venerdì 21 febbraio 2020

Iran, lontani dalle urne per dissenso o coronavirus?


Riempire i 290 seggi del Majlis, il Parlamento iraniano, rientra nella normale turnazione elettorale che prevedeva per oggi la scadenza di voto. Cinquantotto milioni di elettori, di cui almeno tre milioni alla prima esperienza nei seggi, dovevano scegliere fra le candidature che hanno superato il vaglio del Consiglio dei Guardiani, da sempre formato da uomini prossimi alla Guida Suprema. Anche in tale circostanza la “scrematura” ha eliminato gran parte dei rappresentanti riformisti che provavano a superare le maglie della supervisione di un organo fortemente controllato dalla componente conservatrice vicina ad Ali Khamenei. Alla competizione erano iscritti 7.000 candidati, con una bassa presenza femminile pari al 6.6%. Nei 55.000 seggi predisposti per il voto l’affluenza è risultata scarsa. Alcuni osservatori parlano di apatia verso un panorama rimasto sotto il controllo del governo, compreso il presidente Hassan Rohani che molte aspettative ha deluso e che l’anno prossimo chiuderà il secondo mandato. Dopo le ondate di protesta con cui, in più occasioni, s’è misurato il Paese per motivi economici, compresa la galoppante inflazione e l’aumento del prezzo del carburante; quindi la nuova crisi geopolitica con gli Usa per l’assassinio del generale Soleimani, le polemiche sull’abbattimento dell’aereo di linea ucraino da parte del servizio di sicurezza dei Pasdaran, ci si aspettava più che nuove contestazioni un dissenso silenzioso.

Pare sia andato così. Sebbene molte figure pubbliche si siano spese per invitare il popolo a recarsi alle urne, dal Khamenei che ha ricordato i valore religioso del voto, allo stesso Rohani che ne sottolineava quello politica volto a rintuzzare la boria statunitense. Anche taluni parlamentari uscenti hanno ribadito come la gente doveva esprimere negli stessi seggi quell’afflato mostrato con le grandi manifestazioni di massa registrate in occasione dei funerali di Soleimani e nel 41° anniversario della Rivoluzione Islamica. Però i fatti sembrano smentirli. Certamente i risultati finali porteranno nell’aula i rappresentanti del popolo iraniano, ma a essere rappresentato sarà un pezzo del Paese, quello che elegge i candidati più conservatori, i cosiddetti falchi, molto più numerosi dei centristi della corrente di Rohani, fortemente in ribasso. Come detto, le candidature riformiste erano assenti. Quell’area evidenzierà il dissenso col mancato accesso ai seggi dei propri elettori. Ma viene ricordato che sulla  scarsa affluenza alle urne ha pesato non poco il fantasma del coronavirus. Materializzatosi nei giorni scorsi a Qom con due casi finiti con altrettanti decessi. In più sono state registrate altre tre infezioni, due sempre a Qom, un’altra ad Araq e riguarda un medico. Dalle autorità sanitarie si è appreso che i due deceduti non avrebbero avuto contatti con persone che si erano recate in Cina, né con stranieri di qualsiasi nazione. Cosa che, fra i vari misteri del Covid-19, potrebbe far presupporre lo sviluppo d’un focolaio interno. E’ un simile timore che ha tenuto a casa tanti potenziali elettori? Talune notizie lo smentiscono, visto che, finora, proprio a Qom caffè e locali risultano frequentati.

mercoledì 19 febbraio 2020

Erdoğan-Asad, presidenti guerrieri


Erdoğan minaccia un’imminente operazione militare a Idlib, la zona ribelle anti Asad che quest’ultimo vuole sbaragliare per completare la riconquista del nord della Siria. Ovviamente di quel territorio dove il suo esercito - aiutato via terra dai pasdaran iraniani, via aria dall’aviazione russa - ha negli ultimi quattro anni stroncato gli ampi focolai jihadisti. Nella mappa provvisoria d’un Paese frantumato c’è pure l’area di nord-est dove insistono le Forze Democratiche Siriane, l’alleanza kurdo-araba che s’è opposta al governo di Asad. E le famose enclavi del Rojava, spazzate via dall’invasione turca dell’autunno scorso. L’esercito di Ankara, con l’accordo a due stabilito fra Erdoğan e Putin, ha occupato con cingolati e autoblindo le pianure di Afrin, Tal Abyad, Ras al-Ain. Il mondo ha visto la protervia e il cinismo con cui i potenti decidevano di scacciare gli abitanti del luogo e azzerare l’esperimento di autogoverno democratico che lo caratterizzava da oltre cinque anni. La zona di sicurezza contro il “pericolo terrorismo” non era altro che un’espansione turca a danno degli odiati kurdi. Popolo non amato neppure dal penzolante governo di Damasco, in questi anni di crisi e conflitto a tutto campo salvato da alleati interessati e da strategie geopolitiche che in Medio Oriente promuovono uomini e governi forti per contrastare stravolgimenti socio-politici.

La guerra contro i civili è l’aspetto più odioso che il mondo politico ha avuto sotto gli occhi, restando fermo. Con organismi internazionali (Nazioni Unite) impotenti, talune superpotenze disinteressate o incapaci di agire (Stati Uniti e Unione Europea), altre (Russia) interessatissime e attivissime, come certi Paesi che incarnano una supremazia regionale sempre più in punta di missile o di Jihad (Turchia, Iran, Arabia Saudita). I civili, a milioni, sono restati solo bersagli. Per eccidi che proseguono da tempo, rivolti non solo e tanto ai combattenti, bensì a coloro che avevano la sfortuna di abitare in quei luoghi da generazioni. Costoro hanno subìto deportazioni, talune indotte, altre scelte da sé per salvare la pelle. In tanti non ce l’hanno fatta e continuano a non farcela. Solo in questi cinquanta giorni del 2020, trecento civili sono morti sotto le bombe dei lealisti di Asad che puntano a occupare Idlib. Non sapevano dove fuggire. Né gli strateghi della morte hanno consentito lo sgombero di certi teatri di scontro. Nella regione di Idlib quasi un milione di oggettivi profughi sono accalcati in campi predisposti dall’Unhcr, e da settimane assediati anche da una morsa di gelo, che di per sé ha provocato vittime e malati cronici fra bambini e anziani. Nel personale piano di pseudo legittimità e supremazia i presidenti guerrieri se ne infischiano di tutto ciò e sulla testa della gente  che dicono di difendere, continuano a decretarne la morte.

domenica 16 febbraio 2020

Caso Zaky, l’Unione Europea scopre il mal d’Egitto


Ora che Patrick George Zaky, lo studente egiziano specializzando presso l’Università di Bologna risulta incastrato nel perverso sistema studiato dalla giustizia del suo Paese, che in ogni semestre, o anche meno,  aggiunge un tassello repressivo a presunti accusati di “terrorismo antistatale”, la democratica Unione Europea sembra svegliarsi dal colpevole torpore, applicato pervicacemente per anni verso taluni attacchi ai diritti umani. L’ha fatto col nuovo presidente, l’italiano David Sassoli.  Un giornalista prestato alla politica, europea per l’appunto, con l’ingresso nel parlamento di Bruxelles nel 2009, cui è seguito la scalata alla prestigiosa carica di rappresentanza. Sassoli s’è speso per la vicenda Zaky, dichiarando che l’Unione “deve condizionare i suoi rapporti con nazioni terze al rispetto dei diritti umani”. Le Istituzioni del Cairo, tramite il presidente del parlamento locale, Abdel Aal, hanno immediatamente reagito, definendo le dichiarazioni del presidente Ue “un’inaccettabile interferenza”. Nella piccata risposta, uno degli uomini-regime di Al Sisi involontariamente s’incarta, affermando: “L’imputato gode di pieni diritti, come gli altri arrestati, senza discriminazioni”, che non è proprio quel che accade agli imputati egiziani, da troppi anni. Peraltro, ora le condizioni peggiorano: il regime militare e il suo presidente simbolo, introducono un inasprimento della legge già in vigore sul terrorismo che prevederà pene estreme: ergastolo e condanna a morte.
C’è da tener presente che, come ultimamente Zaky sta purtroppo provando sulla sua pelle, l’orientamento del governo punta a considerare “terrorista” qualsivoglia manifestazione non solo di dissenso o di contrarietà a ciò che nel Paese accade dal golpe bianco del 2013, ma ogni  riferimento di cronaca e di commento delle vicende interne. Sia fatto da addetti all’informazione, giornalisti, o da blogger e da semplici cittadini sui social media o per via. Tutti controllati, sul territorio egiziano da agenti ordinari o mukhabarat, e da altri “osservatori” pure nei canali virtuali del web; visto che certe accuse mosse al dottorando, catturato mentre rientrava in patria per una visita ai familiari, riguarderebbero proprio sue espressioni comparse sui social media. Nel primo incontro coi magistrati Zaky le ha smentite, sostenendo come il profilo in questione non sia un suo frutto. Ma al di là della linea adottata dalla difesa, e le posizioni della famiglia Zaky che puntano a tener fuori il giovane da paragoni mediatici col drammatico caso Regeni, quest’ennesima vicenda ha l’amarissimo sapore che altri giovani (attivisti, giornalisti, studenti e studiosi) egiziani e il ricercatore  italiano Giulio Regeni hanno vissuto negli anni passati. E la società civile che si stringe attorno a Zaky per cercare di evitargli il peggio (che ovviamente non dev’essere l’orrenda fine che i “Servizi di sicurezza” del Cairo hanno riservato a tanti), ma anche la trafila della galera infinita, è un passo importante per risvegliare dall’indifferenza i grandi assenti del mal d’Egitto.
Costoro sono innanzitutto i politici, italiani ed europei, cui il regime di Sisi fa comodo. Fa comodo ai loro affari, economici e geostrategici, che riguardano gli armamenti da vendere perché il Cairo duetti con gli uomini forti in azione in Medio Oriente, si chiamino bin Salman o Haftar. E se serve Erdoğan e Asad, due satrapi che da anni muovono le proprie armi contro le loro minoranze e anche la propria gente. Non solo una bella fetta della politica nostrana ed estera se ne frega di quel che le accade attorno e ancor più dei diritti civili. La stessa cittadinanza, la gente comune non s’era finora allarmata per quel che accadeva ai Regeni d’Egitto nelle prigioni speciali dove si entra il piedi e si esce distesi. Oppure non risulta  neppure d’esser crepati. Poiché dei Morsi padre, l’ex presidente perseguitato, e figlio, entrambi deceduti per collasso in galera, bisogna giocoforza dare un’informazione, seppure laconica. Delle centinaia, forse migliaia, di egiziani deceduti per violenze o malattie e stenti nelle celle e nelle camere di tortura si può tacere. E di conseguenza tacitare gli avvocati dei diritti che provano a ricercarli, ma in tanti casi non sanno neppure chi e dove. Se quest’Egitto - che esiste dall’agosto 2013, quando tante anime belle della sedicente “seconda rivoluzione egiziana” che spazzava via il governo della Fratellanza osannavano la democrazia dei militari - verrà considerato non un affidabile partner, bensì un persecutore dei suoi figli, solo allora giovani come Zaky potranno sperare di poter tornare a vivere.

lunedì 10 febbraio 2020

Egitto, salvare Zaky dalla repressione di Sisi


Qual è la colpa di Patrick George Zaky, ventisettenne egiziano, attivista e ricercatore all’Università di Bologna? Per il regime del presidente-torturatore Al Sisi lui è: un diffusore di notizie false, un istigatore di proteste di piazza, un attentatore del sistema politico e della sicurezza nazionale egiziani. In una parola un terrorista. Per questo quando la scorsa settimana, incautamente, ha provato a rientrare nel suo Paese dopo cinque mesi trascorsi per gli studi nell’Università felsinea, è stato fermato all’aeroporto del Cairo e condotto dai poliziotti in un luogo segreto. Come i cento, come i mille e i diecimila attivisti egiziani che dal 2013 subiscono un simile trattamento finendo in fetide celle di famigerate galere, dove vengono seviziati e lasciati marcire con conseguenze letali per i più deboli. Oppure spariscono, definitivamente assassinati. Alcuni, un caso a noi noto porta il nome di Giulio Regeni, ricompaiono come cadaveri violati. Di altri si perdono definitivamente le tracce e guai a cercarne notizie. Le strutture di sicurezza del Cairo possono agire verso parenti, amici, attivisti, avvocati dei diritti che cercassero di sapere qualcosa sulle misteriose scomparse. Pronti per loro le accuse di terrorismo con cui l’apparato della forza e quello politico terrorizzano novanta milioni di egiziani. Quelli che detestano tale sistema e anche chi gli strizza l’occhio per consenso o timore di finir triturato nei suoi ingranaggi repressivi.

Fior fior di associazioni internazionali dei diritti pongono da anni domande alla politica internazionale attorno alle violazioni e al clima liberticida avallato dalle più alte cariche dello Sato: il presidente Al Sisi, i ministri dell’Interno (Ghaffar), degli Esteri (Shoukry), della Giustizia (Marwan), apparati della magistratura sono implicati in prima persona in questa saga dell’infamia assassina, ma non ne rispondono. Non l’hanno fatto neppure davanti alle inchieste ufficiali dei procuratori di Roma che per due anni hanno svolto indagini per scoprire responsabili e mandanti dell’omicidio Regeni. Ufficialmente l’Egitto prigioniero del clan di Al Sisi ha ostacolato quelle indagini facendosi beffa d’una nazione che le si mostra amica, chiedendole aiuto in un’iniziativa di giustizia. In quattro anni non s’è mosso nulla e i quattro governi italiani che si sono succeduti hanno ingoiato amaro e accettato quelle infamie. Prigionieri, come sono stati e sono, degli affari economici che ci legano all’altra sponda del Mediterraneo, con l’Eni a sostenere il mantenimento dei rapporti in cambio dello sfruttamento dei giacimenti di gas, la Finmeccanica infoiata nella fornitura di armi e il quadro geopolitico della Nato che inserisce il regime militare egiziano nel gruppo degli alleati garanti del conservatorismo ideologico-sociale-militare in Medio Oriente accanto alle petromonarchie del Golfo. Per la cronaca Zaky aveva diffuso sui social media frasi come "Il governo egiziano limita il dissenso" oppure "voci contrarie non sono ammesse". E aveva la 'colpa gravissima' di collaborare con l'ong Egyptian Commission for rights and freedoms.

 

mercoledì 5 febbraio 2020

L’India di Modi non tira più


Nella grande nazione indiana le turbolenze di piazza degli ultimi mesi non hanno riguardato solo l’autonomia del Kashmir, che secondo i locali è stata azzerata dallo scorso agosto con l’abrogazione dell’articolo 370 della Costituzione imposta dal premer Modi. Né le proteste contro la successiva norma sull’accoglienza di minoranze etnico-religiose dai Paesi confinanti, che escludeva i musulmani. Tutto ciò continua a mobilitare. Però la gente scende per le strade anche per le crescenti difficoltà economiche, e in questo caso non si tratta di soli cittadini islamici. Il sensibile rallentamento economico è una realtà con cui gli indiani fanno drammaticamente i conti, nel senso che per tanti di loro il salario mensile non basta. Attualmente uno stipendio medio s’aggira sui 200 euro, ovviamente c’è chi ne guadagna molto meno e comunque cerca di tenersi il lavoro perché in troppe città s’aggira lo spettro della disoccupazione. In questi giorni la ministra dell’economia Nirmala Sitharaman ha annunciato un paio di misure per far tenere la rotta al governo: una riorganizzazione delle imposte e un piano di privatizzazioni. Questo coinvolge due pezzi pregiati dell’economia interna che verranno venduti: la compagnìa aerea nazionale Air India e la Life Insurance Corporation, l’assicurazione generale della nazione che era una vera istituzione. Sessantaquattro anni di vita, era sorta riunificando oltre 200 compagnie private, occupa 110.000 di indiani e vanta circa 300 milioni di clienti.
La Lic, finisce sul mercato dando vita a una delle maggiori capitalizzazioni borsistiche del continente-nazione, contabilizzata a oltre 100 miliardi di euro. Tutto per sostenere un’economia che non va, con un Pil fermo fra il 5 e il 6%, mentre gli esperti finanziari sostengono che il minimo accettabile dovrebbe essere l’8%. Peraltro gli osservatori economici, analizzando il programma che la ministra di Modi ha presentato a fine del 2019, guardano alla sua scommessa di privatizzazione come a un’incognita. C’è una lista di ben 6500 progetti e 1.300 miliardi di euro che coinvolgono prevalentemente trasporti, con la previsione di costruire un centinaio di aeroporti, energia e irrigazione. Quest’ultima coinvolge il settore agricolo che non ha più le percentuali di prodotto dei decenni passati, però continua a occupare centinaia di milioni di abitanti di tantissime aree rurali. Insomma la trasformazione dell’economia in senso tecnologico con un’ampia ricaduta occupazionale (Modi alla prima elezione nel 2014 prometteva 20 milioni di posti di lavoro all’anno) appare ferma. Ma gli stessi introiti maggiori che lo Stato pensava d’ottenere aumentando le imposte di vari prodotti dal 22% al 30% subirà un freno poiché potrebbe bloccare quella spinta al consumo che proprio il governo cerca d’incentivare. Coi bassi salari e l’aumento dei prezzi il mercato si ferma, un baco vizioso del vizioso sistema mercantile. Le rivendicazioni, dunque, si spostano sul fronte economicistico, forse anche per questo il diversivo del conflitto etnico-religioso pareva un salvagente. Ma non è escluso che l’onda anomala del conflitto sociale renda Modi un naufrago in un Oceano indiano sempre più agitato.  

venerdì 31 gennaio 2020

Rapporto Sigar, Afghanistan più violento


Quattro sezioni più l’appendice. Con un documento di duecentoventi pagine l’Ispettorato generale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar) lancia l’ennesimo allarme. Per chi non lo conoscesse quest’organismo, creato nel 2008 dal Congresso statunitense, mira a “fornire una supervisione indipendente e obiettiva dei fondi destinati alla ricostruzione” (questo almeno lo scopo dichiarato) nel Paese occupato dalle sue truppe. Il rapporto di fine gennaio, esaminando la situazione in 30 province (ne sono rimaste escluse Sar-e Pul, Samangan a nord, Nuristan a est, Daykundi al centro) afferma come negli ultimi tre mesi del 2019 le azioni violente sono ampiamente aumentate rispetto all’ultimo decennio: 8.204 attacchi, rivolti a obiettivi militari e civili, da parte dei reparti americani e delle milizie talebane. Tutto ciò mentre restavano aperti i cosiddetti accordi di pace. In realtà, e questa è una concreta spiegazione dell’incremento delle azioni belliche, nessuno dei due fronti accetta le proposte dell’avversario: da parte statunitense l’inserimento nelle trattive dei governanti di Kabul, da parte talebana l’immediata attuazione del ritiro di tutti i militari presenti sul territorio afghano. Perciò il tavolo di pace langue mentre le bocche di fuoco seminano morte. Il supervisore degli incontri, avvenuti a Doha e a Mosca, l’afghano-statunitense Zalmay Khalilzad, non è riuscito a far recedere nessuno da prese di posizioni considerate irrinunciabili.
Poi è sopravvenuto il gestaccio di Trump di bloccare gli incontri, da cui è scaturito un ritorno al conflitto da parte talebana, con conseguenti ritorsioni e caccia all’uomo di marines e contractors, quest’ultimi ormai più numerosi dei primi. Sebbene i mercenari americani siano in gran parte ex militari, magari già utilizzati in loco, per loro è cambiata la divisa non i comandi sempre coordinati da Pentagono e Cia. Proprio lo scorso settembre, in cui si sono svolte le elezioni e il cui risultato è rimasto oscurato a lungo, con conteggi e riconteggi, i turbanti hanno dato fondo a una ripresa delle guerriglia. Quelle azioni dicevano: la classe politica che Washington propone e impone per noi non ha alcun valore. I politici in questione sono gli stessi che governano il Paese dal 2014: Ghani e Abdullah, che si sono ridivisi le preferenze. La recente consultazione, cui ha partecipato il 10% degli elettori, ha fatto segnare 920.000 voti all’ex presidente e 720.000 all’ex premier, rilanciando la spartizione di ruoli e potere creata cinque anni fa. Tranne poi sentirsi accusati, e non solo dai concorrenti tagliati fuori dalla corsa, dei soliti brogli. Perciò sembra un mantra conosciuto il capitolo del rapporto che parla della corruzione, nella quale, sia detto o meno, è coinvolta quella politica che la Casa Bianca ha promosso dai tempi di Bush jr e Obama, prima con Karzai quindi con la diarchia Ghani-Abdullah.
Nulla di nuovo nel modello ritrito e ormai stantìo con cui si cerca di mascherare un’occupazione, che potrebbe continuare anche col ritiro militare. E i capitoli che trattano le cosiddette “donazioni”, i fondi stanziati per la mai realizzata ricostruzione del Paese, possono avere letture ben differenti dagli allarmi che sollevano. La citata corruzione che - e l’abbiamo visto per oltre un decennio - lega le massime autorità al doppio filo dell’eversione politica e delle ruberie. Come definire altrimenti durante la “reggenza” Karzai, gli scandali di Kabul Bank in cui erano coinvolti suoi sodali? E gli affari di traffico d’oppio del clan di famiglia, con un fratello rimasto ucciso nelle faide con altri clan che godevano del business dell’eroina? Tutto con la protezione, interessata per ragioni di denaro, di signori della guerra (Fahim, Khalili) collocati in alte cariche statali, allora come poi è avvenuto con Dostum. Niente cambia sotto l’ombra dell’Hindu Kush, e quelle tre generazioni di afghani che hanno cosciuto solo guerra e morte, per sfuggire a questi eventi continuano a fuggire nelle rotte migranti diffuse ovunque nel mondo. E francamente non possono che risultare stonate le note delle pagine del documento Sigar che sostengono come “la pazienza statunitense e di altri donatori sta svanendo”. Il filo rosso che lega certe donazioni è un tutt’uno col sistema politico promosso che vive esclusivamente di corruzione e soprusi. Ed è purtroppo un filo rosso di sangue che vede molti colpevoli, portatori di armi o di denaro. 

domenica 26 gennaio 2020

Di Segni: “Io, militare in Israele respiravo cultura, non odio”


Davanti all’odierna intervista a Noemi Di Segni, presidente delle Comunità ebraiche italiane, realizzata da un navigato e appassionato cronista del Corriere della sera, qualcuno sentirà un senso di straniamento. Già come lettore mi son trovato di fronte a un’incompiuta per talune domande e soprattutto per certe risposte. Sia chiaro: ogni giornalista imposta l’intervista come crede, e l’interlocutore risponde su quel che crede. Però siamo davanti a una ripetuta tendenza da parte dei convinti israeliani, quale la Di Segni è, di leggere la realtà secondo la propria visuale e raccontarla secondo interessi di parte. La carrellata dei ricordi s’avvia da Gerusalemme dove la presidente, nella vita affermata commercialista, è nata nel 1969. Dunque due anni dopo l’occupazione da parte dell’esercito israeliano della città delle tre religioni monoteiste, più le varie confessioni di fede cristiana. La signora ricorda “… la fluidità con cui si passava da una parte all’altra della città, a bordo dell’autobus numero 4…”. L’intervistatore insiste sul concetto di fluidità e su quello di convivenza fra comunità “… E’ possibile la coabitazione fra diverse famiglie e origini ebraiche accanto ad altre realtà. A Gerusalemme ci si sfiora, tutti diversi… Un insegnamento importante, significativo: si può convivere mantenendo la propria identità nello stesso luogo, anche se molto stretto. Senza colpirsi. Senza aggredirsi”.
Parole encomiabili, che però sembrano riferirsi ad altre epoche. Dopo l’occupazione dei militari di Tsahal, nel giugno 1967, la presenza delle “altre realtà” (le famiglie palestinesi che avevano resistito alla Nakba, quelle di religione cristiana, armena) decennio dopo decennio sono diminuite. I vari governi d’Israele, di cui la signora è orgogliosa esponente nel World Jewish Congress, hanno incentivato lo sradicamento delle comunità che da secoli vivevano a Gerusalemme, favorendo unicamente insediamenti ebraici come quello della famiglia Di Segni, originaria, a detta del Corsera, di Roma e Torino. Dunque italiana, un’appartenenza di cui la presidente è fiera e noi con lei. Ma questo è un nodo su cui con tanti sionisti, sostenitori dello Stato d’Israele, ogni discorso diventa vano. Perché costoro sostengono il diritto al ritorno nella terra dei padri, quello che negano alla diaspora palestinese, una diaspora provocata peraltro dalla nascita, nel 1948, di Israele. In più basta vederla Al Quds. Basta vedere Gerusalemme est, il quartiere dove i residui del popolo arabo vivono. Solo lo scorso anno lì il governo israeliano ha ordinato la distruzione di 169 abitazioni, lasciando senza casa 328 palestinesi. Secondo un rapporto del Land Reserch Centre, fra il 2000 e il 2017 in quell’area della città 9.422 famiglie arabe hanno visto la demolizione della propria casa. In Cisgiordania - lo “Stato” palestinese nato dagli accordi di Oslo - la distruzione di abitazioni palestinesi ammonta dal 2006 a 1.525 unità. E’ questa la convivenza pensata da Israele?
Gli oltre 400.000 palestinesi che vivevano nella città santa prima dell’occupazione militare sono diventati 340.000. Mentre il numero di coloni ebrei, cittadini di altre nazioni, continua a crescere e con esso gli insediamenti giudicati illegali dai maggiori organismi mondiali (Consiglio di Sicurezza Onu, Corte internazionale di Giustizia) tanto che da tempo si parla di ebraizzazione della città. Nei ricordi del passato la presidente Di Segni si supera col servizio militare svolto “…nel gruppo dell’Intelligence. Un insostituibile allenamento culturale. Non l’odio verso il nemico. Una parola che non ho mai, dico mai, sentito in due anni. C’era sempre un concetto di difesa, di tutela…” Se lei lo dice, sarà accaduto. Però la storia di Shin Bet, Mossad, Tsahal, la storia d’Israele dice anche altro. In tanti casi cose per niente onorevoli. Nelle migliori situazioni parla di soprusi, vessazioni, torture, come testimoniano da decenni le cronache che coinvolgono la popolazione palestinese. Non solo i suoi leader politici, i militanti o i gruppi armati. Gente comune colpita, anche a morte, solo per il fatto d’essere palestinese, in quella scellerata equazione di arabo eguale terrorista grazie a cui Sharon ha costruito il Muro dell’apartheid parlando di difesa. Un concetto tutto militare, ripetuto anche da Noemi Di Segni. Un sentimento che riporta alla mente la pratica di combattimento Krav Maga, messa a punto dall’addestratore militare israeliano Imi Lichtenfeld. Anche questa tecnica definisce difesa l’attacco, e può prevedere l’uccisione del potenziale avversario.