lunedì 16 settembre 2019

Tunisia, sorprendono afflusso ed outsider


Doppia sorpresa nel primo passaggio elettorale delle presidenziali in Tunisia: l’astensione è risultata meno marcata di quanto la dichiarata disillusione politica della popolazione avrebbe fatto attendere. Così il 45% dell’elettorato recatosi ai seggi, controllatissimi da settantamila militari, è di molto inferiore al 64% registrato cinque anni fa, ma non sconfortante come l’ipotesi del 25-30% ventilata da alcuni sondaggi. L’altra sorpresa è il vincitore del turno selettivo: Kais Saïd, un sessantunenne professore di diritto costituzionale che occupava un posto nella fitta schiera di indipendenti e che ha messo in fila i più quotati candidati del regime recente e della nostalgia benalista Probabilmente è stato il voto giovanile a dargli fiducia e a darsi speranza in una nazione rimasta bloccata da anni. I ragazzi che non vogliono finire nella spirale della violenza jihadista, che in Tunisia recluta pagando il bisogno e la disperazione, e non hanno le migliaia  di dollari per i viaggi degli scafisti sempre meno sicuri non solo per la tenuta in mare, ma per l’accoglienza sulle coste italiane e le collocazioni in Europa. Le due piaghe dello sradicamento sociale restano, ma chi ripone fiducia nel professore cerca altro. Il competitore con cui dovrà vedersela a metà ottobre, o forse a novembre perché non c’è ancora una data precisa del secondo turno, dovrebbe essere colui che i sondaggi davano per sicuro vincente: il tycoon Nabil Karoui. Ha ottenuto un 15,5% di preferenza, il 4% in meno di Saïd, mentre più staccato è l’uomo di Ennahda, Abdelfattah Mourou, con un consenso fra l’11 e il 12%. Il suo partito non s’è rassegnato, comunicando ufficialmente di attendere i risultati finali dalla Commissione elettorale, l’unica che ha il potere di verificare la correttezza delle schede scrutinate. Comunque i più penalizzati dal voto, viste le reciproche aspettative sono le due figure istituzionali: l’ex premier Chahed e l’ex ministro di Essebsi, Zbidi. Quest’ultimo, sicuro di un’affermazione, s’era spinto a preventivare una prossima riforma costituzionale per un ritorno al presidenzialismo dell’epoca di Ben Ali. E più d’uno fra i candidati accreditati aveva concesso strizzate d’occhio all’ex raìs, lodando sua era (sic). La mossa non ha avuto presa sull’elettorato. Però la stessa novità rappresentata da Saïd, tenutosi lontano dalle lusinghe dei partiti storici, non mostra una piani diversi concorrenti. Anch’egli appare imbalsamato nella conservazione di un’economia malata che non studia né lavora per percorsi alternativi. Perciò chi si sta appoggiando a questo candidato fuori dal coro, potrebbe scoprire scarse o nessuna novità, soprattutto di quelle prospettive socio-economiche che sono l’inestirpato tumore tunisino.

domenica 15 settembre 2019

Presidenziali tunisine fra disillusione e benalismo


Chiusi i seggi delle presidenziali tunisine quel che balza immediatamente agli occhi e alla conta che non offre ancora dati ufficiali è la bassa affluenza alle urne, frutto di anni di disillusione seminata a piene mani dalla politica. Che pure veniva vissuta con passione almeno per un biennio dall’avvìo della protesta antiautoritaria che, nel dicembre 2010, diede il la alle primavere arabe e mantenne la Tunisia, pur fra i drammi di omicidi politici e gli spazi ricercati dal fondamentalismo jihadista, in una diversità dalla tragica fine di piazze come quelle egiziana, libiche, siriane. Però, i gruppi che si sono succeduti al potere, dall’islamista Ennahda al secolare Nadaa Tounes hanno solo prodotto una polarizzazione, lasciando insolute questioni vitali come quella economica in crisi perenne. Un’economia problematica già nei decenni del vecchio regime con una dipendenza atavica da capitali stranieri, un’economia che offriva manodopera a basso costo che proprio per i bassi salari non sollevava le sorti dei lavoratori, ma al contempo non vedeva strutturarsi un ceto imprenditoriale autoctono degno di questo nome. Produceva rapidi arricchimenti e fughe di capitali trasformati in rendite di squallidi furbetti protetti dalla politica. L’eredità è l’attuale disoccupazione incistata a un 15% della popolazione, con punte del 40% fra i giovani che oggi risultano oltre il 70% dell’elettorato. Ecco un buon motivo perché ragazzi e ragazze - che pure hanno visto fratelli e sorelle scendere per via nel periodo della ricerca d’una svolta - restano senza fiato di fronte al vecchiume che hanno davanti agli occhi. Un vecchiume che ormai non è il defunto Essebsi, ma chi si candida a sostituirlo, proponendo nient’altro che il passato. Erano partiti in 96, ne sono rimasti 24, coloro che si contenderanno un ballottaggio sono quattro elementi, uno peggiore dell’altro.

Dal probabile vincitore di questo primo turno l’imprenditore Nabil Karoui, magnate delle comunicazioni con Nessma TV, che unisce messaggi popolari a elemosine ai diseredati, mentre si dà da fare col ‘riciclaggio e frodi fiscali’ tanto da risultarne arrestato lo scorso 23 agosto. Non avrebbe dovuto correre per la prestigiosa carica presidenziale, invece eccolo lì addirittura con l’opportunità di giocarsi il ballottaggio. Secondo inguardabile un fedelissimo del defunto presidente e suo ministro della Difesa, Abdelkarim Zbidi, che ha alle spalle l’apparato di  Nedaa Tounes. L’unica proposta concreta annunciata in campagna elettorale un ritorno al presidenzialismo, per avere come ai tempi di Ben Alì mano libera in politica estera e nel controllo dell’apparato della forza, poteri che il Capo dello Stato aveva perduto dal 2014 per l’introduzione d’un sistema semipresidenziale. Ma c’è di peggio. Il premier uscente Youssef Chahed, transfuga del partito Nedaa Tounes, ambisce alla più prestigiosa carica che fu di Ben Alì. Anzi durante la campagna elettorale, per ottenere consensi fra quei tunisini che l’ex presidente lo sognano ogni notte, paventa un rientro dell’ex dittatore nel Paese che ha contribuito a dissanguare, con ruberie ed esercito repressore. Fino a giungere a una figura femminile, che certa stampa locale ha presentato nella veste di ‘pasionaria’, Abir Mousi, talmente nostalgica del regime benalista da non nascondere la sperticata l’ammirazione per il raìs che si definiva progressista e venica accolto nell’Internazionale socialista. Ma era quell’Internazionale dove sedeva anche Bettino Craxi, e allora i conti (per i rispettivi clan) tornavano. Dire che al turno di voto hanno partecipato pure l’esponente di Ennahda, Abdelfattah Mourou, l’indipendente Moncef Marzouki, e, sempre divisi, alcuni esponenti della sinistra serve a poco. Il quadro resta desolante fino alla scelta definitiva di metà ottobre.

venerdì 13 settembre 2019

Crisi colloqui afghani: così parlò il taliban

Se gli americani non vogliono più attaccarci, se vogliono ritirarsi e firmare l’accordo, noi non li attaccheremo. Se invece ci attaccano, continuano i bombardamenti e i raid notturni allora continueremo a fare ciò che abbiamo fatto negli ultimi diciotto anni”. Questa è la risposta talebana al voltafaccia operato da Trump nei giorni scorsi. Giunge dalla capitale del Qatar, sede dei colloqui di pace e dell’emittente Al Jazeera cui il portavoce di turbanti ha rilasciato un’intervista. L’uomo, che si chiama Suhail Shaheen, ha definito sorprendete la dichiarazione del presidente Usa perché “noi avevamo concluso i colloqui di pace”, come del resto aveva annunciato anche il diplomatico afghano-statunitense Khalilzad, che per mesi aveva guidato le trattative. A detta di Shaheen, fra i vari punti affrontati in nove sessioni protrattesi dall’ottobre 2018 ai primi dello scorso settembre, era giunto un reciproco benestare sulla garanzia talebana di non offrire i propri territori come base per gruppi jihadisti stranieri, modello Al Qaeda, e sul ritiro delle truppe statunitensi. Un ritiro da iniziare con cinquemila unità e concludere con l’intero contingente entro alcuni mesi. Invece il cessate il fuoco sarebbe entrato, come il punto del dialogo intra afghano, in una fase successiva dell’agenda. Solo dopo il totale ritiro dei contingenti d’occupazione i taliban avrebbero assicurato un blocco delle ostilità. “Saremo pronti a parlare con le altre forze afghane in una seconda fase – ha dichiarato il portavoce talebano – ma questo è un altro tema da prendere in esame dopo la fine dell’occupazione del Paese”. Inoltre sui possibili attacchi o danni a militari statunitensi - che ha offerto lo spunto a Trump per bloccare un patto già sancito almeno sui due suddetti punti - l’uomo dei turbanti ha sottolineato come appena ufficializzato l’accordo avrebbero garantito un ritiro senza alcun attacco a militari Usa.  Ma se non c’è accordo noi decideremo di attaccare o meno se si presenterà un interesse nostro, oppure un interesse nazionale e islamico”. E finora è andata così: niente accordo e solo sangue in troppi casi di civili, di cui i dialoganti in undici mesi non si son mai preoccupati. 

giovedì 12 settembre 2019

Egitto fra morti improvvise e vite sospese


L’Egitto delle morti improvvise, da parecchi ritenute sospette - come quella di Abdullah Morsi, figlio più giovane del defunto presidente, stroncato anche lui da un infarto - propone da tempo rapimenti e sparizioni. Talune tragiche, alla maniera di Giulio Regeni, altre meno inquietanti visto che non si concludono con l’assassinio del sequestrato, però egualmente violente, vessatorie, angosciose. E da oltre un anno il sistema repressivo messo su dal presidente golpista Sisi ha introdotto arresti a tempo. La persona, in genere giovane con un passato movimentista o d’opposizione, viene prelevata dalla propria dimora oppure fermata per via con motivazioni vaghe e pretestuose. Viene condotta in un commissariato di polizia per accertamenti e comunicazione di addebiti, se gli va bene finisce davanti a un giudice che impone una reclusione breve - quindici giorni, un mese - che il soggetto subisce e al tempo stesso accetta perché la vede come ‘un male minore’. Finendo, però, in un circolo perverso, narrato da alcuni ex attivisti che ormai entrano ed escono di prigione con una periodicità impressionante. Certo, l’importante è uscirne, ma gli avvocati dei diritti che si sono occupati dei casi, avvocati sempre meno numerosi poiché rischiano accuse di complicità con gli assistiti, riferiscono di sevizie, privazioni, deperimenti dovuti a carenza di cibo, malattie contratte nei luoghi malsani di prigioni ufficiali e ufficiose. Per non parlare dello stato di prostrazione vissuta da alcune vittime che si sentono sospese in questa condizione di reclusione e libertà vigilata divenute le costanti della loro esistenza.

L’inferno psicologico è l’ulteriore meccanismo di paura diffuso nel grande Paese arabo da un regime cui il mondo lascia fare ciò che vuole verso cittadini, lusingati con una forzata scelta di consenso oppure terrorizzati da quello che gli potrà accadere. Adirittura individui al di sopra d’ogni sospetto, che mai hanno manifestato segni di repulsione contro lo Stato forte imposto da militari, poliziotti e magistrati iniziano a segnalare crescenti anomalie quotidiane. Accadono, ad esempio, a insegnanti rei d’essere stranieri. L’ultimo episodio ha per protagonista e vittima una docente francese, sposata a un palestinese con madre egiziana, che s’è vista arrestare il marito impegnato in politica. Contemporaneamente è stata fatta rimpatriare senza poter rivolger al proprio Consolato alcuna protesta. E’ stata bollata come persona non gradita, e le è andata “bene”. Se tanto accade a elementi del ceto medio-alto, che tramite contatti familiari riescono a lanciare pubblici appelli d’aiuto, figurarsi la condizione di donne e uomini senza risorse economiche, senza il possibile sostegno di partiti d’opposizione e neppure delle associazioni dei diritti, da quattro anni a questa parte messe al bando con una diretta persecuzione di responsabili e attivisti. E’ accaduto al Centro El-Nadeem, al Centro Nazra, all’Istituto cairota per gli studi sui diritti, a decine di Ong locali meno note. Le sessantamila detenzioni, la cancellazione di trentamila siti web sono conosciute, eppure non accade nulla. Mentre s’impone l’Egitto dell’esistenza appesa a un filo, oscillante fra i giorni penzolanti verso una quotidianità posta sotto controllo e quelli bloccati dal respiro messo sotto chiave. Un Paese  definito normale.


martedì 10 settembre 2019

Afghanistan, dai colloqui al voto in un Paese senza pace


Chiarito che il colpo di scena e di spugna sui ‘colloqui di pace’ afghani è opera del presidente Trump, vengono fuori le tensioni che dividono il partito repubblicano statunitense. C’è chi, come il Consigliere per la sicurezza della Casa Bianca Bolton, non voleva e non vuole il ritiro dei militari dalla “lunga guerra” perché lo spettro dell’11 settembre, di cui ricorre  domani il diciottesimo anniversario, è sempre dietro l’angolo. E chi (il Segretario di Stato Pompeo) pensava e pensa che un accordo sia una soluzione utile non solo come medaglia da esporre nella teca delle stipule storiche firmate a Camp David. Eppure la vanità dell’attuale presidente Usa, che avrebbe sfidato quella dei meno permalosi Carter e Clinton s’è fermata, bloccando un percorso lungo un anno e più. La tela tessuta da Khakilzad, il diplomatico afghano che preserva gli interessi americani, resta incompiuta. In verità il tragitto potrebbe ripartire. I talebani ne sono allettati, sebbene abbiano voluto forzare la mano con attentati e morte che nel loro codice incentiva l’autostima e dice ai locali signori della guerra vecchi e nuovi, quelli idealmente vicini (Hekmatyar) e quelli buoni per tutte le stagioni (l’attuale vicepresidente Dostum): senza di noi non andrete lontano. Lo sanno tutti, ma tutto sembra perpetuarsi.
A cominciare dalla parvenza di democrazia incarnata dalle elezioni presidenziali del 28 settembre. Ora, attentato più attentato meno e non vogliamo con ciò apparire cinici, è questa la scadenza cui guarda chi è stato messo ai margini dalle trattative qatarine. Innanzitutto il presidente uscente Ghani, il cui ruolo è un tutt’uno col modello politico fallito. Uno schema imposto dall’Occidente in cui crede solo quel pezzo dell’Afghanistan volutamente o involontariamente legato a esso. Politici, governatori e funzionari spesso corrotti, burocrati d’un apparato costosissimo che si autoalimenta ma nulla fa per la nazione e la sua gente. Non a caso gli stessi due rami del Parlamento (Wolesi Jirga e Meshrano Jirga) sono riempiti di soggetti che perpetuano una conduzione politica tutt’altro che favorevole al popolo, e i pochi rappresentanti lontani da intrighi vivono in isolamento istituzionale. L’hanno testimoniato più volte. In queste ore nel rilanciare le possibilità elettorali, organi di stampa locali come Tolo News riportano le dichiarazioni di alcuni candidati. Pur in lizza i signori Ahmad Massud e Rahmatullah Nabil, credono poco alla trasparenza elettorale, temono quei brogli che si sono ripetuti nelle sedicenti elezioni libere dei tempi di Karzai e ancor più di Ghani. Dubbi alimentati dai giri di valzer d’un personaggio come Abdullah, che ha infilato conferme e smentite su una sua ennesima candidatura.
Costui, esponente dell’attuale diarchìa che condivide con Ghani, è un vecchio arnese della politica bifronte praticata dagli uomini del modulo democratico: la veste occidentale s’intreccia al tribalismo dei clan, i legami etnici e confessionali supportano quel parastato dei gruppi paramilitari dei warlords che controllano le province, rappresentando un contraltare alla matrice talebana con qualche principio fondamentalista più attenuato, ma con la medesima violenza. Tutto ciò non è un’opinione, è scritto in quanto di scarsamente popolare s’è fatto nel Paese dal 2003, dopo che il governo talebano era stato sostituito da figure garantiste per una sedicente democrazia. Una linea suggerita da Washington e dagli alleati occidentali che si comportavano, né più né meno, come i padri dell’imperialismo moderno che inventava il Medio Oriente con le spartizioni degli accordi Sykes-Picot-Sazonov. In certa storia che si ripete c’è anche del nuovo, ovviamente tecnologia e attuale economia stabiliscono sistemi di sfruttamento e controllo più sofisticati. Però nel caso della nazione cuore dell’Asia, verso cui si sono alimentati interessi e intrighi che hanno dato vita a un filone geopolitico definito “Grande gioco”, taluni meccanismi non tramontano. E la crudeltà nei confronti di cittadini, cui s’impedisce l’emancipazione, resta immutata.

domenica 8 settembre 2019

Trump congela l’accordo coi taliban


Irruento e umorale come sa essere, Donald Trump ha bloccato due incontri segreti da tenere a Camp David. Il primo con una delegazione talebana quindi col presidente afghano Ghani. Così il via libera alla sedicente pace atteso a ore, e guarda un po’ a cavallo dell’11 settembre, resta bloccato. Quel che non riuscivano a fermare le centinaia di vittime di attentati che insanguinano il cammino della gente comune, lo ferma il decesso d’un soldato statunitense straziato dall’ultima autobomba del fondamentalismo a Kabul. E’ questo il motivo ufficiale del blocco trumpiano. Sorpreso anche Ghani, tenuto sempre lontano dai tavoli dei colloqui per il diktat imposto dai turbanti che considerano la sua figura un’ingerenza nell’Afghanistan del futuro, mentre la delegazione talib di Doha ha dato notizia d’un prossimo suo vertice che punta ad agire non impulsivamente davanti alla mossa del presidente Usa. I negoziatori della Shura di Quetta forse non sono stupiti affatto, loro hanno continuato a puntare al caos, imponendo attentati su attentati in tante, troppe province. La sequenza degli ultimi giorni è stata impressionante: Takhar, Badakhshan, Balkh, Farah, Herat, Baghlan, Kunduz, Kabul.
Voleva ribadire la propria supremazia verso chiunque: gli americani trattanti e gli alleati delle truppe Nato di cui richiedevano il ritiro, inizialmente integrale poi concordato su cinquemila unità, i miliziani concorrenti del Khorasan, e pure l’esercito locale giudicato incapace praticamente di tutto. Agli Stati Uniti stava bene così perché, oltre a mantenere le basi aeree per controllo e possibili attacchi a obiettivi nemici (che non solo i jihadisti, ma soprattutto potenze regionali e mondiali), potevano proseguire e rilanciare l’azione armata dei reparti della propria Intelligence e delle varie agenzie mercenarie che da anni agiscono su quel terreno. Dovevano ricevere in cambio la promessa talebana di non fornire basi al terrorismo qaedista, una promessa tutta da verificare, ma ad accordo concluso vendibilissima in patria al cospetto dell’elettorato chiamato prossimamente a eleggere il 46° presidente Usa. La pantomima della “pacificazione” sta andando avanti da un anno e, ora che il traguardo era prossimo, giunge il colpo di scena. Nel gioco delle parti questa sospensione può avere lo stesso effetto impresso dai turbanti col loro “dialogo a suon d’autobomba”.
Trump ama sorprendere, quest’atteggiamento è il suo piatto forte in politica estera: l’ha usato con Kim, Rouhani e Zarif, col governo cinese nel tira e molla sui dazi. Ovviamente gli analisti si scatenano per decriptare il suo voltafaccia che fa più male ai taliban perché azzera un invito in un luogo simbolo per la diplomazia americana, divenuto celebre nella politica mondiale. Secondo alcuni commenti il Capo della Casa Bianca avrebbe ceduto al suggerimento di taluni consiglieri che ritengono fortemente squilibrato l’andamento della trattativa, coi turbanti da mesi fermi ad esempio nel rifiutarsi di riconoscere valore alle attuali istituzioni afghane, che sarebbe  un’anticamera per riproporre il loro Emirato. Mentre c’è chi sostiene che Trump sia solo pratico non etico e non si strappa le vesti per Ghani e il parlamento afghano, che se accordo ci dovesse essere dovranno subìre assieme l’intero Paese il ritorno talebano. E alla fine la stoccata del presidente americano sarebbe null’altro che un colpo di teatro al quale i talebani opporrebbero la ferrea logica delle motivazioni ultime. Se la “lunga guerra” non ha un vincitore, ha certamente uno sconfitto: l’invasore. E se quest’ultimo vuol conservare certi interessi in Asia, l’accordo non potrà essere rinviato all’infinito. 

venerdì 6 settembre 2019

Morsi junior, il buio e l’oblìo


Di notte. Al buio. Una bara circondata da poliziotti e mukhabarat che vigilano perché nessuno, proprio nessuno accompagni un giovane dal cognome ingombrante. Qualcuno invece c’è, pur tenuto a distanza e infila due scatti che girano sul web. Mostrano l’inumazione tenuta segreta di Abdullah Morsi, il figlio dell’ex presidente egiziano, morto come il padre per infarto, ma a venticinque anni. La notizia del decesso data dalle agenzie, segnalata da Al Jazeera e commentata soprattutto sui social - con grosse limitazioni nel Paese arabo dove la paura prima della stessa censura ha frenato tanti dal manifestare pensieri - ha anche visto parecchi sollevare dubbi su questa morte giunta improvvisamente a una verde età. In un ragazzo che, a detta dei familiari, non manifestava patologie cardiocircolatorie. La polizia non sembra aver predisposto indagini di nessun genere. Invece s’è organizzata per agli stessi parenti della vittima, di accompagnarla per l’ultimo saluto. Il rito funebre s’è svolto in piena notte e la mano pietosa e anonima che ha scattato quelle immagini, l’ha fatto a suo rischio, celandosi dietro altre persone. Se qualche funzionario avrà visto, ha lasciato correre, poiché l’intento governativo era stato raggiunto. Come per tante vicende egiziane la finalità di regime è volta a nascondere e cancellare, a realizzare quell’oblìo che vuol far dimenticare morti ammazzati e torture seriali, arresti di massa e persecuzioni personali.

Va avanti così da sei anni e la comunità internazionale non mostra imbarazzi. Ma dall’insinuarsi indebitamente nei cosiddetti “affari interni” d’una nazione, alla scelta d’ignorare la linea repressiva e la ripetuta violazione dei diritti umani che i militari del Cairo perseguono, ce ne passa. Se nessun Paese proferisce parola su quanto accade in quella società, e non lo fa neppure l’Italia il cui concittadino Giulio Regeni è finito martoriato con palesi e gravissime responsabilità dell’establishment al potere, la questione è preoccupante. Invece il nostro mondo politico è tutto infoiato dagli affari che si possono avviare e concludere con quel Paese governato da assassini. C’è una chiamata diretta che coinvolge due figure del neo formato governo: il premier Conte e il ministro degli Esteri Di Maio. Entrambi erano presenti nel precedente governo, il primo col medesimo incarico, il secondo allora come ministro dello Sviluppo Economico. Insieme all’intero Esecutivo uscente non hanno certo brillato per sostegno politico al lavoro giudiziario dei procuratori Pignatone e Colaiocco che indagavano sull’omicidio del ricercatore friulano. Da Conte e Di Maio, e da tutto un governo che afferma di nascere nel segno d’una “discontinuità”, i cittadini che domandano giustizia sul caso Regeni s’aspettano passi concreti: rottura diplomatica ed economica con un regime che sparge sangue innocente. E ostacola che un giovane infartuato che si chiama Morsi possa avere l’estremo saluto di parenti e amici.