sabato 25 luglio 2020

India, ancora un giornalista ucciso


Ennesimo giornalista ucciso nell’Uttar Pradesh. Solito copione: un colpo d’arma da fuoco in testa alla maniera mafiosa. In questo caso il trentacinquenne Vikram Joshi, che rientrava in casa sulla sua moto, è stato fermato da un manipolo di persone che l’ha brevemente malmenato, quindi finito con una revolverata. S’indaga se si possa trattare di violenza diretta genericamente sulla categoria, che nel popoloso Stato settentrionale indiano ha fatto molte vittime, o se il reporter fosse nel mirino per motivi diretti al suo lavoro. Alcuni colleghi hanno sottolineato che nei giorni precedenti aveva trattato un caso di cronaca nel quale erano coinvolti uomini accusati di molestie. Diversi giornalisti hanno inscenato proteste per la totale impunità di azioni criminali che si ripetono senza alcun intervento dell’amministrazione politica. Questa è già al centro di svariate polemiche per la conduzione faziosa operata da Yogi Adityanath, un estremista hindu vicino al premier Modi che dal 2017 guida quello Stato. L’uomo è un monaco e capo sacerdote del tempio di Gorakhpur, già ventiseienne era nel Parlamento ed ha avuto un rapporto di amore-odio col Bharatiya Janata Party. In più di un’occasione ha cercato d’imporre, specie nell’area orientale dell’Uttar Pradesh controllata dalla sua corrente, candidati diversi da quelli scelti centralmente. Fra attacchi ai candidati ufficiali e conseguenti compromessi la tattica ha avuto buon gioco, tanto da consentirgli di acquisire spazi e poteri sempre maggiori. E’ un dei più pervicaci sostenitore dell’hindutva, l’ideologia razzista e reazionaria che fomenta le violenze razziali nel Paese.
Dall’assunzione dell’incarico di primo ministro nell’Uttar Pradesh Adityanath ha imposto un’infinità di divieti e accentrato alla sua persona più di trenta cariche di vari dipartimenti. La conseguenza di simili imposizioni è un clima autoritario senza autorità e una crescente deriva violenta che fa dire a numerosi osservatori come la regione sia ridotta a una sorta di luogo soffocato dalla ‘legge della giungla’. Oltre agli scontri fra etnìe e attivisti confessional-politici musulmani e hindu, si sono registrati diversi omicidi nei confronti di chi descrive il degrado presente in una vasta area. Proprio di recente il corrispondente d’un quotidiano di tendenze hindu ha subìto il medesimo trattamento: freddato con un colpo in testa. Fra le questioni trattate negli ultimi tempi dai cronisti c’è il traffico illegale di sabbia escavata dai fiumi, un affare condotto da alcuni clan che incrementano, grazie ad amministratori compiacenti, l’edificazione irregolare in vaste aree del Paese. L’associazione Reporters Sans Frontières la lanciato un appello al governo indiano per investigare sui crimini che hanno l’obiettivo di tacitare la stampa e seminare terrore fra la popolazione per tenerne congelate prese di posizione. Molti omicidi e intimidazioni hanno chiare motivazioni politiche, poiché i cronisti assassinati svolgevano inchieste su affari illegali che uniscono politici locali e nazionali. Attualmente l’India ricopre la 142° posizione, su 180 nazioni monitorate da organismi internazionali, riguardo alla libertà di stampa, diventata in quei paralleli direttamente una difficoltà di vita.

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