
Nel
Sinai, spina nel fianco dello status quo degli accordi di Camp David, è
ricomparsa un’azione terrorista o jihadista; dura, violenta che fa 25 morti fra
i militari egiziani in un villaggio non distante dal valico di Rafah sulla
Striscia di Gaza. Se l’attacco è frutto dei gruppi jihadisti che si muovono fra
deserto e carovane beduine lo sapremo presto; com’è possibile pensare a una
crescente presenza qaedista nella zona, e nel Paese, che lo scontro aperto del
golpe sanguinario va inesorabilmente a nutrire. Non basterà la semiretromarcia
con cui Al-Sisi non procede alla messa fuorilegge della Fratellanza come aveva
ventilato, e afferma che in Egitto “c’è posto per tutti”. I militanti della
Confraternita trovano da giorni posto negli obitori, nelle galere dove vengono
deportati e uccisi come nella migliore tradizione del militarismo criminale e
assassino. Il caso dei 36 o 38 (la mattanza tratta gli individui come numeri) attivisti
deportati dalla Moschea assediata di Al-Fath al carcere Abu Zaabal di cui il
Ministero dell’Interno non può negare la morte e farfuglia due versioni:
uccisione a seguito di un loro sequestro di un agente oppure intossicazione da
gas per una tentata evasione, mostra accanto all’orrore l’intento abominevole
di quella parte d’Egitto che scanna a freddo i suoi fratelli.
Costoro
potranno pure avere la maiuscola, sinonimo per gli avversari d’intolleranza e
desiderio d’imporre la Shari’a (nei
mesi del governo islamico in verità più presunta che applicata) però l’inasprimento
crescente, aprioristico, fanatico fra le parti diventa il veleno che inquina la
terra d’Egitto. Il tanto sangue versato porta nel profondo questo veleno
diffuso a piene mani anche da coloro che hanno il delicato compito di dirigere
e orientare: ceto politico e mass media. L’esasperazione con cui emittenti (OnTv, Al Qaira Al Youm e altre) hanno
ripetuto per mesi il mantra che Mursi e Qandil puntassero subdolamente a creare
un califfato, idea ventilata magari da qualche canale salafita, è un falso che
non distingue le varie anime dell’Islam politico. Così come parlare della Brotherhood come di un movimento rimasto
fermo alle teorie del suo leader più intransigente (Sayyd Qutb) peraltro
condannato all’impiccagione da Nasser. La radicalizzazione dello scontro
potrebbe rilanciare all’interno dell’oggettivamente moderata Fratellanza
posizioni estreme, per quanto quest’ultime allignino altrove. Come mostra da
anni il wahabbismo cullato dai potenti sunniti del Golfo che non amano la
Confraternita e guardano all’Egitto coi medesimi intenti dell’alleato
statunitense.
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