mercoledì 19 luglio 2017

Taliban, teoria e prassi del jihad afghano


Partendo dai testi di Amhed Rashid, decano dell’ermeneutica talebana, ma anche di altri giornalisti che si sono dedicati all’argomento, due ricercatori del network di analisi sull’Afghanistan (Anand Gopal e Alex Strick van Linschoten) hanno avviato un interessante studio del fenomeno taliban. In un primo documento ne distinguono alcune fasi: una precedente al 1979, la lotta antisovietica e la guerra civile, la creazione dell’Emirato dell’Afghanistan, che coincide con la presa del potere e il governo del Paese. Quindi crisi e caduta, conseguenze e compattamento attorno a un progetto di islamismo nazionalista.
Longevità - Uno dei tratti che caratterizza lo sviluppo di varie epoche dell’epopea talebana è la longevità del progetto. In ogni fase, pur fra alti e bassi del rapporto col potere, la capacità organizzativa rappresenta un elemento di forza degli studenti guerriglieri, correlato alla repressione. Paradossalmente più questa trova spazio più li rafforza, fornendogli la materia prima rappresentata dai giovani combattenti, forgiati e cementati dall’ideologia. Buona parte degli studenti coranici, si sa, si sono formati nelle madrase pakistane durante il periodo della dittatura del generale Zia ul-Haq, avviata con un colpo di mano nel luglio 1977 e proseguita per oltre un decennio. Quegli anni conobbero, fra l’altro, una crescente islamizzazione integralista della società pakistana sostenuta e incentivata dal presidente che riceveva finanziamenti sauditi per la diffusione del wahhabismo. I giovani talebani si formavano anche nei campi profughi dov’erano riparate decine di migliaia di afghani in fuga dall’invasione dell’Armata Rossa. I ricercatori esaminano materiale documentario, come le memorie di jihadisti antisovietici che avevano partecipato alla guerriglia nel sud del Paese. Nelle testimonianze di capi guerriglia e di semplici miliziani l’idea della difesa del territorio da ingerenze esterne si lega a quella dell’onore, alle virtù innescate, come dicevamo, dalla repressione, sia interna attuata dai governi fantoccio, sia esterna supportata dagli eserciti alleati.
Identità - Il messaggio patriottico dei talebani nelle province in cui sono presenti è un tutt’uno col radicamento in tali aree di mullah, giovani studenti e fedeli islamici sostenuti dal desiderio di affermare una propria identità. Il loro periodo di formazione è lungo. Nasce dai mesi e poi dagli anni di resistenza antisovietica degli stessi mujahhedin, ma va oltre i poteri individuali acquisiti nel tempo dai Signori della guerra che da quella resistenza sono scaturiti. Il riferimento risale direttamente alla tradizione islamica presente alla disgregazione dell’Impero Ottomano e ai successivi rappezzamenti geopolitici coloniali che introducono il ripristino di monarchie locali, dalle progressiste di Amanullah, al pensiero più moderato di Narid Shah e del figlio Zahir. Il patchwork islamico, già allora presente, nell’area dell’ex Pashtunistan (diviso nel 1893 dalla cosiddetta Linea Durand fra l’Afghanistan propriamente detto e quella parte delle Indie Britanniche che nel Secondo dopoguerra diede origine al Pakistan) punta sempre a formulare una difesa della propria tradizione culturale contro il dominio Occidentale. In tal senso le esperienze monarchiche o repubblicane sono viste dai movimenti islamisti come un puntello dell’imperialismo di ritorno, ben radicato in tutto il Medioriente con le truppe schierate o con i piani economici, ciascuno accettato e subìto dai governi considerati collaborazionisti.
Islamismo - Le forme di liberalizzazione e modernizzazione della società, vissute negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, vengono considerate forzature da ciascuna componente islamica, sia dai gruppi armati degli studenti coranici sia  da coloro che nella fase della guerra civile successiva al ritiro sovietico entreranno in contrasto coi talib. L’Afghanistan rurale è un ambiente eclettico, un mix tribale dove permangono elementi di sufismo. Questo mondo si dà norme della Shari’a come codice legale, impiegando gli ulama per amministrare la giurisprudenza. Presenti lapidazione di adultere, punizioni corporali a uomini e donne, pena di morte, tutte queste ‘regole’ verranno ribadite e rilanciate durante il quinquennio dell’Emirato (1996-2001). In precedenza lo Stato, incrementando una presenza nei villaggi, aveva creato frizioni coi cittadini per un eccesso d’imposte e tramite l’arruolamento nell’esercito. Dal canto loro khan e malek proseguivano a organizzare la vita quotidiana mirando a razionalizzare i rapporti sociali e legittimare l’Islam. Mentre i mullah di campagna, nonostante fossero al libro paga del governo, amministravano un tipo di religione fortemente legata ai bisogni locali, si creavano scuole informali e ciò che veniva imparato attorno alla Shari’a non era di certo insegnato nelle strutture governative. La fase dell’Emirato segna una transizione fra la regolazione di rituali e l’esigenza d’una moderna arte di governare, una contraddizione che, comunque, non ha avuto una reale soluzione per la brevità dell’esperienza.
Integrità e purezza - I talib diventavano la coscienza critica di quel jihadismo combattente dei mujahhedin. Entrambi i gruppi erano foraggiati dalla Cia ma i primi mirano a creare un proprio sistema statale. Ci si dava un codice per preghiera e lavoro, a nessuno era permesso di addestrarsi in proprio, chi violava le regole era soggetto a punizioni, era vietato l’uso di droghe e i minori non erano ammessi fra i combattenti. Tutti questi obblighi diventavano di per sé portatori di cambiamento profondo e duraturo. Di conseguenza si stilano progetti su come le persone dovrebbero comportarsi e su come la società dovrebbe essere organizzata fino a sfiorare l’ossessività ideologica più che teologica. Buona parte delle tendenze intransigenti su musica, segregazione e oppressione femminile viene dal retroterra dei luoghi di formazione, ma risente anche dei tratti integerrimi con cui il jihadismo talebano ama  distinguersi dal combattentismo mujahhedin. Quest’ultimi erano e sono considerati rozzi e ignoranti dagli studenti coranici che, all’interno della stessa rivoluzione delle gerarchie sociali e tribali seguita a decenni di guerriglia, hanno incarnato il ruolo dei guardiani della Sunna, imponendosi un programma di autodisciplina che quasi sfiorava l’ascetismo. Gli esempi del mai dimenticato mullah Omar, ispirato da maestri sufi, e dell’attuale guida politico-militare, e secondo molti, spirituale lo sheikh-ul Ḥadīth Haibatullah Akhundzada lo testimoniano . (http://enricocampofreda.blogspot.it/2016/05/haibatullah-luomo-della-fede.html

domenica 16 luglio 2017

Erdoğan, il patriota tagliatore di teste

L’anniversario della paura trasformatasi in forza, torna a essere apoteosi dell’uomo simbolo dell’odierna Turchia. A lui si stringe la folla dei patrioti che ne approva tutta la furia seguente, ritrovandosi nel cuore della notte istanbuliota a ricordare l’orgoglio anti golpista e osannare un anno di vendette. Rivincite attuate e rappresaglie promesse: “Taglieremo la testa ai traditori” giunge a gridare il presidente. E se usa lo stile del califfo Al Baghdadi mentre il mondo osserva e ascolta, sa di poter affondare il metaforico coltello nelle gole. Non si tratta solo d’una frase a effetto, la truculenza che Erdoğan regala a una platea interna eccitata è momento di vanto nelle ore in cui si scoprono le steli dei 249 martiri difensori della patria. Ed è sondaggio esterno per capire l’aria che tira davanti al suo progetto di reintrodurre quella pena di morte che egli stesso, nel 2004, aveva congelato. Sembrano trascorsi decenni, soprattutto per coloro che come la numerosa comunità kurda sperava in un processo di possibile pacificazione, mentre è più di altre opposizioni colpita e smantellata nella sua articolazione rappresentativa, con finanche i co-presidenti del partito Hdp agli arresti. Si tratta degli effetti collaterali, e che effetti! Hanno condotto il partito islamista turco ad alzare il tiro contro tutti. 
Così coloro che non appartengono alla cerchia di attivisti, sostenitori, elettori Akp con diventati automaticamente traditori, pericolosi attentatori della democrazia e della nazione. Terroristi. I fatti son noti: dallo stato d’emergenza rilanciato per tre cicli, in queste ore ne scatta il quarto, scaturiscono arresti di membri delle Forze Armate (169 generali e ammiragli, 7000 colonnelli e ufficiali, circa 9000 poliziotti di vario rango, 24 governatori provinciali, cui s’aggiungono 30.000 sospettati sempre in divisa, e secondo i dati forniti di recente dal ministero della Giustizia 2400 giudici). Un totale di 50.000 arresti che vede in gabbia anche centinaia fra giornalisti, avvocati, docenti. Mentre 130.000 appartenenti anche a queste categorie, con l’aggiunta di un’infinità di ceto impiegatizio, sono messi fuori dalla catena lavorativa tramite licenziamenti, rimozioni, pensionamenti. Un’epurazione senza precedenti. Molti appartengono al potente movimento Hizmet, associazione caritatevole islamica col pallino del business, che il predicatore Gülen ha messo su assieme a tanti adepti prima di volare in Pennsylvania. Dell’antico progetto d’infiltrare lo Stato kemalista (che fino alla fine del secolo scorso perseguitava i politici islamisti, compreso Erdoğan) restavano solo i molti infiltrati nel corpaccione statale e non.
Di questo l’allora premier e poi presidente sapeva, non foss’altro perché il piano l’aveva concordato coi gülenisti. Ciò che probabilmente non s’aspettava, anche dopo la rottura del 2013, era l’organizzazione d’un golpe ai suoi danni. Uno che si sente sultano non teme un imam seppure scaltro e riparato in America. Invece la vicenda sembra essere stata questa: l’organizzazione Fetö ha provato a rapire (e magari uccidere) il presidente, sebbene Gülen neghi e di rimando accusi l’ex compare d’aver orchestrato tutto per diventare dittatore di fatto. Ma anche Kılıçdaroğlu, il leader dell’opposizione repubblicana al governo dell’Akp, recente marciatore con centinaia di migliaia di turchi per stabilire nel presente e nel futuro del Paese giustizia e democrazia, ammette che se quella notte i complottisti avessero portato a termine il colpo di mano, un disastro si sarebbe abbattuto sulla popolazione. Erdoğan gongola, continua ad alzare il tiro, sventolando minacce. Quella della pena di morte la userà per nuove trattative, con l’Europa e col mondo. Visto che dal rifugio ai profughi, al ridisegno dell’assetto mediorientale, al doppiogiochismo su jihadismo e dintorni, ai venti di guerra presenti e futuri nella regione, la sua presenza continua a essere molteplice e pluridirezionale. 



mercoledì 12 luglio 2017

Usa, dalla danza delle spade al walzer della diplomazia

Il Segretario di Stato statunitense, ex uomo del petrolio di Exxon l’evoluzione della potentissima Standard Oil, sta dandosi parecchio da fare per ricucire il grosso strappo voluto dal regno Saud verso la dinastia al-Thani. Crisi che preoccupa non solo i protagonisti diretti e indiretti, ma numerosi  alleati occidentali. Gli americani, che di quell’area risultano ancora tutori sul terreno geopolitico, militare ed economico, vorrebbero che tutti i clan degli emiri smorzassero i toni, seppure sono i primi a sapere che la materia del contendere non è di facile soluzione. Secondo i piani di Riyad servirebbe che i fratelli qatarioti rientrassero nei ranghi, attuando più o meno il comportamento dei dignitari vicini, attivi in affari, ma sempre pronti ad accondiscendere ai loro voleri. I sauditi concedono agli alleati facoltà di business, senza chiedere da dove il denaro provenga o vada a finire, e soprattutto gli indica di non porsi velleitarie idee di guida di alcunché. Gli intraprendenti membri della famiglia di Doha sono considerati troppo spregiudicati e, a detta, dei Salman re e principe delfino, devono essere una volta per tutte ridimensionati e riportati al rango di collaboratori della dinastìa islamica prescelta, in realtà autoproclamatasi tale.
Mister Tillerson dopo aver fatto una puntata in Qatar dove ha incontrato l’emiro Tamim e il ministro Abdulrahman al-Thani, s’è recato a Jeddah per ascoltare nuovamente i sauditi. Con l’establishment qatariota l’uomo del Dipartimento ha strappato un accordo proprio sulla lotta al ‘terrorismo’, tema su cui il Consiglio del Golfo accusa gli al-Thani di tramare. In effetti l’indice dei Salman diretto sul governo di Doha quale finanziatore di bombe e attacchi dell’Isis e della sua galassia, è stato smontato da molti e varie voci analitiche. Più parti evidenziano che al più ci può essere una compartecipazione al gioco sporco che coinvolge soprattutto quegli emiri acquiescenti a tanta predicazione wahabita e figure dell’Islam politico salafita. Comunque la quaterna araba che il Segretario di Stato ha incontrato a Jeddah (sauditi, Bahrein, Eau, Egitto) valuta insufficienti i passi del Qatar. Lui non demorde perché disinnescare questa nuova mina sull’infiammato terreno mediorientale oggi sembra diventare una priorità per gli Usa. Fattori strategico-militari (la quinta flotta in Bahrein, la base aerea di Ul-Udeid in Qatar) s’affiancano a quelli economico-energetici e, nonostante sia passato un secolo e le Sette sorelle anglo-americane siano controbilanciate dall’Opec, vedono statunitensi e occidentali coinvolti affaristicamente su questo fronte.

Il viaggio con cui Tillerson si espone personalmente, pur nel ruolo ufficiale di Segretario di Stato, segna un percorso differente dal disco verde offerto da Trump ai sauditi più d’un mese fa. Dalla ‘danza delle spade’ con cui gli emiri si sentivano coperti dal presidente guascone, che un giorno via l’altro aggiunge intoppi, intrighi, incidenti per potenziali scandali e un possibile impeachment, si sta passando a un approccio più cauto, visto che sull’attacco al Qatar il fronte del Golfo s’incrina, il Kuwait è propenso a trattative a oltranza, e la solidarietà a piene mani a Doha espressa da Turchia e Iran diventa un blocco anti embargo. Tillerson s’è ancorato proprio al piccolo Kuwait, quello per la cui difesa da Saddam condusse i marines nella prima guerra del Golfo. Forse proprio per aggirare nuove avventure dall’esito incerto i consiglieri del Pentagono puntano su una più flessibile diplomazia. Il portavoce del Segretario di Stato ha fatto sapere che le ormai famose 13 imposizioni ad al-Thani (fra cui la chiusura di al-Jazeera) non sono più valide. E nella riflessione su quali richieste avanzare, passa anche la considerazione che lì “non ci sono mani pulite”; sibillina affermazione che s’attaglia ad affari sporchi e finanziamenti jihadisti. Washington certi intrecci li conosce bene, ora di fronte a una crisi che potrebbe trascinarsi per settimane o addirittura mesi sembra optare per un basso profilo.

lunedì 10 luglio 2017

Turchia in marcia per la giustizia


La lunga marcia kemalista ha avuto successo. Quasi un mese di tragitto a piedi, partendo dal cuore anatolico della capitale per finire con un’immensa manifestazione sul Mar di Marmara. Sulla pur decentrata spianata di Maltepe, nella Istanbul asiatica ben lontana dal centro storico, l’omino bianco leader dei repubblicani, l’alevita Kılıçdaroğlu, ha arringato non solo i propri attivisti. Ha parlato a una componente eterogenea di cittadini: senza partito, cani sciolti come i trascorsi contestatori di Gazi park, laici e comunisti. Secondo fonti governative mescolati c’erano anche militanti del Pkk e gülenisti, ma l’affermazione sembra viaggiare a metà strada fra denuncia e  paranoia. Questi soggetti politici, che esistono, risultano, i primi da due anni in reciproco conflitto armato con le forze turche della repressione; i secondi da dodici mesi al centro delle purghe, attive tuttora a quattro giorni dal fatidico 15 luglio, primo anniversario d’un golpe provato e fallito. Invece il contraccolpo delle epurazioni ha portato in galera cinquantamila cittadini, ne ha emarginati centotrentamila, attuando licenziamenti, pensionamenti, spingendo a dismissioni volontarie e fughe. Di fatto il presidente Erdoğan, l’ingombrante avversario che Kılıçdaroğlu non nomina mai, non solo resiste all’interno controllando Parlamento, magistratura, forze armate e stampa, ma ha riacquisito credito internazionale e centralità nelle varie crisi mediorientali, con un’ultima mano tesa all’emiro al-Thani. Ha pure la capacità di riunire un gran numero di oppositori. I più vari.

In quest’occasione, snobbandoli, li ha fatti sfilare, controllati a vista da migliaia di poliziotti. Ciascuno nel proprio ruolo appare soddisfatto. I protestatari, partiti in sordina quindi cresciuti nelle adesioni attive, hanno realizzato una marcia gandhiana senza incidenti. Hanno mostrato la forza e il coraggio di cittadini soffocati da un anno di stato d’emergenza che cuce bocche, blocca gambe, soffocando finanche i pensieri. Questo pezzo di Turchia non è entrata nelle case dei turchi islamisti, perché emittenti e testate  filogovernative non hanno acceso i riflettori sull’evento. Quel che trapela proviene da fonti esterne e social media. Il governo dell’Akp si vanta della propria tolleranza che, a suo dire, conferma una democrazia presente nel Paese con la sola negazione di detrattori, filo golpisti e terroristi. Eppure il deputato del Chp Enis Berberoğlu resta in galera. Un Tribunale gli ha affibbiato venticinque anni di reclusione per aver fornito notizie secretate al quotidiano Cumhuriyet, avrebbe potuto rischiare l’ergastolo o peggio, per tradimento e attacco alla sicurezza della nazione. Ma in galera restano in migliaia, compresi i deputati della Repubblica, fra cui un nutrito numero di onorevoli dell’Hdp, il partito filo kurdo, i cui presidenti Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, arrestati nello scorso novembre, sono accusati di terrorismo. In questi giorni Demirtaş, che poteva essere ascoltato dalla Corte, non è stato ammesso in aula perché si rifiutava di farsi ammanettare durante il tragitto dal carcere al Tribunale. Dichiarava: “Sono ancora un membro del Parlamento turco in servizio attivo con tanto d’immunità. Trovo che la pratica sia illegale e immorale”. 
Taluni attivisti kurdi, che hanno partecipato alla marcia, ricordano che quando i loro leader furono arrestati, troppi democratici non si mobilitarono né proferirono parola. Non vogliono sollevare polemiche, ma ricordare che la repressione è generalizzata e distinzioni di partito diventano capziose. Nell’ordinata protesta di questi giorni sigle e simboli di parte sono stati esclusi, ci si ritrovava sotto la mezzaluna stellata della bandiera nazionale, che a certi marciatori sta stretta seppure non hanno rotto le file. Ovviamente la domanda di cosa accadrà dopo se la pongono in tanti. Dal palco l’omino dalla camicia immacolata che lanciava fiori ha definito la mobilitazione “il passo della rinascita, per rompere il muro della paura”. Eppure già il solo isolamento mediatico pesa come un macigno e difficilmente il governo, che sottolinea d’aver permesso la protesta, prenderà in esame i punti in questione. Inoltre nella sfida delle piazze, che già in altre circostanze ha visto Erdoğan ricercare con ostinazione il confronto, si prepara la manifestazione dell’orgoglio liberatorio e della fedeltà allo Stato che dovrebbe tenersi a giorni. Lì l’odierno padre putativo, che non è più l’Atatürk scongelato dai kemalisti e condotto per via quale unico simulacro, sarà il presidente stesso, rappresentato, stilizzato, fotografato e materializzato su un altro palco. I fedelissimi della Turchia erdoğaniana fremono per pareggiare l’adunata e mostrare ostinatamente una forza contraria e superiore.

giovedì 6 luglio 2017

Crisi Qatar, così lontana così vicina

L’embargo ci sarà, ma non farà male al clan al-Thani. Nutrire e assistere due milioni e mezzo di qatarioti non rappresenta un’emergenza e a vanificare la linea dura voluta dai due Salman sauditi, affiancati dagli emiri-servitori di Bahrein e Emirati Arabi Uniti più l’Egitto golpista di al-Sisi, si sono apertamente schierati Turchia e Iran. I cui presidenti, che s’erano già spesi in rassicurazioni verso la governance di Doha, hanno riaffermato gli intenti. Erdoğan ribadisce come gli accordi firmati a fine 2014,  che nei mesi seguenti hanno istituito una base militare nei pressi della capitale qatariota, non verranno cancellati come vorrebbero i sauditi. L’uomo forte di Turchia lancia il paragone con la base aerea statunitense di al-Udeid, sostenendo che i suoi soldati, attualmente un centinaio che potrebbero diventare mille, hanno tutto il diritto di restare in quel luogo come fanno i diecimila marines, ai quali non viene rivolta nessuna richiesta di ritiro. Gli iraniani hanno già aperto le proprie acque nel Golfo Persico e il proprio spazio aereo a qualsivoglia ponte per far giungere ogni rifornimento e assistenza a una nazione diventata alleata in affari. L’enorme giacimento di gas presente nei fondali marini su cui affacciano i due Stati (South Pars) risulterebbe il maggiore scoperto negli ultimi tempi e la vicinanza strategica nel suo sfruttamento porta la leadership di Teheran a difendere coi denti le sorti della famiglia al-Thani. Se essa non può dormire fra due guanciali, perché un’accentuazione dell’instabilità nell’area potrebbe farle perdere taluni business miliardari come i Mondiali di calcio del 2022 cui l’emiro Tamim tanto teneva, con ricadute sui trasporti della Qatar Airways e indotto, dall’altro avere al fianco potenti attori regionali di sponda sunnita e sciita attenua quasi del tutto gli effetti dell’isolamento. Sicuramente quello economico, ma lo stesso fronte politico dovrà riconsiderare la linea d’attacco ribadita ieri al Cairo dagli arabi intransigenti. Lo abbiamo già sottolineato: con quest’accelerazione i sauditi mettono a repentaglio la propria creatura del Consiglio di Cooperazione del Golfo avviata nel 1981.
Perché il Kuwait s’è smarcato dall’obbedienza cieca e chiede a Riyad di rivedere la sua posizione, lo stesso Oman, certo tutt’altro che potente, resta in bilico. Ma la monarchia saudita, creando uno scontro fratricida fra le componenti più attive economicamente in ambito globale e del ruolo politico dell’economia energetica (se stessa e il Qatar), introduce un ulteriore scossone in una regione che registra sei anni pieni d’instabilità e quattro di ferocissima guerra per il ridisegno di confini fra nazioni esistenti (Siria, Iraq, Yemen) e nuove entità (Rojava e Daesh). Se da una parte il Consiglio l’omogenità economico-finanziaria non la conosceva da tempo, proprio a seguito del desiderio di potere e potenza del clan al-Thani e dello spregiudicato epigono che attualmente lo guida, è anche vero che il blocco delle petromonarchie s’era a lungo presentato vicino nei pensieri e nelle prospettive politiche ai tempi in cui la Lega Araba era una realtà su grandi temi internazionali come la questione palestinese. Sicuramente le spaccature avviate su quel fronte fra le Intifade sostenute e il realismo politico che hanno diviso Fatah e Hamas, hanno avuto ripercussioni fra gli stessi emiri. Ma è attorno alle altre intifade arabe, definite Primavere, che s’è consumata una frattura all’occhio attuale inconciliabile fra i conservatori Saud, depositari per autoproclamazione di tradizione politico-religiosa, e i rampanti qatarioti. Sia chiaro il clan al-Thani è conservatore come lo sono i Salman padre e figlio, e come lo erano i capibastone di entrambe le famiglie, che hanno resistito (anche grazie a Sette Sorelle, Cia, Nato) a trasformazioni e rivolte pur difficilmente attuabili in realtà tenute sotto la bolla dell’affarismo petrolifero.

Allo stesso modo i due Paesi hanno cullato la tradizione del verbo wahabita , progenitore assieme al deobandismo pakistano, della pratica jihadista armata che raccoglie quarant’anni di scontro aperto e occulto contro vari nemici. Hanno nutrito e finanziato i mujaheddin afghani, e i combattenti islamici di vari fronti, passando da Qaeda all’odierno Isis e alla galassia delle micro formazioni che nel piccolo e grande Medio Oriente a essa si rapportano. Perciò, come hanno fatto notare anche parecchi commentatori mainstream, non c’è nulla di più stonato dell’accusa di sostegno al terrorismo lanciata dall’Arabia Saudita al Qatar, essendo le due nazioni (e non solo loro) responsabili dello sciagurato passo, che comunque piace a certi grandi del mondo attivi nell’industria delle armi e della “sicurezza”. Gli apprendisti stregoni in kefia che “ammodernano” i propri paradisi nel deserto con grattacieli e costose follìe, come le piste da sci succedanee appendici ad ambienti falsificati - tralasciando dialettica di pensiero, usi, costumi, problemi, compresa una personale identità da proporre al mondo concorrente e compartecipante - nonostante i petrodollari presentano le stesse contraddizioni che un gran pezzo di mondo arabo non ha risolto né col terzomondismo presto tramontato o fallito in misere dittature personali, né col neocolonialismo di ritorno cui si prestano da tempi antichi e recenti liberisti di mercato con tanto di partiti e Parlamento. E’ uno dei motivi per cui lo spettro dell’Islam politico, della Fratellanza Musulmana o altre Confraternite, è tornato a rappresentare un simbolo e una speranza di cambiamento dove la laicità pseudosocialista o capitalista hanno fallito. Su questo terreno si continua a giocare una lunga sfida con contraddizioni e carenze da parte di tutti. E nel passaggio epocale dal secolo della liberazione laica  a quello che considera l’Islam la soluzione, quale Islam fra i vari proclamati e da alcuni considerati tutti inesorabilmente uguali (sic) c’è da discutere e studiare, un pezzo di mondo si misura. Un mondo che molto ci è vicino, sebbene tanta politica globale rifiuta di considerarlo.