martedì 7 luglio 2015

Esraa, quotidiane sparizioni egiziane

L’avvocato Al-Baqr che si sta occupando della difesa legale della fotoreporter egiziana Esraa al-Taweel, ha dichiarato al Daily News Egypt, fra i pochi quotidiani che trattano il tema: “Solo dopo la comunicazione ai familiari che Esraa era rinchiusa nella prigione femminile di Qanater abbiamo potuto ricevere sue notizie e incontrarla. La ragazza sosteneva d’aver dormito, mangiato e risposto a serrati interrogatori restando sempre bendata”. Insomma le è stata applicata la “cura Sisi”, neppure nella versione più robusta, perché attivisti del Movimento 6 Aprile usciti, per loro fortuna, da galere come Tora, Al-Aqrab hanno parlato di soggiorni molto più stringenti, non solo in fatto di bendature. Tanto che da oltre un anno, come altri “tamarod“ si sono ricreduti sul ruolo di salvatore della patria del generale-presidente e hanno formato assieme al Partito della Costituzione, all’Alleanza popolare, al Partito Karama, ai socialisti una struttura denominata Freedom for the brave che cerca, per quanto possibile, notizie sui desaparecidos egiziani (sul tema vedi http://contropiano.org/esteri/item/10929-i-desaparecidos-di-piazza-tahrir). Operazione spesso improba, perché il ministero dell’Interno nega che le forze di polizia stiano effettuando prelevamenti forzati di attivisti e oppositori.
Su tali vicende si muove anche il National Council of Human Rights, ma il muro di gomma del golpista dalla faccia per bene s’ispessisce. Inoltre la sua disponibilità di acquisire tecnologia armata statunitense e riversarla indistintamente su jihadisti e abitanti del Sinai, fa passare oltre qualsiasi considerazione delle Nazioni Unite. Che del resto in zona di bombardamenti a raffica ne ha conosciuti (Piombo fuso, Pilastro di difesa, Margine di protezione) continuando a lasciar correre. Una mezza ammissione c’è per i militanti della Fratellanza Musulmana, posti da due anni fuorilegge e perseguiti per ragioni di ‘sicurezza nazionale’. Negli ultimi mesi sono stai direttamente paragonati ai jihadisti alleati dell’Isis e per loro c’è la pena capitale, che ora Sisi propone di rendere esecutiva appena la sentenza viene pronunciata col primo grado di giudizio. Nello scontro senza quartiere che s’è aperto due anni or sono col defenestramento del presidente Mursi, i massacri del 14-15 agosto 2013 (dai mille ai duemila morti, anche lì ci sono ‘desaparecidos’ i cui corpi non sono stati ritrovati, ma di cui testimoniano i familiari), la persecuzione sistematica d’ogni opposizione, islamica e laica, e infine la comparsa d’un combattentismo alleato all’Isis, la restrizione della libertà è l’unica certezza presente della vita quotidiana.
L’Egyptian coordination of rights and freeedom solo negli ultimi due mesi ha denunciato la scomparsa di circa 800 cittadini. Testimonianze riparlano di quell’area plumbea, omertosa, piena di paure che circolava prima della speranzosa Rivoluzione del 25 gennaio 2011, quando i mukhabarat di Mubarak avevano carta bianca sulla vita della popolazione. Il mai abolito articolo 54 della Costituzione prevede arresti o restrizioni della libertà del cittadino solo a seguito d’investigazioni su reati di cui ci siano prove; mentre da tempo si ripetono situazioni in cui uomini in borghese, che non si fanno identificare, fermano e prelevano persone in strada, conducendoli in prigione in maniera totalmente illegale. I socialdemocratici hanno recentemente rivolto un appello al presidente perché chiarisca simili comportamenti, ma le sue scelte sono più che chiare nel voler aumentare lo strapotere poliziesco e giudiziario contro qualsiasi controllo dal basso sull’uso della repressione. Un andamento approvato dal partito Wafd che, accusando le associazioni dei diritti umani d’ingerenza sulle questioni interne, sostiene come fra fermati e reclusi possono sicuramente esserci cittadini atti a delinquere; perciò la prevenzione prevale su qualsivoglia presunta libertà. Per le Esraa d’Egitto l’orizzonte resta nero, come se le vicende di Samira Ibrahim e Said Khaled non fossero mai accadute.  

venerdì 3 luglio 2015

Armatori, quei greci che impoveriscono la Grecia

Se la ride, e come non potrebbe, mister Niarkos, figlio d’arte e di privilegi. Il papà Stavros, armatore, rivaleggiava con quell’Aristotele che conosceva un’unica filosofia: il denaro. Le dinastie degli armatori greci: Niarkos, Onassis, Vardinoyannis, Latsis, Alafouzos, Marinakis, le sanguisughe delle casse statali che per decenni hanno incamerato dracme, dollari, euro senza versare nulla in patria. Quintessenza dell’egoismo padronale. Accresciuto dall’articolo 89 della Costituzione che li esenta dal versare tasse, privilegio chissà perché congelato visto che una reale democrazia può richiedere una revisione costituzionale. Una vera democrazia, questo è un problema irrisolto nella terra del governo del popolo. In un rapido volo fra le biografie degli armatori che furono e degli epigoni in navigazione, c’è un comune denominatore: umili origini (per padri e nonni), in famiglie talvolta numerose, tal altre migranti e voglia di arrivare. Ma dietro questi uomini fatti da sé, marchiati da nomi epici ci sono fortune misteriose, ambigue, bordeline. “Derrière chaque grande fortune, il y a un grand crime” sosteneva un letterato testimone degli arricchimenti della prima grande borghesia mondiale.
E le vite, gli affari, lo splendore di alcuni di questi greci imbarcati fra il primo e secondo Novecento, hanno il sapore delle ambiguità del grande Gatsby fitzgeraldiano. Tutte nascono Oltreoceano, appoggiandosi a business mai trasparenti legati a petrolieri (trasporto e smercio di greggio), militari (rifornimenti alle navi della Us Navy), legami matrimoniali con clan statunitensi della finanza, economia e politica che si chiamano Ford e Kennedy. Sembrano davvero trame di romanzi. Certuni si fanno una guerra perlomeno sui rotocalchi, spendendo e spandendo fiumi di denaro ovunque, tranne che nelle casse statali. Perché già prima del famigerato passo della Costituzione del triste 1967 i signori delle navi pensavano bene di non battere la bella bandiera di casa. Qualcuno (Latsis) si trascinava vecchie storie di collaborazionismo con l’occupante nazista, che si faceva perdonare con regalìe ed elargizioni allo Stato. Ma nessun ripensamento sulle imposte che la casta ritiene “non dovute”. Il più narciso (Onassis) coltivava la fama di seduttore e collezionista di donne famose (Maria Callas e Jacquelin Bouvier, vedova Kennedy, le più in vista), si comprava un’isola e organizzava feste mondane.

Molti, già straricchi, hanno svariato con ulteriori affari nei trasporti (Olympic Airways, Singapore Airlines, compagnìe low cost) oppure si sono dilettati con lo sport e i media, fra squadre di calcio (Olympiakos, Panathinaikos, padrone del campionato, rissose in campo, sugli spalti e nelle riunioni di Lega, tanto da costringere nello scorso febbraio uno scandalizzato Tsipras a sospendere il campionato), canali televisivi (Mega Channel, Smart tv, Antenna 1), radio (Skai, Antenna 97,1), quotidiani (Kathimerini,  Mesimvrini). Un’orgia di potere, denaro e sollazzi durati decenni all’ombra di altri potentati, appartenenti ai clan familiari del bipolarismo Nea Dimokratia–Pasok (soprattutto Karamanlis e Papandreou, con la variante Mitsotakis), che si sono a lungo spartiti maggioranza parlamentare e governo. Senza muovere un dito contro i vantaggi goduti dalla lobby degli armatori, la componente più corposa del capitalismo greco. Il Paese accanto alle navi può vantare la sola risorsa del turismo, un ulteriore colabrodo per il fisco nazionale. Così, negli anni di crisi e di attacco della Troika, a versare sono rimasti i più deboli, quei dipendenti e pensionati ora incolonnati per raccimolare i 50 euro settimanali distribuiti in questi giorni.

giovedì 2 luglio 2015

Egitto, Fratellanza bersaglio fisso

Il presidente Sisi dichiara che l’Egitto è in guerra e questo gli basta per far proseguire gli spari. Ieri, mentre infuriava la battaglia contro gli jihadisti nel Sinai, un commando della polizia è penetrato in un suburbio del Cairo e perquisendo appartamenti sospetti ha aperto il fuoco sugli occupanti. Tredici i morti, tutti membri della Fratellanza Musulmana, compreso l’ex deputato Nasser al-Hafy. La giustificazione per l’azione estrema sta nella pericolosità dei soggetti, sospettati di preparare attentati, simili a quello che ha tolto la vita al procuratore generale Barakat. Secondo il ministero dell’Interno nel gruppo c’erano diversi latitanti, alcuni dei quali condannati a morte in contumacia nei mesi scorsi. Nell’appartamento-covo sarebbero state trovate armi, documenti e 5.300 dollari. Una tivù pro Fratellanza ancora abilitata a trasmettere (Mekameleen TV) ha invece denunciato l’intervento poliziesco mirato a uccidere a sangue freddo, alcuni testimoni hanno intravisto un’incursione diretta con sparatoria a sangue freddo, senza alcuna identificazione degli inquilini. Un comunicato della Confraternita denuncia il clima di terrore seminato dagli agenti in mimetica nera: “... veri crimini di cui deve rispondere Sisi, responsabile di una gang oppressiva. Dobbiamo difendere le nostre case, famiglie e vite”.
Il richiamo a una protesta, ridotta a testimonianza, è già per domani. Una data scolpita nella memoria islamica: quella del golpe con cui il generale Sisi pose agli arresti il presidente Mursi, regolarmente eletto un anno prima nel confronto al cardiopalma con Shafiq. Dal 3 luglio 2013 Mursi, poi via via il Gotha della Brotherhood (la guida spirituale Badie, il leader affarista conservatore Al-Shater, il riformista Habibi) vennero arrestati. Seguiti nelle carceri di massima sicurezza da centinaia di membri di alto livello e migliaia di attivisti. Prelevati con e senza mandato, in un crescendo repressivo galoppante, privando i familiari di notizie e colloqui coi detenuti più o meno eccellenti. Quanti? Forse dodicimila, forse più, neppure Amnesty International riesce a saperlo. Intanto dall’autunno 2013 iniziava lo stillicidio di attentati, solitamente contro bersagli fissi (caserme, check point) e mobili (singoli militari e poliziotti); contro questo clima Sisi ha impostato la campagna elettorale per la corsa alla presidenza conclusa trionfalmente nel maggio 2014. Per la salvezza nazionale, per non far precipitare il Paese nel caos. Un piano totalmente fallimentare poiché l’Egitto è entrato in un gorgo di agguati senza fine e non ne esce. Dietro questi colpi ci possono essere le mani più diverse, come in ogni instabilità. Nonostante neghino ogni addebito, i vertici (rimasti) della Fratellanza sanno che molti giovani attivisti sono finiti nel copioso alveo salafita e del salafismo jihadista. Costoro potrebbero perseguire la destabilizzazione del detonatore.

Ma sulla paura la lobby militare, sempre potentissima e alla quale Sisi appartiene, può giocare la sua partita perpetuando un potere che non ha mai ceduto, neppure nell’anno del governo Qandil e della presidenza Mursi. Poi ci sono i Servizi interni e stranieri che sempre lavorano perseguendo quella finalità d’insicurezza che giustifica ogni “soluzione forte”. In questo contesto la presenza dell’Isis, più o meno come nei territori dello Stato Islamico e ovunque i miliziani di al-Baghdadi compaiono, può risultare autonoma e multidirezionata. Dalle Intelligence più potenti che li supportano dall’Occidente (Cia, MI6, Mossad) e dall’Oriente (Mıt, Isi). Quanta lotta o quanto sostegno ci sia lo scopriremo nel tempo, oggi c’interroghiamo sugli effetti nefasti e osserviamo le manovre con cui, le leadership dei Paesi interessati all’egemonia mediorientale, si frappongono in uno scenario intricato. A cosa punti il presidente-generale che spinge con vigore per l’azione muscolare interna, assieme al ripristino quanto più veloce possibile della pena di morte lo vediamo da mesi. Conservare e acuire la polarizzazione del proprio popolo, servire, come ai tempi di Mubarak, gli interessi occidentali. Impedire ogni evoluzione socio-politica nell’area, d’impronta islamica o laica è indifferente.  

Mes Aynak, la Pompei afghana che può sparire

Mes Aynak sta benone, porta magnificamente i suoi 5000 anni. L’unico problema è l’habitat che per il futuro può creargli gravi problemi. Ha attorno una delle maggiori miniere di rame dell’Afghanistan finita nelle mani del potente China Metallurgical Group. Dal 2007, prima grazie al presidente Karzai ora al suo sostituto Ghani, la corporation ha ricevuto un’autorizzazione trentennale per lo sfruttamento minerario di quel sito, nella provincia di Logar, distante 40 km sud-est da Kabul. Che nelle vicinanze ci sia anche un’antichissima area archeologica nella quale lavorano e studiano alcune équipe di ricercatori viene considerato dalle autorità afghane e, ovviamente, dai manager della compagnìa un elemento insignificante. Infatti sono state aperte delle cave già sul 10% dell’area Studiosi ritengono che la prosecuzione degli scavi (con fini archeologici) potrà, o potrebbe, riscrivere la storia del Paese e la stessa storia del buddismo. Ma si tratta d’una lotta contro il tempo e contro il business poiché le vestigia di antichi monasteri rischiano la scomparsa definiva. Il gruppo archeologico deve altresì guardarsi dalle incursioni dei taliban, propensi a far fare anche alle statue di Buddha strappate al sottosuolo la fine cruenta riservata ai colossi di Bamiyan nel 2001.


Gli archeologi impegnati in loco, che hanno lanciato un grido d’allarme attraverso una campagna di sostegno e la realizzazione d’un documentario (http://www.savingmesaynak.com/about). Ricordano che la zona interessata è vastissima, 500.000 metri quadrati, e per valore artistico è comparabile alla nostra Pompei e a Machu Picchu. Lì si trovano mura, caverne, grotte, templi con statue di Buddha; una rarissima raffigurante Siddharta è emersa come per magìa. La parte conosciuta del sito è ancora minima, pari al 10% dell’intera estensione, come si trattasse della punta d’un immenso iceberg sommerso, tutto da esplorare. Il gruppo d’indagine esalta la straordinarietà del luogo capace di produrre scoperte sensazionali attorno a quel melting pot di culture del continente asiatico e della sponda mediorientale, irrorato dai continui contatti e scambi che avvenivano tramite i pellegrini. Se lo sfruttamento minerario dovesse proseguire - e finora nulla è stato fatto dalle autorità afghane interessate solo a incamerare yuan, né da strutture internazionali d’ogni genere, dalle Nazioni Unite all’Unesco - di ogni cosa conosciuta e sconosciuta rimarrebbe solo la testimonianza del citato documentario. Uno scempio degno dell’Isis,  basato stavolta sul fondamentalismo degli affari.

mercoledì 1 luglio 2015

Isis, obiettivo Sinai

Quindici check-point assaltati, trentacinque poliziotti e militari uccisi e almeno una ventina di miliziani lasciati sul terreno. E’ la trasferta dell’Isis nel Sinai, a ovest del delta del Nilo nelle località di El Arish e Sheikh Zuweid. Il luogo è da tempo militarizzato perché Gaza è vicinissima, oltre il confine di Rafah, e lì le formazioni jihadiste hanno una presenza di vecchia data. Mentre il Cairo è lontana, non solo negli oltre 300 km di distanza, ma per l’impossibilità più volte mostrata di non poter controllare il territorio se non con presidi fissi, peraltro attaccabilissimi. Era accaduto in altre epoche e con altri governi, da Mubarak all’islamico Mursi. La stessa stretta ipermilitare di Sisi non produce l’effetto sicurezza sperato e ora che il modello imitativo, quello del brand dalle bande nere, e concreti accordi collaborativi fra jihadisti di varia provenienza (nel Sinai soprattutto Ansar Beit al-Maqdis) s’allarga dalla Tunisia al Mar Rosso simili azioni destabilizzanti si ripetono a cascata. Fra l’altro un chiaro disegno di Al Baghdadi consiste nell’insinuare attacchi e paure nel cuore del Mediterraneo maghrebino, colpirne l’economia turistica (le proiezioni già parlano d’una flessione del 25% sulle entrate stagionali in Tunisia) e dalle coste minacciare l’Europa.
Per un uomo d’ordine, fiero della divisa dismessa solo nella forma non nella forma mentis, qual è il presidente egiziano i crescenti episodi che stanno rendendo altamente insicura la vita quotidiana anche nella metropoli cairota sono un affronto insopportabile. L’aveva sottolineato ieri partecipando ai funerali del procuratore Hisham Barakat, fatto saltare in aria da un’auto bomba mentre transitava col suo corteo di mezzi blindati che non gli sono serviti. Anche in quest’occasione sono morti alcuni passanti, altri erano deceduti giorni fa presso un collegio militare nella zona di Heliopolis diventato bersaglio delle bombe jihadiste. Stessa cosa in prossimità del ponte 6 Ottobre. Sisi non sopporta questa situazione e se la gioca alla sua maniera: sta predisponendo un aggiramento delle attuali leggi che impediscono l’applicazione delle pene di morte fino al pronunciamento della sentenza d’appello. Dice: la sicurezza della nazione è in pericolo perciò le condanne a morte vanno eseguite immediatamente, com’è accaduto a metà maggio ai sei miliziani jihastisti affiliati all’Isis e giudicati dal tribunale militare. Quando parla di applicare la pena capitale il pensiero di Sisi va a quell’opposizione già sentenziata in primo grado che vede uomini simbolo della Fratellanza Musulmana, da Mursi a Badie, in attesa dell’appello e della forca.

La Confraternita, come ha sempre fatto, parla contro le violenze e ancor più gli attentati, definendoli inaccettabili pur in un clima di pesantissima repressione che l’ha eliminata dalla scena politica. Denuncia come le scelte e la pratica governative fomentino lo scenario presente, che ha allontanato giovani dalle sue file orientandoli anche verso scelte estremiste. Certo il procuratore assassinato, che recentemente aveva azzerato tutte le condanne di alto tradimento oltreché di corruzione e accaparramento indebito inflitte all’ex raìs Mubarak, non risultava amato da varie componenti che avevano dato vita alle ribellioni del 2011 e 2012, ma il clima di restaurazione non è un fatto recente in terra egiziana. E neppure l’insicurezza, ormai stabilizzata attorno a un disegno securitario che non offre garanzie ai cittadini, ne impedisce le scelte politiche (le elezioni più volte promesse da Sisi non sono mai state indette). Restano il clima blindato di tanti luoghi, le deflagrazioni, i morti mirati e casuali. Secondo le testimonianze l’attacco del Sinai è stato coordinato, con strade minate perché i mezzi dell’esercito sopraggiunti dopo l’assalto non potessero realizzare immediate retate. Così gli asserragliati risultavano i poliziotti, chiusi nelle caserme che restano l’obiettivo principale degli assalti jihadisti con lo scopo dichiarato di “smilitarizzare” quell’area.