martedì 26 settembre 2017

Kurdistan, le conseguenze del sogno referendario


Sogno gioioso - Fra chi festeggia (i kurdi iracheni) e chi minaccia (Turchia, Iran e ovviamente il governo di Baghdad) si muovono i dati ufficiosi del referendum sull’agognata indipendenza in Kurdistan, compresi i seggi collocati nella preziosa area di Kirkuk. Ha votato il 78% degli aventi diritto e il sì supera il 93%. I dati ufficiali saranno noti entro giovedì. Le telecamere di numerose emittenti accorse a Erbil mostrano gente gioiosa che celebra un giorno considerato storico, seppure potrebbe risultare l’anticamera d’una deriva anche pericolosa. Basata su nuovi conflitti in casa, ora che lo scontro con lo Stato Islamico pare, se non concluso definitivamente, di certo attenuato. Nel giorno della festa la voce più dura la fa il solito Erdoğan, che pensa sicuramente ai suoi kurdi, tre volte più numerosi, sparsi in più punti dell’Anatolia, seppure il sud-est sia la loro patria mai designata. E minacciosi dopo la ripresa delle ostilità col Pkk, più i dissidenti (Falconi della libertà) quest’ultimi sì usi al terrorismo diffuso. Per animare la divisione fra i molteplici ceppi dell’etnìa kurda - separata, dopo il ‘tradimento’ del trattato di Losanna, nelle quattro nazioni confinanti (Turchia, Siria, Iraq, Iran) - l’attuale presidente turco aveva da tempo stabilito un rapporto cordiale col più malleabile e filoccidentale dei leader della regione autonoma del Kurdistan: quel Masoud Barzani, nipote e figlio di chi nel nome dei kurdi cercava di ottenere terra e potere.
Barzani nella storia - Questo Kurdistan, solo di recente riconosciuto come regione autonoma, anche in funzione del barcollante assetto di un Iraq lacerato dai conflitti interni dopo la caduta di Saddam Hussein, riceve le sue risorse dalla ricchezza del sottosuolo, principalmente nella provincia contesa di Kirkuk. Terra abitata dall’etnìa, che subì verso la fine degli anni Ottanta una delle operazioni politiche del dittatore iracheno. Alla pulizia etnica praticata coi gas, s’aggiunse quella della colonizzazione dei luoghi,  e nella città del petrolio giunsero frotte di arabi pagati da Baghdad. Le estrazioni dai pozzi di Kirkuk trovano nei Paesi confinanti, specie la Turchia, un canale di distribuzione e commercio, di cui Ankara ora minaccia di chiudere i rubinetti. Questa, al di là del potere delle armi, è la mannaia che può pendere sulla testa della comunità festante, finora garantita rispetto ai fratelli collocati oltre confine. Un vantaggio finanziario non di poco conto, con una ricaduta distributiva delle ricchezze magari limitata dai capi clan, ma comunque presente. Ecco l’azzardo che l’accelerazione di Masoud Barzani sul tema dell’indipendenza sta introducendo. Però l’ormai settantunenne leader difficilmente farà marcia indietro, spera di poter far scrivere sui libri di storia il conseguimento d’un obiettivo più concreto di quelli raggiunti dal nonno e dal padre. Una questione privata o di famiglia, dunque? Non del tutto. Chiaramente, nelle mosse dell’attuale statista senza Stato, c’è la volontà di dare un senso ad antiche battaglie.
Confederazione - Specie in una fase in cui i colossi mondiali si pongono il problema su cosa fare di una nazione nata, come altre contigue, da accordi coloniali che sembrano aver esaurito il loro percorso temporale. In più con la guerra al Daesh il combattentismo dei kurdi iracheni ha acquisito punti. Cinquemila peshmerga hanno riversato sangue sui propri scarponi messi sul terreno a Mosul, cosa che nessun generale Nato e d’altra coalizione ha ordinato ai militari anti-Isis. La via intrapresa da Barzani tiene in considerazione tali logiche, sebbene non è detto che possa passare all’incasso geopolitico. Consapevole del valore simbolico del referendum appena concluso e vinto senza stralciare i voti contrari, che s’attestano attorno al 7%, conscio dell’alto peso politico che esso può avere, la tappa futura di Barzani potrebbe rivolgersi al governo di Baghdad, pur col supporto della Comunità internazionale, parlando di confederazione kurda in luogo di regione autonoma. Non è lo spettro dell’indipendenza che sveglia fantasmi di secessione, aggiungendo un tassello ulteriore all’autogestione, specie se coinvolgerà la zona di Kirkuk, dove i capi kurdi si guardano bene dall’escludere arabi e turcomanni lì presenti, facendo convivere anche fedi islamica e caldea. I dubbi su un tale percorso risiedono prevalentemente oltre confine. Ancoràti al pericolo dell’effetto domino fra milioni di altri kurdi, divisi geograficamente e politicamente, ma ben vivi in altri sogni. Quelli dei leader delle potenze regionali che non vogliono trasformarli in incubo.

lunedì 25 settembre 2017

Kurdistan, il referendum storico del popolo di Barzani


Orgoglioso di lanciare il mio voto di primo mattino e partecipare allo storico giorno del Referendum per il Kurdstan”. Così ha twittato stamane, prestissimo, Masoud, l’epigono del clan Barzani e da tempo leader dei kurdi iracheni. Per l’evento esclusivamente consultivo, e nonostante tutto ostacolato dal governo di Baghdad, negato da quelli di Ankara e Teheran, e surclassato dagli stessi amici (di Masoud) americani che non vogliono prestare il fianco all’ennesimo elemento divisivo fra etnìe e nazioni, sono stati approntati più di dodicimila seggi. Dieci le ore dedicate alle consultazioni e 5.6 milioni gli aventi diritti al voto. In realtà quello è il numero di tutti gli abitanti della regione autonoma del Kurdistan, bambini compresi, ma la cifra citata estende il referendum anche a gente presente nei territori attualmente controllati dai peshmerga. Alla vigilia il premier iracheno Haider al-Abadi aveva annunciato, tramite un messaggio televisivo, che sui promotori del referendum sarebbero ricadute tutte le conseguenze divisive di questo passo elettorale. Ne aveva ribadito l’incostituzionalità, affermando con toni gravi che non si può minare l’unità del Paese.

Ma la posizione fermissima tenuta in primo luogo da Barzani, che gli consente di ricevere l’assenso anche dagli elettori delle frange avversarie dei due partiti di casa (Unione patriottica e Gorran) non esclude il desiderio di dialogo col potere centrale e coi grandi del mondo che scoraggiano lo sfaldamento della nazione. Lui è ottimista e legge il futuro con questi occhi, piuttosto che con aria di scontro. Bisognerà vedere cosa faranno gli altri davanti al risultato, che ufficialmente verrà annunciato domani e dovrebbe vedere una valanga di assensi per la causa dell’indipendenza. Passo comunque non vincolante, seppure simbolicamente significativo. Per ora tre capitali interessate: Baghdad, Ankara, Teheran hanno rispettivamente chiuso i confini di Stato, fatto muovere i carri armati verso la frontiera del Kurdistan, interrotto i voli aerei. Per non far scaldare animi e armi, finora non c’è stata alcuna mossa coercitiva, solo pantomime. Gli esecutivi dei tre Stati sperano che le divisioni partitiche interne facciano da freno alla supremazia che Barzani cerca col referendum. I giorni e le settimane a seguire ci diranno di più.

giovedì 21 settembre 2017

Trump-Rohani, il disaccordo sull’Accordo


Assurdo e odioso”. Così il presidente iraniano Rohani ha definito nel proprio intervento alle Nazioni Unite lo sproloquio dell’omologo Trump. La ferma e decisa risposta con cui ha anche ricordato che le dotazioni missilistiche del suo esercito hanno funzioni “deterrenti e difensive per il mantenimento della pace regionale, per la stabilità e la prevenzione da avventure, perché non dimentichiamo i civili di alcune nostre città diventati bersaglio degli attacchi di Saddam per otto anni di guerra d’aggressione”, non ha perso il tono diplomatico che caratterizza la sua linea. Le uniche durezze hanno riguardato “l’entità sionista” bollata come un furfante che lavora per destabilizzare il Medioriente. E lo staff del 45° presidente statunitense “i nuovi arrivati della politica che rimettono in discussione un accordo (sul nucleare, ndr) da prendere come modello che rende più sicura l’area regionale”. Con l’aggiunta di una battuta sulla moderazione che “è sinergia delle idee, non una danza delle spade”. Quindi una chiusura profondamente critica, con cui Rohani ha lanciato un monito all’intera assise internazionale “Il governo americano dovrebbe spiegare alla sua gente perché l’uso di miliardi di dollari, beni del popolo statunitense e della nostra regione, invece di contribuire alla pace e stabilità ha prodotto solo guerra, miseria, povertà e ascesa di terrorismo ed estremismo”. Per il resto l’intervento del leader iraniano ha tenuto toni costruttivi e anche autocelebrativi. Il presidente-mullah ha ricordato come solo pochi mesi fa il suo popolo gli ha confermato un mandato con grandi numeri di partecipazione (“41 milioni di elettori si sono recati alle urne, scegliendo la linea della moderazione e del rispetto dei diritti umani”, la sua linea.
Un percorso che non rappresenta interessi di parte o personali “ma un investimento per il nostro popolo”. Il tutto condotto col rispetto per le persone e la pace (sicuramente  associazioni come Human Rights Watch o Amnesty International  non concorderanno nel merito riguardo alla pena di morte, ma questo vale anche per altri Paesi, a cominciare da Stati Uniti e Cina). Poi l’uomo di Teheran ha fatto intendere che non sarà certo la minaccia di rinnovate sanzioni a bloccare e intimidire il suo Paese. Poiché quello che già girava ieri, in talune commissioni riunite al Palazzo di Vetro, era la ricerca della via punitiva. Dopo le scudisciate del capo, Rex Tillerson tesseva la tela per provare a rendere praticabile la revisione del Joint Comprehensive Plan of Action, meglio noto come il patto sul nucleare iraniano, sancito da Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania. Se Trump aveva tagliato corto parlando d’azzeramento, la via burocratica con cui si cerca di neutralizzarlo è più sottile. Il presidente Usa ha tempo sino al 15 ottobre per riferire al Congresso se l’Iran stia lavorando per mettere in pericolo la ‘sicurezza statunitense’. Se riuscisse a dimostrarlo e ricevere un assenso, potrebbe rilanciare verso l’Onu la ridiscussione del patto. Quella che era una  promessa elettorale e l’accrediterebbe agli occhi di elettori e detrattori. “America first!” per coerenza e fermezza. Sicuramente troverebbe contrarie Russia e Cina, ma il tignoso Tillerson non demorde.
Per ora consta la contrarietà dell’Alta rappresentante Eu per la politica estera Mogherini e del presidente francese Macron, sul quale, si dice, stia preparando un lavoro ai fianchi sul cavillo non dell’abrogazione bensì di una “revisione dell’accordo”. A chi lo pressava per novità sulla sua iniziativa, l’ex capo esecutivo della Exxon entrato nello Studio Ovale dichiarava “In ogni trattativa, prima di constatare la possibilità di realizzare passi in avanti il quadro si presenta sempre nero. Finora ho visto strette di mano e nessun urlo” se ne deduce massima fiducia nelle strategie future. Nelle disposizioni del Jcpoa non c’è un tema tanto caro a Trump nel recente personale braccio di ferro con rocketman-Kim: l’armamento missilistico. L’arsenale iraniano e le conseguenti ricerche tecnologiche di Teheran non erano state limitate proprio perché - come hanno constatato gli osservatori internazionali, ha sempre sostenuto durante i due anni di colloqui il ministro degli Esteri Zarif e ieri ha ribadito Rohani - hanno uno scopo unicamente difensivo. Ma in discorsi sul Medio Oriente in fiamme, di cui il presidente iraniano ha ricordato nazioni e popoli islamici (in Yemen, Siria, Iraq, Bahrein, Afghanistan) oggetto di aggressioni, è inevitabile che si entri nel merito di strumenti di difesa, sebbene l’Iran impegna su certi fronti soprattutto “consiglieri” dotati di armi leggere. Il filo che il Segretario di Stato statunitense tende verso gli alleati occidentali per cucire una revisione degli accordi dei 5+1 è quello dell’ingerenza iraniana nei focolai di crisi. Ovviamente il pulpito è totalmente screditato per sermoneggiare verso altri, cosa che Trump e Tillerson sanno benone. Ma loro rilanciano la politica del cow-boy che spara preventivamente su tutto quel che si muove per sentirsi al sicuro e giocare col cadavere più che col nemico vivo.

martedì 19 settembre 2017

Giro d’Italia 2018, pedalare nei Territori Occupati


Il Giro d’Italia che ha archiviato un secolo, il numero 101, partirà da Gerusalemme. L’hanno annunciato con enfasi politici e tecnici italiani e israeliani. Per questioni di sponsor e di tutto l’affarismo che lo sport diventato azienda si trascina dietro, soprattutto dagli anni Novanta la classica “corsa rosa” ha scelto di partire fuori dal suo territorio. Finora era andata prevalentemente in Europa (Belgio, Francia, finanche Grecia) e un po’ più lontano fra Danimarca e Paesi Bassi. Quasi tutte terre dove la bici è sacra e la tradizione ciclistica consolidata. Stavolta il colpo di scena: per l'anno venturo Gerusalemme e dintorni, un’operazione di marketing politico prima che economico. E non un ‘mordi e fuggi’ ma tre giorni tre in Israele, con queste tappe: crono di 10 km nella città della Terrasanta, 167 km da Haifa a Tel Aviv, 226 km da Be’er Sheva a Eilat. Perché? Nella presentazione questa la motivazione del direttore del Giro Mauro Vegni: “Per dare un’immagine diversa di Israele, che è un Paese che ha fame di sport. La sicurezza? Sinceramente non mi sentirei più sicuro in Europa in questo momento. Per quanto riguarda le questioni politiche, sappiamo che ci saranno strumentalizzazioni. Ma non facciamo alcun passo oltre rispetto a quelli fatti dal governo italiano”. Ed ecco la posizione dell’esecutivo che con la mano del ministro allo Sport Luca Lotti scrive: “Il prossimo Giro d’Italia sarà speciale: la partenza avverrà da Gerusalemme, un luogo affascinante, immerso nella Storia e in uno scenario irripetibile, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli (sic)”.
E ancora: “Far partire qui la corsa (Lotti era a Gerusalemme, ndr) rappresenta un ponte ideale tra Italia e Israele, fatto di cultura, tradizioni e ora anche di sport…”. Oltre alla buona volontà offerta dall’ufficialità della circostanza e all’involontaria gaffe sull’armonia fra i popoli, encomio diretto a una nazione che incarna guerre e sopraffazione a danni dei palestinesi, la scelta del nostro governo appare in tutta la sua ingombrante faziosità, volta a sposare gli interessi israeliani di uso dello sport come mera propaganda ed eventuale volano per il turismo. Il tutto per uscire dall’isolamento in cui versa il Paese ottusamente governato dal premier Netanyahu. Prestare il fianco, come fanno gli organizzatori della storica manifestazione col benestare del governo Gentiloni, agli interessi di Israele è assurdo. Perché le presunte strumentalizzazioni, già preannunciate da ‘patròn Vegni’ (ah, Torriani quanto ti rimpiangiamo…) come potrebbero esser definite già queste righe, altro non sono e non saranno che il desiderio di stabilire una realtà storica, insanguinata dall’oppressione e dall’occupazione di terra. Non si domandano i nostri zelanti politici e tecnici che portano lo show del Giro in Palestina, cos’è quel nome, cos'è quella gente non solo in un lontano passato, ma in epoca recente. Qui e ora.
I dieci chilometri di crono nelle strade di Gerusalemme vedranno,  per ragioni di sicurezza, migliaia di soldati di Tsahal. Ma queste uniformi da cinquant’anni occupano illegalmente la città santa (le risoluzioni Onu non rispettate s’inseguono nel tempo), portando violenza e morte fra la popolazione araba che lì vive da millenni e ne viene espulsa. Non si chiedono, Lotti e Vegni, di Be’er Sheva, inclusa dal piano di ripartizione della Palestina nel territorio destinato allo Stato arabo e occupata ‘manu militari’ nell’ottobre 1948 da un battaglione israeliano che ne produsse di fatto l’annessione alla propria creazione politica. Né vogliono sapere di Haifa, abitata negli anni Venti del Novecento da 100.000 palestinesi, diventati già nel 1947 poche migliaia poiché fuggivano dalle operazioni di pulizia etnica delle bande paramilitari dell’Irgun, fino a essere deportati definitivamente l’anno seguente dall’esercito d'Israele, col benestare britannico. Forse è bene che gli amanti dello sport s’avvicinino a queste storie, perché accanto agli ebrei perseguitati dalla Shoa e aiutati, fra gli altri, dal campione del pedale Gino Bartali (bei gesti menzionati da Lotti per creare un legame fra ieri e oggi), c’è la sciagurata presenza d’un sionismo sordo a qualsiasi convivenza pacifica. Nato per sopraffare e opprimere. Ricordarlo non è strumentale, è sete di verità.    

sabato 16 settembre 2017

Referendum Kurdistan: Washington lavora per il rinvio


Alleato sì, ma sempre secondo propri interessi e dettami, perciò Washington in queste ore sta spingendo affinché Massoud Barzani e il suo partito (Pdk) mettano da parte la scadenza del referendum d’indipendenza del Kurdistan fissato per il 25 settembre. ‘Non è tempo di voto’ sostengono alla Casa Bianca e qui la frattura diventa netta, perché nel territorio fremono i preparativi con tanto di striscioni e cartelli elettorali. La posizione statunitense non è un diniego, si vuole posticipare la consultazione in una fase meno turbolenta. Però l’affermazione diventa sibillina, visto il crescendo bellico registrato in questi anni nella regione, dove i peshmerga kurdi hanno giocato un ruolo di primo piano nella difesa dei propri territori e nell’offensiva per la riconquista delle aree occupate quattro anni addietro dai miliziani del Daesh. Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie agli armamenti ricevuti dal Pentagono, ma la leadership di Erbil si sente in credito coi politici d’Oltreoceano, obamiani o trumpiani che siano. Col referendum, pur limitato ai territori del Kurdistan iracheno, entra in ballo il fattore per un secolo evitato dalla politica coloniale mondiale: la creazione di una nazione kurda. O perlomeno di un suo embrione.
La frammentazione della cospicua comunità in quattro Paesi, le divisioni interne fra i vari ceppi etnici, le ulteriori divisioni politiche fra i kurdi anche dentro la stessa comunità, come accade nella regione irachena, non cancellano il fantasma con cui la geopolitica mondiale non vuole misurarsi. Le nazioni forti del Medioriente infiammato, Turchia e Iran, coinvolte direttamente e per interposte fazioni nella crisi e guerra siriana, sono entrambe contrarie a concedere autonomie locali sia entro i propri confini sia fra i vicini. Egualmente le potenze mondiali americana e russa, attente agli sviluppi del possibile ridisegno mediorientale non gradiscono la frantumazione di due Paesi alleati e protetti: Iraq e Siria. E’ una contraddizione perché di fatto queste nazioni si ritrovano  disgregate da terribili guerre, anche fratricide. Il quadro è in divenire, partite e obiettivi differenti s’incrociano su uno scacchiere quanto mai complesso. Washington lavora per conservare il consunto status quo con cui Baghdad riconosce da tempo l’autonomia del territorio del nord, definito Kurdistan. I kurdi, però, accanto al marchio d’indipendenza, vogliono inserire nella regione la provincia di Kirkuk, coi tanti pozzi petroliferi che costituiscono una delle perle del governo centrale iracheno (e delle compagnìe estrattive mondiali che li sfruttano).
Contro quest’ipotesi si schierano anche le minoranze arabe e turkmene presenti in quella fetta di territorio che continua a essere disputato non solo per fini economici e politici, ma di appartenenza etnica. Nei decenni si sono ripetuti contrasti fra clan e comunità con faide e spostamenti di gruppi, occupazioni e demolizioni di case, razzie e vendette. Attualmente il governo di Baghdad non ha l’autorità e la forza militare né del trascorso regime baathista, né della prima fase di transizione. Ma se opponesse un’azione di forza sul tema referendario, magari con l’avallo statunitense, la contrapposizione fra gruppi etnici rilancerebbe un caos violento poco controllabile. E’ l’opzione che teoricamente tutti scongiurano, sebbene in contemporanea ciascuna parte alza la voce senza optare per il dialogo. In più la recente uscita di Trump sulla vicenda: “La questione del referendum kurdo distoglie l’attenzione dall’impegno primario: la lotta all’Isis” anziché compattare le parti, ha gettato benzina sul fuoco visto che mette in discussione un tema caro ai peshmerga, i combattenti sul campo dei miliziani neri. Costoro, dopo gli encomi, cercano l’incasso politico e mercantile.

mercoledì 13 settembre 2017

Egitto, reato di verità per l’avvocato di Regeni


Il buco nero in cui l’avvocato egiziano Ibrahim Metwally è caduto nella notte fra domenica e lunedì scorsi al Cairo è solo l’ultima circostanza con cui lo stato di diritto, quello per il quale si è innanzitutto cittadini prima che difensori dei diritti stessi, viene quotidianamente calpestato in Egitto da oltre quattro anni. Metwally era stato fermato all’aeroporto della capitale egiziana mentre saliva su un aereo per recarsi a Ginevra, lì invitato dalle Nazioni Unite a presentare una documentazione sulle sparizioni di persone che avvengono da anni nel suo Paese. Dopo esser stato prelevato dagli addetti alla sicurezza di lui per ore non s’è saputo nulla, anzi se ne negava il fermo. Forse sarà stato il tam tam lanciato dall’associazione di cui l’avvocato fa parte (Egyptian Commision Right and Freedom), forse un intervento della struttura Onu che l’attendeva, ieri il ministero degli Interni cairota ha annunciato che l’uomo è bloccato con l’accusa di tramare contro la sicurezza nazionale, secondo quanto disposto dall’incrudimento delle norme della precedente legge sul terrorismo. Fosse stato un po’ meno conosciuto e soprattutto non coinvolto in un incontro come quello che l’attendeva in Svizzera, la sparizione di Metwally si sarebbe aggiunta a quella di migliaia d’altri concittadini. Dramma che l’avvocato denunciava già prima d’essere entrato nel gruppo dei difensori di Giulio Regeni.

In anticipo sull’omicidio del ricercatore friulano, il legale aveva affrontato la terribile tematica che affligge il Paese venendone colpito anche  come padre: suo figlio da due anni risulta fra gli scomparsi, ma dal ministero gestito da Al-Ghaffar nulla trapela e niente finora si è scoperto su questo caso. Il giovane potrebbe rientrare fra i sessantamila incarcerati: avversari politici, oppositori o semplicemente non assoggettati ai voleri del regime che opera un’immediata vendetta repressiva verso chiunque non sia bloccato dalla paura e azzardi anche semplici comunicazioni di cronaca sgradite al governo. Di fatto chi all’interno dei confini della nazione manifesta pensieri molesti al partito del presidente è considerato un soggetto non solo indesiderato, ma altamente pericoloso, tanto da poter essere arrestato nel rispetto della legge vigente. Dunque Metwally è in galera “per avere collaborato con organismi stranieri che puntano alla caduta di Al Sisi”, tale è l’effetto del cordone sanitario con cui il generale golpista difende il proprio esercizio oppressivo. Fra i comunicatori, giornalisti, intellettuali di cui da anni non si hanno notizie ci sono persone conosciute e meno. La strada intrapresa da quella che è diventata una dittatura mascherata, sin dalla strage della moschea di Rabaa al-Adawiya, è quella che, ad esempio, ha gettato nel vortice repressivo il fotografo Abu Zeid Shawkan, reo d’aver portato all’esterno l’entità d’un massacro che si voleva tenere celato.

Quanto questa situazione potrà durare è una domanda che i politologi si pongono, e la risposta diventa più imbarazzante del quesito. Il realismo politico che riporta da domani al Cairo l’ambasciatore italiano Cantini, mentre il premier Gentiloni si spende in rassicurazioni, a suo dire, utili per le indagini sul turpe omicidio del nostro studioso, è sintomatico d’un realismo incardinato sul cinismo. I fatti parlano da tempo e, mese dopo mese, ribadiscono la tracotanza di Al Sisi che sa di poter sminuire questa crisi diplomatica come di fatto sta accadendo. I genitori di Regeni e l’ampio fronte di solidarietà nazionale e internazionale creatosi attorno alla vicenda, costituiscono pur sempre una minoranza davanti agli interessi internazionali in atto. C’è l’emergenza migranti dalla Libia, che coinvolge l’Egitto quale partner dell’uomo forte della Cirenaica, quel generale Haftar che ha un feeling speciale con Al Sisi. E sempre sul tema di ‘sicurezza transnazionale, forze armate e pugno di ferro’ ci sono i militari che l’asse Al Sisi-Haftar possono porre sul terreno contro le bande dell’Isis o di qualsivoglia islamismo in armi. Già questo è un fine che giustifica ogni mezzo, seppure ciò che i due regimi, l’ufficiale del Cairo e l’ufficioso di Tobruk, vogliono eliminare ed esorcizzare è quello partecipativo e popolare. Il popolo deve solo temere e obbedire.   

giovedì 7 settembre 2017

India, il fondamentalismo induista silenzia un’altra voce


L’omicidio della cinquantacinquenne giornalista indiana, Gauri Lankesh, avvenuto a Bangalore (la metropoli scientifica per eccellenza della federazione indiana), con tre proiettili sui sette sparati da un commando che l’attendeva nei pressi della sua abitazione, è solo l’ultimo di una catena che da anni insanguina il Paese. Negli ultimi quattro, il medico e intellettuale Dabholkar (2013), lo scrittore Kalburgi, il filosofo Pansare (entrambi nel 2015) sono stati freddati a colpi di pistola da killer poi dileguatisi  alla maniera dei tre assassini della giornalista. Purtroppo le indagini sui crimini si sono via via svilite, sebbene i sospetti rivolti a induisti fanatici che vedono nei sostenitori d’idee progressiste, razionaliste e anticasta dei bersagli da colpire, fossero pesanti. Ma l’aria che l’enorme nazione respira dalla salita al potere dell’ampiamente conservatore Partito Nazionalista Indù (Bharatiya Janata Party) non è delle più democratiche. Anzi, con l’elezione a presidente del leader Narendra Modi, attivissimo sulla scena internazionale sul fronte dell’economia geopolitica coi Brics e oltre, le componenti più retrive dell’estremismo cavalcano l’idea di ‘induizzazione’ della società. Quello che le vittime citate provavano a contrastare.
La Lankesh, giornalista di lungo corso e figlia d’arte, s’inseriva in tale contesto, magari non su un fronte di dispute ideologico-religiose come le altre vittime, ma era in prima linea per le battaglie a favore di umili, minoranze (ultimamente i Rohingya) e dei diritti dei gay. Era conosciuta come la cronista indomita, amante del ruolo vitale della professione: far conoscere questioni senza nasconderne le contraddizioni, senza voltare lo sguardo e farsi intimidire dal potere. Sull’impostazione data a un settimanale (Lankesh Patrike), fondato dal padre e per il quale Gauri continuò a lavorare insieme al fratello Indrajit, nacquero con quest’ultimo dissensi. I due arrivarono a querelarsi, sebbene l’uomo, che s’occupava della gestione economica, non fosse coinvolto nella linea editoriale. Indrajit accusò la sorella di offrire spazio alle posizioni naxalite, una variegata componente maoista  presente in alcune aree del Paese. Lei negava, pur ribadendo tutto il suo progressismo sociale e politico, rivolto contro le posizioni reazionarie di partiti e associazioni della destra indiana. L’anno scorso la cronaca giudiziaria interna l’aveva vista coinvolta in una diatriba con l’accusa di diffamazione per aver accusato tre membri del partito di governo (Bjp) di truffa verso un commerciante. Dopo vari dibattimenti fra giudici di primo grado, Corte Suprema cui la giornalista s’era rivolta, una sentenza definitiva la condannava per non aver fornito prove sulle accuse. Il rifiuto a fornire documenti e soprattutto le generalità degli informatori, che a suo dire provenivano da membri del partito stesso, ribadiva i tratti d’una caparbietà caratteriale e professionale.
Rigorosa nel raccontare, implacabile quando scopriva intrighi che riguardavano il potere Gauri rappresentava l’ennesimo esempio di chi offre valore a questo lavoro, notoriamente un avamposto nel controllo dei potenti, purtroppo in vari casi trasformato da quest’ultimi in servizievole corte. La Lankesh era altro. Apparteneva alla parte pregiata dell’informazione e questo gli è riconosciuto da parecchi colleghi ed editori in India e fuori. La ricordano come un’eccellente giornalista, dicono che nonostante fosse piuttosto nota avrebbe potuto avere un pubblico più vasto scrivendo in inglese, invece aveva scelto l’etimologia della regione (kannada) per restare in rapporto con la gente del territorio. Uno dei suoi punti fermi era l’opposizione al sistema delle caste giudicato ingiusto e prevenuto, perciò era vista come fumo negli occhi da un ampio fronte conservatore, dal partito di governo ai più viscerali fondamentalisti indù. Il ‘Comitato di protezione dei giornalisti’ ha richiesto alle Istituzioni adeguate inchieste sul suo omicidio e ha lanciato un appello per “fermare l’escalation di violenza della destra politica che, servendosi di tematiche odiose, sta rendendo impossibile la convivenza nel Paese”. Da ieri migliaia di cittadini rendono omaggio e onore al feretro della donna, esposto pubblicamente nel cimitero di Bangalore.