martedì 21 maggio 2019

Egitto, piramidi insanguinate


Nel dubbio spara. E uccidi. E’ la legge speciale applicata in Egitto contro i sospetti di terrorismo. Ieri ne hanno subìto le letali conseguenze dodici elementi considerati militanti del gruppo Hams, che può essere (non è certo) l’autore dell’attentato con cui erano stati feriti alcuni sudafricani che viaggiavano su un pulmino turistico in prossimità delle piramidi di Giza. Lo scorso dicembre un agguato simile, nella stessa località, era costato la vita a quattro vietnamiti. L’ordigno fatto esplodere al passaggio del mezzo era rudimentale, ma secondo le note del ministero dell’Interno risponde a un piano per limitare una delle fonti d’entrata del Paese. Intento sicuramente reale, peraltro perseguito già in passato da organismi jihadisti. Sul ruolo di questo gruppo, accusato dai militari egiziani d’essere il braccio armato della Fratellanza Musulmana, ipotesi anch’essa possibile dopo la repressione scatenata dall’estate del 2013 e la messa fuorilegge della Confraternita, indagano i magistrati. Lo fanno dal giugno 2015 quando il capo procuratore Hisham Barakat, fu colpito a morte. Nei periodi seguenti altri attentati sono stati attribuiti all’organismo il cui nome in arabo significa “Movimento delle braccia d’Egitto”. Dall’uccisione di graduati di polizia e di magistrati, il gruppo s’è reso celebre per aver cercato d’uccidere l’ex Gran Muftì Ali Gomaa, mancando il bersaglio.
I proclami lanciati nelle azioni violente e in varie circostanze sanguinarie facevano riferimento ad ‘Allah che protegge la rivoluzione punendo i criminali che s’oppongono al popolo credente’. Musica per gli intenti repressivi dell’apparato del presidente Al Sisi che finora colpiva i miliziani nel corso di azioni di controllo del territorio e operava arresti. Un gigantesco processo venne attuato nel gennaio 2017 con oltre trecento presunti adepti a Hams, tutti accusati di azioni terroristiche e per questo condannati a dure pene detentive. Con l’operazione di ieri i sospettati non vengono neppure più spediti in galera, ma passati per le armi sul posto, com’è accaduto nell’area periferica del Cairo di El-Sharouk, dove casupole e possibili nascondigli sono diventati luogo d’un vero tiro a segno. Del resto, a detta del governo, questi terroristi assassini non meritano sorte diversa e nessuno recrimina né rivendica un’altra, neppure amici e familiari che potrebbero subìre simili trattamenti per collusioni, coperture o connivenza. Così ben poca udienza ricevono i documenti di Amnesty International nordafricana che denuncia questo genere di uccisioni extragiudiziarie, accanto alla violazione di diritti umani. Per il terrorismo che infesta il Paese Sisi ritiene la procedura in corso il male minore. E per non ingolfare le prigioni l’eliminazione diretta, comunque già conosciuta in altre fasi, è diventa una pragmatica realtà.

lunedì 13 maggio 2019

Turchia, bastonare il pensiero critico


Il dialogo a suon di mazzate e che mazze, quelle da baseball, che hanno portato in ospedale lo scrittore Yavuz Selim Demirağ, commentatore in uno dei quotidiani turchi (Ȳenicağ) che resistono all’omologazione governativa, ribadisce l’illegale panorama che il regime dell’accoppiata Akp-Mhp ha stabilito da due anni nel Paese. Certo, la politica ufficiale seguirà il suo percorso, così come ha fatto fermare sei presunti aggressori (poi rilasciati) parlerà di teppismo, ma tutti sanno che quella spedizione punitiva non è né isolata né un’iniziativa autonoma. E’ frutto del clima violento seminato dalle più alte istituzioni, a partire dall’ambigua figura del presidente fiero sostenitore dell’equazione avversari e pensatori critici uguale terroristi. Verso costoro tutto è ammesso per ‘amor di patria’. Lo sa bene il leader del partito repubblicano Kılıçdaroğlu, che s’è recato a visitare il ricoverato Demirağ, dopo aver subìto nelle scorse settimane egli stesso un’aggressione, meno violenta solo perché era circondato da guardie del corpo. Se, dunque, in Turchia si picchia il capo dell’opposizione, sicuramente può accadere di peggio a chi esprime ogni genere di pensiero inviso all’attuale ‘padre della Turchia’.
Giornalisti, scrittori, avvocati dei diritti, attivisti kurdi e di sinistra sono da anni obiettivo di quest’escalation che li ha trasformati in cadaveri, detenuti e perseguitati professionalmente e umanamente. Una faida cresciuta nel corso della grande epurazione anti gülenista che non ha risparmiato altre sponde. Ora i magistrati erdoğaniani, non si può non definirli tali visto che chi oggi veste la toga riesce a farlo grazie al placet del presidentissimo, potranno indagare sull’identità politica degli assalitori del giornalista per scoprire se sono militanti dell’Akp, come i pugilatori di Kılıçdaroğlu. Oppure appartengono agli alleati ‘Lupi grigi’ da sessant’anni avvezzi a spedizioni punitive, l’elemento più tenero del loro paramilitarismo diviso fra ideologia panturchista e sostegno della Cia. Ma per quanto mostra la politica turca interna, di strada e di Palazzo, queste differenze sono sbiadite. Ben al di là dell’alleanza elettorale, che offre seggi al partito nazionalista (Mhp) e garantisce agli islamisti dell’Akp quella continuità di potere che non erano più in grado di conseguire in solitudine.
Ciò che preoccupa politologi e analisti è il frutto reazionario di tale miscela. Una deriva fascistoide islamica, diversa dalla stessa matrice conservatrice del rilancio dell’Islam politico di cui Erbakan fu l’ispiratore col Refah Partisi e il successivo Saadet Partisi. Finiva un secolo (1999), iniziava un nuovo Millennio. Erdoğan sindaco di Istanbul e giovane dirigente di quel progetto finiva il galera. Uscitone dava vita, in compagnìa del sodale Gül, al Partito della Giustizia e Sviluppo, realtà politica che cavalcando Islam, liberismo e conservazione proponeva ai turchi il sogno d’un Paese proiettato verso il benessere. All’epoca parlando con tutti, addirittura con la comunità kurda, e pure col “terrorista Öcalan, perché Erdoğan voleva pacificare un popolo su cui governare senza intralci. Ma costruendo il suo personalissimo potere, oltre a un regime tutt’altro che democratico, i suoi orientamenti sono mutati sino ad additare nemici ovunque abbia trovato idee discordanti, anche fra i sodali. Da qui due princìpi: incarnare la vera Turchia per i veri turchi e ispirare quest’ultimi nel percorso da seguire. Demirağ, che in tivù osa esprimere pensieri diversi, deve capire che non può farlo. E la lezione deve servire a ognuno.  

martedì 7 maggio 2019

Istanbul rivota


Dodici milioni di istanbulioti torneranno alle urne il 23 giugno. Così ha deciso il Consiglio Supremo Elettorale che ha accolto il ricorso sui voti dubbi inoltrato dal grande sconfitto: l’Akp del presidente Erdoğan. La metropoli-simbolo turca, strappata al partito di governo dai repubblicani il cui esponente İmamoğlu ha preceduto di 21.459 voti (seppure l’agenzia ufficiale Anadolou ne riferiscw 14.000)  l’ex presidente del Parlamento Yıldırım, ha rappresentato la battuta d’arresto più bruciante della cosiddetta Alleanza del Popolo (Akp e Mhp). La perdita del primato nella capitale e in altre grandi città: İzmir, Adana, Antalya, Mardin non ha colpito la formazione islamista, che governa ininterrottamente il Paese dal 2003, come il disarcionamento di Istanbul. Sebbene allo spoglio elettorale i due contendenti siano risultati quasi appaiati, gli attivisti del partito della Giustizia e Sviluppo non s’aspettavano il sorpasso; il loro Atatürk islamico, che da lì in qualità di sindaco aveva lanciato la scalata al potere, non pensava potesse accadere. Dopo aver sedato la rivolta di Gazi Park nel 2013, sconfitto il tentato golpe nel 2016, dopo aver ripulito la nazione dai sedicenti nemici gülenisti, incarcerato giornalisti, militanti kurdi e della sinistra pensava che il Bosforo gli obbedisse come l’Anatolia profonda. Certo le sue roccaforti l’Akp le conserva: Fatih sulla sponda europea, Üsküdar su quella asiatica, tanto per citare quartieri simbolo, e raccoglie consensi in molte altre.
Ma in certi luoghi della vecchia Istanbul che, accanto agli avvenimenti recenti, trasudano storia - Besiktaş, Şişli - repubblicani hanno piazzato i loro colpi che hanno portato voti a İmamoğlu, il nuovo sindaco. Veder perdere il fedelissimo Yıldırım a opera d’un politico sconosciuto, dev’essere stato un boccone amaro per lo statista che si sente invincibile. Il fedelissimo è un uomo d’apparato, la carica di primo cittadino sul Corno d’Oro l’avrebbe ripagato di rinunce e problemi giudiziari. Senza profferir parola aveva accettato la cancellazione del ruolo che ricopriva: la carica di primo ministro azzerata dalla riforma costituzionale con cui la Turchia è diventata una Repubblica presidenziale. Da seguace rigoroso e ligio aveva chinato la testa a ogni desiderio del ‘sultano’. Dopo averlo accondisceso da ministro dei Trasporti coi progetti sull’alta velocità e il fantasmagorico Marmaray (il treno sottomarino che collega la Turchia europea a quella asiatica) aveva subito l’onta delle accuse di corruzione rivolta ad alcuni esponenti dell’Akp e s’era dimesso. Venne ricompensato con la leadership del partito, che l’Erdoğan presidente non poteva più vantare, pur rimanendone il signore indiscusso, e con la carica di presidente del Meclis. Però la poltrona di sindaco era già parsa stregata per Yıldırım, ci aveva provato nel 2014 a İzmir e fu sconfitto sempre da un candidato repubblicano.
Nel marzo scorso a prendere seppure una manciata di preferenze più di lui è stato Ekrem İmamoğlu, un cinquantenne che sorride molto e vanta poche cose: un master in gestione in risorse umane e la direzione del municipio di Beylikdüzü, distretto istanbuliota sul Mar di Marmara neppure così numeroso (300.000 anime). Ma l’inatteso sorpasso è accaduto. Da quel momento l’apparato dell’Akp più dello stesso perdente ha pensato di lavare l’onta a suon di carte bollate. La tesi sostenuta riguardava 40.000 elettori irregolari che erano stati egualmente ammessi alle urne, ovviamente non ci sono prove che costoro abbiano sostenuto il candidato repubblicano e scrutatori non appartenenti all’amministrazione locale. Però sette degli undici membri del Consiglio Supremo si sono espressi per la ripetizione del voto, mentre voci, non si sa se pilotate, parlano di 43 addetti ai seggi vicini alla bestia nera di Erdoğan: l’organizzazione Fetö. Che apparirebbe un’Idra dalle infinite teste. Il sindaco, che aveva assunto l’incarico il 17 aprile e ora si vede depennato, sostiene che “Questa decisione porterà spiacevoli turbative alla nazione”, altri oppositori fanno notare come il repulisti giudiziario e amministrativo voluto dal presidente contro ‘il terrorismo ideologico’ sta dando i suoi frutti e mostra organi di controllo sempre più ossequiosi verso il potere. Un potere di parte non smentito dal presidente che ha dato il “Benvenuto” al pronunciamento dei magistrati.  

domenica 5 maggio 2019

Afghanistan, attacco talebano di avvìo Ramadan


Hanno usato un Humvee, veicolo militare multifunzione ad alta mobilità, l’hanno imbottito di esplosivo e diretto sull’edificio adibito a quartier generale di polizia Pul-e Khumri, nella provincia settentrionale di Baghlan. Sono morti in tredici, oltre cinquanta i feriti. A poco è servito anche l’inizio del mese del Ramadan, i talebani insoddisfatti dall’andamento dei colloqui di pace, ripropongono la guerra. Attentati simili s’erano già verificati: durante scontri prolungati i turbanti, dopo aver eliminato o messo in fuga i militari afghani, s’appropriano di armi e autoveicoli che poi usano più o meno camuffati per assalti omicidi e suicidi. Stamane il conducente dell’Humvee lanciato sulla sede poliziesca s’è fatto esplodere nel mezzo. Purtroppo, come quasi sempre accade, si registrano anche vittime civili, bambini compresi, così ha dichiarato un responsabile sanitario mentre coordinava i soccorsi. Proprio il personale medico ha raccontato che nella zona la battaglia fra i contendenti è continuata a lungo. Del resto i taliban hanno ripreso l’offensiva, come sostengono da sempre per intimorire e demoralizzare gli afghani che vestono la divisa, ma da alcune settimane anche per rispondere in maniera sprezzante alla mancanza di accordi e ultimamente alle sottolineature del gran cerimoniere degli incontri qatarini: Zalmay Khalilzad.
Quest’ultimo, per rompere l’impasse in cui la trattativa è caduta, ha diretto sugli interlocutori la voce della gente “stanca di guerra, i fratelli e le sorelle afghane vogliono che il conflitto finisca” ha detto il diplomatico. Aggiungendo: “E’ tempo di deporre le armi, fermare la violenza, abbracciare la pace”. L’ultima affermazione ha indispettito il fronte talib che ha rinfacciato al mediatore afghano-statunitense l’uso della forza reiterato per anni dagli occupanti, costato sacrifici umani e finanziari per tutti. Vista la tensione è svanita la decisione presa dall’assemblea indetta da Ghani che prometteva di liberare 175 miliziani prigionieri in cambio del cessate il fuoco prima del Ramadan. Il mese santo s’è aperto con l’ennesimo attacco e tutto fa pensare che la posizione di rigettare qualsiasi proposta del ‘fantoccio americano’, come i taliban definiscono il presidente Ghani, faccia venir meno anche l’idea d’indire un’enorme Loya Jirga con la presenza di oltre tremila fra esponenti religiosi e politici da tenersi a Kabul. I talebani, che pure restano al tavolo di Doha, fanno intendere che non accrediteranno nessun lacché filoamericano cosicché le soluzioni riappaiono incerte. Eppure il portavoce ufficiale dell’Alto Consiglio di Pace continua a diffondere ottimismo e riproporre meeting, quasi a voler ribadire che per tutti non esistono altre vie d’uscita.

martedì 23 aprile 2019

Turchia, dai buoni propositi ai pugni


Son durate un batter di ciglia le buone intenzioni che lenivano le polemiche del dopo voto in Turchia. Per due settimane i rappresentanti dell’Akp, sconfitti, soprattutto a Istanbul e Ankara avevano ripetuto il mantra di necessari riconteggi dei voti, di ricorsi peraltro inoltrati dal partito alla Commissione elettorale. Poi d’incanto il 20 aprile era giunto un discorso conciliatore di Erdoğan: “… E’ tempo di pensare al futuro della nazione, di raffreddare i bollori elettorali, di stringerci le mani e collaborare sui temi dell’economia e sicurezza” dichiarava il presidentissimo. “Abbiamo completato una maratona elettorale, le consultazioni si sono svolte nello spirito della democrazia e della legge. Ci sono state discussioni politiche, ma queste non gettano ombre sul funzionamento democratico”. Pur riferendosi ai ricorsi, evidenziava la necessità di rimettersi alle decisioni supreme, come a voler parlare all’intera classe politica volta agli interessi del popolo rispetto a quelli di parte. Faceva intendere che l’intero establishment ha di fronte quattro anni sino alla prossima scadenza elettorale, dovrà utilizzarli per la stabilità nazionale. Il fulcro della ricetta dettata è esplicito: per eliminare il terrorismo e rilanciare una crescita economica servono i segmenti di tutta la società, perciò gli addetti ai lavori devono occuparsi degli 82 milioni di turchi, superando le  differenze pur esistenti. “Vista la campagna della stampa occidentale contro la nostra economia, qualunque siano i titoli dei giornali noi continueremo il nostro percorso”. In coda all’intervento attaccava il Financial Times, reo di giudicare l’economia turca collassata. “Hey, sei a conoscenza che la Turchia ospita quattro milioni di siriani?” chiedeva alla prestigiosa testata con la spocchia di chi si sente al sicuro. Questo il recentissimo Erdoğan-pensiero. Ai vertici del Chp non pareva vero. Sostenitori, come si dichiarano, del bisogno di accantonare polemiche e soprattutto vincitori delle amministrative erano lieti della distensione.

Non avevano fatto i conti con la base dura e pura dell’Akp. Così  quando il 21 aprile il leader Kılıçdaroğlu s’è recato in un momento  caldo, in una zona ancora più calda (Çubuk nel distretto della capitale), è stato preso a pugni da un gruppo di uomini. Erano i  partecipanti al funerale d’un soldato morto nei giorni precedenti sul confine iracheno, durante un conflitto a fuoco con guerriglieri del Pkk. Il leader repubblicano scosso è stato portato via dalle guardie del corpo che l’hanno tenuto in una casa nelle vicinanze, dove comunque la folla s’è radunata minacciosa. Per sbrogliare la situazione sono giunti reparti di polizia e squadre speciali. Il ministro dell’Interno dell’attuale governo (Akp più Mhp) Soylu e anche altri esponenti della maggioranza si sono immediatamente attivati per tamponare e giustificare il buco della sicurezza che riportava alla mente le scazzottate istituzionali avvenute nell’aula parlamentare durante le accesissime sedute per l’approvazione della riforma costituzionale che ha trasformato la Turchia in Repubblica presidenziale, con gli attuali superpoteri al presidente. Allora a darsele erano focosi onorevoli (dell’Akp e del Chp). Stavolta il mite Kılıçdaroğlu risulta bersaglio, mentre fra gli aggressori, inizialmente indicati quali familiari e amici della vittima, c’è un leader locale dell’Akp. La faccenda ha messo imbarazzo al partito di governo che ha repentinamente riunito i probiviri annunciando l’espulsione di quell’elemento, visto che lo statuto Akp bandisce ogni violenza pubblica e privata. Ma è bastata la giornata di ieri a rinfocolare accese dichiarazioni dei vertici dei due partiti. Il segretario repubblicano afferma: l’aggressione non è stata casuale, bensì pianificata. Il ministro dell’Interno rinfaccia a Kılıçdaroğlu un intento provocatorio: in campagna elettorale in varie località aveva accettato sostegno e voto degli attivisti del Partito democratico dei popoli, considerati dal governo fiancheggiatore del Pkk. Dunque, in cinque giorni, il Paese si ritrova a fronteggiarsi e la volontà di collaborare appare già archiviata.

venerdì 19 aprile 2019

I talebani ribadiscono: nessuna intesa con Ghani


Incontro saltato in Qatar e incertezze sul futuro dei colloqui di pace per l’Afghanistan. Così rispondono i talebani alla forzatura della mega delegazione (250 rappresentanti, fra cui una cinquantina di donne) proposta da Ghani al suo seguito. Alle sollecitazioni del sultano Barakat, del Centro studi qatarino per il conflitto, inizialmente i taliban non avevano eccepito nulla per poi dare forfeit. Intanto il tempo scorre, visto che le delegazioni avevano iniziato ufficialmente gli incontri nello scorso settembre e, guidate dall’inviato di Washington Zalmay Khalilzad, si davano 10-12 mesi per raggiungere un accordo. La tempistica appariva agli osservatori eccessivamente ottimistica sulla base di quanto mostrato dai precedenti tentativi del 2010 e dei periodi seguenti. Eppure nelle varie sedute dei mesi scorsi, le stesse rappresentative dei turbanti avanzavano fiducia nella possibilità di risolvere alcune controversie. Certo, hanno sempre ribadito di non voler trattare con l’attuale governo e questo nodo, che il gruppo di Ghani ovviamente non considera tale, rischia di saltare l’intero tavolo, che pure mostra ulteriori criticità come la questione delle basi statunitensi sparse in varie province. Forse la soluzione praticabile ruota attorno alla figura del presidente, un suo sacrificio a favore di altri del proprio entourage potrebbe diventare un compromesso. I funzionari americani di Cia e Pentagono che seguono gli eventi farebbero capire che si può fare, ma elementi politici afghani, fra cui anche signori della guerra imbarcati nella gestione Ghani (Abdullah, Dostum) non vogliono perdere terreno rispetto ai guerriglieri che vogliono sistemarsi nei posti di comando. Ne consegue il logorante braccio di ferro a distanza che rischia di bloccare le trattative su questioni centrali. Dunque si rimanda ancora, mentre i taliban, tanto per far offrire ulteriori dimostrazioni della propria determinazione, annunciano con le armi l’ennesima offensiva di primavera, anche se in realtà gli attacchi non hanno più stagione: gli studenti coranici quando vogliono colpiscono e si ritirano. In ogni luogo, in ogni periodo.

mercoledì 17 aprile 2019

Egitto, Sisi imita Erdoğan


Come Erdoğan e più di lui, Abdel Fattah al-Sisi il generale-presidente d’Egitto che cela dietro la grandezza d’un regime basato sul terrore la sua minuzia di dittatore piccolo piccolo, adotta la linea della riforma costituzionale per poter conservare il potere per un altro decennio. Il decreto che rende possibile tale prolungamento è stato approvato ieri da un Parlamento addomesticato, espressione del voto neppure della metà degli egiziani. Infatti sin dal golpe del 2013 l’opposizione perseguitata della Fratellanza Musulmana non è più presente sulla scena politica, e oltre a registrare morte, sparizione e prigionia dei propri attivisti, vede il suo elettorato sbandato e astensionista a qualsiasi confronto elettorale proposto negli ultimi anni. Le stesse elezioni che hanno ratificato la presidenza di Sisi nel 2014 e 2018, vinte con maggioranze bulgare, hanno avuto un’affluenza ufficiale del 40%, che a detta di vari osservatori internazionali risulta gonfiata di parecchi punti. Col 97% di consensi alla sua persona e il pieno di voti nella Camera dei Rappresentanti che lo sostiene senza rivali, il generale ha infarcito l’Istituzione di 596 yes men che ne avallano ogni desiderio. Il più esplicito: restare al potere e così sarà fino al 2030. A rendere “democratica” una decisione già presa il referendum consultivo previsto dal 22 al 24 aprile, con cui una consolidata minoranza di egiziani dirà l’ennesimo sì alla volontà del proprio uomo forte.
“Partecipa, dì sì agli emendamenti costituzionali” recitano manifesti giganteschi disposti in ogni angolo della capitale, compresa la piazza un tempo ribelle di Tahrir, ormai normalizzata a spartitraffico. Passare di lì con un semplice cartello di protesta assicura fermo e arresto, più eventuali accuse di terrorismo. E’ attorno al fine di combattere il terrorismo che Sisi reclama un mandato presidenziale più lungo (sei anni invece degli attuali quattro) e a suo dire il terrorismo è ovunque, specie in chi si oppone alla satrapìa personale in linea con la lobby che l’ha espresso, quella delle Forze Armate, anima nera sospesa sul grande Paese arabo che i militari dicono di proteggere. In realtà quest’Egitto è ben in linea col piano che ridisegna il Medio Oriente attorno a un asse reazionario centrato sull’Arabia Saudita,  la potenza regionale più funzionale agli interessi dell’imperialismo economico occidentale - statunitense, britannico o francese che sia - e vede signorotti della guerra come l’Haftar libico abbracciati e vezzeggiati da regimi autoritari, appunto l’Egitto di Sisi. In questo rimpasto mediorientale a perdere sono i ceti deboli di ciascun Paese, soggiogati o schiacciati da conflitti oppure ridotti all’esilio, come accade da anni a milioni di siriani oppressi dall’interno e da destabilizzazione esterne. Poiché, esplicitato da sistemi di governo a vita o mascherato da pseudo democrazie, il sogno di libertà di quei popoli continua a rimanere un sogno.