“Il mio cuore e la mia anima sono con loro" ha detto il cittì della nazionale egiziana Hossam Hassan dopo la storica qualificazione agli ottavi di finale dei Mondiali di calcio. Ma non parlava dei suoi giocatori che pure ha lodato per l’impresa sportiva compiuta. Sventolando la bandiera palestinese si riferiva al popolo di Gaza e della Cisgiordania: "Che Dio abbia misericordia dei loro martiri. Dedico questa vittoria al popolo egiziano e a quello palestinese, gente buona e nobile”. Un altro Egitto si rapporta al dramma palestinese. Quello popolare della gente comune, buona, anche se nel caso di Hassan ricopre un ruolo speciale inevitabilmente relazionato col regime. Il gesto ha destato scalpore, alcuni non solo dalla sponda israeliana l’hanno tacciato come provocatorio, ma poiché la movenza pubblica è stata l’esibizione della bandiera palestinese la Fifa non l’ha censurato. Sventolare vessilli negli stadi è ammesso e i palestinesi hanno una propria nazionale sebbene anche i loro calciatori siano finiti vittime dei massacri di Israele. Un nome per tutti quello di Suleiman al-Obaid, definito il “Pelè palestinese” assassinato insieme ad altri civili dai bombardamenti del 6 agosto 2025 mentre aspettavano distribuzione di cibo nel sud della Striscia. Il regime militare egiziano, repressore dei suoi stessi figli, è l’attore mediorientale che dopo Israele decide se affamare o meno i gazawi, centellinando passaggi di viveri e medicinali dal valico di Rafah, l’unico ufficialmente non controllato da Israel Defence Forces. In realtà anche lì i militari di Tel Aviv fanno da padroni, ma nel gioco delle parti e differentemente dalla cosiddetta polizia palestinese, istituita con gli accordi di Oslo e incarnata dagli uomini dell’Autorità Nazionale Palestinese che prendono ordini da Israele, l’entità statale egiziana potrebbe agire in autonomia. Eppure non lo fa. Non vuole farlo, succube della linea israelo-statunitense che usa il regime come guardiano del disegno espansivo sionista nella regione. I famosi ‘Accordi di Abramo’, lanciati dalla prima amministrazione Trump, volti a normalizzare i rapporti dello Stato ebraico con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan, pur non essendo estesi all’Egitto hanno trovato nel governo di Al-Sisi un sostenitore esterno che è valso al dittatore del Cairo un’accresciuta centralità nelle mediazioni dell’area. In tutti i piani coloniali di Israele rivolti alla distruzione della presenza abitativa e vitale dei palestinesi negli storici territori della Striscia e in Cisgiordania, Il Cairo si guarda bene d’andare oltre la generica condanna. Così il gesto spontaneo d’un uomo come Hassan, comunque sottoposto a regole non solo contrattuali ma di controllo del proprio operato pubblico, assume un valore politico, umanitario e di coraggio civile. Perché l’Egitto calcistico che compie un exploit sportivo continua a tenere in galera oltre sessantamila oppositori e ci vuole assai poco nell’essere definito una testa calda e un ribelle che “mette in pericolo la sicurezza dello Stato”, motivazione con cui la magistratura di Al-Sisi imprigiona i cittadini.

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