domenica 14 febbraio 2016

Regeni: tortura e omicidio come ragione di Stato

La morte violenta, violentissima, di Giulio Regeni è già derubricata da omicidio di Stato. E non tanto perché l’impresentabile, ma presentissimo sui media nostrani, Luttwak sparge la sua spazzatura velenosa: “Magari l’ha ucciso un’amante. Se uno fa cose pericolose, si assuma i suoi rischi”. Ma perché ciò che iniziano a sostenere e divulgare gli esegeti del politicamente corretto d’ogni governo, ovviamente anche dell’attuale, già istillano fra passi di iperrealismo il perdonismo per la ragione di Stato e per la guerra al terrore. Cosa centri Regeni con tutto ciò sarebbe facilissimo da provare, se non fosse che per terrore la banda Al Sisi inserisce non solo, e probabilmente non tanto, la presenza dell’Isis in casa, che comunque c’è, ma soprattutto chi continua a ostacolare il suo gioco di raìs assolutista, con ogni mezzo lecito e illecito. Come avevamo sospettato per quel l’Egitto mostra da anni, Regeni è stato prelevato in strada da un paio di mukhabarat e condotto in uno dei mille luoghi di detenzione, ufficiali e ufficiosi. Dove gli interrogatori sono conditi da torture. Se per convalidare questa versione - sospettata dopo il ritrovamento del cadavere del ricercatore da amici, colleghi, attivisti locali con cui lui era in contatto nel soggiorno cairota - la lobby di Stato si serve di tre agenti rivelatori al prestigioso New York Times, il fine risulta quello d’uscire allo scoperto, poiché non reggono più le balle sull’incidente stradale o il crimine di piccola malavita.
Quindi s’accetta la versione della responsabilità delle forze dell’ordine, avanzata quasi compattamente anche dalla stampa mainstream finora semicieca verso la repressione dell’alleato Sisi, e si fa avanzare l’eterna e utilitaristica ipotesi di Servizi deviati o in lotta fra loro. Contro la volontà dell’ignaro presidente che sarebbe in balìa di forze che gli remano contro e cercano di ostacolarne il percorso stabilizzatore in un Paese sotto l’attacco terroristico. Che bella favola!!! Certo che in Egitto è entrato in scena, da almeno due anni, un jihadismo autoctono (Ansar al Maqdis) prima qaedista e ora dialogante col Daesh. Come può starci che, dalle settimane seguenti alle strage militare della moschea di Rabaa, una componente radicale della Fratellanza abbia scelto percorsi di lotta armata, vedendosi chiusa la strada legale e pubblica. Ma questo non può nascondere il terrore diffuso dalla lobby militare che controlla lo Stato, incrementato col golpe di luglio 2013 e la scalata nelle Istituzioni. Il ministro dell’Interno Abdel Ghaffar, generale anch’egli, continua a sviare sui temi di tortura e repressione anche di fronte alle campagne di Ong di peso come Human Rights Watch e Amnesty International. E ne ostacola sempre più le indagini. E che dire del ministro di Giustizia al-Zind che dichiara in tivù di voler applicare contro gli oppositori vendette e rappresaglie peggiori di quelle naziste o dei generali argentini? Il caso Regeni potrebbe porre l’Italia, nazione seviziata nel corpo del suo cittadino ricercatore, in testa a una campagna internazionale per curare il tumore egiziano che da due anni sta facendo precipitare la nazione nel buco nero d’una dittatura sanguinaria.

Invece il salvagente è già pronto. Fornito da cavalli di Troia del sisismo, che poi è quel sistema di feloul, che rievocano il regime amico dei raìs trascorsi (Sadat, Mubarak) utili alle manovre imperialiste in Medio Oriente. Dopo aver falisticamente ipotizzato che le autorità italiane non sapranno mai cosa sia realmente accaduto a Regeni, Sergio Romano sul Corriere della sera scrive che un passo di sdegno del nostro Esecutivo comportante l’interruzione dei rapporti diplomatici ci priverebbe “dei nostri abituali contatti con uno dei maggiori protagonisti della regione. Saremmo meno informati su ciò che accade in Medio Oriente e perderemmo il capitale (lapsus forse economico, ndr) di amicizia che l’Italia ha costruito con quel Paese nel corso degli anni”. E ancora “siamo in una situazione difficile e imbarazzante… non possiamo dimenticare che l’Egitto sta combattendo contro un mostro responsabile, tra l’altro della distruzione di un aereo russo pieno di turisti, e dei massacri di Parigi… Piaccia o no, l’Egitto, in questo momento, è un alleato, non un nemico”. Quindi concede “… abbiamo il diritto di dire al Cairo che non si vince una guerra senza il sostegno della pubblica opinione”. Ma è una boutade inopportuna che ostacolerebbe la real politik. L’ex ambasciatore da tempo opinionista mainstream, è l’altra faccia del Giano bifronte del cinismo occidentale che ha in Luttwak il volto sfrontato del negazionismo imperialista. La buona e la cattiva coscienza mediatiche son qui a convincerci che Sisi è il minore dei mali possibili e i Regeni non hanno ragione d’esistere.  

venerdì 12 febbraio 2016

Cizre: rigettare l’orrore

Il corpo di ragazza, seminudo e maculato di sangue, sta su un impiantito di mattoncini. Già rigido, la vita è volata via, oltre le macchie rosse che s’intravvedono su un fianco, sul petto. Via dall’enorme grumo rappreso di lato. La foto è stata lanciata su un social network. Le due mimetiche turche, di poliziotto e militare, che osservano il cadavere potrebbero essere indossate da chi è giunto dopo, a “lavoro compiuto”. Oppure firmano direttamente il misfatto. Kurdi di Cizre che finiscono i loro giorni così ce n’è molti, fra l’indifferenza dei potenti della terra. Certo altrove, non distante, negli stati liquefatti di Siria e Iraq, si sparisce in egual modo con un’imposizione della morte diventata incubo giornaliero. Ma questo non sminuisce i crimini che il militarismo di Ankara ha ripreso a diffondere con meticolosa, spietata pianificazione. Uccisioni efferate di persone catturate e seviziate, istillando sofferenza e godendo sadicamente della stessa, come fanno i peggiori aguzzini della storia. E’ l’infamia che sempre più la ‘geopolitica del cinismo’ mette in mostra in molti scenari. Questo è il sud-est turco, ma non è l’unico. Anzi. Si dirà che nei secoli quella che ora definiamo geopolitica, e un tempo era espansionismo, conquista imperiale, invasione, colonizzazione e cento altri termini dell’incontro-scontro fra popoli nei territori più vari, s’è sempre macchiata di nefandezze. Egualmente non giustifica l’attuale necrostoria che ogni premier rifugge con la litanìa di quel “mai più” e che invece prosegue.
A Cizre si muore in cantine assediate, dopo che le pareti di case triturate dall’artiglieria crollano e non si sa più dove nascondersi. Tu non sei un guerrigliero, sei un kurdo: uomo, donna, ragazzo, vecchio; sei un testimone di te stesso, dell’etnìa che lega famiglie, generazioni a una storia millenaria, vissuta in quei luoghi dove vengono a toglierti la vita. La tua lotta è ideale, e da mesi è rivolta alla sopravvivenza verso chi la insidia con le armi. Addirittura armi chimiche, come in guerra, perché lo stato turco sta praticando una guerra contro civili definiti terroristi. Visto che i muri crivellati di proiettili vengono giù, ti rifugi in cantina, sperando che l’onda di fuoco s’attenui. Magari scompaia. Invece l’incubo resta. Chi ti bracca aspetta e ti tiene a tiro. Mira a prenderti per sete, vuol farti soffrire e poi ghermirti. Oppure ti dà la caccia, viene a prenderti sottoterra per metterti lui sottoterra. Il copresidente del partito filo kurdo Hdp Selahattin Demirtaş usa il termine genocidio per definire l’azione repressiva attuata dal governo turco nelle province sud orientali del Paese, poste da settimane sotto assedio e scenario di terribili violenze contro i civili. Un concetto respinto da chi identifica il genocidio solo coi grandi numeri. Di fatto gli stermini pianificati non hanno bisogno di annunci pubblicitari, avvengono spesso in silenzio, aiutati dall’omertà di chi non vuol vedere.

Ciò che accade alle comunità di Cizre, Sur, Şırnak (e Urfa, Mardin e molte altre cittadine) è uno stillicidio sistematico, una pianificazione della morte con gli strumenti più vari. Attuata da chi, come il partito-regime dell’Akp, teorizza una nazione basata su un partito, un leader, una bandiera, un’etnìa alla maniera del peggior fascismo vecchio e nuovo. Da leader d’opposizione ovviamente Demirtaş fa politica e sostiene come tale disegno distruttivo può essere fermato solo da un blocco alternativo, come quello creato dal suo schieramento, che segua la via pacifica della conciliazione delle genti dell’attuale Turchia, aperta alla collaborazione e a una reale democrazia per l’eguaglianza e la giustizia. L’esatto contrario del percorso intrapreso negli ultimi due anni da Erdoğan e Davutoğlu che usano la confessione islamica per introdurre pratiche militariste e fasciste. Combattono per interposta guerriglia in Siria, e non disdegnano l’eventuale intervento diretto, ma soprattutto sfruttano il caos attaccando i kurdi fuori e dentro i confini nazionali. Una linea della guerra esterna e del massacro interno, condito col terrore e la paura. Se l’establishment non recede lo facciano almeno quei turchi, in divisa e abiti civili che hanno una coscienza. Rifiutandosi d’uccidere, aprendo gli occhi alla tragica realtà, questo è il messaggio lanciato da Demirtaş per fermare l’orrore.

mercoledì 10 febbraio 2016

Egitto, lo sterminio come vendetta: una denuncia di HRW

Diecimila a uno” è il rapporto della rappresaglia che, non un poliziotto qualsiasi o un capitano dell’esercito, ma direttamente il ministro egiziano alla Giustizia, Ahmed al-Zind, vorrebbe applicare quando cade qualche membro delle Forze Armate. I diecimila da eliminare sarebbero attivisti della Fratellanza Musulmana. La minaccia non è enunciata in una cena fra generali, bensì davanti alle telecamere durante uno show su una tivù satellitare. Va diretto a quella pubblica opinione che, nutrita a odio e paranoie sui nemici interni ed esterni, viene abituata a non considerare rapimenti, torture e uccisioni di concittadini, attivisti islamici e non, oppure stranieri che risultano sempre in odore d’infiltrazione per danneggiare il progetto del grande Egitto di Abd Fattah Sisi. Così al ritrovamento d’un cadavere per strada, come quello di Giulio Regeni su cui prosegue il balletto delle falsità governative incentrato sulla tesi dell’omicidio criminale, nessuno si chiede cosa accade e perché. Anzi si pensa che il ficcanaso di turno, amico dei nemici, sia stato definitivamente “reso innocuo”.  E’ questo il modello di sistema poliziesco, una dittatura legalizzata, che il generale-presidente va costruendo con benestare dell’Occidente e dei partner del Golfo.
L’organizzazione Human Rights Watch si domanda e auspica che Sisi in persona intervenga a censurare il suo ministro, ma l’ipotesi forse si rivelerà l’ennesima speranza irrisolta. Finora nessun politico o nessuna autorità giudiziaria ha controbattuto alla pesantissima affermazione del ministro che, nonostante gli attacchi subìti da militari durante attentati di gruppi armati vicini all’Isis, cercano capri espiatori unicamente nella Brotherhood.  Recentemente un gruppo di avvocati dei diritti ha chiesto un intervento del procuratore Generale che accusasse il ministro d’incitamento all’assassinio, senza alcun esito. I poteri speciali di cui gode il dicastero proprio verso le carriere dei giudici sembrano rendere al-Zind inattaccabile. Dal golpe del 3 luglio 2013 il corpo giudiziario ha rilasciato un’infinità di condanne capitali e di migliaia d’anni di reclusione a membri e simpatizzanti del movimento islamico anche in assenza di prove sui capi d’imputazione. L’Ong ricorda come, in occasione della prima visita estera due anni or sono, Sisi dichiarava alla Bbc che non era il governo a dover decidere sulla sorte della Confraternita, ma il popolo egiziano.

Veniva accantonata l’idea che una parte della popolazione del paese si rispecchia in quella componente politica, non solo nelle elezioni effettuate dopo la caduta di Mubarak e poi in occasione dell’elezione di Morsi. Sisi soprattutto nasconde come il suo apparato politico-amministrativo, espressione della lobby militare, perseguiti la Fratellanza e ogni opposizione al nuovo regime. Gli articoli costituzionali numero 53 e 20 sanciscono che la discriminazione e l’incitamento all’odio sono crimini punibili per legge, mentre le strutture governative devono astenersi da evocare in ogni discorso riferimenti violenti, discriminatori e ostili verso singoli o gruppi sociali. Accade l’esatto contrario. La forza del progetto di Sisi sta nella manipolazione delle leggi, nell’abuso delle stesse, nell’attuare una prassi repressiva eccezionale in forma legalitaria, così da potersi tutelarsi anche da richiami ai diritti come questo ricordato da HRW e perfino da ipotetiche campagne internazionali. Forse solo un embargo economico farebbe cambiare rotta al sanguinario dal sorriso bonario. Ma un simile passo cancellerie, ministeri economici e businessmen d’ogni latitudine si guardano bene dal farlo.

domenica 7 febbraio 2016

Omicidio Regeni: l’informazione, le dietrologie, la manipolazione

La cronaca, specie se nera, corregge la disattenzione dei media, casuale o voluta, sebbene di taluni crimini si parli, di altri meno, di certi per nulla. Nella recente storia sociopolitica dell’Egitto, paese amico dell’Italia specie nel business, sui massacri lì perpetrati dall’esercito all’epoca della rivolta di Tahrir, si scrisse e si discusse parecchio. Lo fecero testate grandi e minute, attente all’attualità delle ‘Primavere arabe’, con la professionalità e la coscienza che distingue talune più di altre. In differenti periodi, tre e due anni addietro, quest’attenzione s’è molto attenuata, pur davanti ad accadimenti inquietanti. Magari si citavano attentati e raid dell’Isis che insanguinano anche quell’orizzonte, ma si stentava a raccontare lo stillicidio repressivo, preambolo e conseguenza della salita al potere del  generale-golpista. Anche lui figlio dell’apparato militare che è, dall’epoca post coloniale, il vero padrone d’Egitto ben oltre monarchie o repubbliche. 
Da cinque giorni l’attenzione dell’intero sistema massmediologico italiano è rivolto alla tragica fine del ricercatore assassinato al Cairo. Ogni organo racconta di Giulio Regeni, ricordandone l’impegno profuso, pur fra non poche difficoltà, nel divulgare notizie raccolte in quegli strati della popolazione egiziana che difendono diritti politici e contrattuali ormai a rischio della propria vita. Al giornalista Regeni quest’impegno è a sua volta costato la vita, messa a repentaglio proprio dagli argomenti trattati, dai luoghi frequentati, dagli incontri avuti con attivisti e sindacalisti, e finanche semplici lavoratori. Questo è l’Egitto di al-Fattah al-Sisi. Quale nostro giornale, grande o piccino, avrebbe pubblicato gli articoli di Giulio? Giriamo la domanda ai mega Direttori delle grandi testate che oggi discettano sulla sua tragica fine, avendo a lungo ignorato quella di altri coetanei di Regeni, acculturati come lui o meno di lui, ma certamente assetati di giustizia. 
La giustizia che manca all’attuale Egitto, per ragioni e decisioni interne ed esterne ai Palazzi del Cairo. Ottimi analisti ricordano il ruolo che il Paese e il suo conducator, stanno giocando (o dicono di poter giocare) sullo scacchiere mediorientale e su quello mondiale riguardo alla lotta contro il terrore dell’Isis. Tutto ciò non fa una grinza e si scrive pure. Con frequenza periodica, di concerto con news su: investimenti prossimi venturi, quelli dell’Eni per il giacimento Zohr e gli affari di Intesa, Italcementi, Tecnimont e via andare per 5 miliardi di euro; sugli investimenti già in corso d’opera in fatto d’armamenti (gli ultimi sono francesi coi caccia Rafales) in una fase in cui le riserve interne sono dimezzate rispetto ai 30 miliardi di dollari che Mubarak gestiva quando Tahrir iniziava a infiammarsi. Riguardo a opere faraoniche come il raddoppio di Suez si spendono i petrodollari delle petromonarchie, per ora 20 miliardi, che possono tranquillamente aumentare visto che fondi di casa Saud superano i 700 miliardi. Per ottenere questo Sisi deve proseguire il ruolo di spietato cane da guardia contro ogni pericolo sovversivo. 
E oggi sovversiva è l’informazione, se straniera, com’era Regeni, peggio. Lo dicevamo, lo scriveva innanzitutto lui, su Il Manifesto che gli pubblicava solo postumo (forse per disaccordi economici più che editoriali, ma questa è un’altra storia e un’altra brutta pagina del nostro giornalismo) un interessante pezzo sul sindacalismo. Quel resoconto dai luoghi e coi cairoti che il ricercatore-giornalista frequentava rappresenta il motivo per cui il ‘sistema Sisi’ s’è liberato della sua voglia di sapere e divulgare. Come fa da mesi con tanti egiziani. Mentre la stampa nostrana viene svegliata dall’atroce delitto e, vivaddio, ne parla c’è chi (L’Huffington post tricolore) più che soffermarsi sull’establishment che nella sua interezza fa fuori oppositori e ficcanaso della penna, cerca presunte devianze in seno ai Mukhabarat, che se pure ci fossero, non farebbero sconti ai Regeni di turno, come grida una blogger il cui fratello è da mesi in galera: “Chi racconta l’Egitto è in pericolo!” 
Invece Lucia Annunziata, nella rubrica su Raitre  In mezz’ora, è tutta presa a esaltare, assieme all’ospite e collega Purgatori, il ruolo della diplomazia italiana al Cairo, sostenendo che grazie a essa (e a Sisi) il cadavere del ricercatore sia stato trovato. Nella minimizzazione d’una tragica realtà che coinvolge la famiglia Regeni, ma anche il popolo egiziano, compresi i sostenitori d’un sanguinario dittatore, alcuni professionisti dell’informazione nostrana si crogiolano sui particolari. Diffondono salamelecchi all’ambasciatore per ossequiare Farnesina e Palazzo Chigi,  e non solo; spargono falsità sulla presidenza Morsi, che accaparrava posti e zoppicava nella gestione ma non sterminava affatto i suoi oppositori (l’altro ospite, il buon Acconcia, cercava di precisare inascoltato). I contorni sono quelli dell’ennesima occasione perduta, in quello che poteva essere un risveglio d’informazione, tardivo ma utile. Ma si sa, come insegna il Manzoni “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. E c’è chi nasce Regeni, e muore anzitempo, chi Annunziata e si garantisce l’eternità radiotelevisiva.

venerdì 5 febbraio 2016

Assassinio Regeni: il mandante è al governo


Al Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del paese mentre l’Egitto è in coda a tutte le classifiche mondiali per il rispetto della libertà di stampa”. Ecco il movente del delitto di Giulio Regeni. Sta nell’incipit dell’articolo che oggi Il Manifesto pubblica in apertura col vero nome dell'autore, fuori da pseudonimi usati in alcuni precedenti brani “adesso che quella cautela è stata tragicamente superata dai fatti”. Gli agenti dei Servizi italiani che già volano fra Roma e il Cairo potranno - se la politica dei Palazzi vorrà - rivelare circostanze ed esecutori materiali, ma il mandante è citato a chiare lettere nell’attacco del pezzo: Al Sisi, il generale golpista che gli alleati occidentali hanno voluto per liquidare l’incognita della presidenza Morsi. E’ lui ad aver normalizzato il Paese a suon di stragi, iniziò il 14 agosto 2013 presso la moschea Rabaa trucidando 1500 attivisti islamici lì accampati. Ha continuato usando molto il bastone, contro ogni genere d’opposizione, se ne accorsero, tardivamente anche quei ‘ribelli’ laici che gli avevano tirato la volata con la petizione e il corteo anti Morsi.

Bastoni, coltelli, mozziconi accesi, scosse elettriche sono un vecchio armamentario dei mukharabat egiziani. Si tratta della stessa polizia che seviziava Samira Ibrahim in un angolo del Museo del Cairo, durante le settimane seguenti alla rivolta definita rivoluzione, e tempo prima aveva triturato il volto e la vita di Khaled Said. E’ anche contro simili sopraffazioni che il 25 gennaio 2011 Tahrir tracimava di corpi che chiedevano libertà, dignità, giustizia. Soffocata l’una, calpestata e offesa le altre, oggi più di ieri, assassinando i suoi speranzosi protagonisti come l’attivista Shaimaa al-Sabbagh. Purtroppo questi valori lasciano indifferenti la lobby dei militari e quei milioni di egiziani indissolubilmente legati alle molteplici attività gestite dall’esercito (industria, agricoltura, commerci, servizi). Cosicché un consistente pezzo d’Egitto nutrito dalle divise le resta fedele. Esiste, però, un’altra faccia della nazione, islamica e laica, dissanguata da galera e terrore diffuse a piene mani da Al Sisi molto più di quello che fece Tantawi nei mesi del dopo Mubarak. Un Paese che cerca di non sparire e che Regeni, coi suoi interessi socio-economici, andava a narrare. Lo testimonia il suo pezzo.

Un’assemblea, seppure in una saletta da cento posti comunque stracolma, di lavoratori legati a un sindacato indipendente (Ctuws) che provava a creare aggregazione fuori dai canali della sigla Etuf, gradita al governo. Raccontare quest’Egitto rappresenta per il presidente-dittatore una bestemmia superiore alle quelle “ingerenze sugli affari interni” che sono costate, tempo addietro, oltre un anno di galera ai tre giornalisti di Al Jazeera, pur sostenuti da una campagna d’opinione che ha mobilitato anche Amnesty International. E sotto la pesante cortina dei poliziotti, ormai schierati in ogni angolo, a ogni ora del giorno, degli agenti dell’Intelligence ufficiali, degli informatori (mestiere che consente di vivere), fino all’anello più infimo del sistema di controllo, i famigerati baltagheyah, c’è una parte della popolazione che si muove. Ancora nello scritto di Regeni: “… in questi giorni, in diverse regioni del Paese, da Assiut a Suez, al Delta, lavoratori delle società nei settori del tessile, del cemento, delle costruzioni sono entrati in sciopero a oltranza…”. E soprattutto “sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla “guerra al terrorismo”, significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione alla base la retorica su cui il regime giustifica la sua stessa esistenza“.

Un testimone scomodissimo, dunque, che analizzava grazie alla sua formazione economica e introduceva elementi di critica secondo un’impostazione che, chi l’ha incontrato, definisce marxista. Un elemento che, per i parametri dell’establishment al potere, non doveva agire indisturbato. Tutto ciò il ricercatore, lo sentiva, lo capiva, aveva umanamente timore. Ma non si fermava. Prendeva qualche precauzione nelle corrispondenze parzialmente protette  dietro pseudonimi, e continuava, come ogni appassionato ricercatore della realtà. Che sia stato esaminato, pedinato è certo. Già la fisionomia in certi luoghi risulta ingombrante, non ci si può celare, si è facilmente individuati per come si è, prima che per quel che si fa. Regeni avrà avuto alle calcagna il suo mukhabarat che spiava e riferiva. Se poi a lacerarne il povero corpo, a istillargli la morte lenta sia stato qualche balordo baltagheyah (micro criminali di cui le Forze dell’Ordine si servono per azioni violente) lo scopriranno, se vorranno e se gli sarà permesso, i magistrati. Colui che s'intuisce, ripetiamo, è il mandante: Abd al-Fattah al-Sisi, per sciagura dell’Egitto, da due anni presidente. Forse se ne sta accorgendo anche la stampa mainstream.  

giovedì 4 febbraio 2016

Caso Regeni: rapito, torturato, ucciso

Chi ha assassinato Giulio Regeni, il ricercatore italiano residente dallo scorso settembre al Cairo per motivi di studio? Lo domandano i familiari e ora anche lo Stato italiano tramite una nota della Farnesina, inviata ufficialmente alle autorità egiziane. La promessa di far luce sulla vicenda giunge direttamente dal presidente, il generale-golpista Al Sisi, che si è impegnato con la nostra ministra per lo Sviluppo Economico Guidi, in loco per incontri di affari fra i due Paesi e al momento rinviati. Regeni era scomparso dal quartiere di Dokki, dove abitava, il 25 gennaio. Nel 2011 quel giorno s’avviava la cosiddetta rivoluzione che abbatté Mubarak, diventato negli ultimi tre anni un incubo per i sognatori d’un nuovo Egitto. Fra i sospetti c’è quello che Regeni sia finito, volontariamente o meno, in qualche flash mob di protesta, sebbene i parenti affermino che lui non si occupasse di politica, né frequentasse attivisti. Il ricercatore parlava speditamente diverse lingue, compreso l’arabo, e ciò lo facilitava nei contatti d’ogni genere, dagli intoppi burocratico-amministrativi, compresi i frequentissimi controlli polizieschi, al colloquio con gli abitanti della metropoli.
Nei giorni seguenti all’inquietante silenzio i genitori di Regeni, tramite il sindaco del loro paese e l’ambasciata italiana al Cairo, avevano lanciato l’appello di scomparsa, ma dal ministero degli Interni egiziano giungevano assicurazioni che nessun italiano era stato fermato o arrestato. Si poteva ventilare l’ipotesi del rapimento. Per estorsione? Finora la criminalità locale, micro o macro, pur presente nel tessuto del Paese non aveva dato vita a simili azioni. Ipotizzabili fra i miliziani jihadisti, ma estremamente difficili da gestire sul territorio urbano, visto l’impressionante incremento di ogni mossa legata al controllo del territorio da parte dell’apparato poliziesco. Ora, dopo il ritrovamento del cadavere in un’area periferica della capitale, la sparizione e l’assassinio di Regeni assumono contorni diversi. Sul corpo sono visibili ferite che molto somigliano a segni di tortura, inferti sicuramente dai rapitori, ma a quale scopo? Che interesse avrebbero avuto, possibili estorsori di cui sopra, a torturare il sequestrato? Così i cattivi pensieri virano verso pratiche assai diffuse fra agenti ufficiali e ufficiosi, quelli in divisa e i mukhabarat che hanno servito ogni presidente.

Le torture sono sensibilmente aumentate negli ultimi diciotto mesi, ora che le Forze Armate sono impegnate sul fronte interno da attentati nelle città e dalla guerriglia nel Sinai. Regeni potrebbe esser finito in una retata delle forze di sicurezza, che nel giorno della mala rivoluzione (l’attuale regime considera buona quella del 30 giugno 2012 che, disarcionando Morsi, ha spianato la strada ad Al Sisi) andavano a individuare ipotetici contestatori. Gli attivisti delle “quattro dita” (il simbolo della resistenza islamica al generale) che nel 2013 e 2014 hanno organizzato manifestazioni di dissenso e che vengono ferocemente perseguitati, tanto che l’anno scorso hanno realizato solo qualche fugace e rischiosissima apparizione. Non è un segreto che nell’attuale Egitto fermi, arresti, detenzioni con l’uso di ogni genere di coercizione vengano praticati a migliaia. Su questi abusi, tacitati dagli interessi che le nazioni amiche traggono dall’attuale governance sul versante economico e su quello geopolitico, è difficile fare chiarezza. I familiari degli oppositori di Sisi, non necessariamente islamisti, e Amnesty International lo denunciano da tempo. Chissà cosa pensa Renzi l’africano.