in equilibrio. Solo un miracolo le aprirebbe le casse dell’organismo internazionale. Però un altro miracolo potrebbe comparire all’orizzonte dal rilancio internazionale post Covid, quello che può collocare attività produttive in alcune aree mondiali. La Turchia è fra i Paesi che dispone di manodopera a buon prezzo, capacità tecniche e un governo forte. Da lì potrebbe partire una risalita economica e addirittura un nuovo boom. L’attenzione è concentrata sull’emergenza sanitaria, ma le ipotesi volano avanti.

giovedì 23 aprile 2020

India, tutti contro il Coronajihad


Coronajihad la chiama la stampa più servile al regime, ma anche quella comunque non ostile al premier Narendra Modi. L’immensa nazione che sembra più affamata che malata di Sars CoV2 (è di ieri la foto d’apertura del New York Times con due giovani disperati e affamati appesi a un piatto di lenticchie) sta rinfocolando odio attorno al pericoloso quanto sconsiderato comportamento della missione islamica Tablighi Jamaat. Come già riferito (cfr. India, torna l’intolleranza sull’onda dell’epidemia) il loro incontro tenutosi dal 13 al 15 marzo nella sede della congregazione in pieno centro di New Delhi, un raduno con ottomila fedeli sparsi per i sei piani dell’edificio, nei vicoli attigui, nelle vicine moschea e madrasa, ha sicuramente contribuito a un incremento di casi virali. In più, dopo il divieto assoluto decretato dal governo di vicinanza per più di cinquanta persone, il 30 marzo nuovamente nell’area di Nizamuddin, quasi duemila adepti della comunità si sono riuniti, incuranti del pericolo per sé e la restante popolazione d’ogni angolo del Paese che avrebbero successivamente sfiorato, più o meno muniti di mascherina, visto che una parte di loro è rientrata nelle aree di provenienza. Contro lo sciagurato comportamento si sono pronunciati gli stessi rappresentanti di altre comunità musulmane dell’India, ma intanto le frange più oltranziste del governativo Bharatiya Janata Party ampliavano un tam tam carico d’odio verso gli islamici in generale, foriero di possibili futuri pogrom. I primi episodi di pestaggi rivolti a giovani musulmani, che distribuivano cibo a soggetti poveri, si sono registrati nei primi giorni d’aprile, e sul disgraziato incidente dei membri di Tablighi Jamaat il fondamentalismo hindu prepara nuovi sanguinosi assalti.
Ma accanto al radicalismo di piazza, continua a preoccupare l’escalation dell’apartheid voluto dall’attuale esecutivo e già introdotto nei settori dell’istruzione e della cultura. La situazione pandemica crea una coda anche nel sistema sanitario. In certi Stati - notizie giungono dal Gujarat, da dove Modi iniziò la scalata al potere - negli ospedali vengono predisposte sale distinte per possibili infettati. Non solo una divisione fra reparti maschili e femminili, bensì ampie zone per la maggioranza hindu e altri settori per i musulmani. Un separatismo in piena regola, ma non per prevenzione da virus. Secondo la discriminazione inseguita con meticolosa programmazione dall’hindutva - l’ideologia diffusa dalla fanatica corrente dell’hinduismo presente dai primi del Novecento e rinfocolata dal Rashtriya Swayamsevak Sangh e dallo stesso Bjp - i musulmani stessi rappresentano il virus. Un’accusa che s’aggiunge ai già noti malesseri indiani: povertà, malattie, disoccupazione, terrorismo tutti ricondotti all’Islam. Insomma la Umma è portatrice d’una sorta di stragismo virale. Certo, la confraternita Tablighi Jamaat l’ha fatta grossa. Buona parte degli infetti della zona di Delhi sono connessi al suo raduno, sebbene nella capitale la mortalità sia bassa (48 decessi) e il maggior numero delle 681 vittime contate nel Paese è concentrata nel Maharashtra (269). Finora i contagiati a livello nazionale risulterebbero 21.700. Il picco è sempre atteso per metà maggio, mentre i fuochi interreligiosi possono ripartire in ogni istante. 

Afghanistan, l'epidemia entra a Palazzo


A fronte di irrisorie cifre sui contagi della pandemia Covid-19 - i positivi risultano poco più di mille, i decessi trentasei, ma i controlli rivolti alla popolazione sono pressoché assenti - l’infezione compare improvvisamente dentro i palazzi governativi. Lo annunciano le stesse autorità statali che hanno ottenuto test e tamponi per il personale amministrativo, registrando ben quaranta casi di positività. Gli impiegati e gli addetti alla sicurezza potrebbero essersi infettati nell’edificio del Consiglio Nazionale di Sicurezza, che dovrà essere sanificato. L’allarme, allargato alle centinaia d’incaricati e inservienti delle strutture, è scattato per proteggere il settantunenne presidente Ghani, soggetto a rischio per essersi tempo addietro ammalato di tumore. Sale l’allerta anche negli apparati Onu presenti a Kabul e per le truppe Nato. Il locale ministero della Salute sostiene d’aver predisposto un piano antipandemico, ma questo forse può riguardare chi lavora negli uffici centrali (e a seguito di quanto è accaduto, le falle appaiono comunque evidenti), non certo la gran parte della popolazione per la quale valgono le norme igieniche generali e il giornaliero ‘fai da te’. E’ probabile che un certo contenimento della diffusione virale derivi dalle oggettive condizioni di isolamento della vita quotidiana, imposto nelle città dal timore attentati. Sebbene, poi, nelle abitazioni il sovraffollamento sia una costante a Kabul come nei centri maggiori. Di fatto non esiste la possibilità di ricevere informazioni da zone rurali e aree periferiche, le notizie provengono esclusivamente dalla capitale e dalle strutture ufficiali. Ad esempio, è stato reso noto che i reparti sanitari finora dedicati alla lotta alla polio sono stati riconvertiti all’emergenza Covid. Ma come in tutto il mondo, accanto ai timori per la salute è la buia prospettiva economica a mettere in ginocchio coloro che mangiano solo se riescono a vendere qualcosa al mercato o agguantano un lavoretto giornaliero. Il Paese con l’80% di tasso di povertà e il 30% di disoccupazione non potrà che veder salire tali percentuali in caso di blocco totale. Sebbene probabilmente questo blocco non sarà né ferreo né prolungato. Le forze dell’ordine sono preoccupate da altre emergenza, quella degli attentati sul territorio non è mai venuta meno. E le tensioni coi talebani, già ai ferri corti con Ghani che non vuole attuare l’accordo di Doha liberando i miliziani reclusi, in più i turbanti minacciano una rottura con gli Stati Uniti che hanno ripreso i raid coi droni pur avendo sottoscritto il cessate il fuoco. Il quadro evidenzia un ‘tutti contro tutti’ sotto diversi punti di vista: sul fronte finanziario Washington ha (almeno nelle intenzioni) tagliato un miliardo di dollari d’aiuti a Ghani che, con gli ultimi colpi di testa, ostacola la prosecuzione dei colloqui inter-afghani. Questo denaro avrebbe fatto comodo nella fase economica recessiva che si prospetta. Mentre un obolo viene dalla Banca Mondiale (dove il presidente ha lavorato a lungo), la promessa di venti milioni di dollari per contenere i mesi neri che si profilano all’orizzonte è un alito di vento in un Paese vessato e costretto alle elemosine.  

mercoledì 22 aprile 2020

Turchia, il Covid-19 riattiva il virus politico


Ferma, nonostante le conseguenti difficoltà economiche, la Turchia delle metropoli attua per la terza settimana un serrato “tutti in casa”. Le cifre della pandemia, dopo un avvio lento ai primi di marzo, sono salite considerevolmente giungendo finora a 91.000 casi, ma tenendo i decessi (oltre 2000) al di sotto dei tragici numeri di taluni Stati europei. Questo, a detta del ministero della Salute, grazie all’individuazione degli infetti tramite una diffusa pratica di tamponi eseguiti nel Paese dai primi giorni dell’allarme coronavirus. Ora i tamponi ammontano a 700.000. Come accade in alcune nazioni, c’è chi contesta i dati ritenendoli non trasparenti. E la polemica diventa politica proprio con gli amministratori delle maggiori città, la cui direzione nell’ultima consultazione locale, il partito di governo ha perso a vantaggio dei candidati dell’opposizione, principalmente repubblicana. Oltre che a Istanbul, ad Ankara, Izmir, Adana, Mersin, Antalya sono state effettuate raccolte di fondi per sostenere l’organizzazione della lotta al Covid-19, ma le somme sono state bloccate da una circolare del ministero dell’Interno che sta svolgendo indagini. Il sospetto è l’attivazione d’una campagna che condurrebbe a “uno Stato parallelo”. Uno spettro che, dal tentato golpe del 2016, continua a essere agitato e, in alcuni casi, supposto dal potere stesso. Dopo le reazioni sdegnate dei sindaci di quelle città, da alcuni giorni la vicenda sta montando con l’apertura di un’inchiesta giudiziaria e indagati risultano proprio i primi cittadini di Istanbul, Ekrem Imamoğlu, e di Ankara, Mansur Yavas. Insomma, l’Esecutivo non sopporta d’essere eguagliato o superato da iniziative che non partono direttamente da proprie indicazioni. Nella fase critica le polemiche dovrebbero lasciare il posto al buon senso, ma come in altre occasioni il Palazzo sembra guardare prevalentemente a sé.

Il ministro della Salute Koca, ha evidenziato la rapidità con cui, per far fronte all’emergenza, è stato predisposto un ospedale dedicato ai contaminati dal Coronavirus, è sorto su una pista smantellata e riconvertita per questa necessità dell’aeroporto Atatürk nella metropoli sul Bosforo. Il ministero ha anche diffuso sui media cifre confortanti sui posti letto per le terapie intensive e fa di tutto per tenere sotto controllo la situazione sanitaria. Fino a oggi la popolazione sta rispondendo ordinatamente e coscienziosamente all’invito all’isolamento che viene ripetuto cinque volte al giorno, assieme alle preghiere dai minareti. Bisognerà vedere se per stanchezza o necessità lavorativa inizierà uno spontaneo quanto pericoloso rompete le righe. Il picco epidemico è previsto per la prima settimana di maggio, il professor Özlü dell’Ufficio Scientifico Nazionale ha dichiarato: “Tutto dipende dai comportamenti collettivi, rispettare il distanziamento è la prima, fondamentale norma, assieme a quelle igieniche e alla profilassi personale e di gruppo”. L’esperto fa capire che se fra 15-20 giorni la Turchia raggiungerà l’apice infettivo e terrà sotto controllo la situazione, si potrebbe pensare a una prima parziale normalizzazione lavorativa e sociale entro metà giugno. Intanto il governo, tramite il ministero del Lavoro, Famiglia e Servizi sociali sta elargendo aiuti (143 dollari) a 4.4 milioni di nuclei familiari bisognosi, in genere chi ha perso il lavoro oppure attualmente è occupato a tempo ridotto con un salario insufficiente a un sostentamento minimo. In via d’attuazione anche l’amnistia ‘sanitaria’, che prevede la scarcerazione di decine di migliaia (fra i 70 e i 90.000) di detenuti comuni, anche condannati a lunghe pene per delitti contro persone e patrimonio, ma esclude totalmente gli oppositori politici. Per quest’ultimi, considerati tutti indistintamente terroristi, non c’è salute che tenga.

martedì 21 aprile 2020

Saud, l’ultimo sequestro


La segregazione della principessa Basmah bint Saud in una prigione saudita, come lei stessa ha annunciato su Twittet (evidentemente non privata della tecnologia personale) è l’ultimo episodio della saga della repressione e di “rieducazione forzata” cui ha abituato la gestione degli affari interni da parte del principe Bin Salman. Forse non è un caso che le associazioni a favore dei diritti umani, cui la stessa principessa aderisce e offre sostegno, abbiano divulgato la notizia in concomitanza con l’apparizione del rapporto annuale di Amnesty International sulle esecuzioni capitali nel mondo. La monarchia Saud rientra - assieme a Cina, Iran, Iraq, Egitto - fra le cinque nazioni che nel 2019 hanno utilizzato più volte la pena di morte. A Riyadh in centottantaquattro occasioni, i condannati erano prevalentemente uomini (178) accusati di omicidio e questioni di droga. Sei le donne finite al patibolo. Alla principessa va molto meglio. E’ stata “solo” rapita con una delle mie figlie e condotta in galera, senza spiegazioni di sorta. E’ accaduto all’inizio di marzo e la questione è stata tenuta sotto chiave, come la sua vittima. Ora che di tempo ne è trascorso abbastanza, temendo anche per la sua salute, ha pregato il sovrano e il principe Bin Salman d’essere rilasciata per non aver fatto nulla di male. E le sue associazioni con sede in Gran Bretagna, dove lei stessa ha risieduto a lungo prima di rientrare nella penisola araba, hanno fatto da cassa di risonanza a una situazione divenuta delicata.
La principessa non è l’unico sequestro del periodo. Anche il principe Faisal, figlio del re Abdullah e all’epoca responsabile della Mezzaluna Rossa, è stato bloccato a fine marzo col sospetto di essere affetto dal Covid-19. Vero, falso? Comunque da un ipotetico isolamento per quarantena è stato condotto in carcere e da venticinque giorni i familiari non sanno niente di lui. La mano del principe-sovrano dovrebbe aver dettato questi arresti che, pur rivolti a singoli, paiono in linea con la prassi coercitiva già imposta in altre occasioni ad appartenenti alla corposa famiglia reale. La prigione dorata dell’hotel Ritz-Carlton di Riyadh, in cui Bin fece rinchiudere undici membri della famiglia Saud accusandoli di corruzione, è rimasta negli annali neri di famiglia. Qualcuno dei principi, non sfuggì alla prigione vera, e uno dei più potenti, Turki bin Abdullah, è tuttora detenuto. Perché accanto al programma riformatore (Vision 2030) di diversificazione dell’economia da Stato redditiere - peraltro utile in situazioni come l’attuale di caduta del prezzo del petrolio - Bin Salman cerca di eliminare ogni diretto concorrente (fratelli, fratellastri, cugini) a una gestione accentrata del potere. Ma sappiamo che il suo cinismo ha fatto di più.
Il grande principe, come ogni oligarca, non tollera la dissidenza. E nel caso del giornalista Jamal Khashoggi, è giunto a tagliarla letteralmente a pezzi. Ha poi ammesso che si è trattato d’un errore e ha voltato pagina, aiutato da potenti e potentati del mondo che hanno steso un velo, nient’affatto pietoso ma intriso di correità, con la corona assassina. Ora la “censura” imposta alla principessa che parla di diritti umani, è un ennesimo avvertimento. Perché la signora Basmah, dopo un divorzio da un marito appartenente a un clan saudita di rango, se ne andò in Inghilterra a seguire i propri affari, e fin lì tutto bene. Poi s’è appassionata a questioni umanitarie, trasformando una posizione di riformismo moderato sui problemi interni sauditi, in richieste sempre più scomode per la corona. Interveniva sui metodi d’interrogatorio della polizia ufficiale, sul ruolo della polizia religiosa, fino a inoltrarsi sulle leggi islamiche che vietano raduni misti di uomini e donne. Insomma, troppo per il principe-riformatore che sulle innovazioni pretende l’esclusiva e alle donne, a certe donne, concede al massimo la patente di guida automobilistica. Insomma Basmah ha varcato i limiti e il sequestro, anche prolungato, dovrebbe servire a rimetterla in riga. E tanto per incuterle brividi maggiori, la sicurezza interna la tiene rinchiusa in una galera di quelle grevi, dove circolano detenuti d’ogni estrazione, finanche i possibili condannati a morte. Così la cerchia amicale della principessa rivela alla stampa che lei ha inviato un ‘cinguettìo’ al Dominus, sperando in un “gesto d’umanità”.