lunedì 24 settembre 2018

Iran, ipotesi sull’attentato di Ahwaz


Mentre una parte della gente di Ahwaz s’è stretta attorno alle bare dei martiri dell’agguato mortale di sabato, la comunità araba sunnita della regione si ritrova l’accusa d’essere il motivo dell’attentato, vista la linea separatista seguita da alcune componenti politiche locali come il Fronte popolare degli arabi di Ahvaz. Ma questo gruppo e altri sospettati rigettano le accuse, girandole sul regime possibile autore d’una montatura per stringere ancor più la morsa sulla provincia del Khouzestan, ricca di petrolio e intollerante nei confronti del governo di Teheran, ampiamente contestato nei mesi scorsi. Rispetto a proteste di carattere prettamente economico registratesi in varie città iraniane, in quest’area il malcontento sunnita mostra, accanto a tale matrice, quella del dissenso politico e guarda a ovest, per quanto oltreconfine l’attuale Iraq offra contorni caotici. Da quel che è dato sapere i locali interagiscono più con strutture come quelle citate, organizzate con dissidenti espatriati all’estero (ad esempio a Londra) che col jihadismo militante. Quello che potrebbe aver organizzato lo spettacolare attentato, frutto di un’organizzazione articolata, per ciò che appare dall’infiltrazione del loro commando in una struttura tutt’altro che facile da raggirare come i pasdaran.
Oltre al sangue versato, al terrore diffuso, all’offesa arrecata alla sfilata per l’anniversario della guerra patriottica contro Saddam, è stata lesa l’immagine coriacea che i Guardiani della Rivoluzione amano offrire del proprio corpo d’élite. Un elemento psicologicamente non secondario. Perciò i vertici dello Stato, col ministro della Difesa Hatami, il capo dell’Intelligence Alavi, il deputato e comandante pasdaran Salami, fino allo stesso presidente Rohani sono intervenuti pubblicamente additando chi trama nell’ombra per destabilizzare anche militarmente la nazione. La triade accusata raccoglie Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, sponsor militari e ideologici d’un certo fondamentalismo islamico usato - a detta di Teheran - come ariete per colpire la sicurezza nazionale interna. Certo, la sigla dello Stato Islamico è comparsa nella rivendicazione dell’agguato, come pure quella Al-Ahvaziya. Se il Daesh è da un quadriennio materia, ectoplasma e fantasma della politica destabilizzante in Medio Oriente, del secondo si sa che è finanziato dalla dinastia Saud e che nell’area ha già compiuto azioni con l’intento di divulgare un progetto separatista. Invece s’autoescludono dallo scenario della strage altri separatisti, denominati Patriotic Arab Democratic Movement in Ahwaz.
Nel richiamo che la notizia dell’attentato ha avuto ovunque nel mondo, s’inserisce il botta e risposta fra Rohani e l’ambasciatrice statunitense all’Onu Haley. Il primo non ha risparmiato colpi antistatunitensi rivolti al bullismo della politica estera trumpiana; la portavoce di ferro ha ripetuto sprezzante che nell’incolpare gli Usa gli iraniani devono guardarsi allo specchio. Il duetto accende ulteriormente gli animi alla vigilia delle prossime sedute dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Rohani, come altri capi di Stato, è atteso domani e dopodomani a New York. A condurre il dibattito nel Palazzo di vetro ci sarà proprio la Haley, e il da lei strattonato Rohani dovrà incontrare l’omologo Donald Trump. Sebbene il faccia a faccia potrebbe in extremis saltare, non tanto per le tensioni rinfocolate in queste ore, ma perché il dibattito sul nucleare iraniano sembra diventato un dialogo tra sordi dopo il rilancio dell’embargo unilaterale imposto dal presidente Usa. Temi caldissimi anche quelli dei conflitti mediorientali sugli scenari siriano e yemenita, sempre con gli iraniani coinvolti e gli americani critici sull’operato di quest’ultimi. E’ noto che l’Assemblea Onu ha solo funzioni consultive, esamina questioni e propone orientamenti per garantire la pace internazionale. Purtroppo decisioni, prese a maggioranza di due terzi, possono tranquillamente risultare inapplicate e dunque infruttuose.  

sabato 22 settembre 2018

Iran, tiro al bersaglio sui pasdaran


L’attacco portato allo Shahrestan di Ahvaz nel corso di una parata militare dei Guardiani della Rivoluzione, è un’azione simbolo rivolta a una struttura strategica dello Stato iraniano. La più potente, assieme a quella degli enti benefici (bonyad) gestiti quasi esclusivamente dal clero e dai militari. Avviene in una zona occidentale del Paese, sul confine iracheno, area che ha conosciuto le pene della lunga guerra contro l’invasione di Saddam Hussein. E proprio quel conflitto, sanguinoso e logorante, durato dal 1980 all’88 veniva ricordato con la sfilata, quando dagli spalti un commando ascrivibile ai miliziani dello Stato Islamico, così li ha definiti la Tv iraniana, ha scaricato le proprie armi sui pasdaran intruppati e sugli ufficiali seduti in tribuna. Ne sono morti ventiquattro, una cinquantina sono rimasti feriti, fra cui bambini che assistevano alla celebrazione, mentre gli attentatori venivano in parte uccisi, in parte arrestati. I commenti dell’agenzia Irna, fanno riferimento all’Isis ma anche alle protezioni e finanziamenti offerti dall’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri Zarif, coglie l’occasione parla esplicitamente di sponsor statunitense.
Lo stesso presidente Rohani non lesina riferimenti critici agli Stati Uniti e alla politica trumpiana che foraggiano la destabilizzazione in Iran con ogni mezzo, dal rilancio dell’embargo, al sostegno dell’opposizione filo monarchica o terroristica come quella esule Oltreoceano e Parigi, chiaro il riferimento agli ex mujahheddin- e Khalq foraggiati dalla Cia. Certo, nel Paese esiste una profonda spaccatura politica fra i riformisti, che hanno in due tornate elettorali sostenuto il moderato Rohani contro i fondamentalisti religiosi e laici, e che da mesi lo contestano. Cui s’aggiunge una spaccatura generazionale fra gli ultrasessantenni, che hanno fatto la rivoluzione e hanno praticato la militanza combattente, appunto contro Saddam, e i giovani nati negli anni Novanta e successivamente. Quest’ultimi, gran serbatoio del voto progressista, vedono tradite le speranze di cambiamento riguardo all’occupazione, alla trasformazione sociale con un superamento di rigidità di costumi (pensiamo all’obbligatorietà del velo), e al sistema clericale basato sul velayat-e faqih.  
Parte del malcontento, esplicitato nelle proteste di piazza dell’inverno scorso - meno clamorose, partecipate e violente di quelle del 2009 - risulta spontaneo, ma l’opposizione interna ed estera agli ayatollah ha sponde varie e può far riferimento a ogni contraddizione esistente. Ad esempio, la crisi economica ha fatto criticare il copioso, e costoso per le casse statali, impegno militare all’estero che sui fronti siriano e yemenita dura da tempo. Una strategia che lega le posizioni del tradizionalismo clericale avvallate dalla Guida Suprema, alla componente tradizionalista laica, legata ai Guardiani della Rivoluzione. Ciascuno, nel rispettivo cammino, ultraconservatore e modernista, ma di fatto irrinunciabilmente non solo anti imperialista ma anti occidentale. Con tutte le chiusure e le differenze del caso. Finora il collante fra tutte le componenti politiche, anche quelle riformiste, è sempre stato quello della sicurezza interna, seppure il modo d’interpretarla non sia il medesimo. Ma più si stringe la morsa attorno all’Iran più l’interesse nazionale offre spazio al partito della forza, che magari può cercare un nuovo Ahmadinejad da proporre per un futuro non molto lontano. E questa via, attacchi terroristici o meno, segue il suo corso.  

lunedì 17 settembre 2018

Lo stallo Regeni e i balletti di Stato


Ha parlato direttamente col presidente Al Sisi, Roberto Fico, presidente a sua volta, del Parlamento italiano, dopo aver incontrato in precedenza l’omologo egiziano. Differentemente dal collega Di Maio, ha parlato esclusivamente del caso Regeni affermando che “le indagini sono a un punto di stallo”, cosa che Sisi sa benissimo semplicemente perché è il regista della palude in cui si dibatte l’Egitto dal 2013. Data della sua presa del potere, operata con un golpe, prima bianco e dopo quarantacinque giorni rosso sangue, colato dai corpi di centinaia di concittadini che il presidente dal sorriso gentile faceva massacrare dai suoi militari e poliziotti. L’Italia con gli esecutivi Renzi e Gentiloni ha fatto inizialmente la voce grossa, ha ritirato l’ambasciatore dal Cairo per poi rintrodurlo con l’alibi che avrebbe controllato da vicino (sic) i passi istituzionali della nazione sull’omicidio del ricercatore. Tutto questo dopo che gli stretti collaboratori di Sisi, finanche il ministro dell’Interno Ghaffar e quello degli Esteri Shoukry, coprivano i sottoposti esecutori di sequestro, torture e omicidio di Regeni. Sicuri dell’impunità che il nuovo raìs garantisce loro, visto che di arresti, sequestri, torture, galera, assassini e sparizioni l’Egitto dei militari di Sisi fa un uso sistematico. Come le peggiori dittature mondiali.
Con questi sanguinari, pur dal rassicurante aspetto, i politici italiani pensano di dialogare. Se non sono proprio fuori di senno, possiamo pensare che inscenino anch’essi una sceneggiata. Fanno quel che i vertici d’una nazione devono fare, ma senza prendere contromisure nei confronti della chiarissima tattica della Sfinge in divisa che promette, ma tergiversa e soprattutto ostacola indagini e processo. Come abbiamo visto, in Egitto a processo vanno gli scampati dal massacro della moschea di Rabaa, l’Epifania di quel che Al Sisi avrebbe riservato al suo popolo, iniziando dagli odiati Fratelli musulmani, per passare a oppositori della sinistra giovanile, e socialisti, e giornalisti, e blogger e attivisti dei diritti. Tutti costoro hanno riempito le galere egiziane, mentre gli attuali presidenti e vicepresidenti cinquestelle e leghisti guardavano probabilmente ad altro, intenti a quell’avanzata elettorale volta a gabbare i claudicanti governi del Pd. Nel febbraio 2016 apparve in tutta la sua drammaticità la vicenda Regeni, uno scempio che confermava ciò che da anni era messo in cantiere dalla macelleria egiziana. La cui dirigenza, non a caso militare, rievocava i ‘garage Olimpo’ dell’Argentina di Videla. Come allora, la comunità internazionale ha taciuto e continua a farlo.
L’Italia, parte offesa, si barcamena in goffe iniziative con l’Egitto, i cui vertici si beffano delle inchieste della procura di Roma, che ha esplicitamente denunciato le falsità e l’omertà del governo cairota. Altro che collaborazione! Altro che promesse di far luce! Sisi governa su una popolazione soggiogata o adescata col terrore, governa nel buio pesto delle prigioni dove in questi anni sono sparite attorno alle cinquemila anime. Questo denunciano talune Ong umanitarie che hanno dovuto abbandonare quel Paese per non finire esse stesse risucchiate nel gorgo della repressione. Si può dialogare con dei criminali travestiti da statisti? E’ la domanda che gli attuali esponenti delle Istituzioni italiane, dai Di Maio ai Fico, viaggiatori e interlocutori di Al Sisi, si sarebbero dovuti porre. Se sì, al di là di diplomatici balletti, che differenti misure prende il governo ‘gialloverde’ rispetto a quelli rosapallido del Pd? All’orizzonte non si vede nulla, se non moti autoreferenziali, attenti a non disturbare rapporti commerciali col partner egiziano, per gli affari dell’Eni che sono solo in parte affari nazionali. Essi potrebbero cedere il passo a una sana morale di quello stato di diritto che sosteniamo di difendere e che ‘l’amico Sisi’ ha  calpestato, facendo trucidare un nostro cittadino. Diventato uno di loro, una vittima di quel regime cui non dovremmo riservare colloqui e strette di mano, ma esplicite accuse.  

venerdì 14 settembre 2018

Afghanistan, sussurri e grida


I sussurri, le grida si susseguono sullo scenario politico afghano con ruoli invertiti o comunque mescolati. Alle lusinghe che il presidente Ghani continua a lanciare ai talebani, o per meglio dire a quella parte dei turbanti che l’ascolta, fa eco la voce grossa del  già signore della guerra Hekmatyar. Prescelto da tempo, e proprio da Ghani, come cerimoniere della pacificazione coi fondamentalisti armati, ora Hekmatyar contesta il possibile slittamento elettorale oltre la scadenza del 20 ottobre. Molte province sono insicure, e sebbene la maggioranza dei gruppi taliban snobbi le elezioni, il pericolo attentati è elevatissimo a opera di quei dissidenti che si firmano Stato Islamico del Khorasan. Lo stesso presidente, che molto s’è speso per promuovere l’apparato rasserenante delle consultazioni, ha recentemente dato risalto ai dati dell’agenzia Onu sulle morti di civili, che nei primi sei mesi 2018 schizzano a 1.692 vittime, stabilendo la peggiore percentuale degli ultimi dieci anni. Morti determinate in prevalenza da attentati organizzati dal Daesh afghano, mentre i talebani, che pure hanno ucciso concittadini, rivolgono il tiro prevalentemente su militari e poliziotti.
Il partito di Hekmatyar (Hizb-i Islami) chiede a gran voce il mantenimento della scadenza elettorale, mentre il premier Abdullah gli contrappone il concetto d’unità della nazione in una fase in cui il pericolo è il terrorismo e le polemiche favoriscono i nemici della nazione. Abdullah in persona, all’epoca della sfida con Ghani per la presidenza, diede una didascalica dimostrazione di cosa s’intenda per amici e nemici, inanellando accordi ufficiali, ufficiosi, sotterfugi, voltafaccia, braccio di ferro e kalashnikov puntati con alleati ed ex alleati. Infatti la costante che regna a Kubul è l’estrema inafferrabilità degli eventi. Però i vertici statali ribadiscono che una totale smobilitazione militare americana porterebbe a un pieno terreno di coltura terroristica. Sarà. Ma quel che esiste da anni con tanto di truppe d’occupazione non l’ha limitato affatto. Poi c’è il terrorismo con le stellette, anzi quello apertamente a stelle e strisce, su cui aveva mosso qualche passo la Corte Internazionale per i crimini di guerra, che può dormire sonni tranquilli. Giorni fa l’uomo di Trump (John Bolton) ha minacciato i magistrati: guai a toccare soldati Ryan e generali statunitensi. Il loro operato non si discute, anche quando bombardano malati e medici come a Kunduz nel 2015. 
E allora cosa continua ad andare in scena nel mondo parallelo dell’Hindu Kush? Niente di diverso da quanto sappiamo. Rappresentazioni, intrighi e falsità comprese. Quest’ultime talvolta non facili da smascherare. Osservatori locali impegnati a studiare il fenomeno jihadista hanno cercato riscontri su alcune notizie diffuse dalla portavoce del ministro degli Esteri russo. Lei sosteneva che elicotteri, non identificati ma imputabili alla Nato, rifornissero di armi gruppi jihadisti nella provincia di Sar-i Pol. Non sarebbe il
primo caso. Non sarà l’ultimo. Però indagini in loco non evidenziano presenze del Daesh in quell’area. Al più, ci sono gruppi di combattenti uzbeki che si rapportano ai talebani, non all’Iskp. Spiegano i ricercatori: l’Islamic Jihad Union, affiliata sino a una decina d’anni fa a Qaeda e al gruppo di Haqqani, può reclutare dissidenti talebani, e per questo non è ben vista da quest’ultimi, ma se deve scegliere uno schieramento s’appoggia a quello tradizionale degli studenti coranici. E’ in tale puzzle di aree controllate da vecchi e nuovi signori della guerra che va in scena la pantomima della normalità. Col macellaio Hekmatyar a fare da maestro di cerimonie di democrazia.

mercoledì 5 settembre 2018

Libia, uno, due e tre


Tripolitania, Cirenaica, fino al desertico Fezzan. Non c’è bisogno di ripercorrere le tappe della storia mediterranea e le più recenti vicende del colonialismo italiano da Giolitti a Mussolini, fino al colonialismo di ritorno praticato su versante energetico dall’Ente Italiano Idrocarburi nella versione più sofisticata di Mattei, mica dei boiardi Scaroni e De Scalzi, per sapere che la Libia è una creatura fragile. Sorta come nazione prima in veste monarchica con re Idris, quindi con quell’esperimento di ‘Repubblica delle masse’ naufragato nella dittatura personale di Mu’ammar Gheddafi, il colonnello dell’emancipazione. Personaggio sognatore e cinico, istrione e megalomane, condannato per scelta e suo malgrado al ruolo di uomo-contro che sfida le sorelle dell’estrazione sul terreno della geopolitica. Nella sua Libia le tribù stanziali e nomadi, divise da interessi, invidie e ricerca di supremazia perpetuavano quei particolarismi conosciuti probabilmente dallo stesso Settimio Severo e poi per secoli sino al declino dell’Impero Ottomano che apre le porte alla Libia colonizzata.

Su questo territorio, coi suoi clan finanche le potenti aziende del petrolio mondiale per proseguire il business del sottosuolo necessitano di accordi. Loro li fanno, trattandosi in fondo di briciole rispetto ai guadagni che perseguono. Comunque tutti: affaristi, governanti, politici di ieri e di oggi brigano con ceppi familiari conosciuti e secolari. Gadhafi, Warfallah, Zentan, Tarhuna si spartiscono l’area della Tripolitania, in Cirenaica si tratta coi Zuwaya e Awaqir, e nella zona di Tobruk con la tribù Obeidat. Il Fezzan vede l’antica e potente presenza dei Magariha, mentre i Tuareg restano sovrani delle dune. Il conosciutissimo panorama è ulteriormente variegato, i notisti giungono a contare addirittura 150 clan, poiché figli, rampolli ramificano le tribù, seppure le storiche restano le citate. Quanto quest’ultime si facciano coinvolgere dall’evoluzione degli eventi si dovrà vedere. Certo dallo scossone subìto dal regime gheddafiano nel 2011 anche per un inizio di rivolta, per i voltafaccia di alcuni clan, e soprattutto per i piani d’intervento giostrati fra la Casa Bianca di Obama e l’Eliseo di Sarkozy, la Libia è terra di nessuno.

Darle una parvenza di normalità è la mossa ipocrita con cui le democrazie affaristiche scrivono falsi copioni. In questo caso sul banco degli imputati Francia e Italia, cioè Total ed Eni, che pozzi ed estrazioni se le spartiscono con Bp e altri, ma sotto sotto tramano.  Magari sperando che il politico sponsorizzato: Serraj, da parte del nostro governo, Haftar, da quello Macron, li aiuti ad avere di più, a favorire la propria azienda sulla concorrente, complici le stesse tribù e i loro manipoli armati. Un quadro dove ciascuno cerca di trarre vantaggio da una situazione degenerata e incancrenita negli ultimi anni di destabilizzazione. E nelle stesse Nazioni Unite, che raggiungono un accordo per un momentaneo cessate il fuoco fra contendenti, le posizioni italiane, francesi, britanniche e statunitensi non seguono affatto processi unitari, lavorando per l’autodeterminazione dei libici. Le divisioni tribali, ovvio, non favoriscono questo processo, ma a monte i signori degli affari puntano sempre e solo sui signorotti della guerra vestiti di qualsiasi foggia, turbante, mimetica o doppiopetto.

lunedì 3 settembre 2018

Libia, presente come passato


Assumono il volto peggiore, ma assai diffuso in tanto Medio Oriente, i nodi della lunga contraddizione libica. Bombe, agguati, mitragliamenti con morti e feriti (finora limitati a quaranta e un centinaio) ma si teme una ricaduta in quella guerra più per bande che civile, già scaturita dall’abbattimento di Gheddafi. E come nelle trascorse manovre i protagonisti sono vari, stretti in cerchi concentrici. Attualmente legano da una parte le truppe fedeli al leader di plastica (Al Serraj), suggerito da Washington e sostenuto soprattutto dai governi italiani succedutisi. Dall’altra i riottosi, che assaltano i palazzi di Tripoli, postisi al generale duro, ma ampiamente opportunista, Khalifa Haftar già al servizio di Gheddafi e poi contro di lui. Dietro i due contendenti alcune nazioni europee interessate principalmente ai rifornimenti di petrolio libico, pregiato per i suoi bassi costi di raffinazione. L’Italia seguendo la via maestra statunitense s’è spesa, come detto, per Serraj, rampollo d’un clan locale che ha sempre contato; britannici ma soprattutto i francesi sponsorizzano Haftar, lo facevano anche prima che Macron salisse all’Eliseo, ora ancor più.
Negli ultimi caotici quattro anni della Libia son state proprio le tutele a creare problemi ai due soggetti che si dividono il Paese, ciascuno nella propria roccaforte: Serraj nella Tripolitania, Haftar in Cirenaica, mentre nel Fezzan desertico, ma non privo di pozzi, s’è mosso di tutto: jihadisti, bande armate di vario genere, trafficanti di vite, migranti economici, rifugiati  disperati in cerca di salvezza in quel Mediterraneo diventato mare di morte. Ai due leader, o pseudo tali, fanno riferimento decine di gruppi tribali, che forniscono uomini alla causa di ciascuno in cambio di favori  (parte dei proventi dell’estrazione) né più né meno che come ai tempi del colonello della Jamahīriyya, lui decisamente più furbo nel saper vendere ideali e carisma. Merce sconosciuta ai due contendenti, nonostante l’ulteriore appoggio ricevuto da alcune potenze locali (Turchia e Qatar sono pro Serraj, Egitto e Arabia Saudita sostengono Haftar), ma ciascuno bada ai suoi giochi. Il più inquietante è quell’asse militar-reazionario fra il Mediterraneo orientale e il Golfo, non a caso gradito alla casa Bianca.
Eppure la “diplomazia del business” nei mesi scorsi ha operato per cercar di avvicinare le parti, conservando magari un Paese diviso pur di continuare a estrarre barili di greggio e risollevare un’estrazione caduta in alcuni periodi a 450.000 barili al giorno, mentre prima della crisi del 2011 se ne ricavavano un milione e seicentomila. E in più far lavorare l’indotto che Eni, Total, British Petroleum e altre presenze hanno sul territorio, proprio partendo dal sottosuolo. Secondo taluni osservatori le dichiarazioni di certi capibastone proclamatisi combattenti (un esempio è tal al Badi della Settima Brigata assediatrice di Tripoli) che parlano di ruberie ai danni della popolazione, e corruzione, e faccende private da inserire nei rapporti con la politica, affermano verità, ma lo fanno perché si son visti  esclusi da proficue spartizione di cassa e di potere. E sembra non esserci salvezza, dentro e fuori il Paese, visto che l’ipocrisia (e gli interessi) occidentali, dopo aver confezionato un governo fantoccio, accettato la presenza d’un signore della guerra, secondo le fasi amico e nemico, vorrebbe inscenare la farsa elettorale entro l’anno. Ora tutto sembra complicarsi.

giovedì 30 agosto 2018

Di Maio da Al Sisi “Uno di loro”


E’ più vicina alla pantomima d’un marcato doroteismo che a qualsivoglia istinto geopolitico la visita compiuta ieri dal vicepremier Luigi Di Maio al presidente egiziano Abdel Al Sisi. Senza un motivo esplicito, se non quello che taluni commentatori hanno individuato in una smania di concorrenza mediatica con l’altro vice premier nostrano o peggio con lo smarcarsi, parlando d’altro, da cogenti problematiche interne sul lavoro, il responsabile del dicastero che s’occupa anche di sviluppo economico ha trovato in questo tema il salvacondotto per colloquiare col generale-dittatore direttamente al Cairo. Infatti gli investimenti italiani in terra egiziana sono stati uno degli argomenti dell’incontro. Gli interessi dell’Eni nel mega affare del giacimento di gas Zohr, scoperto da tempo nelle acque territoriali egiziane del Mediterraneo, erano nel cuore dei governi Renzi e Gentiloni, restano tali anche per l'esecutivo Conte. Di Maio non l’ha negato, commentando con la stampa il succo della chiacchierata cairota che ha lusingato il presidente-generale.

Il vicepremier italiano, sentendosi egli stesso compiaciuto dell’incontro ravvicinato, sottolineava come buona parte dei discorsi hanno riguardato la vicenda Regeni, i suoi ‘misteri’ la sua incompiutezza. Ha poi riferito l’affermazione di Al Sisi secondo cui Regeni è “uno di noi”. Definizione non sappiamo se più criptica, perversa o – ahinoi – beffarda. Le intenzioni della casta militare di cui Al Sisi è immagine ed espressione sul caso Regeni è noto: difendere i responsabili di quello scempio, dai vertici alla base, perché tutti rispondono ai comandi repressivi che il regime impartisce da cinque anni. Dalla presa del potere suggellata col  terribile massacro della moschea Rabaa. Da quel migliaio o più di cadaveri il governo del Cairo ha inanellato altre uccisioni, sparizioni, arresti rivolti contro chi manifesta, contesta, s’oppone o semplicemente informa l’opinione pubblica e, come nel caso del ricercatore friulano, cerca di comprendere cosa accadeva in quel Paese che sognava la thawra ed è finito nel lager di Tora e nel buco nero del terrore diffuso.

Questo modello di nazione reazionaria, anche peggiore di quella incarnata per un trentennio dall’uomo forte Mubarak, è l’ultimo caposaldo di Washington nel Medio Oriente arabo, assieme alla falsamente cangiante dinastia Saud. Gli intenti restano immutati: praticare interessi imperialisti pur in scenari di parziale mutazione, impedire trasformazioni interne favorevoli alle classi deboli, soprattutto se queste rivendicano diritti, miglioramento delle condizioni di vita, redistribuzione della ricchezza. Ciò che alla fine del 2010 molte piazze domandavano, in Tunisia, Egitto, Bahrein, Siria, Marocco. Le tanto sbeffeggiate primavere arabe, che mai sono state rivoluzioni, avevano in corpo fame e disoccupazione; in mente senso di giustizia contro corruzione, ruberie, nepotismo; nel cuore il desiderio di rompere il cerchio della paura che schiacciava la dignità individuale con lo spettro di finire come Khaled Saeed, il Cucchi egiziano. Questo spettro è tornato, in molti angoli mediorientali. In Egitto ha solo parzialmente cambiato volto, perché i crimini di Sulayman e Tantawi li compiono Sisi e i suoi aguzzini. Regeni è sì uno di loro: una delle loro molteplici vittime.