Viaggiano su terreni paralleli le ultime notizie sulle vicende iraniane. Cessato lo spargimento di sangue fra i dimostranti con un computo di vittime diversificato (da tremila a oltre trentamila) secondo le varie fonti di riferimento; sospese, per ora, ottocento condanne a morte per quei rivoltosi collusi con agenti delle Intelligence esterne, un’accusa tutta da provare come del resto la stessa nota delle esecuzioni che il Ministero degli Esteri di Teheran ha definito “irresponsabile e irrealistica”; è il momento della parata bellica per un possibile nuovo attacco americano al Paese, com’è stato nel conflitto dei ‘dodici giorni’ dello scorso giugno. Questo fa presupporre la dislocazione della portaerei ‘Lincoln’ a largo delle coste iraniane, dopo l’indisponibilità dei governi saudita ed emiratino a consentire un piano d’attacco della US Air Force dalle basi americane dislocate sui propri territori. Il tutto può pure ridursi a un’esibizione muscolare senza effetti, anche perché alla missione verso il Golfo Persico la Casa Bianca unisce il monito “niente più nucleare” quale contropartita a una distensione che prescinde dalla presenza di Khamenei ai vertici di quello Stato. Indicazione ben diversa da quanto promesso ai dimostranti antiregime venti giorni or sono quando Trump scriveva: “manifestate stiamo arrivando”. La gran quantità di cittadini d’ogni età scesi in strada ha accusato il ceto dirigente di un’incapacità a governare, partendo dalla soffocante inflazione incrementata sì da decenni di sanzioni, ma anche da misure che tutelano le bonyad di regime a discapito d’imprenditori esterni a esse, delle attività minute o di medio cabotaggio dei bazari e ovviamente dell’acquirente comune. La rabbia e l’odio rivolti contro il volto accentratore della Guida Suprema, che col velayat-e faqih si trascina dietro il meccanismo dell’onnipotenza di quel ruolo, rappresentano una realtà di un pezzo dell’Iran incarnato dalle generazioni non disposte a seguire le linee guida degli stessi familiari e parenti. Molti figli che rinnegano i padri, dunque. E che si trovano davanti al bivio, oltre che al cospetto di armi puntate loro addosso e capaci di massacri, di provare a rovesciare un regime.
In quale modo? organizzando una guerra civile autonoma, palese o strisciante, simile a quella vinta quarantasette anni or sono da basij e pasdaran contro i rivoluzionari laici e marxisti. Oppure ricevere assieme alle lusinghe il contributo bellico di nemici dell’Iran odierno, in prima fila Israele e Stati Uniti che già nelle ribellioni di fine anno hanno introdotto infiltrati e professionisti del caos. Questo affermano i vertici di Teheran. Vero, falso? Come per il numero dei morti non ci sono contorni precisi ma ampi presupposti sì. E’ un passo terribile e insicuro sul quale chi la fa semplice perché non rischia nulla, il principino invecchiato Pahlavi o madame Rajavi nel suo rifugio dorato parigino, spingono affinché s’infiammi nuovamente l’orizzonte in ogni angolo del Paese. La guardia armata della rivoluzione che fu ha palesato l’intento di difendere col sangue il proprio stato, con la minuscola prima che con la maiuscola. Un rango di potere e privilegio che non sono intenzionati a perdere. Il citato binomio su cui tuttora Trump fa correre l’ipotesi che non siano rinnovati bombardamenti è la rinuncia al nucleare civile e militare. Eppure il nucleare è un obiettivo che in Iran unisce anziché dividere. Il nucleare rappresenta un orgoglio nazionale, sarebbe già raggiunto se da un quindicennio il Mossad non avesse introdotto il suo zampino assassino. Le differenti voci di chi è al potere (clero principalista e Guardiani della Rivoluzione), chi dall’interno del sistema ne critica l’orientamento odierno (clero riformista, riformisti laici più seguaci di elementi marginalizzati comunque presenti nelle retrovie politiche come Ahmadinejad, Khatami, Mousavi), gli stessi contestatori non pilotati, tutti approvano il nucleare per uscire da subalternità e isolamento energetico e commerciale. Il nucleare per uso civile era dibattuto dallo stesso Occidente, europeo e statunitense, pur col desiderio di tenerlo confinato in un arricchimento dell’uranio limitato e perciò inapplicabile per l’arma atomica. Tale negazione assoluta, pur in funzione di semplice dissuasione come fanno tutte le nazioni che posseggono la bomba, è una volontà di Israele. Alla stregua della frammentazione del Paese, l’unica atomizzazione che piace a Tel Aviv.



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