Più siriani che kurdi. Pèrdono se non tutto quasi i kurdi delle Forze Democratiche Siriane (SDF) tuttora stanziati con le armi e i propri seguaci in una fascia di territorio che dal confine turco lungo il fiume Eufrate giunge sino al margine iracheno. E’ la parte più preziosa di quell’area perché nel sottosuolo insistono giacimenti petroliferi e di gas. Sono bastate le ultime quarantott’ore di accelerazione bellica del nuovo esercito siriano, impostato dal presidente ad interim Al Sharaa, a farli desistere da ogni difesa, spiazzati da vari contesti. L’abbandono del sostegno militare e finanziario statunitense sedimentato nel tempo e gli sviluppi della geopolitica locale che dalla caduta di Asad ha visto prevalere gli intenti diplomatici turchi su quelli invasivi israeliani. Il disegno di Erdogan, egualmente securitario ed egemonico, sembra prevalere sulla greve linea di Netanyahu che nei mesi scorsi oltre il Golan e su Damasco, ha fatto volare i propri caccia e sganciato bombe. Lo sguardo interessato al nuovo corso siriano fa trovare consensi al piano turco di sostenere Al Sharaa anche da parte delle petromonarchie e dell’amministrazione Trump. La Siria non può sparire dal contesto regionale e nella regolamentazione del potere le minoranze (alawite, kurde, druse) devono equilibrarsi con gli arabi, riscattati dal successo del dicembre 2024. Per tutto l’anno passato uno dei tavoli di trattativa ha riguardato il rilancio d’un nuovo esercito che al Sharaa pensa di non formare solo con le milizie vincitrici, le sue. Dopo mesi di accordi, sottoscritti e disattesi, scaramucce e vere e proprie battaglie di campo coi kurdi delle SDF, che avrebbero dovuto costituire sin da subito l’altra branca del nuovo organismo militare soprattutto per l’efficienza mostrata negli anni trascorsi a combattere l’Isis , s’è giunti in queste ore a un nuovo patto. Se durerà sarà tutto da vedere, poiché le attuali definizioni risultano molto più onerose per la comunità kurda rispetto a quanto Ahmed Al Sharaa dibatteva un anno fa col leader di SDF Mazloum Abdi. I kurdi abbandonano territori, preziosi sia sopra per la vicinanza alle sponde dell’Eufrate sia sotto per i giacimenti petroliferi, verranno inseriti nel nuovo esercito nazionale non più coi propri reparti estesi su Hasakah, Deir Ezzor e Raqqa, come s’era discusso un tempo, ma con inquadramento individuale che li priva di coesione di gruppo e di propri referenti di comando. Dal punto di vista del controllo strategico non avranno più giurisdizione sui valichi di frontiera. Probabilmente lo conserveranno nella cittadina simbolo di Kobane e ad Hasaka. Potranno festeggiare il Nowruz (come già facevano, ma in certe situazioni non ufficialmente) ora come festa nazionale. Magra consolazione rispetto al sogno del Rojava, già in declino nel 2019 a seguito delle controffensive delle truppe turche nella fascia di confine soprattutto a ridosso di Kobane e Cizre. "L'unica differenza rispetto alla proposta di un anno fa è che il capo delle SDF Abdi diventerà il governatore di Hasakah” afferma un analista, sottolineando chi vince e chi perde nel Risiko della geopolitica anche sul versante personale.

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