martedì 7 febbraio 2023

Turchia, quando tremano terra e politica

 


Ci sono le facce stravolte e disperate dei sopravvissuti, di qua e di là dei confini, fra chi sta a Gaziantep e chi ad Aleppo che non esistono più in quel che avevano di prezioso: la fortezza bizantina, la moschea omayyade, la vita dei propri cari. Ci sono le macchine dei soccorsi nazionali: la Turkish Disaster and Emergency Management Authorit che Erdoğan si tiene ben stretta, e gli “elmetti bianchi” siriani, quindi le rispettive Mezzelune Rosse, affiancate da migliaia di persone in lotta, anche a mani nude, contro le settantadue ore che solitamente decretano la morte del terremotato ansimante sotto le macerie. Gli accademici del soccorso stranieri pronti a intervenire, puntualizzano: accanto ai mezzi tecnici servono professionisti per far quel che si deve in maniera oculata. Tutto vero. Ma la vera corsa resta quella contro il tempo, perché il salvataggio dei seppelliti vivi si realizza in queste ore e ne sono già trascorse trentasei… Al di qua e al di là d’un confine che è stato e tuttora resta di guerra - seppure le viscere del globo  hanno aggiunto una devastazione al terrore seminato per dodici anni dalle bombe - l’azione può essere differente. La Turchia agisce da Stato, con strutture consolidate, la Siria è un sedicente Stato tenuto in vita da Russia e dalla stessa Turchia, dopo che entrambe hanno contribuito a devastarlo assieme al leader del regime protetto: Bashar Asad. Sotto le loro decisioni ci sono, tuttora, milioni di cittadini. Fra chi è rimasto a vivere dov’è nato, chi è fuggito e da anni sopravvive come rifugiato in nazioni attigue o lontane, chi ha forzatamente abbandonato il desiderio di autodeterminazione chiamata Rojava. I profughi siriani in Turchia potrebbero conoscere nelle prossime settimane condizioni ancor più stranianti e strazianti di quelle vissute dalla fase del loro trasferimento in un altrove vicino, il territorio turco, che li ha acquisiti e “acquistati”. Di mezzo ci siamo noi, o meglio chi ci rappresenta nelle istituzioni europee. 

 

Davanti all’emergenza migranti che fuggivano dai campi di battaglia siriani e approdavano sulle coste e ai confini della Fortezza Europea, la Ue dove brillava la mente di Angela Merkel per evitare di accogliere milioni di persone  barattò con Erdoğan quella collocazione. Tre milioni e mezzo di siriani finirono in Anatolia in cambio di tre miliardi di euro, più tre. La vita di costoro è stata minima, spesso grama. Hanno dovuto sopravvivere a dolore, sradicamenti, mancanza di prospettive e futuro, giovani e adulti che fossero. Il trascorrere del tempo non ha migliorato le condizioni: l’Europa dell’egoismo sovranista sempre più chiusa coi suoi politici al potere (Orban, Morawiecki, Meloni), mentre il “risolutore di problemi” Erdoğan ha dovuto fare i conti con l’effetto boomerang dell’accoglienza. Proprio le amministrative 2019, quando il suo partito perse le maggiori città, facevano registrare un calo di consensi all’Akp anche per ragioni di stabilità interna: occupazione, inflazione, salari, e le volgarità del volgo trovavano presto un capro espiatorio: la presenza dei milioni di siriani da assistere e mantenere, e l’eventuale loro disponibilità ad accettare lavori anche precari in una sorta di concorrenza in un’economia non più florida. Da qui il piano di redistribuzione e reinserimento dei siriani nei territori di provenienza, patteggiata con Asad, consenziente lo stesso Putin, comunque nell’ultimo anno “distratto” da altri problemi e altri fronti. Il progetto era inserito in un piano di “sicurezza” che creava campi di accoglienza nella lunga fascia fra Turchia meridionale e Siria settentrionale, dove la mezzaluna militare turca aveva arato a suon di carri armati una zona larga trenta chilometri, sgomberata dalle Unità di Protezione Popolare kurde. Questa carta il presidente che vuol essere eterno la gioca per le elezioni di metà maggio. Ora, col disastro sismico in corso, potrà addirittura velocizzare la mano, visto che per la perdita di migliaia e migliaia di vani, è in corso anche un’urgenza abitativa fra i sopravvissuti, turchi e siriani. L’emergenza politica della ricollocazione dei profughi s’affianca a quella umanitari dell’aiuto ai terremotati. Per continuare a guidare la Turchia.

lunedì 6 febbraio 2023

Terremoto turco-siriano, l’Anatolia si sposta di tre metri

 


Al momento non ci sono strascichi polemici ma non è detto che non arriveranno, anche per quanto i concittadini e il mondo hanno visto in diretta con palazzi di sette piani implodere su se stessi come castelli di carte. Il terremoto che ha colpito in piena notte la Turchia orientale - epicentro nel distretto di Pazarcık della provincia di Kahramanmaraş con una prima scossa calcolata a 7.8 della scala Richter alle 4:17 dell’ora locale, a una profondità di 7 chilometri circa - è uno dei più distruttivi della cronaca recente. I sismologi affermano che l’Anatolia si sia spostata di tre metri, con una deformazione della fascia costiera fra Mersin e Alessandretta. Il maremoto temuto nei minuti successivi non si è verificato, l’onda marina non ha superato i venti centimetri. Si sono però ripetute varie scosse, una ventina, alcune particolarmente violente oltre i 7 gradi Richter, che hanno sbriciolato edifici precedentemente lesionali. Investita anche la zona sul confine siriano e la stessa Siria. Le vittime, purtroppo crescenti, nelle prime ore del pomeriggio superavano le 1.200 in Turchia e le 800 in Siria. I soccorsi, già mobilitati ma pur sempre insufficienti, sperano di salvare persone intrappolate fra le macerie sebbene si teme che il numero salirà di parecchio. Il Servizio di Protezione e la Mezzaluna Rossa vogliono scongiurare l’ecatombe del 1999 quando si contarono 18.000 decessi. In quel caso venne interessata la faglia nord Anatolica, che si sviluppa per centinaia di chilometri, attualmente è coinvolta la faglia est Anatolica, anch’essa molto lunga che sale verso il confine armeno. 

 

Il Paese è in piena campagna elettorale per le consultazioni di metà maggio (politiche e presidenziali), il giorno precedente la catastrofe il presidente Erdoğan era nel distretto occidentale di Aydın e nel corso d’un comizio si scagliava contro la coalizione dell’opposizione formata da partiti storici come il repubblicano e da nuove sigle (İyi Parti,  Demokrasi ve Atılım Partisi, Gelecek Partisi), alcune create da suoi ex sodali come il ministro degli Esteri Davutoğlu o quello dell’Economia Babacan. Diceva rivolto a quest’ultimi: "Non saranno in grado di portare via i successi della nostra nazione. Non ci impediranno di costruire il nuovo secolo della Turchia proprio come non sono riusciti a ostacolare i nostri obiettivi del 2023". Quindi con la retorica che gli è propria: "Quando guardiamo i disastri di cui abbiamo sofferto nel primo secolo della nostra Repubblica, vediamo le stesse mani sporche, gli stessi scenari sporchi e gli stessi patetici burattini". Seguiva il riassunto di ciò che il governo dell’Akp ha realizzato in quella provincia: più di 1.668 case con le loro infrastrutture, messe in opera con l'aiuto della Housing Development Administration (TOKİ), l’agenzia voluta nel 1984 dal governo Özal, egualmente sostenuta dagli esecutivi del partito erdoğaniano E ancora: 14 dighe, 12 stagni, 5 centrali idroelettriche, 7 consolidamenti fondiari, 30 sistemi di irrigazione, 38 impianti di irrigazione, 16 impianti di stoccaggio sotterraneo, un Technopark, nove centri di ricerca e sviluppo, tre di progettazione. Chissà se sugli scheletri degli edifici lesionati dalle terribili scosse di stanotte i politici, per ora stretti nella solidarietà nazionale, non scateneranno polemiche riguardo alla scarsa diffusione di edilizia antisismica. Certo, le mura bizantine del castello di Gaziantep, che aveva substrati romani e addirittura ittiti, stamane risultavano sbriciolate. Però questo riguarderà il patrimonio archeologico nel quale è coinvolto anche l’Unesco, l’occhio vigile su quanto non è stato fatto in ragione di prevenzione e su quanto non si farà in tempo a fare per evitare morti da schiacciamento, potrebbe costituire un ulteriore tema di scontro elettorale. Per ora si scava, tre giorni di tempo per salvare vite. Erdoğan è cosciente che da sola la Turchia non ce la può fare: ha fatto appello al mondo e alla Nato. In tanti dicono di volerlo aiutare.

domenica 5 febbraio 2023

Pakistan: lobbies e potere, paura e rabbia

 


Esercito, Intelligence, talebani - chi più chi meno - sono i poteri forti che orientano la politica pakistana. I politici di professione alla testa dei partiti o nel ruolo di primo ministro, come lo è stato Imran Khan e ora è Sharif Shahbaz, devono giocare di sponda, scegliendo con chi stare e, se fanno il doppiogioco com’è capitato all’ex primo ministro defenestrato ad aprile 2022, devono saperlo fare. Le conseguenze sono gli “avvertimenti” armati come quello di novembre che ha fatto sbollire la protesta antigovernativa dell’ex campione di cricket. Di tale quadro discutono gli analisti interni, avvezzi a simili orizzonti ma da oltre un anno intenti a decriptare i legami palesi e gli intrecci occulti con cui leggere gli eventi. La linea del terrore ripresa da tre mesi dai Tehreek-e Taliban Pakistan, e approdata al recente massacro della moschea di Peshawar, non è la prima cui ha abituato il gruppo fondamentalista. Anzi. Può risultare diversa dal passato, se non nell’intento sanguinario e intimidatorio, nella strategia regionale di medio corso. Davanti a governi che hanno impostato trattative anche per conto di altri poteri (la lobby militare) e non hanno raggiunto accordi con questo gruppo, ecco crollare un equilibrio già di per sé precario. I colloqui - avviati da Khan con l’aiuto di alcuni generali (Bajwa) con cui sono lo stesso Khan è entrato in polemica prima d’essere sostituito da Shahbaz che ha poi sponsorizzato altri militari (Mirza) insediatisi al vertice dell’esercito e sostenitori d’una linea intransigente coi TTP - non potevano che implodere. Gli attuali vertici delle Forze Armate sono contrari alla liberazione dei prigionieri Tehreek, assieme al nuovo esecutivo spingono per l’abolizione dell’autonomia delle Aree Tribali (Fata) e il loro assoggettamento all’autorità statale. Contravvengono alle promesse dell’Inter-Services Intelligence che rassicurava i taliban sul mantenimento d’uno status quo in quei territori. Ognuno fa il suo gioco, però le diverse posizioni in seno all’esercito e fra questo e i Servizi segreti hanno fatto precipitare la situazione. 

 

Se si aggiunge che gli equilibri regionali sono mutati dall’estate 2021, con un Emirato afghano per nulla orientato a collaborare con Islamabad e sempre più vicino e sodale ai fratelli talebani d’oltreconfine, non c’è da stupirsi della ricaduta nel caos della nazione pakistana. E’ anche vero che parecchi degli accordi (se ne contano una ventina) stipulati da inizio Millennio fra Stato e gruppi fondamentalisti, sono stati disattesi da quest’ultimi che volevano rafforzarsi e lanciare nuove sfide. E’ altrettanto vero che una delle tattiche dei governi guidati dalla Lega Musulmana-N e dal Partito Popolare Pakistano consiste nel privare di spazio vitale le componenti talebane, scacciate dal Waziristan del Nord, ora braccate pure nella zona delle Fata e sempre più spesso riparate in territorio afghano, col cui attuale governo stringono legami in funzione antipakistana. Verso nazioni in difficoltà - socio-politica, economica, finanche umanitaria -  Pakistan, Iran, Arabia Saudita, Turchia non nascondono mire di supremazia, ampliando la competizione con giri d’alleanze rivolte a forze combattenti che controllano il territorio. Simili piani si sono ben adattati a strategie geopolitiche vecchie e nuove che potenze regionali e mondiali stabiliscono in quell’area. La vicenda dei talebani pakistani si lega a quanto si respira negli ultimi tempi nelle  province di confine simili al Khyber-Pakhtunkhwa, e i miliziani che agiscono a Peshawar possono rappresentare un puntello per i turbanti di Kabul contro Islamabad. Inoltre l’Isis-Khorasan che affligge i talebani ortodossi, può costituire in terra pakistana un rivale per gli stessi Tehreek-e Taliban. Oppure no. A deciderlo sono: leadership, finanziamenti, uso che i finanziatori (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Isi pakistana) vogliono fare coi bombaroli. Una recente novità è l’esasperazione popolare ad attentati e morte. La paura appare sostituita dalla rabbia e dalla determinazione di chiudere il cerchio della violenza cieca che anziché intimorire porta i pakistani in strada. Negli ultimi giorni hanno protestato anche poliziotti, in divisa e non. Si sentono più vicini al popolo che allo Stato. Il loro Corpo conta talmente poco da non essere né lobby né potere forte.

giovedì 2 febbraio 2023

Scoop afghano

 


L’ineffabile direttrice del TigìUno, Monica Maggioni, già presidente Rai (sì, però lo è stata anche Lucia Annunziata, direbbe lei ed è vero, ma si tratta di cariche lottizzate, lo sa ogni italiano) ha lanciato uno scooppone. Per sua ammissione se l’è tenuto in caldo nel cassetto, quasi fosse uno scottante dossier, per mesi. Glielo forniva un giornalista, Filippo Rossi, già cronista de Il Tempo, incerto per un periodo se buttarsi in politica, faceva il portavoce di Scajola, quel ministro berlusconiano munito a sua insaputa d’un pregevole appartamento con affaccio sul Colosseo. Quindi, il Rossi, è stato nell’ordine: scrivano di Gianfranco Fini in FareFuturo, suo sodale in ‘Futuro e Libertà, tanto da duettare  a suon di grida con Sallusti (Il Giornale) che rammentava, a lui e al capo, i benefici dello sdoganamento post-fascista, ecco l'amorevole teatrino:

https://www.youtube.com/watch?v=0Lg6jZUE2Mc

Forse Rossi era già in Rai, quando ancora sognava d’incarnare una politica con la ‘Buona Destra’ (sic):

https://www.romatoday.it/politica/elezioni/roma-2021-comunali/filippo-rossi-buona-destra-appoggio-calenda.html

calendarizzando un possibile Calenda destorso, avendo evidentemente perso di vista quello sinistrorso… Torniamo, però, allo scoop perché l’incerto Rossi ha poi scelto di fare il giornalista e che giornalista, visto che è imbarcato sulla rete ammiraglia di mamma Rai. Nei mesi scorsi, durante trasferte afghane recupera testimonianze e documenti su pagamenti effettuati dal Qatar a comandanti  dell’esercito di Kabul, affinché non combattessero. Se questo è scritto nero su bianco, la prova è inconfutabile, ma che somme di denaro di svariata provenienza, dai dollari incamerati dai governi corrotti di Kharzai (lo scandalo di Kabul Bank risale al 2010), a quelli successivi riguardanti Ghani e il suo vicepresidente signore della guerra Dostum. Ai finanziamenti sauditi e qatarioti a gruppi del salafismo jihadista non necessariamente talebani, a quelli iraniani a un altro signore della guerra, Hekmatyar, sono noti da decenni a chi tratta i drammi afghani sulla via dell’informazione o degli aiuti umanitari. 

 

Peraltro la lunga trattativa di Doha, fra i vertici talebani e il governo americano tramite le amministrazioni Obama (che aveva sponsorizzato l’ennesimo governo fantoccio a Kabul con Ghani, uomo della Banca Mondiale) e poi Trump, si svolsero non a caso nella capitale qatariota. Lì i coranici avevano aperto propri ‘uffici di rappresentanza’ in aggiunta alle sedi di Kandahar e Quetta. Alla coppia Rossi-Maggioni forse sfugge che non, o non solo, i denari promessi e versati dagli emiri ai bacati generali afghani - a lungo esaltati dalla dispendiosa missione Nato Resolute Support, finanziata dal 2014 fra gli altri anche dal nostro Parlamento con cifre che oscillavano sul miliardo di euro l’anno - avevano smesso di combattere mesi e mesi prima del fatidico 15 agosto 2021 quando tutto crollò. Dal 2020 si parlava di diserzioni di massa, comprese quelle di ufficiali, d’infiltrazioni dei miliziani islamici fra le slabbrate fila d’un apparato costosissimo quanto inaffidabile che facevano meglio comprendere le dinamiche di attentati in luoghi che avrebbero dovuto essere controllatissimi. Questo è stato l’Afghanistan che per anni la comunicazione mainstream, in cui probabilmente il TigìRai si trova benone, ha tenuto nascosto per non contraddire le decisioni atlantiste che vedevano governi, istituzioni nazionali ed estere (Unione Europea) acquiescenti davanti a decisioni prese unicamente dalla Casa Bianca e dal Pentagono, con la variante di Langley. Ai maghi dello scoopRai ricordiamo che per mesi gli stessi New York Times e Bbc parlarono della rotta d’un esercito ormai esistente solo sulla carta. Bastava seguirli. Però lo scorso dicembre, con la vetrina dei Mondiali di calcio, è spuntato il Qatargate con tanto di nomi e cognomi dei soggetti coinvolti. Quale occasione più ghiotta per lanciare il “segreto” tenuto nel cassetto e presentarlo come notiziona da primo ascolto?  Da fedeli telespettatori, oltreché pagatori forzati di canone, attendiamo i risvolti della preziosa documentazione. 

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Scoop afghano, un altro Filippo Rossi  (errrata corrige)
 
Una donna che sa e non vuole apparire, che comunque ringrazio, mi scrive su Fb affermando che c’è uno scambio di persona. Nell’articolo ho confuso i Filippo Rossi. L’autore di quello che la direttrice di TigìUno Maggioni lancia come uno scoop, è un altro giornalista, collaboratore fra l’altro de L’Espresso. Vengo a scusarmi con tutti. I lettori innanzitutto e i due Rossi che sono cronisti omonimi, ma sicuramente diversi. Restano inalterate le considerazioni sullo scoop. Se e quando vorrà Filippo Rossi-reporter - come leggo dal suo profilo Fb - sarà benvenuto per un confronto con quanto lui ha visto e sentito in loco e la nostra conoscenza dell’Afghanistan, vissuta fra donne e bambini, formazioni politiche, Ong locali, associazioni italiane di supporto. Se al dialogo parteciperà anche la direttrice Maggioni sarà una festa. 
 



 

martedì 31 gennaio 2023

Il Pakistan del sangue

 


L’ultima strage pakistana a Peshawar, lunedì sera in una moschea dov’erano riuniti per la preghiera almeno 300 poliziotti, può rientrare fra le più sanguinose dell’ultimo decennio. Finora si contano cento bare, ma altri fra i 159 feriti, alcuni in condizioni gravissime, potranno aggiungersi al macabro conteggio. L’attentato è mirato - chi l’ha compiuto voleva eliminare i servitori armati dello Stato - echeggia in maniera meno crudele non meno sanguinosa, l’attacco alla Scuola pubblica militare compiuto nel 2014 sempre a Peshawar. Lì a cadere furono 132 giovani in età scolare che avevano la colpa d’essere figli di uomini in divisa. Le vittime complessive furono 145. Nel rivendicarla i Tehreek-e Taliban (TTP), ricordavano che, nella primavera precedente, gli stessi militari non si erano posti scrupoli nell’assassinare civili e bambini durante l’operazione denominata “colpo acuto e tagliente” (Zarb-e Azb) nel Waziristan settentrionale. L’obiettivo erano i gruppi islamisti dei TTP, Lashkar-e-Jhangvi, Movimento Islamico del Turkestan orientale, Rete di Haqqani. Si contarono tremilacinquecento vittime, un buon numero erano abitanti di villaggi accusati di dare sostegno logistico ai miliziani, a fine missione quasi un milione di persone furono allontanate con la forza dalla provincia. L’attentato di ieri ha distrutto una moschea, l’intento principale era uccidere chi era lì riunito. Uno scopo diverso da un altro agguato esplosivo che nel marzo 2022 aveva insanguinato un’altra moschea presso il Qissa Khwani Bazaar, sempre di Peshwar. I 63 martiri di quelle raffiche di mitra e della successiva esplosione suicida erano sciiti, a reclamarla fu l’Isis-Khorasan, con intenti certamente destabilizzanti interni al proprio fanatismo religioso. Sull’allarme terrorismo hanno puntato il dito il premier e il ministro degli Interni di Islamabad recatisi sul luogo dell’ennesimo strazio.  

 

Shehbaz Sharif ha dichiarato: "Con le loro spregevoli azioni i terroristi vogliono diffondere paura e paranoia tra la gente. Il mio messaggio a tutte le forze politiche è di unità contro gli elementi anti-Pakistan. Possiamo combattere le nostre lotte politiche più tardi". In realtà le due ultime annate politiche hanno visto i partiti che hanno espresso i due governi, la Lega Musulmana-N per l’attuale e Pakistan Tehreek-e Insaf per il precedente, compresi gli alleati, accusarsi e contrastarsi attorno al tema della sicurezza interna. Che ovviamente s’aggiungeva a cogenti e cocenti questioni economiche e sociali, ma che aveva visto aprire un dialogo da parte del primo ministro, poi sfiduciato, Imran Khan, con due componenti fondamentaliste islamiche. Quella del partito del boom elettorale nelle elezioni del 2018, Tehreek-e Labbaik Pakistan, che dal nulla era diventato la quinta formazione del Paese, sospinta dal focoso leader Rizvi sostenitore dell’applicazione della Shari’a su tutto il territorio nazionale. E con gli stessi vertici  bombaroli del TTP. Costoro in cambio d’un cospicuo rilascio di prigionieri (5.000) e la conservazione dell’autonomia delle Aree Tribali, che tutti i gruppi presenti in Parlamento vogliono azzerare, avevano proclamato il cessate il fuoco. Nel mirino, accanto agli attentati stragisti, c’erano ufficiali e soldati dell’esercito. Nei mesi delle trattative gli agguati si sono fermati. Oltre confine i talebani afghani sono entrati a Kabul proclamando l’Emirato, che ha portato in quel territorio miliziani Tehreek sodali del clan Haqqani, insomma la situazione era in divenire. Anche dopo il disarcionamento del fautore dei colloqui Khan, il tavolo coi temibili TTP non s’era chiuso. Vi sedevano emissari dell’attuale governo fino al blocco autunnale d’ogni trattativa che decretava la fine del cessate il fuoco degli islamisti armati. Il rinnovo delle cariche nelle Forze Armate con la scelta di due uomini ‘duri e puri’ (i generali Munir e Mirza) non ha favorito un diverso epilogo. Da quel momento i taliban pakistani hanno nuovamente dichiarato guerra allo Stato. E il terrore è tornato.  


 

lunedì 30 gennaio 2023

L’Iran vulnerabile

 


La guerra non dichiarata né rivendicata, ma periodicamente praticata da Israele ai danni di strutture e uomini della ricerca nucleare e d’impianti di difesa e sicurezza iraniani è l’altra faccia del ballerino accordo sul nucleare che avvicina e allontana da quasi un decennio Teheran ai grandi del mondo, i cosiddetti cinque più uno: Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania. E’ su questa tecnologia per uso civile che tentennano i dubbiosi e soprattutto un nemico dichiarato della nazione persiana: Israele. Le sue sponde diplomatiche e politiche, attive soprattutto negli States, spingono per far naufragare il piano. Durante la presidenza di Trump, che nel 2018 ritirò l’adesione statunitense, il boicottaggio ha raggiunto l’acme, riproponendo una tensione fra gli schieramenti. In aggiunta il Mossad lavora fuori e dentro i confini iraniani, in più occasioni violati da commando che hanno colpito figure di spicco del programma nucleare (su tutti il fisico Mohsen Fakhrizadeh) e apparati della sicurezza di una vulnerabile Intelligence (Vezarat-e Ettela'at va Amniat-e Keshvar), piegata in taluni attentati anche da commando jihadisti. Nella notte di sabato scorso i missili con cui alcuni droni a breve raggio, dunque avviati all’interno dei confini nazionali, hanno colpito una fabbrica di attrezzatura militare presso Isfahan, riproducono quanto era già accaduto in strutture simili nel febbraio e maggio scorsi, rispettivamente a Kermansheh, verso il confine iracheno, e Parchin, a sud della capitale. Più che i danneggiamenti materiali, volutamente sminuiti dall’agenzia statale Irna, resta l’impatto mediatico che evidenzia i limiti della difesa dei cieli della nazione. Carente riguardo alla tecnologia aerea, ha sviluppato negli anni un’efficienza missilistica e di velivoli privi di pilota i cui prodotti (il recente Shahed 136, usato nella guerra yemenita e dai russi sul fronte ucraino) risultano strategici negli attacchi fino a 2500 km. 

 

Eppure nel dare e avere dei conflitti locali, che i corpi armati degli ayatollah hanno tenuto vivi dal Libano, all’Iraq, alla Siria, l’efficacia di taluni settori paga profondamente dazio alle lacerazioni subìte in casa. S’è anche detto che nemici storici dell’islamismo sciita militante, come i Mujaheddin del Popolo - per tutto un periodo relegati in Iraq, a metà strada fra campi di detenzione e protezione della Cia - siano utilizzati per operazioni di Intelligence. Forse è fantapolitica, poiché di quell’organizzazione, di quella generazione possono attualmente agire, i nipoti, qualora ne siano nati. Certo è che l’opposizione al potere clericale, che ha tracimato in gran parte del Paese, può costituire un terreno di reclutamento anche per potenziali agenti dalle azioni speciali. Ovviamente non un reclutamento di massa. I colpi portati all’immagine del regime da operazioni come quella di sabato, rappresentano il frutto di addestramento d’alto profilo e segretezza. Frutto d’una destabilizzazione cui forse non presterebbe il fianco quell’opposizione ad ayatollah e pasdaran che pure rischia condanne a morte dai duri di Teheran, come il giudice delle impiccagioni Salavati. Ma quel futuro rivolto al passato di grandezza (imperiale, zooroastriano) di cui hanno parlato intervistatori dei ribelli davanti ai fuochi di Tabriz, Urmia, Sanandaj, non dei ragazzi solidali delle piazze occidentali che pur con cognomi persiani l’Iran non l’hanno mai conosciuto, potrà materializzarsi sull’onda d’un nazionalismo etnico con azeri, kurdi, beluci e persiani dissidenti agli attuali gangli del khomeinismo. L’ipotetica spallata ai poteri forti di Teheran non può essere esente da conflitti interni assai aspri, ma quelli rivolti contro la nazione iraniana continuano a puzzare di avversari stranieri, d’imperialismo occidentale, sionista, di complotti vari, con cui devono fare i conti anche i cittadini che non amano né Khamenei né Raisi. 

venerdì 27 gennaio 2023

Palestina, realtà e finzione

 


Commenti su vari quotidiani, da La Repubblica a Il Foglio, sottolineano come l’assalto e sterminio di ieri del commando della Jihad islamica palestinese nel campo profughi di Jenin (dieci vittime), somigli a quanto narrato dall’ultima serie della fiction “Fauda” diffusa sulla rete Netflix. Non lo mettiamo in dubbio. Che la serie aiuti a capire l’atavico conflitto è, invece, una considerazione che non ci sentiamo si sottoscrivere. Le citate spiegazioni ricordano come lo sceneggiato nasce in Israele, ed è dunque di parte, ma indicano un’ampia diffusione e un discreto successo fra spettatori del mondo arabo. La produzione è indubbiamente professionale nella realizzazione, nelle riprese, nella recitazione d’un cast di ottimi attori, come pure nella trama capace di coinvolgere lo spettatore per le vicende personali che contrappongono e intrecciano situazioni di vita. I riferimenti politico-militari presenti, dalla squadra dello Shin Bet dove “lavorava” il borderline Doron, agli amori di Shirin divisa fra appartenenza al suo popolo (palestinese) e infatuazioni per l’invincibile nemico, incarnato dallo stesso Doron, paiono tessute con l’intento di rapire lo spettatore con un plot densissimo, ricco di colpi di scena e quello che gli anglosassoni definiscono turning point, il punto di svolta. Vicino alla realtà c’è sicuramente quel reale che il mondo israeliano ha imparato a conoscere: le debolezze umane e l’opportunismo in cui cadono alcuni personaggi che si vendono al nemico, diventano collaboratori, praticano un amorale doppiogiochismo. Tutti sul fronte palestinese. Che risponde, questo sì, a una tangibilità politica che nei decenni ha visto strutture e figure di primo piano di quel mondo - pensiamo alla cariatidea Autorità Nazionale Palestinese oppure all’ex responsabile di Fatah nella Striscia di Gaza, Mohammed Dalhan, ed egualmente a inamovibili leader come Mesh’al - incarnare corruzione e sete di potere, ben lontane da interessi e volontà popolari. 

 

Il titolo scelto (Fauda) che in arabo sta per ‘caos’ è di per sé emblematico d’una situazione insostenibile che però appare eterna. Come perenne è diventato più che il conflitto israelo-palestinese, la reclusione di quest’ultimo popolo in quella galera a cielo aperto che lo ospita. Lo ospita e non lo fa vivere. Perché su quelle che sono le sue recenti case (magari ricostruite dopo distruzioni punitive di Tsahal) - non quelle rubate, demolite, trasformate già all’epoca della nascita dello Stato di Israele - la comunità palestinese è piegata a sopravvivere sotto minaccia armata dell’esercito di Tel Aviv che protegge insediamenti di coloni, sempre più invasivi, sempre più asfissianti, sempre più violenti. E quando i suoi giovani si armano hanno le ore contate nella Jenin fuori dalla fiction come in quella filmica. Il caos che traspare nello sviluppo della finzione è un’angosciosa realtà che non trova soluzione. Ma se la trama di Fauda scivola, volente o meno,  nella propaganda, la situazione concreta diventata irrisolvibile è frutto della politica di aggressione che Israele ha praticato dalla sua nascita con qualsiasi governo, al di là dell’oltranzismo di Netanyahu e del razzismo di Ben Givr. Ciò che studiosi, peraltro israeliani, come Pappé e Weizman hanno descritto è come la strategia della cancellazione d’indentità e dell’occupazione d’ogni spazio fisico e mentale del nemico palestinese, rappresentano una finalità di annientamento politico, sociale, culturale, umano. Palestinesi come bersagli se reagiscono, non solo coi razzi, anche con le pietre dei ragazzi dell’Intifada e con le parole della giornalista Abu Aklen. Oppure come zombie, da corrompere, comperare, pilotare e comunque soggiogare come racconta l’infinito caos di Fauda.