Il travagliato Memorandum d’Intesa Stati Uniti-Iran (MOU) che ha ottenuto firme pur separate e promesse d’intenti su quasi tutto, dall’apertura di Hormuz con o senza pedaggi fino alla controversia sul nucleare, brilla principalmente per la sospensione (temporanea?) delle sanzioni sul commercio petrolifero iraniano. Vari elementi restano in bilico e per evitare ritorni di fiamme e missili, com’è accaduto in queste ore, le delegazioni trattanti (Witkoff-Kushner per Washington, Gharibabadi e non si sa chi altro sul fronte di Teheran) si rincontrano a Doha. Per sgombrare le acque occorre evitare il doppiogiochismo americano che con la compiacenza omanita provava ad aprire una rotta meridionale dello Stretto. I Guardiani della Rivoluzione non l’ammettono e rilanciano una tassa di passaggio al traffico navale su base volontaria. Anche questo riapre una controversia. E mentre il MOU saltella sulle proprie mine (altra questione in sospeso è l’operazione di sminamento della tratta marina) c’è chi lavora per compromettere l’accordo. Durante le trattative di metà giugno il sistema bancario iraniano ha ricevuto attacchi informatici. Così dai singoli utenti agli sportelli bankomat, alle operazioni finanziarie dei maggiori istituti (Melli Bank, Bank Keshavarzi, Post Bank of Iran) tutto s’è fermato con disagi e malcontenti conseguenti. Era già accaduto in altre fasi, come l’attacco alla Banca statale Sepah e per i sabotaggi industriali a uno stabilimento siderurgico. Già allora i sospetti si rivolgevano su Predatory Sparrow, gruppo di pirateria informatica israeliano che potrebbe essere entrato in azione anche stavolta prestando i propri servigi al governo Netanyahu intenzionato a far fallire il MOU. Come ovunque nel mondo l’utenza informatica cresce inevitabilmente di anno in anno anche in Iran, è passata dall’1-2% di inizio Millennio all’83% del 2025. La dipendenza dalla rete è assoluta e la sua difesa diventa indispensabile. Nei dibattiti politici interni seguiti all’ultimo disservizio sospettato di hackering, l’Agenzia Fars News riferisce accuse lanciate da alcuni parlamentari intransigenti all’interna Informatics Services Corporation che non avrebbe vigilato abbastanza né prima dell’attacco né al momento del ripristino del servizio. La Informatics Services Corporation è stata fondata nel 1993 ed è affiliata alla Banca Centrale dell'Iran. Conta oltre 1200 dipendenti. Il suo sito dice che offre servizi di automazione e applicazioni informatiche a banche e istituti finanziari nazionali. Fornisce servizi di automazione a istituzioni finanziarie e non finanziarie fra cui progettazione e implementazione di sistemi software, gestione di progetti, assistenza tecnica, consulenza tecnica, reingegnerizzazione e supporto aziendale, eccetera, eccetera. Mentre i citati onorevoli iraniani puntano il dito sulla scarsa efficienza degli apparati informatici c’è chi inquadra l’intento geopolitico che resta sullo sfondo dell’iniziativa di hackeraggio. Il fine può essere anche quello di mostrare alla cittadinanza iraniana in toto le debolezze del sistema Paese. I sostenitori di ayatollah e pasdaran avranno ancora sotto gli occhi la frustrazione di come possono essere colpiti inopinatamente, si stratti di ordigni, spyware, malware o altro ancora. Gli oppositori, già illusi dalle promesse dei ‘cambiatori di regime’ primo fra tutti il presidente americano Trump, terranno ancora accese le speranze d’uno sgambetto a un’amministrazione prostrata e incapace di evitare infiltrazione d’ogni genere. Del resto la debolezza del MOIS l’agenzia iraniana di controspionaggio e della stessa Intelligence dell’IRGC s’erano palesate nel corso degli omicidi mirati alle figure gerarchiche, non solo nella guerra aperta dei mesi scorsi, ma durante fasi politiche lontane, ad esempio durante la presidenza Ahmadinejad, quando iniziò la caccia del Mossad agli scienziati del programma nucleare.
