giovedì 17 agosto 2017

Barcellona, dove prosegue la caccia all’infedele


Furgone, Tir o auto lanciati a falciare l’infedele occidentale, turista o residente che sia, ripete il copione già drammaticamente visto a Nizza, Berlino, Stoccolma, Londra. Stavolta colpisce a Barcellona e avrebbe potuto farlo ovunque, perché questa è la codificazione più semplice offerta al jihadismo ‘fai da te’ per seminare sangue e panico alla stregua dei miliziani addestrati che sanno usare tritolo e kalashnikov. Lo si afferma da mesi: le sconfitte sul campo e gli spazi ristretti del Daesh mediorientale, restituiscono all’Europa un buon numero di foreign fighters, le Intelligence ne contano oltre tremila (un migliaio di Francia, settecento belgi e via andare anche per i duecento italiani e altrettanti spagnoli) che potrebbero tornare, o già sono rientrati, nelle città comunitarie. Costoro potranno proseguire la militanza jihadista colpendo il cuore dell’Europa, sebbene parecchi siano conosciuti, schedati, magari già osservati e intercettati. Ma per il genere d’attentato, simile a questo catalano (13 vittime che potrebbero aumentare per le condizioni disperate di alcuni degli 80 feriti) servono identificazione a una causa e sangue freddo, non necessariamente l’esperienza militare sui campi di battaglia siriano o afghano. Fra l’altro, il reclutamento per azioni che diventano sanguinose come queste delle vetture lanciate sulla folla, non avviene in particolari luoghi d’incontro, né tantomeno in quelle moschee ostaggio di predicatori radicali. Abbiamo visto come sia la grande rete virtuale a dare corpo e vigore alle nuove leve jihadiste, in genere giovani, senza un passato né politico né di radicalismo religioso. Tutto è molto rapido, libero diremmo facile, se non si trattasse di scegliere la via che semina morte nelle strade; seppure nella mente dei nuovi combattenti si tratta d’una scelta che vuol restituire, colpo su colpo, quella destabilizzazione che gli eserciti “infedeli” conducono altrove. Eppure la casualità dell’obiettivo spagnolo è meno casuale di quel che sembrerebbe. E se Qaeda nel marzo 2004 colpiva la stazione madrilena di Atocha, causando 192 vittime, per punire l’impegno iberico nelle missioni Nato mediorientali a cominciare dall’Iraq, oggi il pensiero degli analisti corre al Sahel, alle sue contraddizioni, agli interessi europei in quelle aree,  che sono francesi più che spagnoli e coinvolgono Paesi come le ex colonie di Mali e Mauritania. Ma la Spagna, che pure addestra i peshmerga nemici dell’Isis, conta un numero non esiguo di immigrati marocchini, che assieme ai tunisini hanno in questi anni ingrossato le file jihadiste. Dati ufficiali raccontano di circa duecento sospettati fondamentalisti fermati  dall’Intelligence di Madrid negli ultimi due anni, molti di loro erano appunto maghrebini, com’è marocchino uno degli attentatori di cui è stata diffusa l’identità. Giallo nel giallo, lui non sarebbe il vero Driss Oukabir, di cui sono stati ritrovati i documenti serviti per il noleggio del van stragista, bensì il fratello diciottenne Moussa. L’ha rivelato alla polizia il vero Driss, presentandosi in un commissariato dopo aver appreso la notizia della mattanza. I suoi documenti sarebbero stati sottratti e usati dal più giovane, che, però, avendo complici non sembrerebbe proprio un attentatore solitario. Cosicché la filiera della vicenda è ancora al vaglio d’investigatori e osservatori geopolitici. Lo è anche la rivendicazione dell’Isis, giunta in serata. Vera? Falsa? Bisognerà studiarlo. Come sempre  non manca di retorica e di finalità propagandistica quando, in riferimento al luogo dell’agguato, rievoca i fasti islamici dell’Andalusia. Se l’Isis, pur in crisi, sta cercando macabri rilanci in terra europea sembra non tralasciare mito ed enfasi che distolgono i seguaci dall’inevitabile nuova scia di sangue. Oppure li inebriano.

martedì 15 agosto 2017

Palazzo Chigi e Farnesina tendono la mano a Sisi


Come nei peggiori governi dell’omertà l’esecutivo Gentiloni, tramite il ministro degli Esteri Alfano, ha attuato nella vigilia ferragostana la disonorevole manovra di reinsediare l’ambasciatore al Cairo. Così Giampaolo Cantini, già da tempo nominato, ma rimasto finora a casa, è volato nella capitale egiziana. La situazione era bloccata dalla semi crisi diplomatica innescata un anno e mezzo fa dal caso Regeni, ma sul suo oscuro sequestro, sulle reiterate sevizie, sul vile assassinio sta prevalendo la logica dell’affare di Stato e, ancor più, degli affari mercantili intrecciati dalle due nazioni. Una logica che getta il proprio peso sulle stesse volontà dei magistrati Pignatone e Colaiocco, depositari italiani dell’inchiesta, e in precedenti occasioni (in aprile, settembre, dicembre del 2016) sempre delusi dall’insignificante contributo offerto alle indagini dai colleghi egiziani. Ora anche i pm della procura romana sembrano accettare taluni documenti, anche video, provenienti dal Cairo. In realtà nei circa 18 mesi di tentata collaborazione i due magistrati avevano solo constatato l’inconsistenza degli indizi egiziani, prove taroccate per false piste atte a  coprire le responsabilità poliziesche. In tal modo le ricerche italiane sono finite ostaggio della limacciosa palude istituita dalla politica cairota, a cominciare da quella messa in atto dal presidente Al Sisi e proseguendo attraverso la catena securitaria del terrore da lui istituita assieme ai responsabili di vari organismi, come il ministro dell’Interno Ghaffar. Quest’ultimo, da ex supervisore dell’apparato dei mukhabarat, l’Intelligence addestrata da decenni dalla Cia, più altre figure di vertice del Gotha politico-militare, hanno la responsabilità morale dei tragici sviluppi del caso Regeni. Costoro hanno pianificato, organizzato, reso praticabile quella repressione che da quattro anni affligge la parte degli egiziani che non si piega alla restaurazione. Nella viscida e fosca rete di baltagheyah, informatori di quart’ordine o quelli più introdotti negli uffici polizieschi, come l’Abdallah, capo del sindacato ambulanti (colui che dopo aver provato a vendere certe notizie allo studioso friulano, l’ha venduto agli agenti suoi amici) si potrebbero facilmente individuare gli aguzzini di Regeni.

Tutto questo, però, continua a essere ostacolato perché ogni pedina locale è funzionale a un sistema costruito, o ricostruito, pezzo dopo pezzo e Sisi non offrirà mai la testa dei suoi collaboratori. Significherebbe incolpare se stesso. In molti casi niente era stato toccato dall’aleatorio governo Morsi, esautorato col colpo di stato bianco del giugno 2013, poi tintosi di rosso sangue proprio fra il 14 e 15 agosto di quell’anno. Quello spargimento di sangue e l’orrore non sono mai cessati. Hanno colpito, una dopo l’altra, ogni sponda politica non conformata a qualcosa che è anche peggio del mubarakarismo perché gestito senza filtri di parvenza partitica dalla lobby militare. Le logiche sono le stesse: rilancio del blocco affaristico para occidentale, seppure siano presenti nel Paese varie aree d’instabilità attaccate dal jihadismo (il Sinai su tutte e la capitale), che mettono a rischio gli introiti interni ed esteri del business turistico. Cosicché la vicenda giuridica dell’affare Regeni è indissolubilmente legata alle politiche dell’Egitto dell’ultimo quinquennio. Si trascina lo spinosissimo tema studiato da Giulio: l’irrisolta questione d’un crudele sfruttamento del lavoro salariato, correlata alla mancata redistribuzione della ricchezza che mostra, come prima e più di prima, ras e tycoon arricchirsi sulla pelle dei lavoratori, anche quando l’impresa è diretta da uomini dello Stato che vestono la divisa. I familiari di Regeni, la società civile italiana ed egiziana, i comunicatori, i sinceri democratici dei due Paesi e di altri ancora che si sono occupati della querelle, lanciando una campagna a sostegno della ‘verità e giustizia’, con la scelta della politica romana vivono un ulteriore abbandono. Il titolare della Farnesina e diversi politici la giustificano, sostenendo che dalla capitale d’Egitto il nostro diplomatico potrà osservare, scrutare, capire meglio (sic). Coloro che fanno finta di non capire sono i nostri politici che, balbettando quest’alibi, accreditano la prassi bugiarda, depistatrice, cinica, assassina di chi attualmente guida quel Paese. Personaggi che andrebbero additati sulla scena internazionale, per poterli contrastare. Chi da noi pensava che i Renzi, i Gentiloni, gli Alfano e i coriferi che gli fanno eco volessero difendere la dignità italiana, oltre al senso di giustizia e alla memoria d’un cittadino seviziato, trova una risposta in simili comportamenti. Regeni viene ancor più umiliato con un percorso di realpolitik che, come mille altre volte, mira alla conservazione assoluta di omertà e segreti. E affratella perfettamente le leadership italiana ed egiziana.

venerdì 11 agosto 2017

Israele, il muro nascosto


Un articolo apparso stamane sul New York Times riprende la nota ufficiale dei generali israeliani che confermano ciò di cui si vocifera da tempo: la creazione di muri sotterranei sul confine con la Striscia di Gaza. A giustificazione della nuova impresa di Tel Aviv ci sono le impressioni degli abitanti d’Israele che vivono a ridosso del confine, una sorta di voci di dentro. Rumori di sterro celati da presunte stanze stereo, “scavatrici” con cui Hamas crea nuovi tunnel per attacchi in territorio israeliano, sino a vere e proprie paranoie di possibili esseri che sbucano dal terreno. A questi segnali, reali o presunti, i generali di Tsahal prestano particolare attenzione tanto che da tempo attuano uno specifico addestramento militare. Usano supporti tecnici che simulano azioni e fasi di battaglia da sviluppare anche negli angusti spazi dei tunnel. Un lavoro predisposto da ingegneri che hanno messo a punto strumenti con cui vengono addestrati i reparti che potrebbero affrontare quelle condizioni di scontro. La preparazione rientra  nella tipologia di conflitto fisio-psicologico da anni studiato e attuato da Israele. Per giustificare l’iniziativa delle barriere sotterranee (all’epoca di Mubarak si proponeva di crearne anche sul confine egiziano di Rafah) l’Idf mostra alcune immagini aeree.

Indicano due presunti ingressi di tunnel presenti a Gaza city: Al-Atatra e Beit Lahia, in direzione dell’attraversamento di Erez. Uno sarebbe sotto un edificio di sei piani, l’altro si sviluppa nelle viscere della casa dove vive con la famiglia uno dei capi di Hamas, in un’area prospiciente la moschea. Tutte le notizie sono diffuse dal Mossad e sostengono come Hamas stia costruendo infrastrutture per l’eventualità d’un conflitto nell’area civile. Il documento non specifica se quest’area sia il territorio israeliano o, invece, quello di Gaza, che farebbe pensare a nuovi attacchi pianificati contro i palestinesi come lo furono: “Piombo Fuso” (2008-09), “Pilastro di difesa” (2012), “Margine di protezione” (2014) che provocarono rispettivamente 1.400, 171 e 2.300 morti fra i gazawi, molti dei quali civili; 91 vittime fra gli israeliani, quasi tutti militari. In realtà da tre anni la situazione nell’area non ha prodotto grandi incidenti. Secondo i fautori d’una sedicente sicurezza grazie all’Iron Dome, il costosissimo sistema difensivo che intercetta nello spazio aereo possibili razzi e missili lanciati dalle formazioni della resistenza palestinese.

Di fatto, anche per la fase di difficoltà politico-militare vissuta dal partito di Hamas nello sconquasso dell’area mediorientale con la guerra civile siriana e la liquefazione dell’Iraq. Dalla debolezza del fronte palestinese cerca di trarre vantaggi la linea securitaria del premier Netanyahu che rilancia la necessità di sigillare i confini della propria nazione, soffocando le vite dei vicini gazawi. E visto che l’iperdifesa è un ottimo viatico per le fobìe della popolazione ebraica il governo rilancia ulteriori spese e per il muro, previsto a 130 piedi sottoterra, è pronto un miliardo di dollari. Un progetto cui guardano con interesse vari leader dell’isolazionismo che sdogana paura e angosce: dall’immancabile Trump antimessicano, agli “europeisti” razzisti di Visegraad. Mentre esercito e Intelligence israeliani sono impegnati per evitare che le fasi della costruzione producano contestazioni politiche e Intifade, un migliaio di maestranze sono già in fase operativa. “La minaccia israeliana non spaventerà la resistenza”, afferma un portavoce del partito islamista palestinese, aggiungendo che l’esperienza acquisita nei decenni farà trovare ai combattenti la via per aggirare il nuovo ostacolo.

giovedì 10 agosto 2017

Taliban, teoria e prassi del jihad afghano (seconda parte)

Fondamentalismo pre-talebano - Mentre i progenitori dello Stato Islamico, come Al-Zarqawi hanno speso anni per complottare, schematizzare, sognare una società islamica, non c’era alcun talib in quella preistoria. Il network deobandi-sufi, in cui i talebani erano collocati, ha una lungo processo di attivismo politico specie in Pakistan, dove gli ulema hanno avuto una funzione di lotta anticoloniale. I mujahhedin, con cui i taliban si sono rapportati nella resistenza all’invasione russa, hanno teorizzato uno Stato islamico, ma fra i turbanti solo una minoranza pensava a questa soluzione, molti ipotizzavano addirittura il ritorno d’un re alla fine di quel jihad. E’ una sorta di paradosso il loro: volevano rovesciare il vecchio ordine, forgiare uno Stato, puntare a un processo che spingesse le prospettive lontano ma restavano piuttosto defilati. Anzi, durante la prima fase della guerra civile (1992-94), che contrappone l’un contro l’altro diversi mujahhedin diventati Signori della guerra, parecchi talebani rientrarono nelle madrase o ripararono nei villaggi del sud del Paese. Preferivano restare neutrali davanti ai comandanti-banditi intenti a spartirsi la scena di sangue sulla pelle della popolazione. I partiti islamisti che si dividevano vari distretti afghani si rapportavano a usi e tradizioni rurali e tribali con un andamento alternato: talvolta li facevano propri, altre li contrastavano attuando forme di “rieducazione” e, quando queste non bastavano, introducevano un’aperta coercizione. Un esempio: la gente di Herat aveva l’abitudine di allevare piccioni, l’usanza venne cancellata in breve tempo a seguito d’un drastico divieto. Furono pure proibite le performances musicali, solo per un periodo vennero ammesse nei matrimoni, ma non durò molto.
Coscienza critica - L’Ufficio delle virtù, istituito sotto la presidenza di Rabbani (1992-1996) vigilava sui comportamenti popolari. E le norme rivolte alle donne, che nel periodo di governo talebano (1996-2001) diventeranno rigida prassi: come il divieto d’uscire senza l’accompagnamento di parenti, la negazione di un abbigliamento attrattivo usando gioielli e profumi, l’impossibilità di rivolgersi a stranieri, parlare a voce alta in pubblico, erano tutti già presenti nella quotidianità diffusa, non solo nei villaggi, ovunque i comandanti fondamentalisti si scontrassero. Assieme a queste proibizioni si attuavano misure drastiche verso ladri e omosessuali, forme d’oppressione nei confronti di giovani che venivano rasati (gesto che nella mentalità tribale aveva un valore di evirazione) per diventare oggetti sessuali delle gang concorrenti. Dal canto loro i talib si davano un’aria da paladini quando, in mezzo alla guerra civile, compivano azioni contro i cosiddetti pataks, uomini armati che ai checkpoint depredavano chi transitava. L’iniziativa rientrava nella propaganda per pacificare il Paese finito nel caos dei conflitti interni, e a un certo punto i talebani cominciarono a reclamare sicurezza e l’assoluta necessità di costruire un “vero Islam”. Il progetto vedeva gli studenti coranici esaltare le radici del ‘villaggio pashtun’ come ideale di purezza. Dall’aspetto esteriore ai pensieri interiori tutto doveva rientrare in una specifica filosofia di vita che conservava o ripescava gli antichi costumi. Dunque barbe lunghe maschili e burqa femminili, demonizzazione delle innovazioni tecnologiche e anche dell’abbigliamento, ad esempio il vezzo di allacciare i turbanti. Sul fronte ideologico i talebani puntavano a coniugare il rispetto della tradizione con le componenti epistemiologica, disciplinare e strategica, reagivano contro quello che si può definire il modernismo nell’Islam e puntavano a limitare le influenze del wahhabismo salafita nelle varie province.
Portabandiera della lotta all’oppressione - La fase che precedette la loro presa del potere vide politici e religiosi della famiglia talebana condurre battaglie contro le posizioni dei vari Rabbani, Sayyaf, Hekmatyar che venivano considerati diffusori di idee fuorvianti; i testi su cui quest’ultimi s’erano politicamente formati (molti della Fratellanza Musulmana) furono proibiti. La polemica viaggiava sul terreno del pensiero e della linea, i talib si facevano portabandiera della lotta all’oppressione, che non riguardava solo l’occupazione straniera, ma criticava ferocemente la corruzione dei governi, quelli fantoccio e quelli sedicenti islamisti. Esaminava il problema della giustizia sociale contro la depravazione della ricchezza e il lusso, considerato estraneo ai princìpi della Shari’a. Toccava argomenti che possono apparire futili, sulla presenza nella vita quotidiana dei cani, per finire su aspetti nient’affatto secondari che dall’estetica giungevano all’arte, condannata all’epoca dai miliziani coranici perché accusata di imitare la creazione divina. Da lì le punizioni lanciate contro gli artisti, sino alla distruzione di opere-simbolo come i Buddha di Bamiyan. La teoria della legge applicata con la punizione esemplare, pur nel suo contorno coercitivo segue un percorso “morale” e svela giustificazioni da “meno peggio” nei casi in cui i responsabili delle ritorsioni minimizzano il rischio di scenari peggiori, per cui al confronto delle stragi della guerra civile, le esecuzioni risulterebbero accettabili… Esistono concettualizzazioni sul tema. Ad esempio, la battaglia per estirpare il gioco d’azzardo punta non solo a eliminare il vizio bensì a stroncare l’abilitazione del vizio. Se l’atto, non l’intento, era soggetto alla disciplina,   diventava più sicuro rimuovere le condizioni sotto cui l’azione illecita poteva accadere.
Il potere della frusta - Sul ‘potere della frusta’ due figure centrali del movimento talebano, il celebrato mullah Omar e il mullah Turabi (che per tutto un periodo collaborò con lui, vestendo i panni di ministro della Giustizia) diedero interpretazioni diverse. Il primo sosteneva il valore ‘educativo’ del rigore, Turabi a un certo punto propose di bloccare le punizioni pubbliche. Alle divergenze pare contribuisse una certa lotta per il potere presente fra i due chierici impegnati in politica, e a ben poco servì anche la parentela stabilitasi per acquisiti matrimoni. Antiche notizie ricordano come nel 1995, durante l’assedio di Kabul, Turabi cercò di convincere l’altro mullah a negoziare con l’Alleanza del Nord. Omar oppose sdegnato rifiuto, leggendo nella proposta un tentativo per screditarlo e farlo rimuovere dal ruolo di leader. Di fatto durante il quinquennio di regime talebano la polizia religiosa ebbe un ruolo centrale nell’orientare la vita della popolazione e - a detta degli autori della  ricerca  Gopal e van Linschoten - la funzione partiva da aspetti esteriori e comportamentali, entrava nel terreno della corretta via islamica, ma puntava direttamente a un controllo sociale delle masse. Accreditandosi  come guida spirituale il mullah Omar si autoproclamò “comandante della fede” (amir ul-mumenin). Nel dare corpo alla politica amministrativa il governo talebano dovette fare i conti con questioni finanziarie e mentre condannava il sistema mondiale delle banche, tranne cercare scappatoie riguardo alla sua Banca Centrale, si poneva domande sulla raccolta di denaro attraverso le tasse. Sono quest’ultime in contrasto col santo princìpio della zakat? Questione rimasta insoluta, forse, per la breve durata dell’esperienza di potere dei turbanti.
Caduta e risalita - Mentre tuttora gli analisti s’interrogano sulla volontà talebana rivolta più che d’inseguire un’arte di governo al desiderio di legittimarlo, all’interno e all’esterno della Umma, in casa quell’esperienza venne messa in crisi da due fattori. Il primo risultava interno all’internazionale combattente, e qui spicca il rifiuto della resa a Bin Laden (l’esatto contrario, dunque, della teoria della sua protezione sulle montagne fatte bombardare da George W. Bush all’avvio dell’Enduring Freedom). Il secondo riguardava il malcontento della popolazione contro i divieti imposti alla coltivazione dell’oppio e per l’obbligo della coscrizione militare. Il voltafaccia della gente sfociò in un profondo odio. Ma non durò a lungo: sono bastati tre anni di operazioni militari Nato, le stragi della citata Enduring Freedom e la sostituzione con l’Isaf Mission, (dal 2001 al 2004), quindi l’introduzione del governo servile e corrotto di Karzai che ha gradualmente cooptato diversi Signori della guerra, perché agli occhi di tanti afghani i talib potessero ripresentarsi come gli unici difensori del suolo patrio e rispolverare le funzioni di guardiani della tradizione e della nazione. Nella propaganda talebana le similitudini fra il 1980 e il 2001 si sono ripetute incessantemente: lo sfacciato ateismo, la repressione verso gli ulema in tante province rurali hanno offerto un quadro cui nuove generazioni, dal 2007 in poi, hanno prestato ascolto.  “Calpestare la cultura afghana, distruggere il sistema islamico” sono refrain che ritornano in una propaganda aperta anche all’uso di altri mezzi, un tempo osteggiati dall’ortodossia talebana per i conflitti ideologici con l’Islam modernista. E ancora “la Crociata occidentale contro l’Islam”. Sostenendo una battaglia contro questi pericoli i militanti coranici hanno rilanciato il jihad afghano. “Questa non è una guerra ordinaria, è una guerra santa, volta alla difesa dei nostri valori culturali, dell’identità e della libertà.  Se tale è il prezzo dello sviluppo e del nostro sangue, continueremo a combattere” afferma uno studente coranico diventato comandante sul campo.
Identità, libertà, sangue e flessibilità - E dal periodo immediatamente successivo alla caduta del regime, quand’era ancora vivo e vegeto il deus ex machina del movimento, mullah Omar, i talebani rilanciano il proprio disegno incentrato su resistenza all’occupazione militare e lotta ai governanti corrotti. Primo passo: raccogliere e formare nuovi combattenti, ma con orizzonti più ampi del precedente periodo e un’attenzione alle trasformazioni, riguardante pure quella tecnologica prima rifiutata e nel caso della telefonìa mobile (20 milioni di afghani usano i telefoni cellulari) ora utilizzata per la propaganda. Da anni i talib reclutano giovani che rientrano dai campi profughi pakistani e dal territorio autonomo confinante (Fata), alzano il livello dello scontro chiedendo ai miliziani anche il martirio che, dopo la guerra irachena, è diventato pratica diffusa. Ne trovano giustificazione interpretando alcuni passi del Corano. Il mullah Omar era contrario alla scelta, non voleva perdere uomini, ma la pratica s’è diffusa e con essa le stragi, anche di civili. Pur mirando a un proprio credo ideologico-politico con cui s’oppongono alle tattiche di Jamaat e  Broterhood, considerate forze riformiste, i talebani del nuovo corso sono più flessibili alla circolazione di idee. Ora accettano confronti con altre componenti islamiche e, in alcuni documenti, ammettono anche l’aiuto fra non musulmani. Non pongono limiti a tatticismi se il ritorno può essere utile alla causa. Riflessioni riprese da un loro report, trattano di taluni impiegati dell’amministrazione del Wardak. “Devono essere considerati infedeli?” è la domanda posta a un mullah comunicatore. La risposta è affermativa, se, come si presume, sono pagati dagli invasori che notoriamente non danno denaro senza contropartite. Eppure essi potrebbero mutare indirizzo e collaborare coi ribelli… Ora la linea  è meno tranciante e più possibilista. Bastone e carota vengono lanciati secondo princìpi autoctoni che, però, gli stessi occidentali praticano a proprio vantaggio. Quando occorre la mano pesante della vendetta, i talib ripropongono un volto integerrimo, come accade a quei khan, malek e capi tribù che mantengono cordiali rapporti coi governativi e dunque vengono puniti. Takfirismo è il neologismo coniato per comportamenti giudicati contrari alla morale islamica e per questo considerati empi. I tatticismi esasperano la visione del fine che giustifica i mezzi, tantoché il network talebano, già diviso in tutta la fase post-governativa esaminata nella ricerca, vive, specie dopo la dipartita del mullah Omar, ulteriori frazionamenti.
Tatticismi - Si possono incontrare gruppi di insorgenti che collaborano con chi pratica rapimenti, estorsioni, furti, traffico d’oppio, prassi un tempo inconcepibile per il rigore talebano. Ma i veri tatticismi sono altri. Riguardano l’analisi, che nel mondo islamico individua componenti riformiste e rivoluzionarie e ha condotto il network a osservare e dialogare con entrambi i fronti. Ne deriva una sua collocazione sulla sponda rivoluzionaria d’un jihadismo che non dev’essere necessariamente transnazionale. Proprio qui sta la differenza con gli attori dello Stato Islamico: i taliban afghani pur parlando di Umma non conducono offensive esterne ai propri confini. Si pongono in un’ottica nazionale, proponendosi come movimento patriottico volto a riunire la comunità degli afghani indipendentemente da tribù ed etnìe d’appartenenza. Sembra abbandonato un cavallo di battaglia del movimento che collocava la maggioranza pashtun al centro del progetto dell’Emirato. Così il nazionalismo resta, ma si rivolge a tutta la popolazione. E i reiterati attacchi che continuano a colpire le minoranze interne, soprattutto gli hazara sciiti, paiono manovrati da quei dissidenti che hanno creato un cartello con la sigla del Daesh. Certo i talib delle Fata e in rapporto col Pakistan, come i Tehreek, autori di molte stragi da Peshawar a Lahore, seguono logiche differenti e opposte i cui sviluppi, con e contro i turbanti afghani, sono tutte da verificare. Comunque agli occhi dei politologi si dipana un orizzonte diverso dal ventennio precedente. Con una costante: la guerra può proseguire al di là della presenza delle truppe d’occupazione. Un ulema vicino ai taliban ha definito l’Afghanistan “la casa della guerra” (dar ul-harb) perché lì si reitera attraverso lo Stato-fantoccio un modello di servilismo all’Occidente. E da un paio d’anni, nonostante il copioso ritiro dei marines (ne sono rimasti circa diecimila), gli attacchi al governo Ghani sono cresciuti notevolmente. Tutto questo è destinato a proseguire, e una delle ipotesi che ha ripreso fiato è la via delle trattative, dell’accordo coi resistenti, del loro trascinamento nel processo politico in corso. Un espediente, non nuovo, per contrastare il tatticismo dei resistenti.  Sebbene quest’ultimi la partita sembrano volerla giocare seguendo tutta la distruttiva irregolarità che i nemici cangianti nei decenni hanno introdotto.
(2 - fine)

mercoledì 19 luglio 2017

Taliban, teoria e prassi del jihad afghano (prima parte)


Partendo dai testi di Amhed Rashid, decano dell’ermeneutica talebana, ma anche di altri giornalisti che si sono dedicati all’argomento, due ricercatori del network di analisi sull’Afghanistan (Anand Gopal e Alex Strick van Linschoten) hanno avviato un interessante studio del fenomeno taliban. In un primo documento ne distinguono alcune fasi: una precedente al 1979, la lotta antisovietica e la guerra civile, la creazione dell’Emirato dell’Afghanistan, che coincide con la presa del potere e il governo del Paese. Quindi crisi e caduta, conseguenze e compattamento attorno a un progetto di islamismo nazionalista.

Longevità - Uno dei tratti che caratterizza lo sviluppo di varie epoche dell’epopea talebana è la longevità del progetto. In ogni fase, pur fra alti e bassi del rapporto col potere, la capacità organizzativa rappresenta un elemento di forza degli studenti-guerriglieri, correlato alla repressione. Paradossalmente più questa trova spazio più li rafforza, fornendogli la materia prima rappresentata dai giovani combattenti, forgiati e cementati dall’ideologia. Buona parte degli studenti coranici, si sa, si sono formati nelle madrase pakistane durante il periodo della dittatura del generale Zia ul-Haq, avviata con un colpo di mano nel luglio 1977 e proseguita per oltre un decennio. Quegli anni conobbero, fra l’altro, una crescente islamizzazione integralista della società pakistana sostenuta e incentivata dal presidente che riceveva finanziamenti sauditi per la diffusione del wahhabismo. I giovani talebani si formavano anche nei campi profughi dov’erano riparate decine di migliaia di afghani in fuga dall’invasione dell’Armata Rossa. I ricercatori esaminano materiale documentario, come le memorie di jihadisti antisovietici che avevano partecipato alla resistenza nel sud del Paese. Nelle testimonianze di capi guerriglia e di semplici miliziani l’idea della difesa del territorio da ingerenze esterne si lega a quella dell’onore, alle virtù innescate dalla repressione, sia interna attuata dai governi fantoccio, sia esterna supportata dagli eserciti alleati.

Identità - Il messaggio patriottico dei talebani nelle province in cui sono presenti è un tutt’uno col radicamento in tali aree di mullah, giovani studenti e fedeli islamici sostenuti dal desiderio di affermare una propria identità. Il loro periodo di formazione è lungo. Nasce dai mesi e poi dagli anni di lotta antisovietica degli stessi mujahhedin, ma va oltre i poteri individuali acquisiti nel tempo dai Signori della guerra che da quella resistenza sono scaturiti. Il riferimento risale direttamente alla tradizione islamica presente alla disgregazione dell’Impero Ottomano e ai successivi rappezzamenti geopolitici coloniali che introducono il ripristino di monarchie locali, dalle progressiste di Amanullah, al pensiero più moderato di Narid Shah e del figlio Zahir. Il patchwork islamico, già allora presente, nell’area dell’ex Pashtunistan (divisa, nel 1893 dalla cosiddetta Linea Durand, fra l’Afghanistan propriamente detto e quella parte delle Indie Britanniche che nel Secondo dopoguerra diede origine al Pakistan) punta sempre a formulare una difesa della propria tradizione culturale contro il dominio Occidentale. In tal senso le esperienze monarchiche o repubblicane sono viste dai movimenti islamisti come un puntello dell’imperialismo di ritorno, ben radicato in tutto il Medioriente con le truppe schierate o con i piani economici, ciascuno accettato e subìto dai governi considerati collaborazionisti.

Islamismo - Le forme di liberalizzazione e modernizzazione della società, vissute negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, vengono considerate forzature da ciascuna componente islamica, sia dai gruppi armati degli studenti coranici sia da coloro che, nella fase della guerra civile successiva al ritiro sovietico, entreranno in contrasto coi talib. L’Afghanistan rurale è un ambiente eclettico, un mix tribale dove permangono elementi di sufismo. Questo mondo si dà norme della Shari’a come codice legale, impiegando gli ulama per amministrare la giurisprudenza. Presenti: lapidazione di adultere, punizioni corporali a uomini e donne, pena di morte, tutte queste ‘regole’ verranno ribadite e rilanciate durante il quinquennio dell’Emirato (1996-2001). In precedenza lo Stato, incrementando una presenza nei villaggi, aveva creato frizioni coi cittadini per un eccesso d’imposte e tramite l’arruolamento nell’esercito. Dal canto loro khan e malek proseguivano a organizzare la vita quotidiana mirando a razionalizzare i rapporti sociali e legittimare l’Islam. Mentre i mullah di campagna, nonostante fossero al libro paga del governo, amministravano un tipo di religione fortemente legata ai bisogni locali, si creavano scuole informali e ciò che veniva imparato attorno alla Shari’a non era di certo insegnato nelle strutture governative. La fase dell’Emirato segna una transizione fra la regolazione di rituali e l’esigenza d’una moderna arte di governare, una contraddizione che, comunque, non ha avuto una reale soluzione per la brevità dell’esperienza.

Integrità e purezza - I talib diventavano la coscienza critica di quel jihadismo combattente dei mujahhedin. Entrambi i gruppi erano foraggiati dalla Cia, ma i primi miravano (e mirano) a creare un proprio sistema statale. Ci si dava un codice per preghiera e lavoro, a nessuno era permesso di addestrarsi in proprio, chi violava le regole era soggetto a punizioni, era vietato l’uso di droghe e i minori non erano ammessi fra i combattenti. Tutti questi obblighi diventavano di per sé portatori di cambiamento profondo e duraturo. Di conseguenza si stilano progetti su come le persone dovrebbero comportarsi e su come la società dovrebbe essere organizzata fino a sfiorare l’ossessività ideologica più che teologica. Buona parte delle tendenze intransigenti su musica, segregazione e oppressione femminile viene dal retroterra dei luoghi di formazione, ma risente anche dei tratti integerrimi con cui il jihadismo talebano ama distinguersi dal combattentismo mujahhedin. Quest’ultimi militanti erano e sono considerati rozzi e ignoranti dagli studenti coranici che, all’interno della stessa rivoluzione delle gerarchie sociali e tribali seguita a decenni di guerriglia, hanno incarnato il ruolo dei guardiani della Sunna, imponendosi un programma di autodisciplina che quasi sfiorava l’ascetismo. Gli esempi del mai dimenticato mullah Omar, ispirato da maestri sufi, e dell’attuale guida politico-militare, e secondo molti, spirituale lo sheikh-ul Ḥadīth Haibatullah Akhundzada lo testimoniano.  (cfr. http://enricocampofreda.blogspot.it/2016/05/haibatullah-luomo-della-fede.html)

domenica 16 luglio 2017

Erdoğan, il patriota tagliatore di teste

L’anniversario della paura trasformatasi in forza, torna a essere apoteosi dell’uomo simbolo dell’odierna Turchia. A lui si stringe la folla dei patrioti che ne approva tutta la furia seguente, ritrovandosi nel cuore della notte istanbuliota a ricordare l’orgoglio anti golpista e osannare un anno di vendette. Rivincite attuate e rappresaglie promesse: “Taglieremo la testa ai traditori” giunge a gridare il presidente. E se usa lo stile del califfo Al Baghdadi mentre il mondo osserva e ascolta, sa di poter affondare il metaforico coltello nelle gole. Non si tratta solo d’una frase a effetto, la truculenza che Erdoğan regala a una platea interna eccitata è momento di vanto nelle ore in cui si scoprono le steli dei 249 martiri difensori della patria. Ed è sondaggio esterno per capire l’aria che tira davanti al suo progetto di reintrodurre quella pena di morte che egli stesso, nel 2004, aveva congelato. Sembrano trascorsi decenni, soprattutto per coloro che come la numerosa comunità kurda sperava in un processo di possibile pacificazione, mentre è più di altre opposizioni colpita e smantellata nella sua articolazione rappresentativa, con finanche i co-presidenti del partito Hdp agli arresti. Si tratta degli effetti collaterali, e che effetti! Hanno condotto il partito islamista turco ad alzare il tiro contro tutti. 
Così coloro che non appartengono alla cerchia di attivisti, sostenitori, elettori Akp con diventati automaticamente traditori, pericolosi attentatori della democrazia e della nazione. Terroristi. I fatti son noti: dallo stato d’emergenza rilanciato per tre cicli, in queste ore ne scatta il quarto, scaturiscono arresti di membri delle Forze Armate (169 generali e ammiragli, 7000 colonnelli e ufficiali, circa 9000 poliziotti di vario rango, 24 governatori provinciali, cui s’aggiungono 30.000 sospettati sempre in divisa, e secondo i dati forniti di recente dal ministero della Giustizia 2400 giudici). Un totale di 50.000 arresti che vede in gabbia anche centinaia fra giornalisti, avvocati, docenti. Mentre 130.000 appartenenti anche a queste categorie, con l’aggiunta di un’infinità di ceto impiegatizio, sono messi fuori dalla catena lavorativa tramite licenziamenti, rimozioni, pensionamenti. Un’epurazione senza precedenti. Molti appartengono al potente movimento Hizmet, associazione caritatevole islamica col pallino del business, che il predicatore Gülen ha messo su assieme a tanti adepti prima di volare in Pennsylvania. Dell’antico progetto d’infiltrare lo Stato kemalista (che fino alla fine del secolo scorso perseguitava i politici islamisti, compreso Erdoğan) restavano solo i molti infiltrati nel corpaccione statale e non.
Di questo l’allora premier e poi presidente sapeva, non foss’altro perché il piano l’aveva concordato coi gülenisti. Ciò che probabilmente non s’aspettava, anche dopo la rottura del 2013, era l’organizzazione d’un golpe ai suoi danni. Uno che si sente sultano non teme un imam seppure scaltro e riparato in America. Invece la vicenda sembra essere stata questa: l’organizzazione Fetö ha provato a rapire (e magari uccidere) il presidente, sebbene Gülen neghi e di rimando accusi l’ex compare d’aver orchestrato tutto per diventare dittatore di fatto. Ma anche Kılıçdaroğlu, il leader dell’opposizione repubblicana al governo dell’Akp, recente marciatore con centinaia di migliaia di turchi per stabilire nel presente e nel futuro del Paese giustizia e democrazia, ammette che se quella notte i complottisti avessero portato a termine il colpo di mano, un disastro si sarebbe abbattuto sulla popolazione. Erdoğan gongola, continua ad alzare il tiro, sventolando minacce. Quella della pena di morte la userà per nuove trattative, con l’Europa e col mondo. Visto che dal rifugio ai profughi, al ridisegno dell’assetto mediorientale, al doppiogiochismo su jihadismo e dintorni, ai venti di guerra presenti e futuri nella regione, la sua presenza continua a essere molteplice e pluridirezionale.