venerdì 3 luglio 2026

Morte da immortalare

  


Un’immagine gira in queste ore di vigilia dei funerali itineranti della fu Guida Suprema Ali Khamenei, uno scatto iconico e significativo. L’omaggio di Ahmad Vahidi, odierno leader delle Guardie della Rivoluzione, alla bara dell’ayatollah assassinato durante il primo attacco a Teheran nella cosiddetta Terza guerra del Golfo. Inginocchiato, mani sul feretro, volto addolorato e riflessivo, la posa di Vahidi è il simbolo della funzione di difesa del sistema introdotto dalla Rivoluzione khomeinista da parte di chi negli ultimi anni, ampliando il proprio potere interno, pensava addirittura di sostituirsi al clero. Non Vahidi, naturalmente, di cui non traspaiono tentazioni eterodosse, ma di taluni settori del suo rango in altri momenti della travagliata vita politica interna. Tutto fu sanato dallo stesso Khamenei, emarginando l’ex ‘pupillo’ Ahmadinejad che a quest’ipotesi aveva offerto il braccio. Del resto nella vita pubblica e privata l’uomo Khamenei s’era abituato presto a stare senza un braccio, quello destro, perso nel 1981 per un attentato subìto mentre predicava nella moschea Adu Darr di Teheran. Erano gli anni duri della guerra civile interna, un gruppo d’opposizione al clero sciita aveva piazzato una carica esplosiva dentro un registratore. Fra i turbanti, circondato da illustri maria’ al-taqlid (fonte di emulazione) lui nel ruolo di semplice hojjatoleslam (prova dell’Islam) ha seguito la strada tracciata dal Ruhollah di conservare i legami fra chierici, militanti e miliziani. Aveva avuto le capacità diplomatiche di gestire momentanee spinte centrifughe di settori degli apparati di sicurezza dello Stato, anche dei fedelissimi Pasdaran, stringendo rapporti personali con uomini-simbolo di quegli ambienti com’è stato il generale Soleimani, per anni comandante delle Forze Al-Quds e stratega delle alleanze mediorientali che interessavano la politica estera di Teheran. Oggi, nei quattro mesi che lo separano da una dipartita violenta seppure giunta in tarda età, Khamenei senior è la figura attorno alla quale si stringe per l’ennesima volta un Paese indebolito e ferito eppure in politica estera vitalissimo. 

 

Anzi, il braccio di ferro su Hormuz che un’aggressiva amministrazione Trump continua a mantenere pure nelle attuali trattative post conflitto, è sinonimo di compattezza e dignità nazionale. Assumendo un valore addirittura più alto dello smacco inferto per 444 giorni all’America di Carter. L’attuale governo iraniano diffusamente riconosciuto a guida non più Suprema ma collegiale, fa convivere gli apparati della forza di Vahidi e del portavoce parlamentare Qalibaf con la moderazione presidenziale di Pezeshkian, la fermezza diplomatica del super ministro Araghchi, così fra gli ayatollah si fa in modo che la vecchia guardia riformista alla Rohani, considerata fuori gioco all’epoca dell’elezioni di Raisi, conviva col severissimo Mohseni-Eje’i, presidente della Corte Suprema, e l’altrettanto rigoroso Arafi. Ragioni di sussistenza in un periodo d’emergenza eccezionale come i mesi trascorsi e il tempo, chissà quanto lungo, che si para all’orizzonte. Viaggerà il cadavere eccellente di Khamenei padre, dalla moschea Mosalla della capitale passando per Qom, quindi in Iraq nei luoghi sacri dello sciismo: la Karbala dell’imam Hossein e Najaf dov’è il santuario di Ali. Giungerà fra sei giorni a Mashhad, dove l’ex Guida Suprema era nata nel 1939 e dove verrà tumulato. Mentre il figlio Mojtaba, attuale Guida Suprema fantasma per le ferite a schiena, gambe e volto, che forse lo rendono invalido e sfigurato, ricevute nell’attacco di fine febbraio, non è detto che sarà presente. Il governo s’aspetta milioni di partecipanti alla settimana di lutto, nell’estremo saluto a Khomeini furono sei milioni, ma i tempi sono cambiati. Non è solo l’opposizione strisciante a lamentarsi dell’ingente quantità di strutture mobili messe su per quello che ha tutta l’aria di un’orgogliosa risposta popolare e patriottica all’aggressione della propria terra. C’è una cittadinanza stremata da anni di restrizioni provocate certo da embarghi, ma pure da corruzione e affarismo d’apparati (le famose bonyad caritatevoli) e privati.

giovedì 2 luglio 2026

Panico da fede

  


Marce silenziose, sotto la diretta e stretta sorveglianza di pattuglie armate lungo il percorso e droni in cielo. E’ l’aria nuova respirata dalla minoranza islamica del Bengala occidentale da quando, nella primavera scorsa, il Bharatiya Janata Party ha vinto le elezioni. Tale minoranza è composta da oltre trenta milioni di cittadini costretti ora a contenere ogni manifestazione pubblica che ne caratterizzi la fede. Il primo Ministro locale, Suvendu Adhikari, è stato lapidario: “I musulmani non hanno votato per noi, quindi non faremo nulla di speciale per loro”. In realtà alcune cose hanno iniziato a farle rendendo focosa la semplice quotidianità commerciale col boicottaggio e la discriminazione per produttori, rivenditori e acquirenti islamici. Ha voglia uno di loro intervistato da una tivù a dichiarare: “Gli agricoltori musulmani sono coinvolti nella coltivazione del riso e noi acquistiamo riso da loro. I clienti non controllano quali simboli religiosi sono stampati sui sacchi, controllano il prezzo e la qualità. Come possiamo sopravvivere se non vendiamo riso?” Le pattuglie dell'Hindu Jagran Manch sono attive in tutte le ore del giorno specie nei luoghi frequentati come i mercati, segnalano, minacciano e passano alle vie di fatto. Cos’è l’Hindu Jagran Manch è presto detto. Si presenta come un gruppo missionario hindu intento alla conversione di fedeli d’altre religioni, ma questo non gli basta. Poiché è affiliato all’organizzazione fascista e razzista Rashtriya Swayamsevak Sangh, tristemente nota per le azioni punitive e omicide rivolte a concittadini che non ne accettano i diktat, l’Hindu Jagran Manch la imita in tutto specie dove c’è da praticare violenza. La RSS è la casa comune di politici indiani assurti ai vertici nazionali, a cominciare dal premier Narendra Modi che prima d’assumere la posa di bonario padre della nazione ha indurito le mani facendo il mazziere per quest’organizzazione paramilitare. Che resta una costola del partito di maggioranza nel Parlamento di Delhi e in diversi Stati fra cui appunto il Bengala occidentale. 

 

Ultimamente i cittadini musulmani di questo Stato hanno difficoltà nell’approvvigionamento di carne bovina sia per il divieto imposto dalle nuove autorità di praticare la macellazione halal, sia perché è impossibile trovare questa merce nei mercati. Un neo deputato del Bharatiya Janata Party ha rilasciato orgoglioso un’intervista televisiva sul tema affermando: “Dopo la mia campagna le persone sono diventate molto consapevoli. Evitano la carne halal e i venditori sono costretti a vendere carne sacrificale agli hindu”. Pure i commercianti ovini, nella regione c’è una tradizionale allevamento di capre, vivono difficoltà. Uno di loro ha dichiarato alla stampa indiana che ha iniziato a seguire le vicende: “La domanda è diminuita. Per paura politica molti stanno chiudendo quest’attività. L'allevamento delle capre è il mio sostentamento, non so cosa fare ma sto valutando di lasciare”. Ad aumentare pressione e violenze verso chi non appartiene alla maggioranza hindu contribuisce un altro pezzo forte dell’hindutva del Bharat, l’organizzazione Vishva Hindu Parishad che i politologi collocano fra i gruppi paramilitari della destra, già responsabile di storiche persecuzioni religiose che vanno dalla distruzione della moschea di Babri nel 1992 alle rivolte nel Gujarat del decennio successivo. In questa fase se la prendono con le comunità cristiane a Raniganj, nel distretto carbonifero di Paschim Bardhaman. La stampa indiana non controllata dal Bjp commenta dichiarando che mentre s’assottiglia il confine fra politica statale e pattugliamenti illegali, le minoranze si trovano ad affrontare una realtà economica drasticamente alterata. Con la nuova amministrazione impegnata a consolidare il suo controllo le crescenti pressioni amministrative e sociali hanno lasciato una parte significativa della popolazione a navigare in un profondo e ribollente senso di panico.

mercoledì 1 luglio 2026

Mal di malware


  

Il travagliato Memorandum d’Intesa Stati Uniti-Iran (MOU) che ha ottenuto firme pur separate e promesse d’intenti su quasi tutto, dall’apertura di Hormuz con o senza pedaggi fino alla controversia sul nucleare, brilla principalmente per la sospensione (temporanea?) delle sanzioni sul commercio petrolifero iraniano. Vari elementi restano in bilico e per evitare ritorni di fiamme e missili, com’è accaduto in queste ore, le delegazioni trattanti (Witkoff-Kushner per Washington, Gharibabadi e non si sa chi altro sul fronte di Teheran) si rincontrano a Doha. Per sgombrare le acque occorre evitare il doppiogiochismo americano che con la compiacenza omanita provava ad aprire una rotta meridionale dello Stretto.  I Guardiani della Rivoluzione non l’ammettono e rilanciano una tassa di passaggio al traffico navale su base volontaria. Anche questo riapre una controversia. E mentre il MOU saltella sulle proprie mine (altra questione in sospeso è l’operazione di sminamento della tratta marina) c’è chi lavora per compromettere l’accordo. Durante le trattative di metà giugno il sistema bancario iraniano ha ricevuto attacchi informatici. Così dai singoli utenti agli sportelli bankomat, alle operazioni finanziarie dei maggiori istituti (Melli Bank, Bank Keshavarzi, Post Bank of Iran) tutto s’è fermato con disagi e malcontenti conseguenti. Era già accaduto in altre fasi, come l’attacco alla Banca statale Sepah e per i sabotaggi industriali a uno stabilimento siderurgico. Già allora i sospetti si rivolgevano su Predatory Sparrow, gruppo di pirateria informatica israeliano che potrebbe essere entrato in azione anche stavolta prestando i propri servigi al governo Netanyahu intenzionato a far fallire il MOU. Come ovunque nel mondo l’utenza informatica cresce inevitabilmente di anno in anno anche in Iran, è passata dall’1-2% di inizio Millennio all’83% del 2025. La dipendenza dalla rete è assoluta e la sua difesa diventa indispensabile. Nei dibattiti politici interni seguiti all’ultimo disservizio sospettato di hackering, l’Agenzia Fars News riferisce accuse lanciate da alcuni parlamentari intransigenti all’interna Informatics Services Corporation che non avrebbe vigilato abbastanza né prima dell’attacco né al momento del ripristino del servizio. La Informatics Services Corporation è stata fondata nel 1993 ed è affiliata alla Banca Centrale dell'Iran. Conta oltre 1200 dipendenti. Il suo sito dice che offre servizi di automazione e applicazioni informatiche a banche e istituti finanziari nazionali. Fornisce servizi di automazione a istituzioni finanziarie e non finanziarie fra cui progettazione e implementazione di sistemi software, gestione di progetti, assistenza tecnica, consulenza tecnica, reingegnerizzazione e supporto aziendale, eccetera, eccetera. Mentre i citati onorevoli iraniani puntano il dito sulla scarsa efficienza degli apparati informatici c’è chi inquadra l’intento geopolitico che resta sullo sfondo dell’iniziativa di hackeraggio. Il fine può essere anche quello di mostrare alla cittadinanza iraniana in toto le debolezze del sistema Paese. I sostenitori di ayatollah e pasdaran avranno ancora sotto gli occhi la frustrazione di come possono essere colpiti inopinatamente, si stratti di ordigni, spyware, malware o altro ancora. Gli oppositori, già illusi dalle promesse dei ‘cambiatori di regime’ primo fra tutti il presidente americano Trump, terranno ancora accese le speranze d’uno sgambetto a un’amministrazione prostrata e incapace di evitare infiltrazione d’ogni genere. Del resto la debolezza del MOIS l’agenzia iraniana di controspionaggio e della stessa Intelligence dell’IRGC s’erano palesate nel corso degli omicidi mirati alle figure gerarchiche, non solo nella guerra aperta dei mesi scorsi, ma durante fasi politiche lontane, ad esempio durante la presidenza Ahmadinejad, quando iniziò la caccia del Mossad agli scienziati del programma nucleare.

giovedì 25 giugno 2026

Affari anziché guerra

  


Se non puoi batterli, unisciti a loro la vecchia massima filosofico-esistenziale che nel mondo degli affari ha il suo lemma in coopetition, può diventare l’evoluzione della crisi Stati Uniti-Iran che sostituisce il conflitto con un reciproco fronte comune d’interessi. Sembra fantageopolitica eppure può avere ragioni proprie che coinvolgono entrambi i Paesi se mettono in un angolo le impuntature ideologiche e seguono il princìpio del vivere quotidiano. Le proiezioni di mercato sul primo passo del “Memorandum d’intesa” indicano in 300 miliardi di dollari l’impegno per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran sottoposto a bombardamenti indiscriminati dal 28 febbraio scorso. Seguendo l’enfasi trumpiana che nei giorni scorsi sosteneva come Teheran avrebbe acquistato a breve prodotti agroalimentari americani da immettere nei propri bazar, molti altri impegni aziendali potrebbero scaturire da una futura pianificazione che sostituisse il conflitto e gli embarghi con una collaborazione. Ci guadagnerebbe il Pil statunitense e anche l’iraniano nel momento in cui disporrebbe dei capitali a lungo congelati dal blocco sanzionatorio. Per tacere del miglioramento delle condizioni sociali di milioni di cittadini causa nell’ultimo decennio di almeno tre rivolte lanciate contro i governi per inflazione e carovita. Nelle frizioni fra i due Stati avviate dalla cacciata dello Shah e dalla proclamazione della Repubblica Islamica, ci fu un precedente durante il percorso presidenziale di Rafsanjani, il grande mercante di pistacchi, che con l’occhio al portafoglio di famiglia e alle casse statali sosteneva la possibilità di riallacciare rapporti commerciali col ‘Grande Satana’ senza subirne l’influenza ideologica, difendendo l’economia interna e salvaguardando le proprie identità culturale e religiosa. In quel periodo (1995) si colloca l’apertura alla società petrolifera Conoco, ex Standard Oil, dunque una delle storiche ‘Sette Sorelle’ che avevano punito Mossadeq, il nazionalizzatore dei pozzi persiani. Certo, l’esperimento non durò a lungo. Ma la storia passata insegna che sono le fasi di massima esasperazione ideologica a creare fratture, come accadeva con la crisi dei 444 giorni d’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran o l’invenzione di George W. Bush di “Asse del male” rivolta appunto agli ayatollah e ai loro alleati mediorientali. E giù conflitti. Nell’ondivago andamento geopolitico fra le due entità statali condizionate dalle rispettive guide politiche, i mandati presidenziali di Ahmadinejad sono diventati escludenti visto che peraltro s’intrecciavano alla seconda presidenza Bush junior che con le ‘missioni di pace’ in Afghanistan e Iraq continuava a infiammare la regione. Le aperture sul nucleare e le speranze di cooperazione economica si ripresentarono con Obama e Rohani, presidenti sui due fronti. 

 

Ma a buone intenzioni, diplomazia e sorrisi non corrispondeva una marcia indietro sulle sanzioni; l’economia e la quotidianità degli iraniani continuavano a soffrire, gli affari a singhiozzare, la borsa della spesa per i ceti più deboli era piena solo per metà e anche meno. Le ristrettezze economiche della popolazione, il conseguente  malcontento, le grandi proteste, in geopolitica venivano viste come un’arma per rompere il rapporto fra cittadini ed élite politica, viste le oggettive divisioni in seno al clero, quelle fra clero e laicità militare, fino alle mire di potere assoluto apparso fra gli stessi fedelissimi della Rivoluzione accorpati nel sempre più potente ruolo Pasdaran. Fra la prima amministrazione Trump, che nel 2017 chiudeva le porte all’Accordo sul nucleare e nel 2020 scatenava uno scontro strisciante con l’eliminazione del generale Soleimani, e il suo recente approccio di conflitto totale s’è affacciata un’emergenza che non ha condotto a un cambio di regime.  Ha instaurato, invece, una fase insostenibile per il mercato globale con la chiusura dello stretto di Hormuz e ora conduce i guerreggianti a cercare sortite dall’impasse parlandosi e accordandosi. Gli esperti di mercati finanziari individuano favorevoli opportunità per i due Paesi e per l’Occidente in toto. Sicuramente questioni politiche, l’altro elemento del malcontento d’una parte della cittadinanza iraniana per repressioni, problema di diritti, di libertà di genere e pensiero saranno fattori non secondari nel desiderio dell’uscita dal tunnel della ‘guerra fra mondi’. Sta al ceto iraniano che sembra sopravvivere alla durezza di questi mesi ridisegnare una linea di coesione interna per rilanciare quella internazionale. E’ una scommessa. Gli osservatori economici guardano con interesse al sottosuolo iraniano, oltre ai noti giacimenti d’idrocarburi allo sfruttamento di metalli rari, realtà presente ormai da anni ma sempre più proiettata nel futuro. La posizione geografica persiana ripropone ciò che per secoli Oriente e Occidente si sono scambiati attraverso i commerci, prima carovanieri, quindi per vie ferrate e navali. Si guarda, dunque, ai corridoi verso la Cina, l’India, la Turchia, la Russia con un’implementazione di vie aeronautiche e ogni sorta di trasporto. Le aziende americane parteciperanno al business? Se si supera la barriera dell’esclusione aprioristica e ideologica, come sostiene un pezzo della diplomazia di Teheran e anche di Washington, gli spazi s’apriranno. Ovviamente serviranno scelte geopolitiche quali la rimozione dell’Iran dall’interdizione ai commerci imposta dal Gruppo Finanziario Internazionale. Tali scelte concernono valutazioni su tematiche di terrorismo o presunto tale e riportano la controversia nella sfera ideologico-politica. Mentre gli economisti individuano altro genere di preoccupazioni delle aziende di medio e grosso cabotaggio nel fare impresa in loco: la corruzione. Per industriali e manager l’ostacolo non è un problema di veli né la persecuzione agli oppositori bensì la richiesta di tangenti. Cancro che, però, accomuna molte latitudini del globo.

mercoledì 24 giugno 2026

La giustizia vera

  


Ora che Magdi Ibrahim Sharif verrà condannato all’ergastolo e i suoi compari Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Tareq Sabyr, tutti mukhabarat della National Security Agency egiziana, a 17 anni e sei mesi di reclusione, (queste sono le richieste del pubblico ministero Sergio Colaiocco, nel processo italiano per l’omicidio di Giulio Regeni) si può fare il punto su quanta verità e quanta giustizia siano offerte alla memoria del ricercatore friulano. Bersaglio e vittima, è bene ricordarlo, del regime instaurato nel luglio 2013 dalla lobby militare del Cairo con a capo Abdel Fattah al-Sisi, tuttora presidente del grande Paese arabo. La verità che Regeni fosse un dottorando esecutore d’una ricerca dell’Università di Cambridge sulla situazione sindacale nell’intricato settore del commercio ambulante del Cairo, era da tempo assodata. Nonostante le ambiguità dell’Università stessa nelle persone della tutor e della docente, garanti di quel lavoro ed entrambe sfuggenti alle richieste legali di parte e dei magistrati dopo il dramma dell’assassinio del giovane. Magistrati italiani, perché nei lunghi dieci anni d’indagini solo la magistratura italiana ha effettuato indagini e ricercato prove. I colleghi egiziani, allineati alle linee guida del governo del proprio Paese, si sono guardati bene dal collaborare. Cadute nel vuoto le illazioni, lanciate direttamente dai ministri dell’Interno e degli Esteri egiziani dell’epoca, Ghaffar e Shoukry, su un presunto ruolo di spia del ricercatore, d’una sua relazione omosessuale con delitto finale, d’un rapimento da parte di balordi, questa la balla più corposa con tanto di messa in scena poliziesca di ricognizione e sterminio d’un quintetto sacrificato alla bisogna sommando omicidi a omicidio. Per un po’ è sopravvissuto il presunto mistero del ritrovamento del corpo martoriato di Giulio ai margini d’una superstrada, che per chi seguiva e commentava le cronache egiziane a cavallo della rivolta di Tahrir, mistero non era affatto. Anzi, rappresentava l’ennesimo monito lanciato a oppositori, giornalisti, ficcanaso vari.  

 

Costoro dovevano rammentare che raccontare l’accaduto sotto i regimi militari, di Mubarak prima, di al-Sisi in seguito, diventava insidioso per la propria incolumità. Il cadavere straziato di Giulio serviva a questo, come già era stato per Khaled Saeed. Teniamo presente quanto i governi nostrani, progressisti, democratici, patriottici, i nomi dei capi Esecutivi gli elettori li conoscono: Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni, abbiano per nulla aiutato i dignitosi familiari Regeni nella richiesta di sostegno alla propria battaglia di “verità e giustizia” per un figlio, un italiano rapito, torturato, massacrato all’estero. Le opportunità economiche, le partnership energetiche, le relazioni securitarie subordinate a una geopolitica subìta più che vissuta decretavano la supremazia della ‘ragione dello Stato e delle relazioni fra Stati’ lasciando nell’oblìo la settimana di macelleria, fra bruciature, scosse elettriche, ossa rotta e denti ingoiati, vissuta da un fiero e semplice giovane che non aveva nulla da celare se non la sete di conoscenza. Resta la questione della giustizia. L’auspicabile condanna che il quartetto dei sicari egiziani si ritroverà a breve sul groppone, sarà una condanna giusta ma impalpabile. Nessuno dei quattro assassini sconterà un giorno di galera per quell’incongruenza d’un accordo fra nazioni che rende inapplicata una sentenza di fronte al rifiuto di collaborazione d’uno dei soggetti. L’impotenza della legge al cospetto di chi sceglie di proteggere aguzzini per garantirsi un percorso politico di durata, come sta facendo il regime di al-Sisi, impone alla politica nostrana quella scelta che finora ha aggirato: stare con la legge, la legge italiana che condanna i mukhabarat e conseguentemente il loro governo che per un decennio li ha protetti o far finta di niente gabbando la vera giustizia che condanna i massacratori d’un italiano. Il resto dei discorsi sul progressismo, la democrazia, il patriottismo diventano chiacchiere di fronte a una sentenza di cui si chiede l’applicazione. O si rompono le relazioni con chi non la fa rispettare o si è collusi e s’abbracciano gli assassini.

giovedì 18 giugno 2026

Tormenti d’amore

  


Provate a innamorarvi d’una bellezza per la quale siete poco più d’un uomo qualunque, intellettuale sì, ma dalle fattezze ordinarie, anzi quasi meste quale si mostrava Cesare Pavese. Lei era una newyorkese arrivata in Italia quando da poco aveva sloggiato l’Amgot, ma non le divise a stellestrisce attorno all’ambasciata statunitense nel romano palazzo Margherita. Prestigio aristocratico Ludovisi, la villa urbana più bella del barocco lottizzata per pecunia, e sparita coi suoi alti fusti. Comunque diventato l’arredo parigino della città eterna, che trasforma gli Horti Sallustiani in giardino nobiliare quindi in città per chi può godere dell’aria fine delle pendici pinciane. In quel luogo magari per un visto, un documento, un party - poiché lì insiste la sede governata nel 1947 da mister James Clement Dunn - sarà passata la lei di lui, Constance Dowling, per tre anni in Italia e a Roma. Giunta a recitare in un film citato dagli annali (Miss Italia) avendo già fatto la ballerina di fila per filare sul set d’un paio di precedenti pellicole hollywoodiane. Bella era bella Constance e conobbe il quarantunenne Pavese a ventinove anni. Lo scrittore se ne invaghì. E quale luogo per un incontro tanto straordinario quanto monumentale, appariscente, gioioso nel batticuore della salita - e che salita, coi centotrenta e più gradini - mentre in basso è ormeggiata la barca di pietra e acqua. Passa, dunque, per l’iconica piazza di Spagna il poeta frastornato dalla passione di colei che chiama Connie. Nonostante tutto riesce a osservare cielo e strade tumultuose, immancabili fiori, rondini e sole. Come un adolescente infervorato parla d’un cuore in subbuglio mentre nel salir le scale, una porta s’apre. Immaginiamo veda l’amata “ferma e chiara”. L’oro dei capelli di Constance s’intuisce anche da immagini d’epoca in bianco e nero, e su quel “ferma” c’è da domandarsi se si tratti di postura o di carattere. Una lirica lineare, pascoliana, diversa dall’intreccio amoroso che su quella scalinata animava lo Sperelli dannunziano. Ma nella connessione fra Connie e Cesare non albergano soltanto speranza e illusione, la passione conosce i passi dell’intimità, perché le due C condividono incontri e sensazioni. Conosciamo quelle del poeta, che dopo alcuni mesi poneva drammaticamente fine ai suoi giorni, quando nel Diario annotava: “6 marzo. Stamattina alle 5 o 6. Poi la stella diana, larga e scintillante sulle montagne di neve. L’orgasmo, il batticuore, l’insonnia. C. è stata dolce e remissiva, ma insomma staccata e ferma. Il cuore mi ha saltato tutto il giorno, e non smette ancora. Quella che si chiama passione non sarà poi semplicemente questo dibattersi del cuore, questa tara nervosa? Sono molto deteriorato dal ’34 e dal ’38. Allora ero smaniosissimo ma non malato” E ancora: “9 marzo. Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a venticinque anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. È così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto, lei mi ha cercato… Il passo è stato terribile eppure è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza. Darling, sorriso, lungo ripetuto piacere di star con me. Le notti di Cervinia, le notti di Torino. È una ragazza, una normale ragazza. Eppure è lei – terribile. Dal profondo del cuore: non meritavo tanto”. Non conosciamo né mai è stata resa nota la visione di Constance che evidentemente viveva l’incontro con differenti prospettive e lo stesso Pavese, amante deluso, riusciva lucidamente a darsi una panoramica dell’infatuazione: ”Certo in lei non c’è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione – l’America, il ritegno ascetico, l’insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere. Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi. Possibile che non l’abbia sentito?”. Musa, desiderio e chissà cos’altro, ma quel “ferma e chiara” descritta nei versi su piazza di Spagna individuavano anche differenti punti di vista. Così altri versi dedicati a Connie: ”Tu, screziato sorriso  su nevi gelate – vento di Marzo, balletto di rami spuntati sulla neve, gemendo e ardendo, i tuoi piccoli “oh!” – daina dalle membra bianche, graziosa, potessi io sapere ancora la grazia volteggiante di tutti i tuoi giorni, la trina di spuma di tutte le tue vie –  domani è gelato giù nella pianura – tu, screziato sorriso, tu, risata ardente”. Espressioni da maschilismo di ritorno? Libertà poetiche? più descrizioni amorose alla Eluard o Neruda. Certo il buon Cesare era ‘cotto’ e la sua partner non gli concedeva altro. Le scriveva lettere e biglietti senza ricevere risposte e annotava nel Diario: “Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe esser morta. Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale. Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l’ansia del possesso ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. È uno stato di creazione. Oh dio, fammela ritrovare”. Poi, di punto in bianco, Connie lasciò l’Italia per proseguire la carriera cinematografica. Si unì in una lunga relazione al regista Elia Kazan, ma questo il poeta torinese non lo seppe mai. Sei mesi dopo aver scritto i celeberrimi versi “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” in cui molti critici, letterari e non, vedevano le pupille ammaliatrici dell’amata, Pavese si suicidava. Eppure di suo pugno aveva scritto: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”. 


 

martedì 16 giugno 2026

Acqua chiara

   


Finisce per non finire la triangolare crisi Usa-Israele-Iran. Forse a breve terminerà la chiusura dello stretto di Hormuz, e non è neanche detto perché la geopolitica dell’aggressione di cui l’America trumpiana vanta il diritto d’autore cogestito con Israele non necessariamente marchiato Netanyahu, patteggia mentre bombarda, promette per non mantenere, giustifica addossando agli avversari ogni colpa e nefandezza. Nello sdoganamento della schizofrenia la politica mondiale si fa per annunci, sorrisi più minacce, colpi improvvisi che maramaldeggiano i comportamenti. Lo mostrano i cento e più giorni d’attacchi a singhiozzo a caccia di Pasdaran e miliziani Hezbollah, colpiti ai vertici e non di più, mentre chi muore e soffre è la popolazione, iraniana e libanese. Il mondo è obnubilato, vaga senza dire nulla che non sia “Sissignori” ma egualmente riunisce i suoi leader. Li mescola con mediatori e potentati mediorientali, ospitati nella ridente località termale di Èvian-les-Bains, memore d’altre conferenze internazionali (quella del 1938 voluta da Delano Roosevelt per la questione dei profughi ebrei provenienti dalla Germania nazista e del 1962 con cui la Francia gollista rinunciava alla colonia algerina). Non s’insegue la Storia, si porta l’attuale crisi globale dell’energia e dei commerci a tentare di ‘passare le acque’ in Alta Savoia per poi poterle attraversare nel mar Arabico, tramite il mai tanto celebrato passaggio Levante-Ponente e viceversa. Gli avvezzi alle pantomime d’una presunta stabilità, iniziando dal patron di casa Macron e passando per l’invitato di lusso Trump, sono intorno al tavolo con volenterosi europei e aggiunti di secondo piano, fra i quali spiccano la nostra primo Ministro Meloni e l’omologa giapponese Takaichi. Quindi l’inquietante sfilza di capi che vanno dal brasiliano Lula, un sempreverde della politica meno verde quando s’è trattato di sfogliare l’Amazzonia, l’indiano Modi, conciliante solo in casa d’altri vista la linea razzista perseguita dal suo governo. Quindi gli interessati geograficamente a stabilizzare l’instabilità, dal più diplomatico emiro al Thani, campione del soft power dei petrodollari, al più schierato fra gli emiri, l’emiratino bin Zayed, alleato d’acciaio della coppia Trump-Netanyahu, che qualche acciacco dal conflitto in corso l’ha ricevuto. 

 

Presenti anche due statisti (sic, l’egiziano al Sisi e il pakistano Sharif) che potrebbero offrire nuova luce regionale a quella che i politologi considerano un patto tramontato, quegli Accordi di Abramo che per volere trumpiano conciliavano i rapporti fra un pezzo del mondo arabo e Israele. Ora, pensando a un diretto coinvolgimento di Turchia ed Egitto, il nuovo fronte passa per Arabia Saudita e Pakistan, l’intento è tenere a bada con la forza di eserciti e pure con la deterrenza atomica i colpi di testa d’Israele. Che comunque rappresenta l’ennesima scommessa dell’evoluzione prossima ventura nel caldissimo Medioriente volutamente disastrato da chi ripropone un colonialismo galoppante. Riguardo a ciò che si sottoscrive ‘col collo storto’ tramite applicazioni digitali o pezzi di carta, e qui la cervicale duole soprattutto al tycoon statunitense che perde sull’intera linea, il famoso stretto è e sarà controllato dai Guardiani della Rivoluzione con tanto di pedaggio, al più condiviso con l’Oman. Se si vorrà azzerare la misura, Teheran chiederà altro. Per quel che lo riguarda direttamente ballano sanzioni da ritirare o ridurre sensibilmente e addirittura il nucleare di cui Washington non vuol parlare in quest’occasione. Quindi c’è il riverbero sull’occupazione del Libano meridionale da parte dell’esercito di Tel Aviv di cui il diplomatico Araghchi e il risoluto Qalibaf richiedono il ritiro totale. Netanyahu fa orecchi da mercante, però la questione va risolta se non si vuole che l’intera possibile pacificazione crolli come un castello di carte. Agli amiconi europei di Trump spetterebbe (spetterà) l’operazione più defatigante: sminare lo Stretto. Per farlo dovranno interagire con le corvette dei Pasdaran. Certo i recenti bombardamenti statunitensi hanno ridotto il loro potenziale bellico sull’acqua, visto l’affondamento di diverse unità navali. Trenta ne ha rivendicate il Pentagono, la Repubblica Islamica non ha confermato, ma la perdita nel marzo scorso in pieno Oceano Indiano, della moderna Iris Dena era stata ammessa dallo stesso ministro degli Esteri Araghchi che definì l’episodio “un’atrocità in mare”. Proprio perché le ferite sono apertissime, senza contropartite non ci saranno favori. E tutto potrebbe  ricominciare.  

giovedì 11 giugno 2026

Terrorista

  


Né venduto né cornuto, direttamente terrorista. Il somalo Omar Abdulkadir Artan, il miglior arbitro d’Africa della passata stagione, pronto per il Mondiale d’America è finito in galera e poi espulso con quell’accusa rivoltagli dalla Customs and Border Protection, il filtro anti immigrazione dell’amministrazione trumpiana. Questo nonostante visti, documenti, immagini e curricula offerti dal suo Paese e dalla Federazione Internazionale organizzatrice del ventitreesimo Campionato mondiale di calcio. L’ennesima manifestazione agonistica totalmente asservita all’affarismo, inficiata da un esclusivismo geopolitico che discrimina e accoglie secondo parametri soggettivi, in questo caso quelli dell’attuale sovrano della democrazia statunitense. Incensato sino al servilismo dal presidente-fantoccio dell’internazionale del pallone, l’italo-svizzero Gianni Infantino che in un atto d’imbarazzante fantozziana piaggeria avanzò, non si sa a quale titolo, la proposta di Nobel per la pace al tycoon americano. Così, come accade a tanti altri organismi dello sport, la Fifa anziché difendere a denti stretti un suo tesserato investito dell’importante  funzione di giudice, l’ha abbandonato a sé stesso lasciandolo nelle nerborute mani degli inquisitori di frontiera che gli contestavano un nome, simile a quello d’un membro di al-Shabaab, un gruppo locale affiliato ad al-Qaeda. E per i funzionari dell’Ufficio immigrazione imbeccati dalla Cia, la somma fra i due nomi e cognomi è stata semplice, terrorista o presunto tale pure l’arbitro, che poteva tornarsene da dove veniva. Consolazione per il fischietto, l’essere accolto a Mogadiscio come un eroe fra abbracci dei concittadini, non solo sportivi, e dichiarazioni ufficiali delle autorità. E poi incontri col primo Ministro Hassan Hamza Abdi Barre, col presidente Hassan Sheikh Mohamud, mentre alcuni membri dell'opposizione somala, l'ex presidente Farmaajo e l'ex primo ministro Hassan Ali Khaire, sostenendolo hanno lanciato proteste per quella che considerano una chiara discriminazione. Eppure dalla Casa Bianca Trump se ne infischia. Da tempo ha bollato la Somalia e la comunità somala interna quale gente indesiderata, imponendo di fatto un divieto d’ingresso tramite sospetti e illazioni che hanno fermato anche il miglior fischietto africano. Lui, ventiquattrenne, spera in nuove occasioni, sebbene la vetrina dei Mondiali resti la più significativa. In realtà nella Storia del calcio, seppure non giocato e giudicato, ci entra egualmente con quest’esclusione. Un provvedimento ch’è una vergognosa impostura, pretestuoso, falso, razzista. Per ora è meglio essere ricordato così piuttosto che nel ruolo d’un giudice in odor di corruzione come Byron Aldemar Moreno, nei Mondiali 2002. Oppure d’un arbitro talmente svagato e cieco, Ali Bin Nasser, nella celebre Inghilterra-Argentina dei Mondiali 1986 che sdoganò la cosiddetta “mano de dios”.

mercoledì 10 giugno 2026

Primati

  


Nella corsa ai primati di durata al potere il primo ministro indiano Narendra Modi smania per conseguire traguardi universali. Ovviamente non s’incensa in prima persona. Delega alleati e adulatori. Uno di questi Ram Madhav è particolarmente attivo, innanzitutto per motivi di fedeltà politica, avendo militato ed essendo tuttora membro dell’Esecutivo del Rashtriya Swayamsevak Sangh, il braccio armato razzista e paramilitare dell’attuale gruppo di maggioranza governativa Bharatiya Janata Party, di cui è stato anche Segretario generale.  Insomma questo Ram è un personaggio organico ai citati raggruppamenti e allo stesso premier. La sua seconda caratteristica è quella del  comunicatore; s’è fatto le ossa come redattore di riviste di partito, è dunque espertissimo della più mistificante propaganda e tuttora rappresenta una voce parlante, seppure non ufficiale, del Bjp. Da questo pulpito ha lanciato la notizia: oggi, 10 giugno 2026, il governo Modi coi propri 4.699 giorni di mandato ininterrotto, attraversando tre legislature, supera il record di governabilità di Jawaharlal Nehru. Dunque una tacca più avanti del padre dell’India moderna in carica per 4.398 giorni prima di soccombere alla morte il 27 maggio 1964. In realtà il ‘velinaro di Modi’ lancia una manipolata falsità, visto che Nehru conservò il potere per più di 6.000 giorni. Volutamente Madhav sottrae circa duemila giornate di mandato allo storico premier, annullandone una fase difficile e travagliata inserita negli anni 1947-1952. Perché fa questo? Piaggeria, revisionismo? L’uno e l’altro. Si tratta d’un comunicatore di parte. La piaggeria apparterrà alla sua indole, lo può testimoniare meglio chi ne conosce le gesta quotidiane. Il revisionismo  concerne le strategie dell’attuale staff modiano e soprattutto la linea di partito hindu, spinta a cancellare le altre realtà indiane in ambito storico, sociale, confessionale. In futuro Modi, oggi settantacinquenne, potrà proseguire nel suo ruolo, sebbene già due anni or sono il Bjp ponesse alcuni rappresentanti locali in vetrina per una successione. Fra i più gettonati l’ex premier dell’Uttar Pradesh, il monaco cinquantaquattrenne, sorridente e fondamentalista, Yogi Adityanath. Certo, le elezioni politiche del 2024 hanno introdotto un brivido nelle certezze degli arancioni: l’assolutezza con cui nel decennio precedente avevano primeggiato. Per realizzare un terzo mandato Modi ha ricevuto il sostegno di due partiti, minori ma indispensabili, campioni nei rispettivi Stati: Telugu Desam nell’Andhra Pradesh e Janata Dal nel Bihar. Mentre i residuati d’un passato glorioso ma all’inizio del nuovo millennio decadente, il National Congress Party, risollevati dalle disfatte decennali hanno occupato il doppio dei seggi nella Lok Sabha, offrendo un soffio di vitalità. Questo gruppo non ha l’impatto degli anni d’oro di Indira Gandhi, però il nipote Raul, che ha guidato dell’ultima campagna elettorale, perdendola comunque incrinando lo strapotere del Bjp, proprio in questi giorni ha lanciato il rapporto “Promesse contro realtà” un titolo esplicitamente critico verso il governo di Delhi. Uno dei pilastri delle contestazioni è la crisi energetica, sicuramente mondiale, scaturita dalla chiusura dello Stretto Hormuz ma che in queste settimane vede il gigante indiano letteralmente boccheggiare per le carenze scaturite dalla crisi geopolitica. Tutto ciò può spiazzare gli ambiziosi progetti economici lanciati verso il terzo Pil mondiale, il proprio, che s’inserisce nell’agone sino-americano. Il documento ricorda come negli ultimi anni gli esecutivi indiani hanno beneficiato di prezzi assai contenuti per il greggio, cui non sono seguiti sgravi per i consumatori, subissati invece da ripetuti aumenti fiscali.  Insomma un indice di squilibrio, non solo fra la sempre corposa massa dei poveri ma nello stesso ceto medio lavorativo. Da cui scaturiscono dissapori e contestazioni che nessuna ambizione nazionalista, il Bharat lanciato da Modi, riesce a contenere se non con armi di distrazione di massa legate alla continua ricerca di avversari interni (minoranze religiose) o esterne (il nemico pakistano).  Fin qui le frecciate dell’opposizione cui il premier, cacciatore di primati, può rispondere nel segno d’un preconfezionato carisma. Per eguagliare davvero il bisnonno di Raul Gandhi, dovrà restare in sella per altri cinque anni, rintuzzando critiche e proponendosi almeno per un’altra legislatura. Un sogno che nei Paesi dove i leader inseguono "Guinness" vendendo fumo, non è escluso.

venerdì 5 giugno 2026

Parole e fatti

  


Le parole dei mesi scorsi a sostegno d’un ipotetico piano di transizione per la Striscia di Gaza hanno introdotto il trumpiano Board of Peace; quindi l’idea d’una Forza Internazionale di Stabilizzazione cui potevano fornire truppe Indonesia e Marocco, Kazakistan e Albania, mentre quelle di Turchia e Azerbajan non erano ben viste da Israele. Le parole hanno pure indicato un Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza con rappresentanti di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fronte democratico per la liberazione della Palestina, Comitati di resistenza popolare, alcuni dei quali più sigle che sostanza, e perfino d’una ‘Corrente di riforma democratica’ affiliata a Fatah. I fatti dicono altro. Affermano drammaticamente che Israele impone un controllo militare di due terzi dei 365 km quadrati originari della Striscia. Ha ridotto lo spazio disponibile per i due milioni di gazawi a 140 chilometri quadrati, un lembo ristretto dalla famigerata ‘linea gialla’ segnata coi blocchi di cemento dipinti con quel colore che i bulldozer dell’esercito hanno posizionato attorno ai cumuli di macerie in cui è ridotto più dell’85% degli ex edifici del luogo. Quei blocchi possono decretare la morte per chi li supera anche per errore o semplicemente avvicinandosi troppo a quell’ennesimo confine imposto. I fatti dicono che dal presunto ‘cessate il fuoco’ dello scorso ottobre i cecchini e i reparti di Israel Defence Forces hanno ucciso 933 abitanti della Striscia e ne hanno ferito circa tremila. Dall’8 ottobre 2023 la tragica conta possibile sui cadaveri palestinesi ritrovati li porta a 72.942, se ne stimano altrettanti sotto macerie per ora non rimosse. I feriti sono ad oggi 173.000. Di fatto nel piano americano tutto o quasi resta bloccato dalla desiderata di Israele di disarmare Hamas, e quest’ultimo, che secondo i proclami multipli di Netanyahu doveva essere cancellato, non ci sta. Le armi, anche le più relative come i kalashnikov, non compariranno più nelle mani dei militanti. Saranno appannaggio solo delle forze di polizia che si darà il Comitato per l’amministrazione di Gaza, dunque non solo Hamas. Lo sostiene un funzionario del gruppo, mostrando la volontà di proseguire quei colloqui più volte interrotti al cospetto di rappresentanti israeliani e di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante del Board of Peace trumpiano. Ma non è detto che al Cairo, dove Egitto e Giordania vestono i panni dei mediatori, una riapertura del tavolo s’avvierà a breve. All’ostacolo del loro disarmo totale i palestinesi oppongono il ritiro totale delle truppe d’occupazione di Tel Aviv. Per vari osservatori l’impuntatura di Israele sul disarmo totale di Hamas, quello che non ha conseguito neppure con trentadue mesi di caccia al nemico e di stragismo rivolto ai civili, è l’ennesima tattica di attendismo col tempo che scorre per un’assenza di soluzioni nei confronti di chi soffre. E’ la linea di sfiancamento della popolazione locale, sfollata e ammassata nelle tende, stressata da fame e malattie che procede accanto alle uccisioni con le armi. Dei seicento camion giornalieri di aiuti umanitari, in alcuni periodi delle imposture sioniste completamente bloccati ai varchi d’ingresso, tuttora Tsahal consente l’accesso a centocinquanta che risultano assolutamente insufficienti per un sostegno anche minimo a famiglie e singoli. E i decessi di neonati, di bambini per fame, sottonutrizione, infezioni ne sono una riprova inascoltata dalla stessa Comunità Internazionale, indignata a parole mentre i fatti non cambiano.  

mercoledì 3 giugno 2026

Repubblica del fuoco


  

Sarebbe stata una Repubblica vera e sana se nel giorno della gloria e della festa tutti, e primo fra tutti il Presidente, avessero spento microfoni e riflettori. Non per scorno, per provare a riflettere. Su quello che la Repubblica Italiana nei suoi ottanta anni non è stata e non è. Una comunità dove la giustizia, i sentimenti, il decoro, la civiltà hanno la meglio sulla sopraffazione, il cinismo, l’indecenza, il crimine. Ennesima occasione perduta davanti a un rogo umano che ha sgomentato ma non ha scosso il cartellone celebrante con militari in tiro, pubblico plaudente, cantanti e vip abbracciati al Presidente perché l’anniversario non ammette interruzioni e lutti. Così due spettacoli, quello istituzionale profumato e lucido e quello marginale intriso di sudore e benzina, si sono incrociati senza guardarsi. E l’esecuzione mafiosa, certo, ma non di mafia esclusivamente pakistana, viene accettata e rubricata come cronaca nera aggregabile a talune punizioni che nelle carni arse e nel fuoco hanno forgiato nei secoli una purificata tradizione di fede. Del resto le Istituzioni,  pur comprendendo e magari indagando, hanno davanti una coppia assassina, pakistana, e le carcasse riarse delle vittime afghane, tutta gente venuta da fuori, un Terzo mondo che ci nutre con la propria fatica, che però non è italiana. E merita al più la riprovazione, non il cordoglio. Nelle regole non scritte, che nella vita reale d’una Repubblica inferiore, sono le uniche a contare costoro non hanno diritti, né di paga né d’inserimento restando un corpo estraneo non italiano, passibile di pira. Se questo accade, e i cadaveri combusti o mutilati questo dicono, la macchina della festa si sarebbe dovuta fermare e discutere dell’inumanità che - ahinoi - alberga nella nostra Repubblica, nata da una Resistenza, esistita solo per breve tempo dopo i sorrisi capaci d’allontanare le angosce belliche. Invece, no. Ecco la patria che ha riunito tutti, subito, senza ripensamenti e pentimenti. Una patria di latifondisti e mazzieri, industriali guerrafondai per lucrosi capitali con o senza conflitti, la civile distribuzione di lavoro iper sfruttato fino alla schiavitù, ieri di carusi oggi di afghani, l’incremento di un’indole parassita fra evasori fiscali, faccendieri, trafficanti di uomini e di clientele politiche in una società ridotta a caste nella quale una maggioranza di cittadini s’affanna, si vende per occupare piani terra o attici sociali secondo appartenenze a clan familiari, amicali, partitici, lobbies, tribù da circoli e dopolavoro. Viva l’Italia che tira avanti e dimentica le radici, ovvero le rammenta ma con ipocrisia fa finta che il suo marciume non esista e ci convive in Parlamento, nei residences e pure in condominio. Mentre il fumo degli omicidi o delle terre nel fuoco avvampano e si spengono. Avvampano e si spengono. Avvampano e … A discrezione. 


 

lunedì 1 giugno 2026

Non solo Netanyahu

  


Nato politicamente socialista (Hashomer Hatzair, il gruppo del sionismo che ispirava i kubbutzim) ma diventato presto un sionista dell’oltranzismo reazionario dettato dalle teorie di Žabotinskij, l’ebreo bielorusso Menachem Begin era il primo ministro che il 5 giugno 1982 ordinò l’occupazione del Libano, ben oltre il fiume Litani dove Israel Defence Forces s’era piazzata nel 1978. Così il ‘falco’ che sembrava ammansito dall’accordo di Camp David con cui, su regia dell’America morbida di Jimmy Carter, il leader di Israele restituiva il Sinai occupato dal 1967 all’Egitto di Sadat, rilanciava la voglia di guerra e d’occupazione insita nel sionismo che scorreva nelle sue vene. Fare del proprio Paese uno Stato coloniale che rappresenta il dna israeliano. L’accoppiata d’acciaio in quell’occupazione definita con la solita mendacità “pace in Galilea” univa il premier Begin al ministro della Difesa Ariel Sharon con tutte le stragi del caso di cittadini libanesi e di profughi palestinesi. L’orrore del campo di Sabra e Chatila (un chilometro o poco più a nord di Dahiyet) dove nel settembre dell’82 mentre Beirut conosceva ulteriore guerra innescata sullo scontro civile in atto soprattutto fra milizie dell’Olp palestinese e fazioni cristiano-maronite, vide l’esecuzione all’arma bianca e con piccole armi da fuoco di tremila donne e bambini, più i vecchi rimasti nl campo. Casa per casa, baracca per baracca, anfratto per anfratto. La Falange fascistoide che eseguiva la carneficina era protetta dall’Idf che Sharon aveva posto a “difesa” del campo. Memorie pur orrende che gruppi di attivisti internazionali, continuano da decenni a rilanciare in loco, pur fra mille difficoltà legate all’instabilità politica del Libano, della sua capitale, della sua gente resa ondivaga dalle mire espansioniste di Israele. E’ l’idea d’un falso protezionismo occidentale (di cui le missioni Unifil sono la foglia di fico) prim’ancora dell’insignificanza d’un ceto locale, ancor’oggi promosso non caso dalle capitali europee per impedire una sistematizzazione interna pur fra divisioni confessionali ed etniche. Così il Libano - un non dichiarato Stato fallito nell’amministrazione, puntellato dai capitali d’investimento delle petromonarchie, come negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso lo era coi denari francesi ed europei - resta l’incompiuta. Un boccone appetitoso per nutrire il disegno del Grande Israele, che è sempre stato l’intento di tutti i premierati, i governi e parlamenti sionisti. 

 

Certo, a maggioranza non assoluta, ma con le maggioranze pure parziali le nazioni stabiliscono cammini e strategie. Perché le minoranze non hanno la forza e la voglia di opporsi. Anche perché la strategia coloniale, supportata da guerre perenni, da una cittadinanza in servizio militare continuato ed effettivo, da finanziamenti bellici e tecnologici per attuare tutto ciò, rappresenta la sostanza dei settantotto anni di storia di Israele. Come nel giugno 1982, l’attuale premier Netanyahu vuole assediare la capitale libanese, riprendere a bombardarla come ha già fatto lo scorso anno, portando a oltre tremila le vittime locali. E per la popolazione nella Knesset c’è chi vagheggia il metodo destabilizzante attuato a Gaza, morte e fuga. Una fuga senza alternative se non quella d’una impraticabile deportazione di massa che proprio per la problematica realizzazione lascia le famiglie in bilico. Senza un tetto, senza un lavoro da proseguire o ricercare, senza risorse se non ipotetici aiuti umanitari di cui Israele stabilisce le sorti, con il timore di perire sotto il fuoco incrociato con l’unica entità posta a difesa d’una nazione a brandelli: Hezbollah.  Era stato così anche in un’ennesima aggressione dell’esercito di Tel Aviv, nel luglio 2006, la milizia con lo stendardo giallo aveva rintuzzato quegli assalti, ne era addirittura uscita vincente e rafforzata nel morale. Non è durato a lungo perché il Libano in vent’anni ha proseguito la disastrosa via della separazione interna e chi lo “stimolava” dall’esterno ha lavorato per la divisione del Paese e la conservazione delle tribù. Israele non ha mai cessato di puntare su tale debolezza a terrorizzare il confinante Sud bollando come terrorista il Partito di Dio, dicendo di volerlo seppellire, e seppellendo dopo averli triturati col tritolo molti suoi capi. Assieme a loro anche molti libanesi, sciiti e sostenitori di Hezbollah, oggi sotto minaccia di sfratto, a Dahiyeh come a Beirut. Ma questa gente originaria dei luoghi e convinta delle sue ragioni di vita non volta le spalle alla propria storia. Pur rischiando evacuazioni o esecuzioni di massa. Dahiyeh e Gaza City continuano a esistere nella testa di quegli abitanti privati dei luoghi e sempre più della vita.