mercoledì 9 marzo 2016

Regeni e l’Egitto colluso e impaurito

Magistrato omertoso - Per Hassam Nassar, procuratore di Giza che indaga sulla morte di Giulio Regeni, il caso resta un giallo come il colore del cartello di Amnesty International che chiede giustizia per il nostro connazionale. E la via intrapresa dalle indagini egiziane difficilmente porterà ad alcuna verità. Il quotidiano La Repubblica, che coadiuva la nota Ong cercando di dipanare la coltre di polvere attorno al martoriato corpo dello studioso, riporta un’intervista al magistrato di Giza. Le sue risposte sono vaghe, riferiscono informazioni note: sull’ora e luogo della scomparsa (19:38 del 25 gennaio scorso nella stazione metro di El Behoos al Cairo), sulla morte avvenuta non oltre 14 ore prima il ritrovamento del cadavere; aggiungendo genericità (o occultamento?) su particolari, unghie e lembi di pelle strappati non dai seviziatori ma dai medici legali – così dice il procuratore – “per effettuare accurati esami” su quei reperti. Se questi sono i presupposti con cui un uomo di legge indaga su esecutori e mandanti dell’assassinio del povero Regeni possiamo già considerarci gabbati. Molto di più riferisce un amico di Regeni, interrogato in Egitto e tornato in Italia subito dopo la certezza dell’efferato omicidio.
Il signor F - Rientrato probabilmente per tutelarsi, visto il clima di oggettivo pericolo in cui s’è ritrovato il gruppo di amici del ricercatore assassinato. L’uomo, di cui per sicurezza si celano le generalità, è stato interrogato anche dagli inquirenti italiani e ha confermato il clima di ostilità incontrata. Basata su pedinamenti, segnalazioni, schedature, perquisizioni realizzate o tentate dalla polizia nei confronti di stranieri, giornalisti, attivisti anti regime. Il signor F, così l’identifica La Repubblica per tutelarlo, rivela l’inquietudine che aveva pervaso Regeni a seguito d’un episodio. Accaduto durante la loro partecipazione all’assemblea sindacale dei lavoratori del Pubblico impiego che serviva per raccogliere dati sulla ricerca di Giulio. Lì una ragazza, che pareva un’attivista, l’aveva fotografato con un telefonino. Il signor F sostiene che Regeni fosse preoccupato per quanto accaduto. Le vicende accadute nelle settimane seguenti, compresi i tentativi di perquisizione dell’appartamento in cui viveva, gli hanno dato ragione postuma. Purtroppo. Riappare, insomma, l’Egitto che descriviamo da tempo.

L’Egitto della paura - Dove il meticoloso repulisti degli apparati della sicurezza verso chiunque possa disturbare il disegno di potere del nuovo-vecchio modello dello Stato autoritario è attivo a tempo pieno. Si serve delle spie più sofisticate, nascoste sotto un hijab, celate dalla giovinezza e dalla soavità di genere, usa i mukhabarat che picchiano e uccidono, torcendo il collo fino a tranciare le vertebre cervicali (così hanno stroncato l’esistenza del coraggioso Regeni). Oppure semplicemente intimoriscono facendo “visite” di giorno e di notte per far sentire il fiato sul collo a chi sa che può finire male. Già domani. Un Paese tornato al clima di terrore che tentava di scrollarsi di dosso proprio il 25 gennaio 2011, un’illusione durata pochissimo. Perciò non c’è da meravigliarsi dell’omertà diffusa. In tanti sono tornati a chinare la testa, chi per stare coi potentati di sempre (Forze Armate e tycoon) che garantiscono occupazione, anche quella dell’infiltrato che “cataloga” i ficcanaso. Chi per semplice paura di finire lui stesso come gli oppositori politici e sindacali (islamisti e laici) ingabbiati a decine di migliaia. E’ l’Egitto tornato a vivere a testa bassa anche vestendo panni importanti di professionista, medico o magistrato. Tutti ossequiosi al potere del nuovo raìs.

martedì 8 marzo 2016

Unione Europea: profughi nel bazar turco

Davutoğlu raddoppia la posta. Chiede sei miliardi di euro per gestire i campi profughi in casa, privilegiando siriani e iracheni e accettando uno scampolo di afghani. Ma lancia anche l’ipotesi dell’uno a uno: per ogni migrante clandestino riportato dalle isole dell’Egeo in Turchia, un rifugiato regolarizzato nelle strutture d’accoglienza che il suo governo predispone dovrà essere smistato fra i 28 membri dell’Unione. Quest’ultimi hanno, ovviamente, umori diversi. Scudi (e muri) alzati non solo col solito Orbán. Allo scambio risultano contrari, per ora, anche l’austriaco Faymann e il belga Michel che chiedono il blocco delle frontiere. Aperture, invece, dalla Merkel disponibile su entrambe le richieste; mentre Renzi fa il democratico e punta il dito sulla repressione della stampa che non può essere tollerata in una nazione con pretese di rapporti con l’Europa e l’ipotesi d’ingresso comunitario. Lui dichiara che non firmerà accordi finché Ankara continuerà a perseguitare la stampa d’opposizione. Vedremo se si tratta solo di pronunciamenti senza seguito. Il premier turco sostiene che la sua proposta è l’unica via che taglia la tratta di persone, cosa improbabile visto che le mafie dei trafficati agiscono, attraverso vari Paesi, su aree amplissime e continueranno ad ammassare carovane di disperati dentro e fuori il confine anatolico.


Piuttosto la Turchia, messa alle strette dal fronte della sicurezza interna e dalla guerra alle sue porte, con la mossa di sobbarcarsi i dolori europei sulla migrazione rientra in un consesso diplomatico col ceto politico del vecchio continente, che non ama e di cui non si fida, ma di cui non può fare a meno. Aperta la trattativa su un tema, che il sornione primo ministro sa bene essere una spina nel fianco molle della Ue, Davutoğlu cala sul tavolo altre richieste: dal 1° giugno porte aperte per i suoi compatrioti su ogni versante occidentale. Alla Merkel, a Tusk, a Junker il compito d’addolcire la pillola a coloro che non vogliono sentir parlare neppure di Shengen. Ma la condizione in cui si trovano in pieno inverno 13.000 profughi a Idomeni, con le crescenti scaramucce sul confine macedone, il quantitativo di sbarchi del mese di gennaio che ha comunque condotto in territorio ellenico 60.000 persone, nonostante le intemperie, le tempeste, il fuocoammare, le centinaia di migliaia attese già dopo Pasqua rendono la questione profughi un’emergenza al pari dei conflitti che destabilizzano Medio Oriente e la sponda mediterranea del Maghreb. L’Europa della finta Unione, dei centralismi ed egoismi, delle furbizie e indecisioni si trova davanti un volpino tutt’altro che sprovveduto. L’uomo di fiducia di lungo corso del ‘sultano’ gioca pesante. Per ora è tutto rinviato al 17 marzo. Oltre non si potrà attendere.

domenica 6 marzo 2016

I magistrati pro Erdoğan soffocano gli islamisti

Se lo son portati via due poliziotti con le buone, Abdulhamit Bilici direttore di Zaman, diventato nell’ultimo anno il maggior giornale d’opposizione turco in virtù delle sue 650.000 copie di tiratura. Un’opposizione tutta interna all’Islam politico che da tempo si scontra con quello erdoğaniano ed è animato dall’ex amico Gülen, l’imam migrato negli States e finanziatore del movimento Hizmet. Il piano repressivo continua, invece, a essere cattivissimo e s’è scagliato stavolta contro il quotidiano Zaman. Come aveva fatto con un altro giornalista gülenista, Hekrem Dumanli (arrestato due anni fa), e contro Dündar e Gül, i responsabili di Cumhuriyet, incarcerati nell’ottobre scorso e recentemente rilasciati per un intervento della Corte Costituzionale. La censura dell’informazione turca è un progetto in atto da un triennio, seppure le mosse degli ultimi tempi più che cancellare testate mirano, attraverso sentenze di sezioni giudiziarie amiche (una è 6^ Corte Criminale di Istanbul), a svilirle accusandole di trame antistatali. Poi interviene la politica a trasformarle.
Un “uno-due” che mette alla porta direttori e reporter scomodi e li sostituisce con plotoncini di servizievoli propagandisti e pennivendoli. Era accaduto nel gruppo Koza-İpek con le emittenti Bugün-tv e Kanaltürk. Accade con l’editoriale Feza che, dopo il blitz poliziesco e repulisti del fine settimana, apre il nuovo corso con sperticate lode al presidente innovatore della grande Turchia che a Istanbul visita i cantieri del terzo ponte sul Bosforo. Definirla informazione di regime è un eufemismo. Non una parola sulla manifestazione di protesta che, in un altro punto della città, ha riunito sotto la sede del giornale un centinaio di persone indignate per il colpo di mano giudiziario-governativo. Tutte gasate, manganellate, ferite e disperse dagli agenti antisommossa. Il team di Bilici licenziato è accusato di “complotto contro le istituzioni e il presidente” e dovrà comparire davanti ai pubblici ministeri. Frattanto il sito web bilingue (turco-inglese) di Zaman è oscurato, nella stessa redazione l’accesso a Internet è bloccato e gli articoli vengono confezionati da fedelissimi dell’entourage governativo che impaginano veline giunte dai Palazzi di Ankara. Il nuovo schiaffo alla libertà d’espressione è stato criticato all’interno e all’estero.
Le battaglie giudiziarie in atto nella stessa famiglia allargata dell’Islam turco vedono muoversi settori della magistratura e dell’Alta Magistratura pro e contro gli attori sul campo. La citata 6^ Corte Criminale di Istanbul è quella che impediva la scarcerazione della coppia dei referenti di Cumhuriyet, che aveva incastrato il presidente con lo scoop del traffico di armi verso la Siria a favore dei miliziani jihadisti. Un ulteriore smacco dopo le rivelazioni dei gülenisti sui meccanismi corruttivi dell’ex premier. La sentenza della Corte Costituzionale favorevole ai giornalisti di Cumhuriyet non è stata digerita da Erdoğan, che secondo il suo stile ha tuonato e tacciato quella la sentenza d’incostituzionalità (sic). Qualche opinionista legge l’ennesimo braccio di ferro come una partita interna da giocare sul campo europeo. La Ue, che ha protestato per la repressione sulla stampa, discute oggi a Bruxelles col premier Davutoğlu della questione profughi presenti in Turchia, ormai oltre 2 milioni e mezzo. Il ‘sultano’ pretenderebbe accanto ai finanziamenti promessi per gestirli  (tre miliardi di euro) anche ulteriore carta bianca sulla libera repressione interna, dai kurdi ai giornalisti. E’ un rilancio senza rete con cui il primo cittadino turco vuol continuare a dettar legge dentro e fuori dai propri confini.

giovedì 3 marzo 2016

Libia, guerra fino all’ultimo respiro

Armiamoli e partono. Chi? I nostri eroi: i “consiglieri” dell’Aise  (l’Intelligence italiana) già presenti in territorio libico assieme ai colleghi di CIA, MI6, CFR. Mentre ‘gli anfibi sul terreno’ li metteranno per noi i parà incursori del “Col Moschin”, uno dei corpi speciali italiani più preparati. Utilizzati in Libano negli anni Ottanta, poi in Somalia, Ruanda e tragicamente in Afghanistan, dove hanno lasciato diverse vite contro la guerriglia talebana, intervento non compreso da tanta popolazione afghana e percepito per quel che è: un’occupazione straniera che dura da quindici anni. Quella guerra i nostri corpi speciali l’hanno combattuta nella Isaf Mission, operazione che continuava l’Enduring Freedom, tutte volute e dirette unicamente da Washington. L’attuale seconda missione libica viene comunque decisa dai nostri grandi alleati (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) che determinano anche il ruolo “guida” ricoperto dall’Italia. Dopo l’annuncio un brivido avrà percorso la schiena della donna più militare della nostra patria, la ministra Roberta Pinotti. La quale, più realista di re e regine, è andata a festeggiare le future imprese armate nel Paese più militarista e militarizzato del Medio Oriente: Israele. Quest’ultimo, da buon gendarme di se stesso e degli alleati americani, è interessato agli sviluppi d’un intervento della Nato nel mare, nei cieli e sul terreno della Libia.
Comunque i suoi canali col Pentagono sono apertissimi, così il tour a Gerusalemme di Pinotti fa, al più, da corredo per il governo italiano, rassicurando tutti gli amici degli amici d’Oltreoceano. Interessante è comprendere cosa aprirà il fronte libico in loco e, teoricamente, in casa nostra. Analisti e strateghi militari (prendiamo una disamina dell’Ispi) prospettano ipotesi in base al quadro odierno che tuttora vede tre realtà: l’esercito para occidentale del generale Haftar presente a Tobruk, i militanti jihadisti di Alba libica di stanza a Tripoli, i miliziani del Daesh sparsi da Sirte all’area desertica. Attori in conflitto e concorrenza. Il possibile dialogo fra i pur diversi orientamenti dei governi provvisori di Tobruk e Tripoli, scaturente nell’auspicato governo di Accordo Nazionale, l’unico capace di legittimare l’intervento Nato contro il jihadismo dello Stato Islamico, non c’è ancora e qualora ci fosse potrebbe non durare. Ma lo sbarco occidentale, che mira a mettere in sicurezza gli approvvigionamenti di petrolio e gas libici verso il nord Europa, ci sarà egualmente. Legittimato da tale scopo più che dalla guerra all’Isis. Il quadro esaminato può comportare un ampliamento dell’area di crisi ad altre nazioni del Maghreb, quelle limitrofi: Algeria a ovest, Tunisia a nord-ovest, Egitto a est. Quest’ultime due, colpite dal proprio jihadismo possono essere interessate a fare da spalla alla coalizione occidentale (l’Egitto in primo luogo, anche per distogliere l’attenzione da tanta repressione extralegale interna cui sottopone i cittadini più che i combattenti pro Al Baghdadi).

Ma il fronte può ampliarsi perché lungo il confine poroso fra Algeria e Niger (dove corre ogni genere di traffico, dalla droga all’esplosivo Semtex) il coagulo jihadista africano può realizzare una retrovia in pieno deserto, zona difficilmente pattugliabile. Intanto i fronti certi sono due: sul territorio libico, dove le forze speciali e aeree saranno impegnate con azioni mirate e bombardamenti con caccia e droni, e quello degli obiettivi civili che potrebbero essere oggetto di azioni terroristiche isolate  o  di gruppo, sull'esempio di Francia e Tunisia. Nel primo caso i lutti sarebbero militari, colpiti direttamente dai nemici o indirettamente dalle conseguenze del materiale bellico utilizzato (uranio impoverito, com’è accaduto cinque anni fa sempre in Libia, prima in Iraq, Kuwait e lì dove si combattono i conflitti dalla morte immediata e ritardata). Gli altri lutti - come a Madrid, Londra, New York - sono tragicamente presenti nella memoria. Però per i fautori dell’intervento indispensabile dopo Charlie Hebdo e Bataclan, l’Occidente è sempre un obiettivo. Allora guerra, fino all’ultimo respiro. Anche ora che giunge la notizia dell’uccisione di due (Failla e Piano) dei quattro dipendenti italiani sequestrati da mesi a Sabrata. Nel conflitto in cui c’infiliamo probabilmente non basteranno né agenti dei Servizi, né parà.

mercoledì 2 marzo 2016

Gli uomini forti dell’Egitto che hanno ucciso Regeni

L’ipotesi lanciata da diversi media sulla faida interna agli apparati del Cairo per ostacolare l’opra del generale Sisi (un Egitto modernizzato da “doppi Canali”, favorevole agli interessati investimenti dell’Occidente, fedele alleato capace d’ogni repressione) vorrebbe qualche riscontro in quegli uomini che il presidente ha collocato nei posti del controllo e della sicurezza. Invece proprio il ministero dell’Interno e l’Egyptian Homeland Security spargono la fuffa dei depistaggi con le goffe motivazioni accumulatesi da oltre un mese sull’omicidio Regeni (incidente, sequestro di microcriminali, spionaggio, tradimento dei tutor universitari, questioni private riguardanti droga, frequentazioni sessuali). Sono dunque personalità come Magdy Abdel Ghaffar, che è pur sempre un ministro, per giunta degli Interni, a far la guerra al presidente e sparger fango su di lui? Ed è questo il mistero che i nostri vertici investigativi e politici devono dipanare o più concretamente serve additare la palude melmosa che è diventata la grande nazione araba nella controrivoluzione marchiata Sisi? Certo i cronisti di nera sono attentissimi ai particolari che fanno dire a qualche voce dissenziente, che ovviamente detesta il regime, o alla coscienza professionale del direttore di Medicina forense del Cairo, che le torture subìte dal nostro studioso sono state ripetute a cadenza periodica, come accade negli interrogatori di tanti ‘Garage Olimpo’.
Se tali trattamenti fossero stati perpetrati da mani diverse dalle Agenzie di Stato, o da sadici infangatori del buon nome (sic) dell’Egitto del generale perché quest’ultimo subirebbe? Abdel Ghaffar, e altri con lui, puntano a disarcionare Sisi per dare vita a uno Stato più sanguinario di quello conosciuto da tre anni a questa parte? La vita dell’oggi sessantaquattrene Ghaffar è un tutt’uno con gli apparati della Sicurezza egiziana. Figlio d’arte (parecchi familiari lavoravano per l’Intelligence) iniziò a operare per il Servizio d’Investigazioni Statali nel 1977, dopo essersi diplomato all’Accademia di polizia del Cairo. Quella struttura era grande, potente e ampiamente finanziata tanto da potersi permettere uffici, luoghi di detenzione illegale, spie professionali e una copiosa rete d’informatori, tutt’oggi lavoro lucroso per cittadini di pochi scrupoli. Fece una rapida carriera, salendo di rango e diventando il Direttore d’un settore che s’occupava di estremismo politico, una polizia politica con poteri speciali. L’epoca era quella che, fra le presidenze di Sadat e Mubarak, poneva il Paese nella sfera d’influenza statunitense con contributi e consiglieri speciali per questo genere d’occupazioni. Negli anni Ottanta la sezione diresse le sue attenzioni sui fermenti socio-sindacali nelle aree industrializzate del Delta del Nilo, negli anni Novanta rapporti e interventi riguardarono maggiormente il pericolo fondamentalista contro gruppi come Gamaa Islamiya. Come altri suoi colleghi, Ghaffar ha vissuto i giorni della “Rivoluzione del 25 gennaio” vedendo la folla di Tahrir incendiare il quartier generale dell’Intelligence. Accadde a vari palazzi del potere oscuro (la sede del partito Ndp).

Visse anche la trasformazione degli apparati della Sicurezza, in gergo mukhabarat, che cambiava sigla diventando Egyptian Homeland Security, tutto sotto la regia del Consiglio Supremo delle Forze Armate, all’epoca guidato dal feldmaresciallo Tantawi. In alcune dichiarazioni Ghaffar ha sostenuto che il nuovo apparato non è un clone della precedente struttura;  ricordava sue considerazioni sui metodi totalmente fuori legge utilizzati dall’Intelligence nella quale ricopriva incarichi di rilievo, pur giustificando i mezzi con la finalità di combattere il “terrorismo”. Dell’EHS Ghaffar divenne Direttore nel dicembre 2011, mentre nel mese successivo all’elezione alla presidenza di Mursi (giugno 2012) al Sisi assurse a capo delle Forze Armate. Fra i due sembra esserci collaborazione per il comune disegno securitario, tantoché nei mesi scorsi Sisi gli ha offerto il ministero dell’Interno mettendo da parte Ibrahim. Ghaffar ha rimpiazzato una ventina di assistenti ministeriali e alcuni ufficiali utilizzando personale fidato dell’Intelligence. Tutto sotto gli occhi di Sisi. Se fra i due uomini forti e cinici ci sia compenetrazione o sia sorto un conflitto interno è tutto da verificare. Il volto assassino mostrato finora dal modello Sisi non è parso tollerante né democratico agli attivisti egiziani finiti alla maniera di Regeni. La faida potrebbe anche essere una maschera per giustificare una realtà che scotta agli alleati prima che ai protagonisti.