martedì 17 marzo 2020

Il “Rimedio" contro Erdoǧan


Suona “Rimedio”, in turco Deva (Demokrasi ve Atılım Partisi), la sigla del nuovo partito con cui Ali Babacan s’appresta a curare l’odierna Turchia che, a suo dire, è malata, non morta. Dunque democrazia e progresso sono la via per la guarigione. Ma le “medicine” di progresso, sviluppo, giustizia ricorrono nelle denominazioni di formazioni politiche dai tempi di Özal, che con la crescita economica cercava di cancellare le ferite dell’ultima dittatura militare, e hanno disegnato una società più tecnologica non più libera. Babacan, già ministro dell’Economia dei tempi d’oro del consolidamento del potere di Erdoǧan (2009-2015), lo sa bene. Perché del progetto delle grandi promesse dell’Akp è stato uno dei pilastri, godendo del titolo di più giovane ministro del primo gabinetto del Sultano nel 2002. Se all’epoca Erdoǧan ai suoi occhi fosse un altro politico, può darsi. Non lo era per quei laici e democratici turchi che tremavano al suono del discorso rimasto celebre su “minareti, cupole e moschee quali canne di fucile, elmetti e caserme” per il suo progetto d’Islam politico. Dopo quell’arringa a una folla di attivisti-fedeli, Erdoǧan finì incriminato e scontò mesi di carcere, ma ne uscì rafforzato tanto da poter avviare la scalata al potere. Lo affiancavano Gül, Davutoğlu, Barbacan e altri sodali che ora non gli sono più accanto e, come quest’ultimo, meditano vie di salvezza per la nazione. Sebbene la tenuta interna del presidente sia reale e la sua considerazione internazionale concreta, nonostante scaltrezze e reiterati ricatti.

E’ contro la corazzata dell’Akp e contro l’ex mentore che Babacan lancia il piano del “Rimedio”. Considera la Turchia un Paese ampio, non un’isola-Stato da condurre centralisticamente. Un’idea bella, forse un sogno vista la storia recente della nazione, le sue crisi risolte o comunque rappezzate a suon di colpi di scena e di mano dall’uomo che vuol incarnare lo Stato ben più di Atatürk. E anche davanti agli attuali orientamenti autocratici della geopolitica. Eppure le sfide diventano tali proprio perché appaiono impossibili e l’ambizioso Babacan è troppo giovane per ritirarsi a vita privata. Dovrebbe sapere quel che rischia, poiché l’Erdoǧan presidente pratica quel populismo autoritario che non è esplicita  dittatura, ma ne raggiunge gli scopi usando gli strumenti costituzionali, plasmati a suo favore coi voti del Parlamento. Con questi negli ultimi anni piega gli avversari, fino a incastrarli con accuse di trame corruttive, sovversive, terroristiche. Così ha trasformato ex alleati e oppositori politici in nemici della patria, allontanandoli dal potere oppure incarcerandoli. Così tratta giornalisti, intellettuali, attivisti e avvocati dei diritti, oltre agli odiati kurdi dell’autodeterminazione politica, pur quando giungono nel Meclis con tanto di legittimazione elettorale. Se Babacan non cadrà nella rete d’una magistratura anch’essa “presidenzialista”, la sfida potrebbe arrivare con le elezioni del 2023. Elezioni doppie, parlamentari e presidenziali, cui peraltro Erdoǧan tiene come a una fase iconica, che lo collocherebbe alla guida della Turchia per un lasso di tempo pari a quello rivestito proprio da Atatürk.

Ostacolare la sua megalomanìa è possibile? e altrettanto lo è battere la macchina elettorale del partito di maggioranza? Il cinquantaduenne transfuga ritiene di sì, erodendo l’appoggio di quel ceto medio che le spinte centrifughe della politica estera del presidente mettono in subbuglio, come la stessa economia che ne risente le scosse. Insomma l’uomo che aveva buoni rapporti con l’Occidente sia d’Oltreoceano, sia dell’Unione Europea prospetterebbe la via del liberismo moderato senza strattoni e senza “problemi coi vicini”, quello che fu il mantra di Davutoğlu. Certo quella fase s’è chiusa. Ed è attraverso la polarizzazione del suo stesso popolo che Erdoǧan ha stretto attorno a sé un sostegno militante che gli ha acconsentito di rintuzzare il terrorismo, annullare un golpe, ottenere ‘comprensione' quando ha portato la guerra nelle case dei kurdi del nord-est, ai tempi dell’assedio di Cizre, e con gli attacchi esterni al Rojava dell’ottobre scorso. E’ vero che nelle ultime amministrative il regime ha dovuto ingoiare la perdita del consenso in tutte le grandi città, ma quella sconfitta ha sancito una risalita nell’urna del kemalismo repubblicano, non la nascita d’un nuovo soggetto politico. Chi lo aveva pensato fra i Lupi grigi, la deputata Akşener, uscita dal Mhp proprio contestando l’alleanza con l’Akp, non ha ricavato granché (7.3%). E un partito a una cifra oggi non va da nessuna parte, in Turchia e altrove. L’unica ipotesi diventa il fronte “anti-sultano”, ma questa scommessa è tuttora una nebulosa, gli attuali i partiti-pianeti appartengono a sistemi fra loro estranei.  

lunedì 16 marzo 2020

Hambastagi: “Il processo di pace non ha relazione col rilascio dei taliban”



Ashraf Ghani avrebbe formato una delegazione di una decina di persone per avviare i colloqui inter-afghani. Per ora non trapelano nomi, si sa soltanto che non ci sono rappresentanti di partiti e movimenti. Sarà anche per questo che immediato è giunto il disconoscimento della sua già scarsa autorità. Due figuri della politica interna come Hekmatyar del partito Hezb-e Islami e Noor di Jamiat-e Islami hanno rispettivamente fatto dichiarare dai portavoce: “Il presidente ha fallito nel creare politiche di consenso per la leadership del processo di pace e per istituire una delegazione” e “Nessuno può sedersi coi talebani e difendere i diritti del popolo”. Ciò vuol dire che la fronda interna al percorso di Ghani s'allarga, aggiungendo altri elementi all'auto proclamato antipresidente Abdullah. Ma nella gara delle dichiarazioni, il rappresentante del presidente ha rassicurato: “La formazione della delegazione è in corso, a breve si potrà procedere con l’avvio degli incontri”. Occorrerà vedere se la diplomazia talebana accetterà questo percorso, perché oltre al riconoscimento degli interlocutori, che non riconoscono né ufficialmente né formalmente, c’è di mezzo la questione del rilascio dei loro prigionieri nelle mani del governo di Kabul. L’escamotage di offrire 1500 scarcerazioni scaglionate, lanciata nei giorni scorsi da Ghani, è stata inizialmente rifiutata dai turbanti. Qualche osservatore sostiene che i “coranici”, per non far saltare l’intero castello delle trattative lungo ormai venti mesi, potrebbero anche adottare una linea più morbida. Però il ma è d’obbligo. I talib si sono anche riferiti all’emergenza sanitaria mondiale del Covid-19 per ricordare che uno sfoltimento della popolazione carceraria è opportuno visto che il governo non ha i mezzi per sostenere l’impatto epidemico in prigioni che sono, comunque, sovraffollate. Non è chiaro se il pronunciamento fosse generale o interessato e riferito solo ai propri prigionieri. In ogni caso mirava a rilanciare il concetto dei cinquemila subito fuori. Ma fra i politici c’è chi si esprime decisamente contro questa misura degli accordi. Il partito di attivisti democratici Hambastagi in una manifestazione tenutasi domenica nella capitale ribadiva che la liberazione dei combattenti islamici è un passo falso. “Il processo di pace non ha alcuna relazione col rilascio dei taliban” ha affermato un membro del partito, mentre la portavoce Selay Ghaffar rincarava “L’Afghanistan non conoscerà la pace con quest’accordo segreto”. La popolazione ne è cosciente, non ha la forza per imporlo. Così la partita resta aperta e gli interessi di parte continua a contare più della vita della gente e del loro futuro.

sabato 14 marzo 2020

Afghanistan, la pace di carta e il Coronavirus alle porte


Il Covid-19 s’affaccia anche in terra afghana. Si sono registrati vari casi a Herat e verso il confine occidentale con l’Iran, dove c’è un via vai di rifugiati. In quel Paese la diffusione del virus è grave come in Italia e in Corea del Sud, sebbene Teheran non lasci trapelare molte notizie sull’epidemia interna. Le autorità di Kabul hanno stanziato 25 milioni di dollari per i primi interventi, 7 milioni come primo pacchetto d’aiuti messi a disposizione dal ministero della Salute. L’ambasciata cinese si è offerta a prestare contributi di soccorso per frenare il virus. Eppure a Kabul l’establishment politico appare maggiormente preoccupato della propria destabilizzazione verso i firmatari dell’accordo di pace. E’ noto come Stati Uniti e rappresentanza talebana abbiano deciso come primo passo il cessate il fuoco e la liberazione di cinquemila miliziani prigionieri. Nessuno dei due è stato compiuto. Nei giorni scorsi in due occasioni ufficiali la capitale afghana ha registrato lo scoppio di bombe. Ordinaria amministrazione, per quella realtà. Però l’accordo prevedeva, appunto, il blocco delle ostilità. Gli attentati parevano d’avvertimento, non hanno provocato vittime, ma sono indicativi del clima. Perché se quegli ordigni non erano talebani, come gli indiziati si sono affrettati a dichiarare, stavano comunque a dimostrare che la loro frangia ribelle, da almeno un biennio aderente all’Isil, può continuare a colpire pur contro la volontà delle milizie taliban, oltre che dell’inefficace Intelligence governativa.

Sull’altro fronte, politico, gli statunitensi si sono impegnati a rilasciare detenuti che non controllano direttamente, visto che le chiavi dei luoghi di detenzione sono in mano agli uomini di Ghani. Ora il governo afghano avanza questa proposta: libererà subito 1500 combattenti, per far continuare a marciare il processo di pace che dal 10 marzo prevedeva l’avvio dei colloqui inter afghani. Lasciando intendere che il resto seguirà se i turbanti si dimostreranno collaborativi. Il portavoce di Kabul ha sottolineato come la rappresentanza talebana (il mullah Baradar che ha firmato l’accordo davanti a Khalilzad) può scegliere “se restare una parte del problema oppure contribuire a risolverlo”. Probabilmente quei rappresentanti non prenderanno bene il piccolo diktat. Sia perché non hanno in alcuna considerazione i “fantocci” di Kabul, sia perché i patti erano chiari: le liberazioni devono essere cinquemila, non una di meno. In realtà sia loro, sia gli americani hanno parzialmente bluffato. Lo dimostrano gli eventi. Lo scenario presenta altri soggetti, sia combattenti, i miliziani dell’Isil, sia politici, il governo di Kabul seppure ignorato dai colloquianti e diviso dalla rissosità fra Ghani, Abdullah e magari qualche signore della guerra loro momentaneo alleato. Tutto ciò non è una novità per nessuno. Ma il dialogo inter afghano riuscirà a partire solo ammorbidendo le rigidità delle parti. Certo, chi non può alzare la voce è il presidente dimezzato, ma mai dire mai. La pantomima prosegue. Se dalla presunta pace, ripartiranno venti di guerriglia non ci sarà da stupirsi. Intanto s’aggiunge il nemico Coronavirus, un nemico per tutti.

lunedì 9 marzo 2020

Taliban, i più stabili nella politica afghana


Persino la rissosa galassia talebana risulta attualmente più stabile e seria dei rappresentanti ufficiali del regime afghano amato e sponsorizzato dall’Occidente. Lo si è visto palesemente stamane nel corso della cerimonia di giuramento che il candidato vincitore delle presidenziali dello scorso settembre, Ashraf Ghani, ha affrontato in solitudine. Unico conforto d’apparato gli è giunto dal rappresentante afghano presso gli Stati Uniti, quel Khalilzad che ha condotto per un anno e mezzo i ‘colloqui di pace’ coi turbanti, e dal comandante delle truppe Nato nel Paese, il generale Scott Miller. Volutamente è mancato all’insediamento Abdullah Abdullah, il candidato giunto secondo, che come aveva fatto nel 2014 ha decisamente contestato anche quest’elezione accusando il vincitore di brogli. Anzi, stavolta ha addirittura predisposto una propria cerimonia in contrapposizione a quella dell’avversario. Abdullah, oftalmologo tajiko con buoni agganci fra i pashtun, è da tempo un eterno secondo. Si presentò anche in alternativa a Karzai, ma poco potè contro l’agguerrito clan Popalzay. Dovette, dunque accontentarsi di incarichi di ministro degli Esteri e di premier in pectore, durante la prima amministrazione Ghani. Di fatto l’establishment nazionale, che avrebbe dovuto avviare il colloquio inter afghano proprio con la delegazione degli studenti coranici, non c’è.
Esistono due tronconi: quello di Ghani, gradito a statunitensi e presumibilmente ai loro alleati che però non risultano interpellati. E quello di Abdullah, che raccoglie il benestare di personalità e signori della guerra locali. Un quadro sconfortante per la spesa elettorale affrontata e la prosopopea di offrire comunque un’amministrazione democraticamente eletta. Ora i già scarsi risultati dei pochi votanti appaiono per l’ennesima volta inficiati dai dubbi di brogli, che reali o presunti (in genere non si riesce mai a saperlo), lasciano un’amministrazione spaccata e debolissima incapace di interloquire col soggetto politico talebano che, peraltro, rifiuta di riconoscerle qualsiasi valore. Perciò in queste ore a Kabul è andata in scena l’ennesima farsa d’un governicchio asfittico che necessita di rianimatori peggio di qualsiasi vittima debilitata del Covid-19. A maramaldeggiare sugli zombie governativi ci si è messo anche l’Isil che ha rotto ulteriormente la ‘tregua di pace’, lanciando due missili sulla postazione predisposta per Ghani. Un attentato più blando di quello di qualche giorno addietro, dove l’obiettivo pareva Abdullah e comunque l’apparato che ricordava il defunto leader hazara Mazari. Avvertimenti del clima che la capitale e l’intera nazione potrebbero riprendere a vivere, visto che le autorità ufficiali nulla possono sul fronte della sicurezza.

venerdì 6 marzo 2020

Afghanistan, la pace dei sei giorni


Pace, pace hanno ripetuto tutti, ma chi la garantisce e chi la attenta? Stamane a Kabul ha rischiato di morire nientemeno che uno dei rissosi pretendenti alla presidenza, Abdullah Abdullah, che nelle scorse settimane aveva minacciato il vincitore ufficiale di elezioni praticamente senza votanti, Ashraf Ghani. L’attentato ha colpito la cerimonia che commemorava Abdul Ali Mazari, carismatico leader della comunità hazara e lui stesso signore della guerra ucciso venticinque anni fa, quando il fratricida conflitto civile non era ancora terminato. Nell’attacco odierno, che non ha provocato vittime ma solo diciotto feriti (un avvertimento per prossimo sangue?), erano presenti altri uomini delle Istituzioni della passata amministrazione: il vicepresidente di Karzai, Karim Khalili. Neanche a dirlo un altro signore della guerra. Immediatamente il dito indagatore su chi siano gli attentatori s’è rivolto sui talebani. Loro hanno sdegnatamente smentito ogni coinvolgimento, sostenendo che l’agguato colpiva anche l’accordo recentemente sottoscritto a Doha. E allora di chi è la mano? Esclusa la fantasiosa ipotesi del Capo di Stato come mandante - i ferri corti fra lui e Abdullah sono noti ma finora non si è passati a quelle congiure di Palazzo che pure la Kabul filosovietica ha conosciuto - i sospetti si rivolgono alla frangia talebana dissidente che dal 2017 rivendica attentati, taluni sanguinosissimi, a nome dell’Isil. Proprio nella stessa commemorazione un anno fa le bombe dell’Isil avevano ucciso diverse persone. Fra questi miliziani del sedicente Emirato del Khorasan e la componente maggioritaria della Shura di Quetta per due anni si è stabilito uno scontro a distanza a suon di camion-bomba per il controllo di molti distretti afghani. Ovviamente a danni della popolazione di tutte le etnìe che ha contato centinaia e centinaia di vittime. Dal 2018 la Shura ortodossa ha ricevuto anche il sostegno della rissosa Rete di Haqqani, passata nelle mani di Sirajuddin molto più moderato del patriarca Jalaluddin. Così, pur sotto la guida del chierico fondamentalista Haibatullah Akhunzada, la Shura di Quetta ha intrapreso col suo rappresentante Baradar la via della mediazione diplomatica richiesta dagli Stati Uniti. Chi è rimasto spiazzato è l’Isil, che dunque si rifà sotto. E riporta la guerra strisciante in un Afghanistan che non si pacifica. 

martedì 3 marzo 2020

Afghanistan, la pace di carta


Fra la pace stilata su carta e la pace reale, mister Khalilzad e mullah Baradar potrebbero trovare un ostacolo nell’attuale Afghanistan istituzionale che il primo perora, il secondo denigra. Certo già all’atto dell’accordo, sbandierato in pompa magna dal Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, alcuni elementi sottoscritti rappresentano un’incognita. I militari statunitensi che prenderanno il volo verso casa saranno inizialmente 3.500, i restanti 8.500 dovrebbero rientrare entro la fine di quest’anno. In più gli americani rinuncerebbero a cinque basi aeree, non dicono quali ma ne resterebbero pur sempre sei. Che fine faranno? I taliban dovrebbero riabbracciare fra pochi giorni i cinquemila combattenti rinchiusi nelle carceri gestite dal governo di Kabul, così è scritto nel patto. Ma il presidente Ghani domenica scorsa è intervenuto sulla questione, sostenendo che questo regalo non è realizzabile, al più dovrebbe esserci uno scambio coi prigionieri detenuti dai talebani nelle province, e non sono poche, che essi controllano militarmente e politicamente. E qui l’intoppo è già palese. Riuscirà Khalilzad a rimettere in riga il “burattino” recentemente proclamato presidente? Peraltro con percentuali di voto bassissime e la contestazione del numero due Abdullah Abdullah, che in un giro stavolta nient’affatto scontato come nel 2014, non vuole fare il vice di Ghani e ne contesta l’elezione, riparlando di brogli.
Ecco il clima dell’Afghanistan istituzionale a sette giorni dall’avvìo del cosiddetto ‘dialogo inter afghano’, che rappresenta il secondo passo della pace or ora firmata. Una pace inseguita per diciannove anni soprattutto dalla popolazione che ha pagato con la vita, con le menomazioni da ferite fisiche di guerra e le incancellabili ferite dell’anima, in un numero altissimo. Centomila - e il calcolo è pur sempre limitativo per oggettive ragioni di verifica sul terreno – è la quota di morti e feriti, d’una interminabile “missione di pace” (Enduring Freedom, Isaf Mission, Resolute Support) che non ha risolto nulla. Ha incentivato i flussi migratori, che da anni vedono giovani afghani di sesso maschile, e ora anche giovani donne, cercare rifugio in giro per il mondo. Gli stessi organismi internazionali contano a mille miliardi di euro la cifra che i contribuenti statunitensi hanno sborsato per questa follìa geostrategica, seppure indagini alternative parlano dell’esatto doppio. Ma soffermiamoci su alcuni dettagli irrisolti che potrebbero far naufragare l’accordo già in questa seconda fase. Al di là dei contrasti fra Ghani e Abdullah, comunque da non sottovalutare visto che quest’ultimo sostiene di voler formare una rappresentanza istituzionale parallela a quella del presidente designato, occorre capire i ruoli che la componente talebana occuperà nel prossimo governo. Per quello che sinora avevano affermato non vorranno vedere né Ghani né altri politici-fantoccio.
Comunque il leader della Shura di Haqqani, Sirajuddin, figlio del defunto Jalaluddin a lungo capo indiscusso di questo ramo intransigente, ha dichiarato al New York Times di “lavorare e rispettare sinceramente un nuovo sistema politico inclusivo”. C’è da immaginare che i talib ne faranno parte e qui occorrerà vedere quale formula e quale sostanza avrà un Paese finora definito Repubblica Islamica, che però i turbanti vorranno trasformare in Emirato Islamico, retto da regole religiose anziché da rappresentanze elette più o meno limpidamente. E non osiamo pensare a quali prospettive verranno offerte alla metà della popolazione, i sedici milioni di donne, di cui peraltro i diciotto mesi di colloqui di pace non si sono affatto occupati. In verità le donne afghane accanto alla guerra d’occupazione condotta dalla Nato e quella di contrasto incarnata dai miliziani islamisti, hanno continuato a subìre le violenze private del pashtunwali e le violenze delle Istituzioni dove i “democratici” Karzai e Ghani hanno inserito sanguinari signori della guerra senza offrire contrasto al fondamentalismo oscurantista e maschilista. Le risolute attiviste di Rawa l’hanno denunciato ovunque hanno potuto. Negli stessi organismi rappresentativi dove, fra mille minacce, continuano a rivendicare una vera libertà sociale e di genere. Quell'Afghanistan davvero indipendente e tutto da creare, che non passa per l’asse Washington-Doha-Kabul. 

lunedì 2 marzo 2020

Il ricatto di Erdoğan e quello di certa Europa


Fa male ai nostri cuori (figurarsi ai loro) la condizione in cui filmati e foto li ritraggono infreddoliti, laceri, dolenti - da oggi anche cadaveri - comunque speranzosi d’una caritatevole apertura di frontiera. Migliaia di profughi siriani, afghani, iracheni, quelli della rotta balcanica che è ripresa da due anni ed è stata parcheggiata a Bihać (Bosnia), oltreché dentro il confine turco e di cui la geopolitica a orologeria ora si ricorda. Ovviamente perché teme “un’invasione del sacro suolo” come, non solo i sovranisti globali ma pure gli opportunisti democratici, adesso temono. Da anni questi civili sono bersaglio dei conflitti che signori della guerra, ufficiali e ufficiosi, combattono a nome di Stati fantasma che non hanno più popolazione. Perché è morta, fuggita, riparata altrove. Lo speculatore per eccellenza della politica mediorientale, il presidente turco Erdoğan, lancia l’ennesima richiesta pecuniaria al sepolcro imbiancato di Bruxelles, quel Parlamento europeo che dovrebbe rappresentare 28 nazioni. Altri tre miliardi di euro per contenere i profughi già parcheggiati in 3.5 milioni sul suolo turco, con l’aggiunta di 900.000 che il contrasto fra lui e Asad sta producendo da settimane nell’area di Idlib. Un ricatto. Certo, ma correlato all’accordo che lesti i leader europei di riferimento per i restanti membri – Angela Merkel ed Emmanuel Macron – s’erano apprestati a sottoscrivere nel 2016. Per non ricevere e neppure vedere quelle genti orientali costrette a fuggire da territori di guerra (Afghanistan, Iraq) dove l’Unione Europea invia le sue missioni di polizia internazionale al servizio degli Stati Uniti.
Erdoğan, dunque, mercanteggia: soldi (che alle non benevoli finanze di casa fanno comodo) in cambio di campi profughi. Che le poche inchieste giornalistiche attuabili in questi anni hanno valutato insufficienti, avanzando a seri dubbi sulle reali spese rivolte a quel genere di assistenza da parte del governo turco. Fra l’altro quest’ultimo ha in tante occasioni limitato, se non proprio ostacolato, l’azione di Ong interne e internazionali accusate di “collusione con terrorismo”. Di Erdoğan si può dire tutto il peggio che la sua politica speculativa e autoritaria ha manifestato in questi anni. Non è, però, il solo. Riguardo all’ultima ondata di profughi divide le colpe con l’omologo presidente guerriero Asad, un uomo che per sete di potere da sette anni fa massacrare il suo popolo. Rivolgendo le armi dei lealisti non soltanto contro l’infamia jihadista, ma verso il popolo sunnita di quella che era la Siria. Poi c’è la vergogna tutta europea o di una parte di quell’Europa che più ha ricevuto e meno ha concesso. Aggregata inizialmente sotto l’ombrello della Nato in funzione anti russa, quindi entrata a pieno titolo nell’Unione continentale, conservando l’alleanza faziosa, marchiata a Visegrád col famoso accordo di trent’anni fa. Il quartetto polacco, ungherese, ceco, slovacco pratica da tempo il suo ricatto al Parlamento di cui fa parte. Dal 2017 ha intrapreso azioni di boicottaggio delle misure disposte a maggioranza da quell’organo in fatto d’accoglienza e redistribuzione di migranti e rifugiati, con quote pro capite fra i membri Ue in base a Pil e tasso di disoccupazione (per la quaterna di Visegrád i più vantaggiosi del continente).
E’ la questione che Erdoğan tratta in maniera sporca per conto e contro un’Europa refrattaria alla disamina del dramma umanitario che la sua stessa geopolitica scatena da almeno due decenni. Facciamo parlare qualche dato, relativo appunto al 2017, anno seguente al patto Ue-Turchia. Il flusso di migranti extracomunitari, fra cui tanti profughi, in alcune nazioni esaminate è stato il seguente: Germania 391 mila, Gran Bretagna 320 mila, Spagna 314 mila, Italia 240 mila, Francia 167 mila, Grecia 63 mila, Polonia 53 mila, Repubblica Ceca 30 mila, Ungheria 25 mila, Slovacchia 0.6 mila. Nel biennio seguente il gruppo di Visegrád ha chiuso ulteriormente le porte, tanto da ricevere procedure d’infrazione per aver rifiutato le direttive Ue. Per contro solo nel 2017 questi Paesi hanno beneficiato dei seguenti aiuti europei: Polonia 8.6 miliardi, Ungheria 3.1, Repubblica Ceca 2.5, Slovacchia un miliardo. Fece scalpore, ma non seguirono censure, la creazione del muro di 175 km sul confine serbo che il premier ungherese Orbán portò a termine, predisponendone un altro sul confine croato. Eguali dimenticanze riguardano gli attacchi e le limitazioni alla libertà di stampa e finanche di espressione subìti dalla società civile ungherese. Silenzi simili agli agguati del governo polacco verso l’indipendenza della sua magistratura L’Unione Europea ignava, e a diverse velocità di democrazia, non è meno preoccupante del laboratorio autocratico che si sviluppa lungo il confine turco-siriano.