martedì 1 dicembre 2020

India, i contadini assediano Modi

In trecentomila, forse più, con trattori, barbe e turbanti, attrezzi agricoli sostano bloccati da tre giorni alla periferia di New Delhi. La polizia li tiene ai margini dai palazzi del potere che vorrebbero raggiungere. Le forze dell’ordine non promettono nulla di buono se i contadini attueranno quel che minacciano: spazzare via coi mezzi cingolati le barriere metalliche con cui la loro protesta è stata fermata. Si sono sollevati da due mesi contro talune riforme dell’Esecutivo, le ritengono lesive del loro sostentamento. Invece a detta dei proponenti le nuove norme aprono “opportunità” per i produttori consentendo loro maggiore autonomia. I contadini individuano una deregolarizzazione dei prezzi delle merci che li sottoporrà alla speculazione delle grandi aziende. Così, settimana dopo settimana, il malcontento è cresciuto in un settore che impiega tuttora il 40% della forza lavoro nel Paese-continente, e sono sopraggiunte prima proteste locali, da giorni la marcia verso la capitale. Durante la stessa partita dal Punjab e l’Haryana le forze dell’ordine sono intervenute più volte, cercando di frenare e disperdere i manifestanti. 

Si è passati anche alle maniere forti con lacrimogeni e cannoni ad acqua per evitare che si formassero grandi accampamenti alle porte della capitale, che rimane comunque assediata nelle cinque arterie principali dove comunque stazionano i protestatari. Il governo cittadino ha evitato di convogliarli su cinque stadi che, nelle intenzioni di chi proponeva questa soluzione, si sarebbero trasformati in enormi prigioni. Si è optato per le barriere metalliche che impediscono il prosieguo del cammino, mentre è in corso un tavolo di trattative fra due ministri e i rappresentanti dei rivoltosi. Talune richieste del mondo rurale sono state contestate da un certo ambientalismo, una di esse è la multa per reprimere la combustione delle stoppie dopo il raccolto. L’antichissima pratica vuole essere rimossa perché contribuisce ad aumentare i tassi d’inquinamento in ambienti, come la regione di Delhi, già sofferenti per la qualità dell’aria. Ma, accanto a questioni relative a costumi atavici, peraltro dibattuti da chi di rimando afferma che si multa quest’inquinamento e si tralasciano quello industriale e frutto del traffico su gomma, pubblico e privato, resta soprattutto il fattore economico. In proiezione la legge soffocherebbe le entrate dei produttori piccoli e medi. Ma il governo insiste: la protesta degli agricoltori sarebbe strumentalizzata dall’opposizione al partito di maggioranza (Bjp) e spezza una lancia per se stesso. Domani è attesa la resa dei conti, si vedrà se prevarrà un compromesso oppure lo staff di Modi tirerà dritto verso la liberalizzazione.

 

Le belle immagini qui riportate sono opera di Shome Basu

lunedì 30 novembre 2020

Iran, tre nodi per mesi caldissimi

Sull’onorevole salma di Mohsen Fakhrizadeh, fino al giorno dell’attentato letale guida suprema del nucleare iraniano, pendono almeno tre nodi irrisolti del presente geopolitico della Repubblica Islamica. Quello internazionale, che ha già riguardato offese feroci subìte con l’assassinio del generale Soleimani. Al suo omicidio eccellente il regime degli ayatollah decise di non rispondere, le scaramucce su ambasciata e obiettivi minimi statunitensi in terra irachena risultarono appunto schermaglie. Il secondo nodo si lega proprio alla linea da tenere di fronte ai nemici e al mondo. Moderati e pragmatici ribadiscono la posizione d’una dignitosa lontananza dall’escalation provocatoria degli assassini, riassunta in queste ore dalla dichiarazione del presidente Rohani: “I nostri nemici dovrebbero sapere che il grande popolo iraniano è coraggioso e onorevole e non risponde a simili atti criminali”. Di contro i falchi meditano vendette non solo da proclamare, ma le uscite dell’ex sindaco di Teheran, ora speaker del Parlamento, Qalibaf che reclama una “reazione forte” dello Stato. E ancor più la tempestosa “Piomberemo come tuoni sulla testa dei responsabili dell’omicidio di questo martire” annunciata da Hossein Dehghan, consigliere della Guida Suprema, sembrano più utili a propagandare le loro candidature sulle elezioni presidenziali di primavera, che minacce organizzate da poter eseguire. Contro chi? questa è l’unica certezza: Israele, che da più parti è indicato come il regista e l’esecutore, tramite il suo super braccio armato del Mossad, dell’assassinio dell’illustre  professore.

Qui subentra il terzo nodo, di cui discutono gli analisti, ma anche la cittadinanza iraniana che, laica o clericale, riformista o ultraconservatrice, non ama ingerenze esterne, e soffrendo della scarsa sicurezza si chiede com’è stata possibile quest’ulteriore operazione paramilitare sul suolo patrio. Una prima versione dell’assalto indicava un commando d’una dozzina di elementi dispiegati fra far detonare l’autobomba, sparare sull’auto condotta dallo stesso Fakhrizadeh e sulle due di scorta, alcuni cecchini erano in auto, altri su moto. Poi è stata diffusa anche una tesi funambolica: i colpi sarebbero partiti da un mitra robotico piazzato sull’auto civetta e azionato da chissà dove, un apparecchio che ha realizzato da terra la funzione dei droni nell’aria. Ipotesi avvincente, ma tutt’altro che provata e diffusa da un’agenzia prossima ai Pasdaran. La struttura nata dalla Rivoluzione Islamica e cresciuta con la cosiddetta “gioventù del fronte” che ha salvato la patria dalle mire espansionistiche di Saddam Hussein. La milizia dei martiri sacrificatisi per la nazione islamica di Khomeini che nei decenni ha costituito l’asse portante del potere degli ayatollah sul versante della forza, venendone ripagata con lo strapotere di molte bonyad, fondazioni poste sotto il suo controllo, insomma una lobby divenuta partito politico. Eppure quest’apparato militarmente potente nella regione, col sostegno dato a nazioni e raggruppamenti alleati in Libano, Siria, Yemen, influente sul versante socio-economico interno, non riesce a offrire garanzie di copertura del proprio territorio.
La forza militare iraniana è indubbiamente cresciuta grazie alla tecnologia balistica di razzi e droni, però il gap tecnico degli apparati d’Intelligence riguardo a cyber e software, alla preparazione degli agenti sotto molteplici punti di vista, alle reti d’infiltrazione che possono vantare i Servizi statunitense e israeliano, resta ancora ampio e soprattutto favorevole a quest’ultimi. Che a un’esperienza di lunga data aggiungono risorse considerevoli, ad esempio quando occorre finanziare operazioni in territorio nemico. Anni fa un libro, scritto da cronisti che avevano prossimità con agenti del Mossad, rivelava come quest’agenzia per le proprie azioni armate non si fidava di ‘esterni’, però ne utilizzava pagando e finanziando delatori, acquisiva case sicure dove vivere per settimane o mesi mentre venivano preparati i colpi da portare. Proprio in Iran ai tempi della dinastia Pahlavi l’Intelligence israeliana godeva di coperture con la Savak, successivamente i referenti interni al Mossad possono essere diventati i Mujaheddin del popolo, un gruppo che condusse azioni terroristiche contro gli ayatollah. In epoca più recente i residuati di quest’organizzazione, sempre più distante dall’iniziale programma politico laico, sono diventati un raggruppamento finanziato dalla Cia nei suoi uffici sparsi all’estero, iniziando dal presidio parigino della propria ispiratrice: Maryam Rajavi. Proprio gli Stati Uniti, protettori d’una loro storica base in Iraq (camp Ashraf), hanno direzionato alcune migliaia di membri nell’Albania americanizzata. Coinvolgendo l’Unhcr, i miliziani sono finiti in una struttura vicina a Durazzo, Manëz. Mujaheddin o meno, certo chi aiuta i colpi d’Israele sa muoversi in terra iraniana e svergogna la “sicurezza” di Teheran. E fra i tre nodi presenti nell’irrisolto geopolitico e strategico iraniano, quest’ultimo risulta il più inquietante.

sabato 28 novembre 2020

Israele a caccia del nucleare iraniano

Ci pensano gli amici del presidente uscente Donald Trump a tenere ben accesa la miccia della tensione internazionale con l’Iran. Uno di questi, l’immarcescibile Benjamin Netanyahu che la maggioranza del popolo israeliano con quattro mandati da premier ha elevato a proprio idolo, ben oltre il padre della patria Ben Gurion, lancia il suo delirio di violenza assassina ancor più in alto di quando iniziò a guidare Israele ventiquattro anni fa. L’ennesima esecuzione lungo la strada del paesino di Absard a est di Teheran, stavolta dell’eminente fisico nucleare Mohsen Fakhrizadeh, segue di due settimane la rivelazione dell'attentato contro il numero due di Qaeda, Amhed Abdullah esplicitamente liquidato dal Mossad il 7 agosto scorso. In questo caso probabilmente l’Intelligence di Tel Aviv non rivendicherà l’azione, ma il dito puntato su di lei e sul governo israeliano, viene direttamente dal presidente Rohani. Parole durissime del moderato della politica iraniana che nella prossima primavera chiuderà il mandato: “Ancora una volta le mani del diavolo dell’arroganza globale si sono macchiate col sangue dell’usurpatore mercenario regime sionista. Il martirio di Mohsen Fakhrizadeh non rallenterà il nostro successo”. Perciò se l’amministrazione Biden vorrà riaprire un dialogo sul “nucleare iraniano” si troverà di fronte una determinazione pari a quella dell’epoca Ahmadinejad quando, sempre l’alleato israeliano, di fisici impegnati sul piano nucleare di Teheran ne eliminava una quaterna alla volta.

In più c’è lo spirito di vendetta che ribolle fra i pasdaran, gli ayatollah intransigenti e la stessa Guida Suprema Khamenei, che sul tragico episodio finora è rimasto silente. Del resto il sessantatrenne fisico assassinato era un loro uomo. Aveva militato fra le Guardie della Rivoluzione ed era un famoso fisico, esperto nel settore missilistico. Aveva ricoperto la carica di responsabile dell’Organismo d’innovazione e ricerca della difesa. Per i suoi nemici un obiettivo sensibilissimo, tant’è che proprio Netanyahu due anni addietro parlando sul tema del nucleare iraniano aveva segnalato lo scienziato nemico come un “nome da ricordare”. Nella sua personale agenda una condanna capitale. Il ministro degli Esteri di Teheran Zarif, ha puntualizzato il precedente indicando in Israele il mandante, sebbene non si sia pronunciato sugli esecutori del colpo. Nonostante il lavoro dello staff di Fakhrizadeh possa rappresentare un incubo per Tel Aviv, la rivalsa difficilmente sarà diretta. Anche alla gravissima perdita del comandante Suleimani a inizio del 2020 non è seguita alcuna operazione. Certo, in quella circostanza era direttamente coinvolta la Casa Bianca, Trump in persona si felicitò per la scomparsa d’un “terrorista”. Ma seppure a Teheran il cosiddetto ‘partito della forza’ prema, è più probabile che una ritorsione verso Israele si giochi fra le componenti alleate nel Medioriente a lui prossimo: Libano e Siria. Invece potrà crescere l’influenza dei duri, pasdaran e ayatollah intransigenti, nella politica interna del Paese che nella primavera prossima affronterà le elezioni presidenziali. 

mercoledì 25 novembre 2020

L’Afghanistan da sgretolare

Terrorizzare la gente, affossare il sistema attuale, con Ghani, e quello futuro, che può imbarcare i talebani. Il programma sfascista dello Stato Islamico del Khorasan in Afghanistan prosegue il percorso di sangue. In un mercato povero presso Bamiyan, con contadini a esporre prodotti della terra e piccoli mercanti con altre merci esplodono due ordigni. Il gemellaggio del terrore fa quattordici vittime. I superstiti si chiedono se avranno la forza della necessità e della disperazione di tornare nello stesso luogo, dopo che mani pietose avranno portato via i poveri resti, la polvere avrà assorbito il sangue, qualcun altro avrà gettato secchiate d’acqua per cancellare le tracce dell’orrore, che invece sedimenta nell’anima d’una popolazione sempre più colpita, turbata, sbandata, abbandonata. In contemporanea, in una conferenza a Ginevra, i sessanta Paesi donatori meditano di ridurre i finanziamenti a Kabul. Nel 2012 erano 16 miliardi di dollari, nel 2016 15, ora se ne propongono 12 miliardi. Oltre il 50% del budget nazionale proviene dagli aiuti internazionali. Sono i piani con cui la “generosa” Comunità internazionale tiene per il guinzaglio l’economia di nazioni fallite, rendendole incapaci di ricevere finanziamenti produttivi esteri e al contempo avviare un'emancipazione economica. Inutile aggiungere che le quote di sostegno sono dirette, solo nominalmente, ai bisogni della gente.

In più dall’inizio dell’operazione di morte definita ipocritamente Enduring Freedom, e d’ogni successiva missione Nato, le nazioni occidentali che puntellano l’occupazione l’accompagnano con le elargizioni della cooperazione internazionale. Le due voci di spesa vengono finanziate in contemporanea dalle Istituzioni, in Italia funziona così. Peccato che anche buona parte di questi fondi venga gestita dal governo locale, dalla sua politica e dai suoi uomini corrotti che ingrassano un sistema e poco o nulla fanno giungere alle ong oneste operanti nelle province afghane. Ora l’accresciuta instabilità in varie aree fa parzialmente chiudere i rubinetti ai donatori. Secondo Mike Pompeo, ancora per poco Segretario di Stato Usa: “La scelta fatta coi negoziati di pace influenzerà la dimensione e gli orientamenti dei futuri sostegni internazionali”. Con la riduzione delle truppe in loco (da gennaio si ritireranno 2.500 militari americani) il blocco occidentale vuol dare un segnale ai talebani diminuendo gli aiuti, proprio a seguito delle aggressioni proseguite nei mesi passati. La posizione d’un rappresentante dell’Unione Europea (Borrell Fontelles) a Ginevra va in questa direzione: “Per un vero processo di pace la violenza deve fermarsi. Ogni tentativo di rilanciare un Emirato islamico avrebbe un impatto negativo per un nostro coinvolgimento”.

Diplomaticamente subalterno il ministro degli Esteri afghano Hanif Atmar dichiara: “Gli insorti devono ascoltare le domande poste dal mondo intero”. Figurarsi se i talebani ascolteranno lui, vassallo del fantoccio Ghani… I colloqui inter afghani nel loro difficile percorso trovano un ostacolo proprio attorno a figure come l’attuale presidente che vorrebbe reiterare una presenza politica, mentre i turbanti sono disposti a interloquire e rapportarsi solo con volti nuovi. I garanti occidentali rilanciano, sostenendo l’impossibile: il governo di Kabul dovrà vigilare su stabilità e sicurezza. Lo dicono per dire, conoscono tutti i limiti di quest’affermazione, ma la lanciano egualmente. I dialoghi stanno proseguendo come un colloquio fra sordi: ciascuno tiene una posizione sgradita ad altri e l’impasse è perfetta. Dopo la notizia del taglio dei fondi Ashraf Ghani ha intrapreso il consueto piagnucolìo. Afferma che i quattro miliardi in meno priveranno – ma guarda un po’ – la promozione dell’istruzione e la difesa dei diritti umani, minando le condizioni di vita e addirittura il suo recente piano sull’anti-corruzione. Detto da lui, al vertice da sei anni, contestato all’elezione del 2014 e nuovamente in quella del 2019 per brogli, sembra una gag. Diventa un assist, servito sul piatto d’argento, alla delegazione talebana che s’è affrettata a far sapere come i fondi esteri sarebbero più sicuri se consegnati a strutture popolari o, ovviamente, a loro stessi.

martedì 24 novembre 2020

Egitto: note dalle carceri di Sisi

E’ Hamada Al-Sawi, il superprocuratore egiziano che ‘si occupa’ nel suo Paese del caso Regeni, a decretare quale sarà la sorte dei tre arrestati dell’Egyptian Initiative Personal Rights. Per come s’è mosso dalla data di assunzione dell’incarico, settembre 2019, c’è poco da sperare. Voluto nel ruolo dall’entourage di Sisi, gode della fama di duro, per lui tutti coloro che gravitano nelle associazioni e ong della difesa dei diritti e della libera espressione possono essere considerati attentatori della sicurezza nazionale, dunque terroristi. Un’accusa che può valere per chi la subisce la pena capitale o l’ergastolo. Amici del trio dei recenti arrestati hanno diffuso sui sociali queste notizie: il direttore Abdel Razek è in isolamento in una cella, giaciglio senza materasso e rasatura dei capelli all’ingresso della prigione. Come da prassi tutti gli effetti personali gli sono stati sequestrati, non ha coperte e vestiti pesanti e soffre l’umidità del luogo. Non sembra per ora aver ricevuto trattamenti a base di tortura. Nell’incarico di responsabile dell’EIPR è stato sostituito da Hossam Bahgat. Reclusi, ma in altre celle, i colleghi Mohammed Basher e Karim Ennarah. Quest’ultimo, recente sposo con una regista di documentari, l’inglese Jess Kelly, aveva preventivato un trasferimento in Gran Bretagna, passo per ora bloccato. La donna ha esposto il proprio dolore a un’emittente televisiva britannica. Fra le consorti private dell’affetto del marito c’è Celine Lebrun Shaat, sposata con Rami Shaat figlio d’un ministro palestinese e di un’egiziana. L’uomo è prigioniero da un anno e mezzo. Negli ultimi contatti con la moglie ha rivelato le condizioni di sovraffollamento della sua cella (tredici persone) con ovvia mancanza di spazio, di prevenzione dal Covid 19, d’igiene minima, visto che il luogo umido è infestato di scarafaggi e altri insetti. Le guardie impediscono a parenti e amici di far giungere ai detenuti ogni genere di conforto e gli stessi insetticidi. Ma questo, finché non si finisce in mano alle squadrette dei pestaggi e dei cavi elettrici, è il minimo…

domenica 22 novembre 2020

L’Egitto che non può cambiare: Zaki resta in galera

Se l’Italia impegnata nel dettare i tempi politici, col presidente Conte, e giudiziari, col pm Colaiocco, al regime repressivo e assassino del presidente Al Sisi doveva ricevere l’ultima risposta sull’efferato omicidio di Giulio Regeni dal clima che si respira al Cairo, purtroppo ogni speranza può considerarsi vanificata ben prima della scadenza offerta del 4 dicembre. La cartina al tornasole di questa tendenza viene dall’ennesimo rinvio a una possibile scarcerazione di Patrick Zaky, legato egualmente al nostro Paese per gli studi in corso a Bologna e dallo scorso febbraio trattenuto nelle carceri egiziane. Lo sarà per i prossimi 45 giorni, questo hanno decretato i giudizi al servizio di una giustizia di parte: quella voluta dal presidente-golpista dal volto bonario e dal cuore perfido. Non ci meravigliamo. Saremmo rimasti sorpresi di un’inversione di tendenza, pur sempre auspicabile, però impossibile per quanto Sisi e la sua cricca hanno creato da anni. L’ex ministro della Difesa, lì collocato nientemeno che dalla sua vittima politica preferita: il presidente Morsi poi disarcionato, ha certamente uno staff di fedelissimi. Negli ultimi anni, con la sedimentazione d’un potere personale sono venuti  a galla anche il classico clanismo e i favoritismi verso i familiari, come nella peggior tradizione dei raìs mediorientali. Ma non si può né si devono sottovalutare i meccanismi tradizionali in cui quest’autoritarismo personalistico si è innestato. Innanzitutto l’appartenenza alla lobby militare, che è l’essenza dell’Egitto moderno, nato dal putsch dei “Liberi ufficiali” nasseriani.

Da quasi settant’anni le stellette fanno il bello e cattivo tempo nella vita politica, sociale, economica, civile e incivile della grande nazione araba senza che islamisti (sempre perseguitati), laici, intellettuali e ogni categoria possano bloccare quel potere. Quest’ultimo elegge capi, boss, raìs e presidenti, nonostante esistano partiti, sindacati, istituzioni religiose (islamiche e copte) che si trovano inevitabilmente a collaborare per la conservazione di questo stato di cose. Chi non lo fa non può essere che perseguito, come accade dal tentativo della grande spallata della rivolta 2011, la cosiddetta primavera di Tahrir. Contro quel cambiamento, affinché i militari (che nei mesi dell’utopica rivoluzione “guidavano” il Paese col Consiglio Supremo delle Forze Armate) ricollocassero un proprio uomo ai vertici ufficiali della nazione, contribuirono forze laiche, liberali, di sinistra, tutte unite contro il pericolo della Fratellanza Musulmana. Nella propria inconsistenza finirono per abbracciare la revanche militare e militarista di quelli che il popolo ribelle individuava come i propri nemici: mukhabarat, poliziotti, militari, baltagheyah (picchiatori della malavita), feloul (nostalgici del vecchio regime). Fra costoro ci sono gli spioni, i torturatori, gli assassini di Giulio Regeni. Ma prima del suo sacrificio, c’è stato quello di migliaia di attivisti e oppositori perseguitati dall’agosto 2013, per mesi, per anni. Poi anche di quella sinistra imbelle che per incomprensione della realtà o per settarismo aveva scelto di stare coi militari. Di accreditarne l’ufficializzazione nelle massime istituzioni laiche: presidenza della Repubblica, ministeri, Parlamento. E’ noto come il sistema consolidato da Sisi sia articolato, travalica la stessa lobby dei suoi sottoposti, che lui mai svenderà per ragioni di democrazia, che ama calpestare, di libertà, che vuole umiliare, di morale, che non conosce.

La rete, su cui ha costruito un potere anche personale, lo lega a quel mondo perché egli ne fa parte. Ci si può illudere quanto si vuole, ma il capo di questo sistema non rivelerà i domicili dei cinque agenti dell’Intelligence individuati dai pm italiani. Coloro che hanno pedinato, sequestrato, fatto fuori Regeni visto come simbolo dell’ingerenza della libera informazione sull’Inferno egiziano che gli amici del presidente hanno creato in questi anni su sua indicazione. E’ triste, ma è così. L’Italia, il suo attuale governo, la nostra magistratura dovranno seguire propri percorsi, additare un uomo e il suo regime, mettere davanti alle crude  responsabilità un Paese, perlomeno quello complice, vile o sottomesso che tiene sponda all’apparato dell’assassinio. L’Occidente addormentato,  simile ai liberali e sinistorsi egiziani che non denunciavano i crimini dei militari del Cairo già nel biennio 2011 e 2012, misfatti basati su stragi, sparizioni, uccisioni, repressioni, imprigionamenti, sono stati svegliati dall’omicidio del ricercatore friulano. Alla buon’ora!!! L’Egitto piangeva i suoi giovani da anni, continua a piangerli giorno dopo giorno, come raccontano gli ultimi giornalisti rimasti, gli avvocati dei diritti, gli operatori di ong ridotti al lumicino. Per rompere quest’accerchiamento alla libertà, questo soffocamento della vita che continua a colpire ogni parola, ogni pensiero l’unica via è la denuncia di quel regime. Sisi non sarà mai un amico del mondo libero, l’ultimo oppressore del popolo egiziano non può che cadere. Una leva alla rimozione possono darla anche i premier occidentali che continuano a richiamare “libertà, giustizia, onore” purché ne abbiano volontà e coraggio.

venerdì 20 novembre 2020

L’Afghanistan delle stragi

Nelle ricostruzioni a posteriori, del resto quest’inchiesta s’è appena conclusa, prende corpo l’idea che quei, forse all’epoca definiti ‘danni collaterali’, che erano corpi in carne e ossa poi ridotti in cadaveri, vennero massacrati per avviare alla guerra reclute. Versare sangue per fare sangue, non a caso la pratica veniva definita “sanguinamento”. La macelleria è quella afghana. Vestivano i panni del boia divise australiane aggregate alla Nato, gli Special Air Service, non i mercenari col tempo sempre più utilizzati, ma militari di carriera sotto la direzione statunitense. Diventavano capri espiatori i contadini della provincia centro-meridionale dell’Uruzgan. Saifullah, Bismillah e decine di simili finiti sparati in testa, in petto, alle spalle più o meno come i martiri delle Ardeatine, solo in numero più ridotto: trentanove. Rivelazioni frutto delle testimonianze acquisite dai responsabili di una Commissione sui Diritti Umani, che sono state utilizzate nell’inchiesta aperta dalle Forze armate di Canberra nei confronti dei propri corpi inviati a sostegno della guerra voluta da George W. Bush e proseguita da Barack Obama. L’epoca dei fatti s’aggira attorno al 2005. Ma talune ‘operazioni speciali’ ed extraordinary rendition sono proseguite anche oltre, durante la prima amministrazione del “presidente della trasformazione”, un cambiamento che la politica estera americana ha solo parzialmente conosciuto. Non sul fronte afghano, dove il ripensamento attorno agli “scarponi sul terreno”, preludio del rientro di truppe che erano giunte a 100.000 unità, è una conseguenza delle ripetute battute d’arresto della campagna militare Usa nei territori occupati.
 
Dal 2010, anno delle maggiori perdite sul campo della missione Isaf (711 proprie vittime), i marines ridussero l’attività di terra e gli stessi pattugliamenti in territori ritenuti ostili. Ora, di perfide fasi del conflitto che di per sé fanno del cinismo un metodo più o meno periodico, la travagliata Repubblica Islamica dell’Afghanistan è teatro da decenni. I fatti ricostruiti, bontà sua, da un tribunale australiano se non in cima ai crimini reiterati su quegli scenari, costituiscono comunque un’operazione criminale. Assaltando famiglie inermi nei villaggi dell’Uruzgan, sfondando porte delle case, puntando armi su donne e bambini, aizzando su di loro cani, sequestrando e passando per le armi uomini solo perché vivevano in aree dove la guerriglia talebana era presente e aspra, ha fomentato nella gente il rifiuto di qualsiasi presenza straniera. Un’occupazione che solo la propaganda, cui le nazioni aggregate alla Nato hanno offerto supporto di uomini e reparti speciali (l’Italia che ripudi ala guerra coi parà del Col Moschin e del 4° reggimento alpini, fino alla task Force 45, coinvolta nelle ‘consegne straordinarie’ della Cia) dichiara di sostegno logistico alla popolazione. Chi quei tank, quelle spregevoli armi d’assalto se li è visti venire addosso e far fuoco, se sopravvissuto, ha incamerato ben altra visione dell’Enduring Freedom e dell’Isaf mission. Come l’ha dell’insulso Resolute Support utile alla conservazione di eserciti che perpetuano le proprie spese autoreferenziali. Grazie a esse, in base a un’occupazione che prosegue le forze talebane hanno costruito il mito della propria resistenza e s’apprestano a rientrare nei palazzi del potere.