lunedì 15 giugno 2020

L’Egitto delle sparizioni: ancora giornalisti in galera


Giunto quasi all’età della pensione, 65 anni, Mohammed Mounir, redattore del settimanale egiziano Rose al-Yusuf e membro del sindacato giornalisti, si ritrova probabilmente in galera. Di lui non si hanno notizie da un paio di giorni dopo il prelevamento poliziesco alle tre del mattino dalla sua abitazione. Con l’aria che tira sotto il regime di Al Sisi la cerchia di amici e colleghi più stretti teme il peggio. Il periodico è una rivista storica della stampa araba, fu fondato nel 1925 da un’attrice, Fatma al-Youssef, meglio conosciuta col nome di Rose, nata libanese e trasferitasi al Cairo. Era figlia di un turco e di una libanese, quest’ultima morta dopo il parto. Anche il padre sparì dall’orizzonte di Rose quando lei aveva una decina d’anni: l’uomo emigrò in Brasile, lasciando la bambina a una famiglia cristiana. Da giovane la Youssef calcò i palcoscenici nelle vesti di attrice e si distinse per l’impegno sulle tematiche di genere, rompendo le convenzioni sociali sul diritto di espressione della donna e sul suo ruolo sociale in relazione alle restrizioni imposte dalle confessioni. Il tema venne riversato sul giornale fondato dalla Youssef che, sin dalle origini, affrontava questioni religiose, comportamentali e relative alla sfera sessuale.  Per i tempi un vero media d’avanguardia. Dopo la scomparsa della fondatrice altri importanti firme del giornalismo egiziano hanno diretto e lavorato al Rose al-Yusuf, su tutti Mohamed al-Tabii che ha lasciato la propria impronta orientandolo su temi sociopolitici, prima di andare a fondare il quotidiano Al-Masry. Una delle caratteristiche di questa stampa era l’uso della vignettistica e delle caricature che si radicò nella tradizione dell’informazione araba. Negli anni Sessanta il presidente Nasser aveva nazionalizzato la testata che assunse toni filogovernativi. E li mantenne in epoca recente, sia durante i tumulti anti Mubarak sia nei mesi del Consiglio Superiore delle Forze Armate e dell’anno di governo (giugno 2012 giugno 2013) della Fratellanza Musulmana. Recentemente un direttore della rivista si è dedicato alla ricostruzione del periodo politico e dell’operato della Brotherhood.

Da parte sua Mounir sembra colpito perché già solidale con colleghi arrestati e censurati per il lavoro di liberi giornalisti. Due anni fa s’era occupato dell’arresto di Adil Sabry,  direttore del sito Mars-al Arabia, chiuso dal regime militare assieme a centinaia di agenzie d’informazioni e blog in rete. Prima di lui altri cronisti, opinionisti non sottomessi al pensiero unico di Sisi avevano subìto una sorte simile: arresto o sparizione. Fra questi Yosri Mustafa della testata Freedom and Justice, accusata di avere legami con la Fratellanza Musulmana. Il mese scorso è stata la volta della cronista Lina Attalah dell’indipendente Mada Masr, prelevata da agenti della Sicurezza Nazionale mentre intervistava la madre del conosciuto attivista Abdel Fattah. Notissimo è il caso di Mahmoud Hussein, giornalista di Al Jazeera che ha collezionato finora 1270 giorni di detenzione. Per lui accuse ben peggiori: a seguito di alcuni reportage sull’organizzazione islamista e per interviste ad alcuni attivisti è accusato d’essere un membro della Fratellanza e incriminato per terrorismo. Attualmente in Egitto sono reclusi in prigioni di massima sicurezza una quarantina di giornalisti, di alcuni di loro familiari e amici hanno perso le tracce, non riuscendo a conoscere l’attuale luogo di detenzione. Nella lista nera sulla repressione della libertà di stampa il grande Paese arabo occupa la 161^ posizione su 180 nazioni esaminate.   

domenica 14 giugno 2020

Sarah, il salto nella morte


In fuga dai militari egiziani, dal loro regime e dalle loro galere seviziatrici, che aveva conosciuto. In fuga dagli stessi compagni del proprio gruppo, che pur condividendo orientamenti marxisti poco l’aiutavano sul tema dei diritti della ‘comunità Lgbtq’. Uno spaccato che nella tradizionalista società egiziana e nel conservatorismo religioso non riusciva a trovare spazi per le proprie scelte sessuali. Così Sarah Higazy, alla prima occasione dopo una scarcerazione, aveva lasciato il suo Paese. Le porte delle galere le si erano fortunatamente aperte dopo una detenzione pretestuosa, con l’accusa d’aver sventolato un drappo arcobaleno in occasione di un concerto nel settembre 2017. E conseguentemente additata per aver difeso e rivendicato quel gesto di libertà. Aveva varcato l’Oceano Sarah, finendo in Canada, allontanandosi dalla terra che amava, da amici, sodali e familiari. Si era autoesiliata ma continuava a osservare l’Egitto tramortito dall’oppressione della lobby militare. Non veniva meno agli interessi per le questioni sociali, economiche, politiche e contemporaneamente al desiderio d’amore, ai bisogni delle nuove generazioni che rivendicano anche percorsi diversi dai conformismi, consolidati ovunque. Gli amici, gli attivisti che l’hanno conosciuta, apprezzata e ora la piangono, ne raccontano la spontaneità, l’immediatezza, un bisogno di vita che confligge con le notizie che la danno suicida. Sì, la nota diffusa dopo il ritrovamento del suo cadavere sostiene che Sarah si è uccisa. Forse perché non accettava la costrizione in cui lei stessa e tanti come lei, dentro e fuori dai confini nazionali, sono costretti a vivere. 

India, pandemia di Covid-19 e fame fra l’esasperazione generale


L’India vive un lockdown lungo finora novanta giorni nei suoi trentadue Stati. Certo in tantissimi luoghi, e non necessariamente nelle megalopoli, confinamento non fa il paio col distanziamento, sia perché risulta impossibile in tanti condomini di Delhi e di Mumbai come pure nelle precarie baraccopoli di periferie urbane e di villaggi rurali. In tal modo il Paese si barcamena fra un’epidemia che non registra regressi e il bisogno primario alimentare che travalica anche la necessità di lavoro. Ovviamente per i più le due ultime questioni s’inseguono: chi non può lavorare non mangia e non riesce a sostenere famiglie assai numerose. Gli iniziali 23 miliardi di dollari investiti dal governo per far fronte alla pandemia della povertà, potevano valere per il primo mese di chiusura non per il secondo e il terzo. Perciò l’India fa i conti col duplice fronte infettivo e sotto occupazionale che mette in ginocchio decine di milioni di persone e preoccupa l’establishment. Al vertice della crisi, un vertice amplissimo, si collocano gli ex esecutori dei tanti impieghi precari che si svolgono prevalentemente nel cuore delle metropoli - micro commerci e micro impieghi, dai trasportatori di cibo ai conducenti dei rickshaw - ma anche i lavori in nero dell’edilizia, dell’agricoltura, in gran parte pendolari fra i distretti più popolosi e bisognosi (Uttar Pradesh e Bihar) e il resto della nazione.
La fuga verso i villaggi d’origine svolta soprattutto ad aprile, quando dopo un mese di blocco e di distribuzione di cibo ai poveri, non si vedeva alcuna soluzione all’orizzonte, hanno prodotto tragici incidenti. Avvenuti durante le trasmigrazioni interne, compiute a piedi da milioni di cittadini per decine e decine di chilometri, vista l’assenza di trasporti pubblici. C’è chi è morto per via, cercando una via di salvezza. Ucciso da fame e sete, come in un ipotetico deserto, oppure tranciato sulle rotaie da treni che non dovevano passare e a un tratto si materializzavano. Caos e disorganizzazione, con l’aggiunta di chi ha soffiato sul fuoco del fondamentalismo politico cercando capri espiatori fra etnìe e confessioni, nonostante il tragico momento internazionale. Solo da poco il governo di Narendra Modi, pur ribadendo il proseguimento delle chiusure, ha ristabilito trasporti su gomma e ferro rivolti esclusivamente agli spostamenti interni per i pendolari del lavoro, rimasti senza lavoro. Una decisione estremamente tardiva che sta creando nuove tensioni nelle regioni raggiunti da questi cittadini che se non hanno in esse parenti assai stretti ai quali unirsi, vengono osteggiati dai locali timorosi d’essere infettati dal coronavirus dalla massa che giunge da metropoli dove i focolai pandemici sono accesissimi. I numeri, che la Comunità internazionale considera comunque parziali e sottostimati, pongono l’India al quarto posto fra le nazioni colpite nel mondo. Trecentoventunomila infettati e novemiladuecento decessi.

sabato 13 giugno 2020

Turchia, così diversa così uguale


La passione europea infiamma e affligge il cuore turco sin dai singulti finali dell’impero Ottomano, che non scaturirono dalla Grande Guerra, ma un secolo prima coi sultani riformatori Mahmud II e Abdülmecid I. “Riformarsi o morire” era il concetto che i due traducevano nelle leggi cosiddette benefiche (tanzimat) sostenute da ceti rampanti: i burocratici e l’élite urbana. Costoro, e consenzienti sultani, del modello europeo prendevano tutto: la leva obbligatoria, la scuola di pubblica amministrazione, un sistema educativo con primarie, secondarie, collegi, licei laici accanto a madrase e scuole cattoliche. E investimenti tecnici con la creazione di ferrovie e l’utilizzo di nuovi strumenti di comunicazione come il telegrafo. Ciò nonostante il sultanato non sopravvisse e la Sublime Porta crollò. Ma la moderna Turchia kemalista conservava tutti i tratti citati, esaltando quel nazionalismo tanto diffuso in Occidente e, con gli effetti dell’accordo Sykes-Picot, anche a Levante. Un nazionalismo segnato col sangue dell’amor patrio (vatan). Insomma, i turchi del Novecento del leone dei Dardanelli Atatürk, nonostante quel che credono tanti deputati di Strasburgo, ci somigliano. Ed Erdoğan? Di lui si può pensare tutto, tranne che non sia un politico con la maiuscola nelle accezioni migliori d’intuitività e strategia, e nei peccati mortali di cinismo e autocrazia. Il tira e molla sull’apertura dell’Unione Europea alla Turchia, con cui il vecchio continente ha intensissimi scambi mercantili e patti militari, è legato alla limitazione delle libertà individuali e di gruppo in Anatolia. Alla repressione generalizzata non solo di oppositori, come deputati e amministratori del partito filo kurdo Hdp, ma di giornalisti, intellettuali, artisti accusati di attentare alla sicurezza nazionale. Considerati terroristi da arrestare o eliminare com’è accaduto ad attivisti, avvocati dei diritti, alla popolazione di centri del sud-est messi a ferro e fuoco dall’esercito di Ankara. Un Paese guidato da un regime che calpesta i cittadini non può entrare nell’Unione. Però la Ue ha la memoria corta rispetto a questioni geopolitiche su cui Erdoğan gioca le sue carte. I tre milioni di profughi siriani che la coscienza europea non ha tenuto fuori dai suoi confini, pagandone al presidente turco la gestione, può risultare strumentalizzata quanto si vuole, ma di quelle anime l’Europa dei diritti non vuol saperne. Per quieto vivere, imbarazzo sociale, egoismo, xenofobia. Di fatto nell’edificio Louise-Weiss albergano tutti questi sentimenti con tanto di logo politico. Se il presidente turco è un cuore di tenebra nell’uso di migrazioni indotte dalle guerre, che peraltro perora e combatte, noi non siamo cherubini. Tanto si discute dell’invadenza e dell’incoerenza con cui Erdoğan ha consolidato, in dieci anni d’ingombrante affaccio internazionale, un potere interno ormai ventennale. Spregiudicato e doppiogiochista, ma capace come pochi d’inserirsi nelle falle altrui, di sporcarsi le mani lì dove altri non riescono a sbrogliare situazioni intricate. Nel recente caso della liberazione, ovviamente pagata, di Silvia Romano, che vede il governo del Belpaese e la sua Intelligence gloriarsi del buon esito dell’operazione, fa capolino la reale chiave di volta: i contatti coi rapitori stabiliti dal Mıt turco. Senza quel contributo il ritorno a casa dell’ostaggio sarebbe stato problematico o impossibile. Tutto ciò avrà un costo nei luoghi deputati a quella politica che preme all’uomo che si sente il nuovo padre dei turchi. Ad esempio, nell’intricatissimo intreccio d’interessi sulle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo, che riconverte antiche diatribe sulle aree di pesca verso il pescaggio di gas dai fondali d’un mare che ogni Paese, a nord come a sud, ritiene il proprio. Le alleanze e i veti incrociati si susseguono attorno a norme interpretate a convenienza. Erdoğan, che più dell’Italia dell’Eni o della Francia griffata Total, pensa e briga in grande e punta a fare del suo Paese il super hub dell’energia, sfida questi giganti. Per incartarli li riporta sulla scacchiera libica, lì dove hanno compiuto mosse avventate nel 2011. Così le due nazioni sostenitrici di Al Serraj si ritrovano al fianco Ankara che, nella lotta interna a un territorio tornato suddito, sceglie l’uomo di plastica anziché l’uomo di ferro Haftar. Un calcolo, simile a quello dei governi di Parigi e Roma. Diversi nella forma, e neanche sempre, non nella sostanza.

martedì 9 giugno 2020

Accordi a Kabul, linea della pace e sdoganamento talebano


Il mantra è l’accordo di pace, e ora che a Kabul gli uomini dei Palazzi si sentono considerati dai taliban non si parla che di questa, fondamentale, questione. Finirla con mattanze e stragi è un interesse comune. La stessa popolazione può esserne contenta visto che fra i due fronti in guerra, è lei a contare la maggioranza delle vittime. Quel che sta scaturendo dopo l’ultimo ‘cessate il fuoco’, che regge dalla fine del Ramadan, è un confronto sui ruoli di potere da assumere e, parole a parte, bisognerà verificare ogni passo. Comunque le due delegazioni si fan forti del sentire della gente che appare pragmatico: “L’importante è che finisca tutto: lo spargimento di sangue, le bombe sulle nostre case, le mogli vedove, i figli orfani” riporta un’agenzia governativa. Vero. Ma sembra propaganda, anche perché segue un’altra affermazione che sull’onda della ‘linea della pace’ calca la mano sul necessario compromesso che dev’essere applicato dai due fronti. E nel baratto entrano i diritti, umani e delle donne. Così una seconda ‘voce del popolo’, riportata dalla stampa afghana, afferma: ”Diritti umani e delle donne sono importanti per chi vive nella capitale, nelle aree sperdute del Paese chi ha perduto i figli pensa alla fine delle ostilità e basta”. Dunque chi ha orecchie per intendere, intenda. Poi viene mostrato come i negoziatori del gruppo di governo, che appartengono prevalentemente alla sponda di Abdullah, tentino di convincere i ‘coranici’ della necessità d’introdurre negli accordi proprio diritti e libertà d’espressione.

I taliban annuiscono. Ormai i loro turbanti risultano più diplomatici delle feluche. Addirittura concordano in tutto, l’importante è che questi diritti non confliggano con la legge islamica. Dice uno dei loro portavoce, Suhail Shaheen: “Nel futuro sistema gli ulema e gli esperti di diritto islamico discuteranno e formalizzeranno le leggi così che nessun soggetto (uomo o donna, ndr) sarà deprivato dei propri”. A suo dire l’unica questione non negoziabile, è la guida islamica del governo, tutto il resto non dev’essere deciso ora. Prende tempo, lanciando una sorta di chi vivrà vedrà. Nel duetto mister Rahimi, pontiere e portavoce di  Abdullah, risponde sibillino che: “Aggirare richieste radicali con idee radicali, è una prassi dura da digerire”. Messaggi in codice da decriptare. Quel che il fiuto ci dice è che, come in altre circostanze, si stia patteggiando per il potere, un’altalena più o meno violenta che l’area dell’Hindu Kush ha conosciuto dagli anni Sessanta. E oltre mezzo secolo di storia afghana, accanto agli appetiti esterni di chi vuole trarre vantaggi da quest’immenso e ingovernabile altopiano polveroso (ora riconducibili al controllo aereo da parte statunitense e allo sfruttamento del sottosuolo da parte cinese), ripete un ciclico scontro fra signori della guerra e fondamentalismi politici interni più o meno ortodossi (talebani e islamisti del Khorasan). Perciò l’auspicabile spinta della pace - osannata dai dialoganti opportunisti filoccidentali e miliziani scannatori - rischia di rimanere un accordo scritto sulla sabbia. Capace di sommergere sotto la polvere dell’intolleranza quei diritti tanto chiacchierati, ma usati solo come maschere dai pacificatori dell’ultim’ora.   

Egitto, galera anche per i medici anticovid


Mica solo giovani - rapper, registi, blogger - il regime del generale-golpista Al Sisi se la prende anche coi medici, coloro che nel corso dell’epidemia di coronavirus erano stati definiti dalla stampa di regime “l’armata bianca egiziana”. Ora sono gli stessi media a puntare il dito sui dottori che hanno sollevato critiche per la gestione di fondi e strutture negli ospedali, specie quelli della magalopoli cairota. In un sistema sanitario indebolito dai tagli e dalle restrizioni (su questo versante Egitto e Italia vivono le medesime contraddizioni) il personale sanitario ha iniziato a esprimere i propri dubbi, a sollevare lamentele più che manifeste critiche. Anche temendo effetti repressivi. Eppure quest’ultimi non si sono fatti attendere. Gli incauti che avevano postato su social media come Facebook alcune immagini di disservizi nei reparti in cui lavorano sono stati prelevati dalla Sicurezza Nazionale e rinchiusi in prigione. Per quello che si sa la situazione infettiva egiziana non è delle peggiori al mondo, i casi ufficializzati di Covid-19 superano di poco le trentamila unità e il numero dei deceduti ammonta a mille e cento. Però i medici sono preoccupati da una curva di crescita dei contagi e chiedono al ministero della Salute sforzi maggiori per adeguare i reparti d’emergenza. Il personale sanitario impegnato nella cura agli infettati reclama le carenze nella quantità del materiale di profilassi, e questo li accomuna almeno ai tre quarti dei loro colleghi nel mondo. Per il regime del Cairo non è questo il problema, ma la divulgazione e la denuncia del fatto. Come per ogni altra questione del Paese, non sono ammesse critiche né punti di vista diversi e finanche le parole per raccontarli. Così fioccano arresti e accuse nientemeno che di terrorismo. Dopo l’iniziale pugno di ferro c’è stato un allentamento della tensione, visto che il sindacato del personale medico ha avviato una protesta contro il ministero del settore con tanto di denuncia alla magistratura in cui si legge che “… i comportamenti passivi e negligenti dell’apparato ministeriale possono condurre a una catastrofe sanitaria”, negli ospedali i reparti di quarantena dove collocare i positivi al Covid-19 (fra cui anche medici e infermieri) non erano stati predisposti. Quindi l’organo politico ha cercato di smorzare i toni e addivenire, almeno nelle intenzioni, a comportamenti meno totalizzanti verso i sanitari. I picchi della pandemia sono attesi per metà giugno e, per ammissione del ministro della ricerca scientifica, il numero dei contaminati è sicuramente superiore rispetto alle cifre rilevata dai non numerosi test. L’unico elemento che appare favorevole sono i sintomi dei colpiti, in genere meno aggressivi che in altre nazioni, a tal punto che da alcuni ospedali della capitale giungono notizie di posti letto di terapia intensiva rimasti vuoti. Quel che non si svuota sono le carceri egiziane, dove gli stessi medici protestatari sul web restano rinchiusi.

lunedì 8 giugno 2020

Libia, clandestini egiziani vittime del deserto


Mahmoud, Said, Ibrahim, Tamer, Gamal, Mohamed. Venticinque, trentasei, trentatrè, ventisei, ventisette anni. Dal Cairo a Minya. Sono stati uomini e giovani uomini. Hanno vissuto nell’Egitto tornato al travaglio, alla paura, al terrore dopo la parentesi della speranza. Ora sono cadaveri nella polvere del deserto libico. Assieme ad altri centodieci connazionali. Li hanno scoperti operatori della Mezzaluna Rossa di Libia, che continua a operare nonostante la finzione di Stato che ultimamente accredita Al-Sarraj. Gli egiziani erano in fuga dalla sempre più scarsa possibilità di lavoro e sostentamento nel proprio Paese, cercando riparo e aspettative nella rotta libica. Pericolosissima rotta per le condizioni naturali, per le milizie che lì si scontrano, per le bande che praticano sciacallaggio verso i clandestini illusi dalla rotta mediterranea. Sulla vicenda non si hanno notizie certe. La carovana, che procedeva a piedi e aveva varcato da poco il confine, potrebbe essere stata colta da tempeste di sabbia. Di fatto i clandestini, forse abbandonati dai ‘passeur’ sono morti per mancanza d’acqua e viveri. E’ uno dei tanti drammi, alcuni conosciuti e ricordati dai media, altri ignoti o peggio ignorati per opportunità dalla politica che in questi giorni sta definendo il quadro d’un territorio tuttora chiamato Libia. Certo, la precarietà dei mesi scorsi sul reale potere fra il fantoccio occidentalista Sarraj e il piccolo signore della guerra su cui la Russia putiniana puntava le sue carte a tal punto da impiegare nel deserto i propri killer del Wagner Group, è stato superato dall’ennesima ingerenza di un dominus dell’attuale geopolitica mediorientale: Recep Tayyip Erdoğan. Intervenuto sui tavoli diplomatici e nei cieli libici, trasferendo l’appoggio da Haftar a Sarraj e spiazzando un po’ tutti.
Putin ha pensato di far rientrare a casa i mercenari, l’Occcidente s’è visto sollevato da impegnare propri reparti in loco facendo fare all’alleato Atlantico turco. Quest’ultimo, tramite il suo presidente, sta usando una delle mine vaganti della questione libica - appunto i clandestini - per imporre all’Europa proprie richieste riguardo a flussi migratori e campi profughi. Come se non bastasse la già annosa questione siriana. Così, mentre tramonta il piano, valido sino a poco tempo addietro, del fronte di sostegno all’uomo forte Haftar (su cui convergevano Russia, la stessa Turchia, Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti) chi resta stordito da ritiri e cambi di passo è il presidente-golpista egiziano Al Sisi. Dal cui regime, dalla cui miseria per il popolo fuggiva il gruppo trovato cadavere. E l’Italia, che proprio ieri col premier Conte ha dialogato col dittatore egiziano, parlando appunto di Libia, non del dramma dei migranti, bensì della leadership, degli interessi energetici che lì e al Cairo coinvolgono l’Eni, delle commesse di armi (900 milioni di euro lo scorso anno) e ora le fregate di Fincantieri e i caccia di Leonardo che di miliardi ne farebbero addirittura dieci. Quest’Italia la tragedia della migrazione clandestina la conosce perché la vive sulla pelle dei territori. La teme, la esorcizza, ma non la risolve con le ambiguità rivolte non solo alla Bruxelles del rifiuto, che non è esclusivamente Visegrád, ma verso i regimi-canaglia che l’opportunismo geopolitico sostiene. L’Egitto di Sisi è uno di questi. Mentre la Libia è un ibrido a uso e consumo del cinismo dei momenti: ieri Sarkozy, oggi Erdoğan.