mercoledì 1 aprile 2020

India, pandemia da incubo


Lo stretto rapporto esistente fra pandemia ed economia è sotto la lente degli specialisti nei maggiori Paesi del globo. L’India rappresenta un caso ad altissimo rischio su entrambi i terreni, sia per la quantità di popolazione coinvolta, un settimo di quella mondiale, sia perché fra i giganti emergenti nell’economia globalizzata vede convivere un sistema di antichi costumi accanto a un capitalismo, avanzato quanto ad ambizioni e prospettive, arretrato riguardo a metodi e strutture produttive. Con tragiche ricadute su condizioni e tutele dei lavoratori, ambiente e salute della popolazione. Tutto ciò, davanti a una malattia altamente contagiosa come Covid-19 e per taluni soggetti letale, in quella nazione tutto diventa più problematico. Lo spiegano esperti del settore che hanno sondato la situazione. L’epidemiologo ed economista Ramanan Laxminarayan in un intervento sul New York Times, valuta positivamente la chiusura totale per tre settimane attuata dal premier Modi, di fatto è il minimo indispensabile, che però dovrà proseguire poiché in quell’area il picco della pandemia è atteso per metà o fine maggio. Dunque la nazione-continente dovrebbe restar ferma per i prossimi cinquanta giorni. Da quel che s’è visto negli ultimi dieci la popolazione ferma non è stata. Anzi. S’è verificato il rientro verso i territori d’origine di qualche milione di pendolari e migranti rimasti senza occupazione.
L’isolamento e il distanziamento sociale, difficoltosi nelle metropoli, lo sono anche in città e nei centri minori per l’alta densità e per il sovraffollamento delle abitazioni. Distanziare un miliardo e trecento milioni d’individui non è semplice, specie quando sono concentrati in alcune aree. Da qui i problemi che ne possono seguire. Le stime che tuttora riducono i casi di contagio in cifre irrisorie sono il classico dito dietro il quale si cela il governo per non ammettere carenze strutturali. Da una parte si cerca di non scatenare il panico, dall’altra di sviare l’attenzione dalle carenze del sistema sanitario. A detta di Laxminarayan i possibili contagi potranno raggiungere dai 30 ai 50 milioni di abitanti, sebbene quelle cifre potrebbero moltiplicarsi per dieci fino all’estate piena. Ma il guaio maggiore è che il Paese può contare solo su 100.000 posti-letto per le terapie intensive e 20.000 ventilatori. Dunque, se ci fosse un’ampia estensione virale, la scelta fra chi sottoporre a cure salvavita sarebbe tragica per una platea di potenziali ammalati resa amplissima da certe patologie adulte (ipertensione e diabete) e la malnutrizione infantile di fasce povere della popolazione. Contraddizioni sociali sedimentate da decenni che molti esecutivi d’ogni orientamento hanno rimosso dai programmi. Non dalla realtà.
Secondo le stime dell’Indian Council Medical Research il picco pandemico, lasciando asintomatico o con manifestazioni lievi l’80% della popolazione, potrebbe comunque portare in ospedale un milione d’individui. Senza l’iniziativa della chiusura sarebbero stati sei milioni. Il risvolto legato all’economia è l’ulteriore elemento da incubo che il coronavirus introduce nel ventre molle della società indiana, dove seppure sia cresciuto un ceto medio, permangono, oltre a una copiosa sfera di povertà di svariate decine di milioni d’individui, una ben più consistente fascia di lavoratori precari, saltuari, giornalieri che il blocco attuale lascia senza guadagni. Se questo fermo, che limita la circolazione del virus con le persone, sarà necessario fino all’attesa del picco di maggio, questi lavoratori non avranno di che sostenere se stessi e le famiglie. Un dramma per un’economia liberista che ha portato in alto il Paese in alcuni settori, ma che non ha previsto salvagenti sociali in situazioni critiche. I 20.6 miliardi d’emergenza stanziati dal governo saranno una goccia nel mare dei bisogni se l’emergenza, com’è prevedibile, proseguirà. Alcuni Stati (Kerala, Uttar Pradesh, Tamil Nadu) hanno autonomamente lanciato un’indennità alle famiglie bisognose, ma servirà di più e soprattutto anche in altre regioni del Paese. Se sarà il Fondo Monetario Internazionale o altri a correre in aiuto del governo di Delhi si vedrà. Certo le posizioni politiche razziste e xenofobe dell’amministrazione Modi non aiutano i rapporti con la comunità internazionale e di fatto non aiutano la popolazione stessa. Potrà il grade malato asiatico, ora convalescente, la Cina di Xi, soccorrere un concorrente mondiale? Lo diranno gli inquietanti mesi a venire.


lunedì 30 marzo 2020

Afghanistan, il contagio che viene da Occidente


Ha viaggiato da Occidente il coronavirus che s’è affacciato in Afghanistan. Come dappertutto nel mondo ha viaggiato con gli uomini, soprattutto lavoratori migranti che da metà marzo hanno attraversato il confine in direzione di Herat rientrando dall’Iran. Anch’essi avevano perso lavoro per la progressiva copiosa serrata di tante attività rurali di raccolta di frutta e ortaggi, di facchinaggio nei grandi centri di smistamento merci e nei bazar. Alla frontiera, che ora è stata chiusa, il flusso crescente è diventato una marea. Ammette il governatore della provincia di Herat, che il non numeroso personale sanitario di controllo, riusciva a mala pena a misurare la temperatura al 10% dei cittadini che rientravano. Il trasloco di per sé poteva essere fonte di contagio: i bus erano zeppi, così come le camere prese in affitto negli spostamenti di ritorno per un viaggio che, verso Kabul o ancora più a est a Jalalabad dura due-tre-quattro giorni. Sono state giornate di enorme calca e promiscuità, e ora che la dogana è stata chiusa c’è chi attraversa una frontiera porosa con propri mezzi, finanche a piedi e soprattutto senza controlli sanitari. Il bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità stima poco più d’un centinaio di casi, ma non è una statistica è solo un numero che rileva gli episodi eclatanti. Come altre situazioni critiche di Paesi mediorientali le carenze strutturali non consentono di arginare una pandemia, e se da una parte un certo isolamento delle persone è imposto da ragioni d’incolumità per la presenza di attentati da parte dell’Isil, la coabitazione nelle povere case delle città può infiammare eventuali focolai di chi porta il virus da fuori. Per ora l’epicentro del Covid-19 è Herat, che conta un milione e mezzo di abitanti stabili e dove la situazione della sicurezza è più calma che altrove. Fra l’altro quattro militari italiani del contingente Nato di stanza in città risultano positivi. Proprio quel che s’è visto nei giorni scorsi con gruppi di persone a contatto di gomito nelle moschee, nelle strade, nei parchi è l’esatto contrario d’un comportamento di prevenzione e contenimento epidemico.

Il ministro della Salute Feroz ha lanciato avvertimenti anche televisivi additando il pericolo d’una situazione simile a quella cinese. Ma finora nessuna città è stata bloccata, s’inizierà proprio da Herat dopodomani, con quali capacità di controllo è tutto da verificare. Quel che è accaduto dieci giorni fa in occasione della ricorrenza del Newroz non fa ben sperare. Il presidente Ghani aveva invitato a non riunirsi per ragioni di salute pubblica. Non è stato ascoltato, non si sa se per la sua totale mancanza di autorevolezza oppure per l’attaccamento della gente alla festa di primavera, che per tante etnìe ha risvolti religiosi o infine perché non c’è coscienza del pericolo pandemico. Del resto in molti sottolineano come un popolo sottoposto allo stress di conflitti infiniti da oltre quarant’anni abbia un atteggiamento talmente disincantato da sfiorare l’incoscienza. Vedere quotidianamente la morte, respirarla con la polvere di trinitrotoluene dei camion-bomba unita alla polvere delle strade porta la popolazione a un atteggiamento compassato, cosicché insinuare il concetto del rischio subdolo di questo virus non è affatto facile. E poi vediamo quanti problemi riscontrano nazioni della cosiddetta sfera del benessere, l’Italia per l’appunto, nel procurarsi il minimo presidio indispensabile della mascherine, nella capitale afghana può risultare impossibile anche trovare del semplice sapone per l’igiene delle mani, non i preziosissimi disinfettanti. Ma tornando ai dati dei cento infettati, e due decessi, concentrati al 70% nell’area di Herat il ministero della Salute, visti i presupposti prospetta situazioni che possono diventare tragiche con l’ipotesi di migliaia di morti. Per un Paese che soffre da tanto tempo c’è da sperare si tratti d’una indiretta scaramanzia, non d’un presagio.

sabato 28 marzo 2020

L’altra India fra coronavirus e povertà


L’India dei poveri, difficile da quantizzare e già in aumento per la recessione che negli ultimi tempi ha fatto scivolare il Pil a 4.7, il suo punto più basso da circa un decennio, allarga le file per il disastro del Covit-19. In dati di contagio sono tuttora bassi perché il monitoraggio della popolazione è scarsissimo, sebbene nell’ultima settimana si siano iniziati a registrare anche decessi (all’Organizzazione Mondiale della Sanità risultano 887 positivi e 17 vittime). Il governo Modi che, in bella compagnìa di ben più organizzati Paesi del mondo globalizzato, aveva sottovalutato il pericolo della pandemia sta affrettandosi a prendere qualche misura e ha devoluto 20.6 miliardi di euro a un primo contenimento. Negli ospedali delle maggiori metropoli la situazione è tutt’altro che agevole, mentre i presidi sanitari nelle località rurali di vari Stati sono semplicemente inesistenti. Alla nota difficoltà di applicare non solo un adeguato isolamento, ma anche il contenimento di possibili contagi tramite la distanza sociale, a causa dell’alta densità di popolazione, s’aggiunge la perdita del lavoro degli occupati in aziende che hanno dismesso l’attività per la momentanea serrata decisa dal governo. Si tratta di attività centrali e statali, che sicuramente hanno ripercussioni sull’indotto, pensiamo solo alla catena dei cosiddetti lunch boxes (i fattorini che trasportano milioni di contenitori di cibo preparato dalle famiglie per gli impiegati pubblici e privati) ora rimasti senza lavoro, ma è in difficoltà anche la catena del ”fai da te” che in questa fase si blocca e non si sa per quanto tempo. Il governo di Delhi ha anche fermato i trasferimenti interni, almeno tramite trasporti pubblici, soprattutto treni e autobus, cosicché giorni fa pendolari e migranti interni hanno dovuto rincorrere l’ultimo mezzo utile.

Ora si registra una trasmigrazione a piedi, perché chi non ha più lavoro, pur di rientrare verso i luoghi d’origine e arrangiare qualcosa, non tralascia questa soluzione. Una delle aree di maggior ritorno è l’Uttar Pradesh, lo Stato dei musulmani, un’area popolosa e povera che conta migranti d’ogni genere all’estero e all’interno. Chi ha assistito a questa marcia forzata la descrive come un’emergenza a sé, poiché realizzata anche da soggetti deboli, famiglie con donne e bambini. La polizia nei punti d’ingorgo interviene imponendo “quattro passi di distanza”, ma si capisce che si tratta di una formalità, tanto per dire che si fanno rispettare le direttive dell’Esecutivo. Come dimostrano i casi italiano, di altre nazioni d’Europa e degli stessi Stati Uniti, il coronavirus non conosce confini e non differenzia classi sociali. Ovviamente ben pochi dispongono come la regina Elisabetta, che per la veneranda età di rischi ne corre, d’un castello per l’isolamento. E se la situazione indiana non è quella dello sfruttamento imposto dal Raj britannico, la popolazione che da quell’epoca è triplicata diventa in casi simili una vera zavorra, visto che organizzare la prevenzione di 1.3 miliardi di cittadini tramite il distanziamento appare improbo. Comunque l’emergenza peserà maggiormente sugli strati più deboli, i milioni delle bidonville a cui le organizzazioni caritatevoli distribuiscono gratuitamente cibo, ma anche su 87 milioni di agricoltori ai quali la ministra delle Finanze Nirmala Sitharaman riserva 2000 rupie, mentre 1000 andranno a 30 milioni di anziani e portatori di handicap. Ciascuno riceverà rispettivamente 24 e 12 euro. Invece da inizio aprile è prevista la distribuzione di cinque kg di riso o grano e un chilo di lenticchie per 800 milioni cittadini. Così l’altra India esce allo scoperto.

venerdì 27 marzo 2020

Colloqui intra-afghani, presentata la delegazione


Il gruppo dei colloqui che stentano a partire per gli ‘stop and go’ imposti dall’estrema litigiosità dei presidenti-contro (Ghani e Abdullah), ma mai dire mai per le cose che riguardano l’Afghanistan, è stato formato e presentato alla stampa. Quindici uomini e cinque donne attesi al faccia a faccia coi rappresentanti talebani, una lista menzionata da Tolo tv che può dar luogo a considerazioni inesorabilmente sconsolanti. A guidarlo sarà l’ex capo dell’Intelligence locale Masoom Stanikzai, coadiuvato da un nucleo che potremmo definire tecnico-burocratico: Ayoub Ansari, ex comandante della polizia di Herat, Nader Nadery, della Commissione servizio civile, Matin Bek, capo del Direttorato della governance locale, Enayatullah Baligh, membro del Consiglio degli Ulema, Rasoul Talib, consulente del presidente (ma quale? si presume Ghani). Segue un nucleo  di politici. Coloro che hanno rivestito cariche ufficiali: l’ex ministro dell’Economia Hadi Arghandiwal, l’ex degli Esteri Ahmad Moqbel, il già deputato Hafiz Mansour. Quindi i rappresentanti dei più consistenti partiti islamisti, e fondamentalisti: Kalimullah Naqibi per Jamiat- e Islami (il partito che fu dei defunti warlord Rabbani e Massud), Amin Karim per l’Hizb-e Islami  (la formazione del “macellaio” di Kabul Hekmatyar, vivente), più un membro dell’ala giovanile del Jamiat-e Islami, tal Zainab Muahed. Non è finita. Poiché l’occhio dei Signori della guerra osserva sempre le evoluzioni dell’assetto nazionale, nell’assise è presente una coppia di figlioli d’arme: Khalid Noor, rampollo di Atta Mohammed, già governatore di Balkh e mujaheddin tajiko della vecchia guardia, vicino al comandante Massud. E Batur Dostum, figlio d’un altro papà sanguinario, Abdul Rashid, tuttora vicepresidente di Ghani. Per non farsi mancare nulla il vecchio Afghanistan trova un posto ad Amin Ahmadi, che è docente universitario, ma assai prossimo all’attuale antipresidente Abdullah Abdullah.

Giriamo pagina, si fa per dire, e vediamo qualche presenza femminile. Un’altra docente universitaria è Shahla Farid. Di lei non si sa molto. L’emittente di Kabul ne ha riportato una dichiarazione in cui afferma di non aver mai assistito a un incontro coi talebani, e di non conoscerli, assicura comunque che assieme alle altre donne della delegazione farà la sua parte. Più note sono invece Habiba Sarabi e Zakia Wardak. La prima è una veterana, deputata e capo dell’Alto Consiglio di pace, un’ematologa di etnia hazara dedicatasi alla politica già nel sedicente “nuovo corso” post talebano. Dopo aver ricoperto l’incarico di ministro degli Affari femminili, nel 2005 Karzai la nominò governatrice della provincia di Bamiyan, un’area del Paese che continua a essere fra le più povere e con elevato tasso di analfabetismo. Zakia Wardak, presidente della ‘Società afghana delle donne ingegnere’ è figlia del generale Ali Khan Wardak che ha combattuto contro l’Armata Rossa. Il fratello Zalmai egualmente generale, considerato un brillante analista strategico, fu assassinato. Anche il primo marito di Zakia era un militare e aveva combattuto contro i sovietici, morì in un incidente stradale. Con l’ultimo marito, Serajuddin, sempre del gruppo tribale Wardak da cui la famiglia di Zakia prende il nome, s’impegnò nel progettare orfanotrofi, almeno così recita la biografia che ha diffuso, ma maggiore enfasi la riveste la sua creatura, la Sawec (Society Afghan Women Engineering Construction) che riceve appalti direttamente dall’Esercito statunitense. Del resto la formazione di questa “donna manager” è prossima agli States. Dopo gli studi presso il Politecnico di Kabul, si è specializzata al Montgomery College in Maryland, instradando anche sua figlia Mariam, oggi trentaquattrenne, prima presso l’ambasciata statunitense a Kabul quindi verso il mistero che si occupa di narcotici. Forte di queste premesse nel 2018 Zakia s’è presentata per le elezioni alla Wolesi Jirga, la Camera bassa del Parlamento afghano.

mercoledì 25 marzo 2020

Kabul, lo Stato Islamico attacca i sikh


Mattina di fuoco nella Kabul storica, dove un commando dello Stato Islamico del Levante ha assaltato un tempio Sikh. E’ intervenuto l’esercito che, nella nota diffusa dal ministero dell’Interno, ha isolato il luogo dove si sono asserragliati miliziani armati, alcuni dei quali vestivano esplosivo. Notizie raccolte in loco dall’agenzia Reuters riferiscono di quattro vittime accertate e alcuni feriti, ma i numeri potrebbero aumentare perché a Gurdwara, la ‘Porta del guru’, l’attacco prosegue. Ad attuarlo, com’era accaduto di recente, l’Isil che vuole prendersi la supremazia delle stragi ora che la maggioranza talebana è ferma per il patteggiamento con gli Stati Uniti. Ma i cosiddetti accordi di pace non pacificano affatto il Paese e tantomeno la capitale che risulta sempre più vulnerabile a ogni genere d’agguato. Il fronte jihadista l’ha caratterizzato da tempo in senso religioso, colpendo senza pietà le minoranze, dalla più numerosa hazara di fede sciita, agli ormai poco numerosi sikh e hindu. Queste componenti, già all’epoca della guerra civile (1992-95), migrarono verso l’India, poiché erano oggetto di stragi frequenti, all’epoca perpetrate da Signori della guerra d’origine pashtun. Quando, l’anno seguente, i talebani presero il potere le famiglie sikh rimaste subirono, accanto a ostracismi sociali e politici, anche un’identificazione visiva, con l’obbligo d’indossare una fascia gialla sull’abbigliamento.
Le cose non cambiarono anche dopo l’allontanamento del governo talebano. L’amministrazione Karzai cercò di limitare la stessa rappresentanza simbolica sikh nella Loya Jirga e questo rappresentò un ulteriore motivo di loro migrazione a Oriente. In verità quando l’hazara e sciita Khalili fungeva da vicepresidente di Karzai, promise ai sikh di rispettare l’articolo 22 della Costituzione che proibisce le discriminazioni delle minoranze, ma fu una speranza inattuata. Ora a Kabul sono censite 300 famiglie sikh, dunque il numero della minoranza s’è ulteriormente ridotto dalle tremila unità conteggiate un quindicennio fa. Negli anni Settanta i sikh afghani, lì insediati dalla fine del XVIII secolo, ammontavano a centomila. Gli antropologi della geopolitica che si sono interessati alla loro situazione ricevevano come motivazione del malcontento non solo l’assenza di qualsiasi integrazione e il rispetto di un’identità personale, ma una vera persecuzione conseguente al marchio di “infedeli” attribuitogli dalla maggioranza islamica. Al di là di veri pogrom, la vita per gli appartenenti al gruppo resta difficile. Nella migliore delle ipotesi vengono derisi o insultati, spesso derubati per via anche di poveri averi, senza che le autorità intervengano a loro tutela. Gli episodi di aggressioni a bastonate da parte di altri cittadini non sono rari anche nei luoghi sacri dove i sikh praticano la cremazione dei defunti.

domenica 22 marzo 2020

Covid-19, primi due casi nella Striscia di Gaza


Lo divulga un servizio lanciato da Al Jazeera: il Covid-19 è penetrato a Gaza. Le autorità sanitarie, per bocca del ministro della Salute Youssef Abulreesh, hanno individuato due pazienti con evidenti sintomi (febbre e tosse secca) che sono stati posti in quarantena. Sono palestinesi che tornavano dal Pakistan entrando dal confine di Rafah. I quaranta chilometri della Striscia, dove vivono in altissima densità due milioni di gazawi, presenta annose criticità, già dall’epoca dei ripetuti attacchi militari israeliani, dalla criminale operazione denominata “Piombo fuso” (2008-2009) a quelle successive: “Margine di protezione” (2014) e oltre. Tali attacchi hanno deliberatamente e ripetutamente distrutto i servizi igienici (rete fognaria) e i già carenti servizi sanitari, impedendone la ricostruzione col rigidissimo embargo reiterato nel tempo. Così Gaza presenta un’ampia fascia della popolazione che vive in case tuttora disastrate o in abitazioni precarie che, in una fase in cui la pandemia del Coronavirus impone isolamento e distanza, risulteranno inadeguate per evitare i contagi. Le autorità politiche hanno presente la triste realtà, ma possono fare poco. Fra l’altro le ragioni sanitarie s’aggiungono a quelle d’un ferreo controllo militare dei confini,  Israele sta cancellando tutte le autorizzazioni per farli attraversare anche ai pur limitati soggetti che svolgono attività lavorative fuori dalla Striscia. Fra costoro i visti di medici e infermieri vengono esaminati caso per caso. La preoccupazione è elevatissima, e la chiusura di scuole e luoghi pubblici già attuata da giorni pur in assenza di casi, non attenua l’allarme. Ora che il virus s’è affacciato si tratterà di limitarlo. Il problema maggiore, come peraltro in tutte le situazioni di alta densità abitativa e di stazionamento sotto lo stesso tetto, è rappresentato dalla mancanza di spazio dove far vivere la gente per evitarne i contagi. I centri di quarantena dislocati a Rafah, Deir al-Balah e nella parte meridionale di Khan Younis potrebbero non essere sufficienti al possibile aumento di persone infette. Inutile ribadire come tutti gli strumenti riguardanti l’assistenza e la terapia intensiva come ventilatori polmonari e simili, che in queste settimane risultano deficitari anche in qualche ospedali di alcune località italiane, a Gaza diventano solo un sogno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ribadito che la situazione in quel territorio è assolutamente insufficiente già alla normale assistenza per la popolazione, figurarsi davanti a una pandemia.

giovedì 19 marzo 2020

Coronavirus in India, l’impossibilità dell’isolamento


Tutti insieme pericolosamente. E’ la situazione che la popolazione indiana vive nei giorni in cui anche la nazione-continente è investita dall’epidemia del Covid-19. Alla densità delle sue megalopoli (Mumbai 19 milioni di abitanti, Nuova Delhi 17, Calcutta 15, Bangalore e Chennai 9 milioni ciascuna e ancora Hyderabad, Ahmedabad, Pune, Surat tutte metropoli che oscillano fra i sette e i cinque milioni di abitanti) s’aggiungono centri intermedi da centinaia di migliaia d’individui. Insomma fra i 400 e i 500 milioni d’indiani vivono ammassati in centri urbani. Non è una novità, ma in condizioni pandemiche e per un virus così infettivo l’isolamento delle persone diventa un indispensabile mezzo di tamponamento della diffusione. Il governo di Narendra Modi sembra non preoccuparsene. Alle carenze sanitarie, ovviamente sedimentate in decenni di conduzione statale insufficiente, s’aggiunge il pressappochismo dell’attuale premierato che usa il proprio autoritarismo per questioni politiche, non per far rispettare norme di salute pubblica. Sul fronte politico le contestazioni che fino a venti giorni fa avevano insanguinato le strade della capitale di altre città, con le bande di picchiatori hindu a caccia di cittadini musulmani al cospetto d’una polizia inerte, ora sono vietate. Anche per ragioni sanitarie. Però le linee ferroviarie, vie di trasporto indispensabili per raggiungere molte località, pullulano di persone che a malapena ostentano una mascherina di cotone.

Non c’è distanza, non sono stati emanati divieti per evitare rischio di contagi. Del resto il ministero della Salute ha diffuso un bollettino che riferisce 151 infetti da coronavirus, ma in realtà i test mancano e se l’Organizzazione Mondiale della Sanità si preoccupa e ribadisce di applicare misure restrittive per frenare l’infezione, gli organi preposti alla prevenzione attuano i test solo a coloro che provengono dall’estero e a persone che, essendo entrate in contatto con contagiati, manifestano sintomi dopo le due settimane di quarantena. L’agenzia Associated Press riferisce che, pur a fronte d’una capacità di 8.000 test quotidiani, ne vengono effettuati circa un centinaio. Finora a ieri risultavano testati 11.500 indiani. Le autorità sanitarie locali hanno beatamente risposto ai solleciti dell’OMS che quei test sono sufficienti perché la diffusione della malattia è stata minore che altrove. Addirittura il responsabile del Consiglio delle ricerche mediche ha parlato di “paure create, di paranoie e montatura”. Dal canto loro responsabili dell’amministrazione contabile fanno capire come l’ampliamento della cerchia dei soggetti testati presupporrebbe costi che lo Stato non si sente di affrontare (67 dollari a persona), già deve far fronte a infezioni di tubercolosi, Hiv e agli annosi problemi di malnutrizione.  

Certo, il “buon senso ministeriale” raccomanda alle persone di stare il casa, ma al di là delle decine di milioni di senzacasa, alle innumerevoli bidonville adagiate nelle immense periferie di tante metropoli, le stesse abitazioni prevedono la convivenza di decine di componenti familiari. Gli spazi urbani sono assolutamente sovraffollati. Comunque, per decisione governativa sono sospesi tutti i voli con l’Unione Europea, mentre chi arriva dai Paesi del Golfo è destinato a una quarantena di due settimane, come già lo erano i provenienti dalla Cina. Però chi è passato per i luoghi di quarantena, come certi studenti rientrati in patria dall’Occidente, testimonia della promiscuità (otto osservati in una stanza) e carenze igieniche nei bagni e nei letti. I testati in attesa dei risultati erano, neanche a dirlo, privi di mascherina e presidi igienici di base. Insomma mentre il governo cerca di guadagnare tempo, la nazione che può contare un letto ospedaliero per ogni mille abitanti (in Italia sono 3, nella Ue 5), è minacciata da un’espansione epidemica che non riuscirà a trattare come ha fatto la Cina. Interrogato dal quotidiano Le Monde l’endocrinologo Shashank Joshi dichiara “L’India è una bomba a orologeria, e se gli spostamenti non saranno completamente proibiti, il controllo del virus diventerà impossibile”. Mentre affidandosi alle preghiere, alla tradizione e anche alla superstizione qualche nazionalista hindu pensa che si possa provare a frenare il demone del virus con l’urina “sacra” delle vacche. L’India dai mille volti non si smentisce.