domenica 16 luglio 2017

Erdoğan, il patriota tagliatore di teste

L’anniversario della paura trasformatasi in forza, torna a essere apoteosi dell’uomo simbolo dell’odierna Turchia. A lui si stringe la folla dei patrioti che ne approva tutta la furia seguente, ritrovandosi nel cuore della notte istanbuliota a ricordare l’orgoglio anti golpista e osannare un anno di vendette. Rivincite attuate e rappresaglie promesse: “Taglieremo la testa ai traditori” giunge a gridare il presidente. E se usa lo stile del califfo Al Baghdadi mentre il mondo osserva e ascolta, sa di poter affondare il metaforico coltello nelle gole. Non si tratta solo d’una frase a effetto, la truculenza che Erdoğan regala a una platea interna eccitata è momento di vanto nelle ore in cui si scoprono le steli dei 249 martiri difensori della patria. Ed è sondaggio esterno per capire l’aria che tira davanti al suo progetto di reintrodurre quella pena di morte che egli stesso, nel 2004, aveva congelato. Sembrano trascorsi decenni, soprattutto per coloro che come la numerosa comunità kurda sperava in un processo di possibile pacificazione, mentre è più di altre opposizioni colpita e smantellata nella sua articolazione rappresentativa, con finanche i co-presidenti del partito Hdp agli arresti. Si tratta degli effetti collaterali, e che effetti! Hanno condotto il partito islamista turco ad alzare il tiro contro tutti. 
Così coloro che non appartengono alla cerchia di attivisti, sostenitori, elettori Akp con diventati automaticamente traditori, pericolosi attentatori della democrazia e della nazione. Terroristi. I fatti son noti: dallo stato d’emergenza rilanciato per tre cicli, in queste ore ne scatta il quarto, scaturiscono arresti di membri delle Forze Armate (169 generali e ammiragli, 7000 colonnelli e ufficiali, circa 9000 poliziotti di vario rango, 24 governatori provinciali, cui s’aggiungono 30.000 sospettati sempre in divisa, e secondo i dati forniti di recente dal ministero della Giustizia 2400 giudici). Un totale di 50.000 arresti che vede in gabbia anche centinaia fra giornalisti, avvocati, docenti. Mentre 130.000 appartenenti anche a queste categorie, con l’aggiunta di un’infinità di ceto impiegatizio, sono messi fuori dalla catena lavorativa tramite licenziamenti, rimozioni, pensionamenti. Un’epurazione senza precedenti. Molti appartengono al potente movimento Hizmet, associazione caritatevole islamica col pallino del business, che il predicatore Gülen ha messo su assieme a tanti adepti prima di volare in Pennsylvania. Dell’antico progetto d’infiltrare lo Stato kemalista (che fino alla fine del secolo scorso perseguitava i politici islamisti, compreso Erdoğan) restavano solo i molti infiltrati nel corpaccione statale e non.
Di questo l’allora premier e poi presidente sapeva, non foss’altro perché il piano l’aveva concordato coi gülenisti. Ciò che probabilmente non s’aspettava, anche dopo la rottura del 2013, era l’organizzazione d’un golpe ai suoi danni. Uno che si sente sultano non teme un imam seppure scaltro e riparato in America. Invece la vicenda sembra essere stata questa: l’organizzazione Fetö ha provato a rapire (e magari uccidere) il presidente, sebbene Gülen neghi e di rimando accusi l’ex compare d’aver orchestrato tutto per diventare dittatore di fatto. Ma anche Kılıçdaroğlu, il leader dell’opposizione repubblicana al governo dell’Akp, recente marciatore con centinaia di migliaia di turchi per stabilire nel presente e nel futuro del Paese giustizia e democrazia, ammette che se quella notte i complottisti avessero portato a termine il colpo di mano, un disastro si sarebbe abbattuto sulla popolazione. Erdoğan gongola, continua ad alzare il tiro, sventolando minacce. Quella della pena di morte la userà per nuove trattative, con l’Europa e col mondo. Visto che dal rifugio ai profughi, al ridisegno dell’assetto mediorientale, al doppiogiochismo su jihadismo e dintorni, ai venti di guerra presenti e futuri nella regione, la sua presenza continua a essere molteplice e pluridirezionale. 



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