lunedì 19 gennaio 2026

Kurdosiriani

 


Più siriani che kurdi. Pèrdono se non tutto quasi i kurdi delle Forze Democratiche Siriane (SDF) tuttora stanziati con le armi e i propri seguaci in una fascia di territorio che dal confine turco lungo il fiume Eufrate giunge sino al margine iracheno. E’ la parte più preziosa di quell’area perché nel sottosuolo insistono giacimenti petroliferi e di gas. Sono bastate le ultime quarantott’ore di accelerazione bellica del nuovo esercito siriano, impostato dal presidente ad interim Al Sharaa, a farli desistere da ogni difesa, spiazzati da vari contesti. L’abbandono del sostegno militare e finanziario statunitense sedimentato nel tempo e gli sviluppi della geopolitica locale che dalla caduta di Asad ha visto prevalere gli intenti diplomatici turchi su quelli invasivi israeliani. Il disegno di Erdogan, egualmente securitario ed egemonico, sembra prevalere sulla greve linea di Netanyahu che nei mesi scorsi oltre il Golan e su Damasco, ha fatto volare i propri caccia e sganciato bombe. Lo sguardo interessato al nuovo corso siriano fa trovare consensi al piano turco di sostenere Al Sharaa anche da parte delle petromonarchie e dell’amministrazione Trump. La Siria non può sparire dal contesto regionale e nella regolamentazione del potere le minoranze (alawite, kurde, druse) devono equilibrarsi con gli arabi, riscattati dal successo del dicembre 2024. Per tutto l’anno passato uno dei tavoli di trattativa ha riguardato il rilancio d’un nuovo esercito che al Sharaa pensa di non formare solo con le milizie vincitrici, le sue. Dopo mesi di accordi, sottoscritti e disattesi, scaramucce e vere e proprie battaglie di campo coi kurdi delle SDF, che avrebbero dovuto costituire sin da subito l’altra branca del nuovo organismo militare soprattutto per l’efficienza mostrata negli anni trascorsi a combattere l’Isis , s’è giunti in queste ore a un nuovo patto. Se durerà sarà tutto da vedere, poiché le attuali definizioni risultano molto più onerose per la comunità kurda rispetto a quanto Ahmed Al Sharaa dibatteva un anno fa col leader di SDF Mazloum Abdi. I kurdi abbandonano territori, preziosi sia sopra per la vicinanza alle sponde dell’Eufrate sia sotto per i giacimenti petroliferi, verranno inseriti nel nuovo esercito nazionale non più coi propri reparti estesi su Hasakah, Deir Ezzor e Raqqa, come s’era discusso un tempo, ma con inquadramento individuale che li priva di coesione di gruppo e di propri referenti di comando. Dal punto di vista del controllo strategico non avranno più giurisdizione sui valichi di frontiera. Probabilmente lo conserveranno nella cittadina simbolo di Kobane e ad Hasaka. Potranno festeggiare il Nowruz (come già facevano, ma in certe situazioni non ufficialmente) ora come festa nazionale. Magra consolazione rispetto al sogno del Rojava, già in declino nel 2019 a seguito delle controffensive delle truppe turche nella fascia di confine soprattutto a ridosso di Kobane e Cizre.  "L'unica differenza rispetto alla proposta di un anno fa è che il capo delle SDF Abdi diventerà il governatore di Hasakah” afferma un analista, sottolineando chi vince e chi perde nel Risiko della geopolitica anche sul versante personale.

giovedì 15 gennaio 2026

Incubo e incanto

 


Quali saranno le prossime mosse dei vari fronti di lotta che si dipanano in Iran non è chiaro neppure ai più attenti osservatori. In questi giorni si sono contati i morti: duemila per l’Agenzia degli Attivisti dei Diritti Umani, dodicimila secondo Iran International che è la piattaforma della diaspora londinese carezzata dall’erede Pahlavi. Resta il dubbio sui numeri, non sullo sviluppo degli eventi. Si sono susseguite proteste e ribellioni, e pure tentativi di sommossa antiregime. La repressione ha vestito panni spietatissimi. Il governo dà le sue cifre che ammettono il migliaio o poco più di cittadini uccisi, mentre onora pubblicamente i propri martiri – centocinquanta fra poliziotti e basij – freddati anche con armi da fuoco, a dimostrazione d’un disegno definito terroristico dai vertici di Teheran. Comunque “Nessuna impiccagione di prigionieri ci sarà nelle prossime ore” dice il ministro degli Esteri Araghchi. Ma è un pannicello caldo perché i dimostranti arrestati sono quasi ventimila e i duri del regime che hanno in mano la giustizia, dal ministro del dicastero Rahimi al capo dei magistrati Mohseni Eje’i, chiedono processi rapidi ed esemplari. Anche attraverso queste figure si delinea il possibile domani nazionale, visto che fra i vertici iraniani c’è chi s’apre al dialogo con l’Occidente (Araghchi, lo stesso presidente Pezeshkian o l’ex Rohani) e chi persegue e prosegue il dogma khomeinista sia che indossi un turbante o imbracci un fucile.  Al presidente americano Trump che ha promesso “aiuti” ai dimostranti, stanno bene gli uni e gli altri. Coi primi può patteggiare, ovviamente sul petrolio per toglierlo al mercato cinese, verso i secondi potrebbe valutare azioni belliche, come ha già fatto liquidando uomini-simbolo alla Soleimaini o sganciando le super bombe sugli stessi civili come nella ‘guerra dei dodici giorni’. Quest’ultima soluzione senza grandi vantaggi oltre il proclama d’aver “obliterato” il programma nucleare iraniano, che, invece, prosegue con minor vigore dei due anni trascorsi, però prosegue. La Cina è vicina nell’offrire sostegno come fa, insieme a Corea del Nord e Russia per migliorare potenza e precisione dei Fattah-1, usati nello scontro pre-estivo per tenere alto il proprio morale più che per patrocinare un conflitto inconcepibile con la propria disastrata economia. E allora la diaspora che spera negli Stati Uniti e ne invoca l’Army per spazzare via gli ayatollah potrebbe venire ascoltata? 

 

Al momento no e forse neppure fra un po’. Poiché Trump, che pensa in grande ma guarda soprattutto le grandi convenienze, ascolta i colleghi affaristi del Golfo attenzionati e preoccupati davanti all’accensione d’un ulteriore fuoco nella regione, sgradito alla medesima Turchia, membro Nato sì, ma sempre più coinvolta in un dominio di tipo mercantile. Sono bastati il decennio di macelleria siriana, i due anni di disintegrazione di Gaza, ora è bene tenere i cieli sgombri dai B2 perché ostacolano qualunque visione diversificatrice del commercio energetico che può vivere aggirando le guerre, come la stessa Casa Bianca spesso sceglie di fare. Dunque? Le congetture sul futuro sono diverse, perché molteplici sono i bisogni, gli interessi, le mani e gli occhi presenti o affacciati sul territorio persiano. C’è un abisso fra chi sta dentro e chi fuori da quei confini. Si può essere parenti, ascoltare il comune battito dei cuori, ma chi rischia la galera o la forca vede la realtà con uno sguardo più sinistro che speranzoso. Visto che gli effetti dell’ostracismo internazionale delle sanzioni colpisce chi va al mercato e chi vende nel bazar, più delle Fondazioni di quei chierici e pasdaran padroni di un’economia viziata da lobbies e camarille personali, dagli sprechi e dalla corruttela che caratterizza il potere, comunque in ogni latitudine. La gente disperata e piegata da un carovita ch’è corsa nelle strade aveva in animo di bruciare anche moschee? cercava un gesto anticonfessionale dirompente contro gli ayatollah o nella mischia c’è dell’altro come in questi anni mostrava chi faceva esplodere gli ingegneri del nucleare per tarpare le ali all’intera nazione? Le rivolte e ancor più le rivoluzioni che fanno terra bruciata del passato non badano tanto alla forma, puntano alla sostanza. Lo insegna proprio la Storia iraniana che non ha ancora mezzo secolo. Chi suonerà la definitiva campana non tanto per il vecchio Khamenei, ma per quel modello che è deciso a vender cara la pelle col sangue altrui e proprio, potrà proporsi come nuovo ceto politico. Finora compaiono i riformisti del regime, già un tempo perdenti, la gioventù rabbiosa e disorganizzata, chi vuole usarla per i suoi scopi (entristi o dirigisti) e una massa silente, intimorita o smarrita. Se esiste il desiderio d’un futuro da scrivere, le modalità sono ancora ignote.  

lunedì 12 gennaio 2026

Ayatollah in fumo

 


Nei molti Iran a confronto e scontro, per la vita e la morte, scorrono sui sociali nostrani e occidentali (le reti iraniane sono bloccate dal governo) immagini sarcastiche e drammatiche. Di chi la Guida Suprema la incendia accendendosi una sigaretta, e chi brucia davvero nei roghi appiccati dai rivoltosi, sia lui ribelle o repressore gettato nel fuoco dalle piazze inferocite contro gli ayatollah e i loro apparati. La nota più lugubre parla di duemila vittime, secondo la Fondazione Narges che nasce dalla premio Nobel iraniana Mohammadi, quindi a calare 583 cadaveri citati da Human Rights Activists New Agency. Circolano anche immagini di morti ammazzati e accatastati in obitori di fortuna al cospetto di disperati familiari in attesa di difficili identificazioni perché i volti dei cari risultano devastati da proiettili sparati in faccia dalle forze della repressione, i soliti pasdaran e basij. Qualche analista invita alla prudenza nel trarre valutazioni in base alle immagini stesse, che potrebbero essere contraffatte, pilotate da agenti esterni. Può sembrare una versione a senso unico del regime, invece parte da osservatori internazionali nient’affatto benevoli con Teheran, ma consci che l’opzione ‘cambio di regime’ è nei propositi dei suoi nemici storici, israeliani e statunitensi, da mesi stretti e solidali nell’abbraccio geo affaristico mediorientale di Netanyahu e Trump. Accanto alle ipotesi ci sono i fatti e quelli che stanno dietro le quinte hanno visto in questi giorni Sayyid Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell’Oman, farsi messaggero per trattative fra i governi iraniano e statunitense. Poiché colui che si ritiene il Dio della geopolitica globale, insieme ai tuoni delle bombe che minaccia di far risuonare, prospetta pure accordi, palesi o sottobanco. E lo fa ovunque intenda muoversi. Perciò, mentre le piazze iraniane tumultuano, mentre un pezzo della diaspora, prevalentemente monarchica, spera addirittura in una guerra portata in Iran, Trump sonda indirettamente il Gotha della Repubblica Islamica, cercando spiragli e magari soluzioni venezuelane. Gli effetti diplomatici, se ci saranno, li conosceremo, come del resto la durata delle fiamme di rivolta che dovranno attrezzarsi a resistere davanti a un avversario armato e implacabile, pronto come sta succedendo a praticare la strage per ristabilire la propria personale sicurezza ancor prima di quella nazionale. 

 



Qui le versioni finora fornite dalle parti ovviamente divergono: orrendi massacri secondo i protestatari, infingardi crimini a detta dello stesso presidente Pezeshkian che dietro il distinguo etimologico fra manifestanti e rivoltosi, addita efferate esecuzioni di addetti alla sicurezza (finora ne risultano una cinquantina). Impossibile, per ora, verificare le reciproche versioni in assenza di fonti sul campo. Generici filmati sono stati trasmessi da Al Jazeera, altri video amatoriali passano sulla rete muskiana X tramite la tecnologia di Starlink. Forse sarà un’attesa lunga settimane o mesi, forse un’uscita di scena di alcuni attori di cui da tempo s’invoca il ritiro, il vecchio Khamenei di cui era già in programma la sostituzione, può accelerare un’evoluzione della crisi. Certo l’attuale corto circuito partito dalla protesta economica di quel perno della locale società che sono i bazari, le due generazioni più giovani dei quindicenni e dei trentenni, la riportano sul tema dell’origine dello Stato: cancellare l’invasiva essenza islamica della Repubblica dei loro nonni, se questa impone più che il velo, ormai bypassato nei grandi centri, il velayat-e faqih megafono della Guida Suprema su tutto ciò che decidono Parlamento e Istituzioni. Sul tema l’altra generazione molto attiva e volitiva dei cinquantenni e sessantenni, chierici e laici, che almeno in parte le giornate della Rivoluzione contro lo Shah le hanno vissute, e in tanti hanno conosciuto pure i lutti imposti dal Saddam filoamericano, si trova davanti a un bivio. Arroccarsi sullo storico passato oppure vivere un futuribile presente che ricompone la nazione, ridiscutendo certi dogmi cari solo allo spettro di Khomeini. Una parte del clero con Khatami, Karroubi in altre fasi ci ha provato, ha perso il potere non la vita. Chissà se l’intero apparato sciita potrà disporsi a tornare a frequentare solo moschee e madrase, uscendo da quella scena impositiva dei ruoli tanto detestata dalle giovani generazioni. Più restii a mollare le cadreghe, come accade a ogni lobby e parlamentare del mondo, possono risultare i vecchi e nuovi aderenti a formazioni paramilitari e fondazioni socioeconomiche. Ma quest’ultimi potrebbero sorprendere ragazzi e bazari della rivolta qualora “l’aiuto esterno” occidentale porgesse loro la mano perché tutto possa cambiare per non cambiare nulla. Per chi in queste giornate si martirizza in piazza di peggio può esserci solo il ritorno ai Pahlavi e alle efferatezze della loro Savak.   



 

sabato 10 gennaio 2026

Tre, cinque, dieci Iran

 


Mentre monta, s’infiamma e materialmente brucia la protesta in decine di città iraniane, i tre, cinque, dieci Iran contrapposti si scontrano e addirittura s’uccidono dove capita. Per via e nei commissariati presi d’assalto da rivoltosi bollati come ‘vandali’ dalla Guida Suprema in un discorso del venerdì che potrebbe passare alla Storia. Ma da quarantasette anni la Storia pulsa in quella realtà mediorientale travagliata e dinamica, idealista e ondivaga, conservatrice e radicale come poche. Per l’ennesima volta un fantasma della Persia monarchica più dell’epoca della fuga che della diaspora stretta attorno al piccolo Principe, quel Ciro svezzato coi dollari imboscati dai genitori fra Los Angeles e Parigi, prova a reclamare pretese personali e diritti di libertà. A nome d’un popolo orientato su altre prospettive. L’epigono Pahlavi ci prova, a sessantasei primavere ha tutto da guadagnare. Ma uno dei padroni del mondo al quale rivolge supplica lo considera un parvenu, perdente dalla nascita. Difficilmente lo impalmerà per un cambio di regime ch’è reclamato dagli oppositori, chiesto con foja da Netanyahu, ma a detta d’un comunque minaccioso Trump ancora prematuro e soprattutto problematico. Poiché nello scontro muscolare in atto e in quello ancor più sanguinoso che ne potrebbe seguire sono gli altri volti dell’Iran ad avere un peso maggiore dei, in genere, ricchi e pasciuti nostalgici del regime degli Shah. Posto che nomi e figure simbolo attorno ai quali costruire un futuro, anche solo prossimo, risultano prevalentemente clericali; sì ayatollah anziani e meno vecchi che con presidenze e Parlamenti eletti stanno segnando varie fasi della nazione, mentre i laici che detestano il sistema scontano anni di galera oppure si dedicano a criticarlo dove non rischiano d’essere perseguiti. Soprattutto all’estero. In genere non sono noti e famosi, a meno che non abbiano vinto premi Nobel, cinematografici e letterari, e risultino lodati quali intellighenzia dissidente per un’opposizione che non ha abbracciato forme partitiche. 

 

Perché questo è il tratto iraniano seguìto al primo grande scontro della Rivoluzione del 1979, che fu antimonarchica diventando poi islamica per il successo ideologico-sociale dei chierici khomeninisti sui movimenti-partito con cui aveva inizialmente coabitato. Gli islamo-marxisti mujahheddin, i marxisti radicali feddayn, gli stalinisti del Tudeh, i liberal-nazionalisti vicini al presidente Banisadr e al premier Barzagan, e pure gli indipendentisti etnici arabi e kurdi. Il biennio 1979-81 segnò l’intera rivolta e l’assetto futuro del nuovo sistema, compresa la fase del terrorismo interno che con gli attentati a Behesti, Rajai e Bahonar decapitava il vertice ideologico dei chierici rivoluzionari e al tempo infondeva fede militante nel martirologio dei leader. E già prima che Khomeini rompesse con grandi ayatollah (Tabatabei Qom, Shirazi) sulla tutela del giurisperito da loro considerata un’eresia, erano le formazioni para militari di Pasdaran e Basij, attive, reattive e aggreganti contro l’aggressione irachena, a cementare il nascente regime. Da quel momento la teoria del clero combattente trova carne e sangue per una presenza organizzata nella vita quotidiana. Che diventa non solo azione e guerra, proclama e fede, ma impegno e lavoro attraverso lobbies e fondazioni. L’associazione dei mercanti, i bazari da cui tutto è partito due settimane or sono, detta Islamic motalefeh, quella degli imprenditori (Jamiayette Tolidgarayan) contano più degli inesistenti partiti, per non parlare della Società del clero combattente, dell’Unione del clero militante, del Movimento dei costruttori che selezionano, inglobano, distribuiscono persone e occupazione. La Bonyad Mostazafan, la prima creata già un mese dopo l’arrivo di Khomeini dall’esilio parigino, la holding Setad, avviata dopo gli otto anni di conflitto contro Saddam Hussein, sono centri di potere che, al di là della crisi economica sancita dall’embargo occidentale, presiedono attività minerarie, commerci e compagnìe aeree e navali, produzione edilizia e cementizia, agroalimentare, turismo e altro ancora. 

 

Dunque gestiscono posti di lavoro e controllo sociale di milioni di famiglie. E’ vero che quest’ultime vivono da sei anni l’ambascia di un’inflazione più che soffocante, ma in ogni caso risultano legate e ricattabili proprio sul versante material-esistenziale. Possono gli aderenti alla Khatam al-Anbiya (l’organizzazione economica delle Guardie della Rivoluzione) nata sulla spinta del più aristocratico e benestante fra gli ayatollah Ali Rafsanjani, mollare gli ormeggi e far naufragare la struttura che li nutre? Tutto è possibile. Ma anche no. Perché questa è la prospettiva dell’ultimo subbuglio che è economico, e può diventare politico e sistemico con rischi altissimi: dove andare e con chi. Gli apparati statali clerico-militari cercano di frenare il malcontento, assecondarlo con concessioni, già avanzate dal morbido presidente Pezeshkian, eppure se s’incrina il compromesso fra tali organismi e quella parte della cittadinanza che vive con loro e per loro, s’apre una voragine d’incertezza e di scontro letale. Le cinquanta (sicuramente in difetto) vittime di questi giorni, le migliaia di arresti non basteranno, visto che sulla piazza è presente anche chi è fuori dai giochi, i non protetti dal sistema. Quei nipoti degli ex combattenti, non importa se chierici o laici, che decidono di voltare le spalle agli apparati e la mettono sull’ideale: rivendicano libertà di pensiero e parola anche contro il potere. Senza censura e polizia morale che, sì è stata di recente abolita, non importuna né minaccia d’uccidere le non velate, però per altre vie ripropone controllo e subordinazione, come il black-out informatico di quest’ultime ore. “Questioni di sicurezza interna” dice lo Stato che per attacchi molto più sanguinari e insidiosi (leggi Mossad) ha pagato un tributo altissimo non solo nei dodici giorni d’attacchi estivi voluti da Netanyahu e Trump. E’ l’orizzonte odierno dei tanti Iran che si scontrano, sperano, soffrono, si combattono con odio fraterno, rischiando che la stessa vivace contraddizione conosciuta nell’ultimo mezzo secolo gli possa crollare addosso. Cercando una salvezza per tutti un altro semi-vecchio del mondo clericale, l’ex presidente Rohani, dicono stia lavorando. Certo, è pur sempre un ayatollah, e quello  che turba le piazze odierne accanto alla cartastraccia rial, sono appunto i turbanti.

mercoledì 7 gennaio 2026

Rabbia e vaghezza

 


Cambio di regime in Iran? Gli analisti sono dubbiosi, i bazari addirittura contrari. Certo sono arrabbiati, arrabbiatissimi. Il loro status conservatore, a lungo base elettorale proprio del sistema khomeinista, alza la voce rimpiangendo il ruolo mediano fra il Paese che cambia e vorrebbe contare sul versante istituzionale e le vestigia d’un passato-presente clerical-militare. Tranne alcune storiche imprese familiari dislocate più sull’import-export di generi anche lussuosi come i celebri tappeti, il mercante medio del bazar è quella figura minuta che ha compiuto la scalata sociale anche in epoca di conflitti esterni e contrasti interni, ma non era mai stata stritolata com’è accaduto nell’ultimo quindicennio. La guerra economica ribadita dall’Occidente americano e da quello filostatunitense dell’Unione Europea dall’epoca della prima amministrazione Obama ha continuato a inasprirsi e politicizzarsi. L’intento era ed è fare a pezzi un sistema politico che già alla nascita, con le forzature di Khomeini creatore del velayat-e faqih cioè la ‘tutela del giurisperito’ contro il pensiero del grande ayatollah Tabatabei Qomi e forzando la mano sul credo solo spirituale sostenuto da Shariatmadari, puntava a una deflagrazione interna. Eppure, decennio dopo decennio, finora non è accaduto. E’ noto quanto nelle vicende iraniane abbiano contato il marchio nazionale contro l’imperialismo, il disegno di riscatto marxista plasmato dal “chierico sessantottino” Shariati verso i ceti poveri e marginali, il ‘leninismo’ khomeinista contro i rivoluzionari mujaheddin e feddayn, la difesa patria contro l’invasione d’un Saddam Hussein all’epoca foraggiato proprio dalla Casa Bianca. Tutto ovviamente passato. Come le generazioni che si sono succedute nel mito martirizzante di Kerbala, roba che pure un odierno diciottenne con una filiera parentale immolata in quei momenti stenta a comprendere, come hanno fatto i fratelli maggiori influenzati dal sound anticonfessionale dei Confess e dalle domande esistenzial-cinematografiche di Panahi. Però l’Iran che vuol voltar pagina davanti a quel decrepito monumento che è Ali Khamenei e al per nulla amato simbolo della Guida Suprema, giudice non solo di morale e controversie ma d’ogni respiro istituzionale (grazie e referendum, richiami ai magistrati e ordini ai militari, governi e presidenti eletti) vive nel limbo di chi vuole avvantaggiarsi da una simile delegittimizzazione: l’America dell’assedio economico e l’Israele killer di persone, chiunque siano, pasdaran di rango, ingegneri nucleari e pure inermi cittadini. 

 

Voci stonate e dissennate inneggianti a Ciro Pahlavi hanno sèguito nei rifugi dorati dove epigoni e nostalgici dello Shah trascorrono da decenni i loro giorni, ma le stesse rabbiose facce represse in più occasioni e da ultimo sull’onda del movimento “Donna-vita-libertà” vorrebbero altro dalle soluzioni suggerite dai demolitori strutturali dell’esistenza nella storica regione persiana. Così le energie giovanili che da giorni protestano in tanti punti del Paese affiancando la rivolta mercantile, nel proprio micro reddito di  impiegati, facchini, dottoresse e ingegneri tutti sottopagati risentono della batosta inflattiva che flagella dal 2012 ogni categoria. Magari talune lobbies legate agli apparati della sicurezza protetti da certe Bonyad riescono a tenere su i salari di basij e pasdaran. Forse, non è detto. Questi apparati risultano un po’ più protetti, visto che gestiscono direttamente capitali. Comunque nel commercio e nelle transazioni finanziarie tutti sono sotto scacco perché devono rapportarsi ai sistemi di pagamento globali detenuti da circuiti statunitensi, fatte salve eccezioni come China UnionPay. Così l’assedio economico s’è trasformato in tenaglia geopolitica, arma potentissima per soggiogare avversari trattati come paria, con la caratteristica che l’umiliante ruolo si riflette sull’intera popolazione, e chi sta peggio sono paradossalmente i più esterni al regime, i meno garantiti da tratti lavorativi, adesioni confessionali, appartenenze d’apparato. Certo, l’esasperazione da paniere della spesa vuoto o semivuoto, la stizza di tasche impossibili da riempire con migliaia di banconote che sono di fatto carta straccia visto che occorre un milione e mezzo di rial per fare un dollaro, eppure nei trenta e più centri urbani (molti minuti: Neyriz, Malekshahi, Izeh, Marvdasht, Azna, Kavar, Hafshejan, Qom, Kermanshah) dove si bruciano auto, si spara e si muore la rabbia monta, le soluzioni scarseggiano. Sempre più marginale il desiderio di comprendere e venire incontro alla protesta ch’era stato espresso dal presidente Pezeshkian, moderato e colloquiante con la popolazione ostile, i suoi margini di manovra paiono ristretti, i falchi lo attaccano da mesi. Fra le accuse l’inadeguatezza di taluni ministri prescelti, il più chiacchierato quello dell’economia Hemmani accusato da 182 parlamentari su 290 d’aver dato un ulteriore colpo negativo all’instabile conduzione produttiva con la privatizzazione del marchio automobilistico Iran Khodro (in partenership con Renault e Peugeot) imputato d’un diffuso sistema clientelare. Dimessosi Hemmani torna in auge in questi giorni, sostituendo come governatore della Banca Centrale il rimosso Reza Farzin. Che il Paese manchi di soluzioni e volti rassicuranti, è una crudele realtà.

sabato 3 gennaio 2026

Guerra economica

 


Più della subdola efficienza del bombarolo Mossad e ben oltre la prepotente smania del presidente americano che usa azioni di guerra per pacificazioni affaristiche, è la pressione economico-finanziaria la tenaglia distruttiva ancorata da almeno un quindicennio al regime degli ayatollah. Anche nei momenti della sedicente distensione che con la prima e seconda amministrazione Obama conosceva un patteggiamento sul nucleare, seppure nell’Iran ufficiale s’aggirasse lo spettro di Ahmadinejad, le aperture ai mercati, ai commerci, al turismo hanno continuato a subire sanzioni economiche e dovevano convivere con lo strangolamento delle transazioni finanziarie. E’ la tecnofinanza dei giganti dei movimenti globali di denaro, a maggioranza statunitense, con le sue società di servizi finanziari a condizionare la vita di amici e avversari della Casa Bianca. E per gli Stati Uniti, non gli attuali Maga di Trump ma già quelli di Carter che cadde sul defatigante braccio di ferro dei 444 giorni coi basij, Teheran e dintorni rappresentano l’Asse del male. Ovviamente la Storia non si ferma. La coesione della nazione persiana che disarcionava il Pahlavi amico-servitore di Washington è mutata; l’Iran plasmato da Khomeini è assai differente anche da quello che ha visto, continuatori e contestatori della linea del Ruhollah, contestatori interni al sistema clericale che lo stesso partito tuttora aggrappato alle leve del potere - i Pasdaran - accettano per compromesso interessato e a loro vantaggioso. Ma la partita di chi vorrebbe scacciare i turbanti con tumulti e chi vuole schiacciare i tumultuanti è da anni aperta e, tuttora, senza sbocchi. Per lo stesso motivo messo metaforicamente in pellicola dal regista oppositore Panahi nell’ultimo premiatissimo lavoro: Un semplice incidente. L’oppressore-servitore del regime è odiato da vari protagonisti, giovani e meno giovani, ma al di là dal suo incarnare la normalità di un’esistenza all’apparenza ordinaria con famiglia più o meno serena, e pur rischiando la vita in una vendetta nata da una macchina che s’inceppa vede i “rapitori” disorientati dalla mancanza d’un percorso percorribile: si può far fuori uno scherano, come i loro padri e nonni avevano fatto coi criminali della Savak, ma il futuro resta avvolto nella nebbia.

 

Certo, in questi giorni di rabbia spontanea, ancora contenuta e non di massa, dalla capitale a Mashhad e Shiraz, passando per villaggi nelle aree già più volte ribelli del Beluchistan, nuovamente prevalgono i fumi dei lacrimogeni e pure i colpi d’arma da fuoco che hanno steso e ucciso. E mentre si conteggiano finora sette vittime, alcuni fotogrammi di sassaiole contro i ‘motociclisti in nero’ paiono fotocopie di quanto visto nelle ciclopiche contestazioni di tre anni or sono. Dall’ennesimo crollo del valore del rial giunto a un milione e mezzo (sic) verso un dollaro, è il rango mercantile, quei bazari mai stati mostazafin ad avercela col governo. E’ il ceto medio, ormai inesistente, a risentirsi con chi non gli garantisce neppure affari di piccolo cabotaggio. Soffocati anch’essi da un meccanismo che porta al collasso l’economia nazionale. Tuttora galleggiano (ma fino a quando?) i trust delle Fondazioni, invece gli stessi medi commercianti virano verso un impoverimento per loro insopportabile. Eccoli, dunque, per via a gridare contro un governo che tradisce la propria fedeltà alla conservazione, di casta, ma tant’è. E le altre conosciute voci d’opposizione dalla sponda riformista, a quella femminista e anche separatista, viaggiano su un terreno che è di mantenimento dei valori nazionali, evitando un ritorno al passato d’asservimento imperialista o di terrorismo para sionista. Secondo un osservatore interno: “Quando anche farmaci di prima necessità come gli antibiotici sono introvabili o diventano merce da mercato nero irraggiungibile per molti, la misura è colma”. E scatta la stessa rabbia, che nel 2019 aveva prodotto una simile ribellione per ragioni energetiche e che in un Paese terzo produttore mondiale di gas e fra i primi dieci di petrolio, pare una bestemmia. Eppure così va l’attuale Iran. Lo stesso analista critico aggiunge: “Gli iraniani attualmente in piazza non chiedono lo smantellamento del loro Paese; chiedono il ripristino della loro dignità, un sollievo economico e la fine della punizione collettiva che ha svuotato le loro vite”. Troppo accomodante? Di sicuro l'attuale crisi è frutto d’una punizione collettiva che la popolazione non merita, Khamenei e Pasdaran o meno.

venerdì 26 dicembre 2025

L'anima d’un dramma

 


Cinquant’anni di vita trascorsi a recitare, condurre artisticamente, documentare, testimoniare in maniera nonviolenta le violenze dello Stato dove viveva. Se ne va a settantadue anni Mohammed Bakri, attore e regista nato a Bi’ina, cuore arabo della Galilea che il suo cuore non più ha retto per la deriva presa dalla lacerazione dell’amato popolo palestinese. Una deriva iniziata prima della nascita di Bakri che lui aveva saputo raccontare e interpretare. Partendo dal basso, ultimo nato in una famiglia biblica, numerosissima e umilissima, con dodici fra sorelle e fratelli cresciuti da una casalinga e un tagliatore di pietre. Mohammed riuscì a studiare, a laurearsi in arte drammatica, poi poco più che ventenne mise su una famiglia propria con la moglie Layla e una prole di sei figli. L’esposizione dei fatti, l’interpretazione dei drammi collettivi e personali hanno rappresentato il bagaglio con cui ha messo talento e dedizione al servizio della causa d’una popolazione soggiogata. Fra i vari film, i tanti volti plasmati, due opere restano nella memoria degli spettatori: il documentario Jenin, Jenin (2002), e la pellicola Private (2004). La prima opera mostra gli effetti della devastazione dell’omonimo campo-profughi da parte dell’esercito israeliano nei primi dieci giorni dell’aprile 2002, durante la Seconda Intifada. Bakri s’infilò fra gli abitanti di baracche e abitazioni dopo l’assalto di Tsahal capace di produrre un numero imprecisato di vittime. Le versioni palestinese (centinaia di morti), delle Nazioni Unite (cinquecento), di Human Rights Watch (oltre cinquanta) divergono parecchio, Israele s’è sempre guardato dal fornire dati. Però lanciò una campagna contro il lavoro del regista che raccoglieva i ricordi dei sopravvissuti. L’accusa era quella d’un servizio alla propaganda di parte, così sul film calò la censura mentre Bakri, accusato di antisionismo fu citato in giudizio da alcuni militari attivi nell’operazione a Jenin. In alcuni Paesi, fra cui l’Italia, il documentario venne proiettato informalmente, ma non ebbe la divulgazione che meritava. Poi nel 2020 un funzionario e un colonnello israeliani, riaprirono le ostilità legali chiedendo un indennizzo al regista accusato di diffamazione e la diffusione del filmato venne ancora una volta interrotta. In Private, del regista italiano Saverio Costanzo, Bakri presta il volto a un professore palestinese che con la famiglia abita una casa finita interposta fra un villaggio di conterranei e una recente colonia ebraica. Quell’edificio diviene un obiettivo dell’esercito di Israele che va a occuparla, tagliando vita, emozioni, sentimenti, spazi ai legittimi abitanti e proprietari. Nel microcosmo familiare si ricrea la condizione di privazione, subalternità, abuso che gli abitanti dei villaggi hanno conosciuto sul proprio territorio già agli inizi del Novecento con la diffusione del sionismo. Per poi vederne l’esplosione con la creazione dello Stato d’Israele e subendo, decennio dopo decennio, la subdola tattica degli insediamenti coloniali, altra faccia dell’occupazione. Mentre la presenza piena dell’attore Mohammed, il suo volto scarno e vivissimo, profondo e amaro anche nei momenti di radioso sorriso per quel che sapeva divulgare con professionalità e coscienza, mancherà al popolo palestinese e mancherà al pubblico. Entrambi comunque non ne dimenticano la forza d’animo, quella che i militari e i politici d’Israele hanno sempre temuto.