sabato 26 settembre 2020

L’Egitto per strada


Riprendono le proteste in Egitto attorno al tema degli abbattimenti di milioni di metri cubi edificati nelle grandi città dal Cairo ad Alessandria e in quelle periferie satelliti diventate esse stesse megalopoli. Da mesi ruspe e tritolo sono utilizzati per smantellare edifici piccoli e grandi; le operazioni sostenute dal presidente in persona quale riorganizzazione urbana che mette ordine al caos edilizio, creano una caotica situazione a decine di migliaia di persone evacuate per cui non è chiara la destinazione. Sarebbe interessante sapere quante di queste costruzioni abusive siano legate alle imprese appaltate dalle stesse Forze Armate, una delle loro branche economiche maggiori è connessa proprio all’edilizia pubblica e privata. Ma gli affari lucrosi di generali ormai defunti o pensionati non costituiscono un freno alla ‘moralizzazione’ urbanistica lanciata dal regime. Che però non disdegna, proprio nell’area archeologica di Giza, di progettare l’attraversamento della zona delle Piramidi con strade a scorrimento veloce, di cui s’è parlato di recente. La reazione della cittadinanza, che vede sotto i suoi occhi venir giù le brutte costruzioni in genere dell’epoca Mubarak, è ampia. Però risulta contenuta dalla mobilitazione di decine di migliaia fra poliziotti e militari, di volta in volta convogliati nei luoghi di smantellamento. Le proteste s’allargano anche a più generali questioni di carovita e difficoltà di sopravvivenza per la riduzione nei mesi scorsi, a causa della pandemia da Sars Cov2, del micro commercio diffuso. Poi, come ovunque nel mondo, il totale azzeramento del flusso turistico ha bloccato la catena dell’indotto legato a quest’attività, e la crisi morde sul reddito di tante famiglie.
Perciò si sono riviste manifestazioni di strada e s’è rifatto vivo anche l’uomo d’affari che parla dall’esilio, quel Mohamed Ali intervistato un anno fa da importanti media e accusatore dei meccanismi di corruzione che animano la lobby militare. In realtà aveva lanciato il sasso ma non mostrava prove a sostegno delle sue tesi, comunque a chi gli faceva notare che le accuse perdevano di credibilità rispondeva di non poterle procurare in patria poiché rischiava di finire fra i sessantamila detenuti. Cosa assai probabile visto l’onda lunga della repressione. Con la nuova sortita Ali si rivolge agli oppositori interni e a quelli riparati all’estero perché collaborino contro il regime. Fratelli musulmani, liberali, laici, senza partito a suo dire tutti devono contribuire alla rivolta contro Sisi. Dai loro blog non oscurati, gli attivisti rifugiati non sembrano dare importanza a questo signore, mentre il sito web indipendente Mada Masr conferma la notizia delle proteste di queste ore per le quali si registrano 150 arrestati, fra cui alcuni minori. Come al solito a costoro vengono contestate azioni che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale e virano verso il “terrorismo”. Eppure dal suo esilio Ali insiste, invitando i concittadini a non rientrare in casa, a tenere posizione nelle strade, sebbene il rischio che il centinaio di fermi e arresti si possano trasformare nei 2.300 d’un anno fa è ampio. Chi certamente non tornerà a casa sono gli abitanti degli edifici abbattuti. Forse loro non hanno perso la speranza d’un cambiamento, ma per ora il tetto sì. 


venerdì 25 settembre 2020

Charlie Hebdo, l’incubo infinito

Nel riproporre la sanguinolenta scia e forse la ripetuta morte (uno degli accoltellati davanti alla sede parigina dell’emittente Premières Lignes Televison, dove fino a cinque anni fa c'era anche  la redazione di Charlie Hebdo, è in fin di vita) gli attentatori -  vedremo se saranno definiti jihadisti, lupi solitari, assassini consapevoli o assassini e basta - reiterano il gesto carnefice e distruttivo drammaticamente introdotto in questi anni. Il tempo scorre, l’idealizzato Stato Islamico, cui ‘macellai urbani’ come i fratelli Kouachi s’spiravano, è svanito, invece non tramonta il delirio omicida che ispira il fondamentalismo. Un fanatismo a 360° che ha avuto una versione per altre “fedi”, visto che bersagli non sono stati solo inermi cittadini occidentali falciati dal piombo e dai camion, sventrati da lame e machete. Lo sono diventati uomini e donne riuniti in moschea (attentato in Québec, 2017), passanti davanti a una Sinagoga (tentativo di assalto a Halle, 2019), giovani laici partecipanti a un campo estivo (strage di Utoya, 2011) e purtroppo i caduti in decine di altri episodi. L’integralismo è un asse portante di tendenze para politiche diffuse, difese e idealizzate da più parti se si guarda a quel che accade non solo nelle madrase del wahhabismo e di certe interpretazioni hanbalite dell’Islam. Viaggia sui tavoli della diplomazia internazionale che riscopre i taliban, ammettendoli in governi futuri. Siede sugli scranni di alcune petromonarchie carezzate dagli statisti occidentali, Macron in testa, che in queste ore giustamente lanciano anatemi contro i terroristi. Ma il terrore che, comunque, certa politica occidentale opportunista e collusa alimenta su varie piazze mondiali è sempre dimenticato per via, celato dietro interessi di parte, in un gioco infinito che diventa il giogo del libero pensiero. Ispirandosi a esso, la quintessenza della comunicazione che da millenni è la satira, propone percorsi e logiche anche davanti a chi per visioni del mondo o al contrario  chiusure, oscurantismi, propri fanatismi non comprende, rigetta, anzi accusa di blasfemìa concetti, frasi, disegni com’è accaduto alle vignette satiriche di Charlie Hebdo su Maometto. Quelle che produssero un attentato a colpi di molotov nel novembre 2011 e successivamente la vile e sanguinaria aggressione del gennaio 2015, con dodici vittime, dal direttore Charbonnier a vari collaboratori e poliziotti e passanti. Le stesse vignette che, riproposte poco più d’un mese fa, paiono diventate il pretesto per l’attuale nuovo giro di follìa. Rappresentano esse una ventata di libertà o una ruota libera che perde l’obiettivo primario di salvaguardarsi, finendo nel gorgo del fanatismo della lama? La questione non è temere ritorsioni o pensare d’essere meno salaci, bensì comprendere quanto altri punti di vista rendono sopportabile taluna satira. Le critiche ai fumetti su Maometto e al modo di porli erano venute, ben prima della criminale azione della coppia omicida di cinque anni fa, da studiosi della cultura islamica. Non imam o fedelissimi, ma docenti che consideravano eccessive quelle vignette perché irrispettose del Weltanschauung di quei fedeli. Cittadini normali che vivono a Islamabad oppure a Londra. Insomma si mancava di buon gusto. Detto da profondi conoscitori d’una certa società c’è da credere e cambiare registro. Non per abbandonare il diritto di satira, ma per meglio orientarlo. Che non vuol dire farsi suggerire su cosa ridere, ma magari far ridere anche l’oggetto della battuta, affinché sia scherzo e non scherno. 

giovedì 24 settembre 2020

India-Cina, confronto glaciale

Un luogo severamente proibito e duro, dove resistere contro la natura è quasi più difficile che contro il nemico. Indiani e cinesi si fronteggiano attorno al ghiacciaio Siachen, con i suoi oltre cinquemila metri d’altitudine già definito il più alto campo di battaglia della terra. Gli indiani l’hanno occupato e costituisce assieme all’area più meridionale del Ladack un’altra, e sicuramente più difficoltosa, zona dove i due giganti asiatici sono contrapposti. Finora a suon di spranga. L’episodio sanguinoso, con venti vittime tutte indiane, risale al giugno scorso, ora i militari coinvolti nel pattugliamento sono decine di migliaia su entrambi i fronti. Col sopraggiungere della stagione invernale gli esperti di Delhi sono preoccupati per la tenuta delle proprie truppe non abituate a quei luoghi, assolutamente spopolati, e soprattutto a un certo clima. La differenza con un altro confine conteso, la linea di controllo (LoC) con il Pakistan, è sostanziale. Nei punti dov’è aumentato il numero dei militari impiegati nella contrapposizione ai reparti di Pechino, anch’essi cresciuti di numero all’acuirsi della crisi, il clima freddo mette paura. E’ una zona che varia dai 4200 ai 5400 metri di altitudine, un frigorifero naturale dove la temperatura raggiunge i meno quaranta gradi, per giunta è un luogo ventoso, e stare fermi all’aperto per tempi anche non particolarmente lunghi può causare congelamenti. Oltre all’ipotermia, a edema polmonare e cerebrale, altri pericoli possono provenire dall’esposizione ai raggi ultravioletti per la rarefazione dell’atmosfera. Mantenere uomini pur equipaggiati da montagna in quelle condizioni estreme, può produrre danni seri o letali. Le difficoltà non afferiscono esclusivamente a questioni climatiche, l’ambiente è ostile per tanti aspetti, la presenza di venti gelidi comporta anche il trasporto di materiale sabbioso che congelato diventa tagliente. Chi è in quelle condizioni deve proteggere adeguatamente ogni centimetro del corpo. I comandi indiano e cinese dovranno prevedere turni di guardia brevi, inevitabilmente aumentando la quantità di militari impiegati con tutte le conseguente logistiche del caso. Nel corso dell’estate è iniziato lo stoccaggio di vari materiale, compresi milioni di litri di carburante destinato a riscaldare i baraccamenti d’alta quota.

Le condizioni locali impongono un vestiario protettivo del peso di circa otto chili, cui occorre aggiungere un kit di altri 18 kg, fra armi, munizioni e ulteriori strumenti operativi. La stampa di Delhi ha diffuso notizie che la tipologia d’abbigliamento necessaria ha reso necessarie commesse provenienti da aziende europee superspecializzate sui capi da alpinismo, una vera beffa per l’India fabbrica del mondo di tante merci. Ciò che preoccupa maggiormente i medici è la permanenza in un luogo tanto ostile non di atleti superallenati come gli scalatori delle pareti dell’Himalaya, bensì di uomini, seppure in giovane età, per lunghi periodi. Una scalata, accanto alla preparazione, ha i suoi tempi di durata e, imprevisti a parte, ha un termine. I pattugliamenti non richiedono performance in altura, però dureranno l’intero inverno, quindi fino ad aprile inoltrato. Pur ruotando, trovarsi a quelle temperature, talvolta in preda alle intemperie, può produrre serie alterazioni delle funzioni fisiologiche (disordini alimentari e quelli legati al ricambio) e addirittura vitali (pressione arteriosa, problemi respiratori e altro). Per tacere di possibili limiti di tenuta psicologica. Insomma il contrasto di confine pone un buon numero di militari dei due Stati a obbedire a ordini per controllare una fascia di territorio totalmente inospitale per chiunque e per non correre rischi di perdere unità si dovranno escogitare soluzioni. Inoltre  interventi d’emergenza, ad esempio il trasporto in elicottero all’ospedale del campo base di soggetti bisognosi di cura, sono legati alla meteorologia e nei mesi invernali i forti venti di quella zona impediscono questi voli. Dopo i gravi incidenti di fine primavera, e dopo un iniziale irrigidimento delle parti che s’incolpavano a vicenda, le due nazioni hanno iniziato a parlarsi per provare a risolvere la controversia. Finora hanno inanellato sei incontri fra gli alti comandi. Si sono mosse anche le reciproche diplomazie che hanno sottoscritto a Mosca “cinque princìpi-guida” da applicare: non aumentare il numero dei militari impegnati, rafforzare la comunicazione sul terreno, rifuggire incomprensioni e valutazioni errate, astenersi da mutare unilateralmente la situazione sul terreno, evitare ogni operazione che possa complicare i rapporti. Il primo dei propositi risulta strategicamente il più importante. Però bisognerà fare i conti col comandante supremo dei luoghi: il generale inverno. 


 

lunedì 21 settembre 2020

Colloqui inter afghani, ostacoli politico-giurisprudenziali

Dopo otto giorni dall’avvio dei colloqui inter afghani e cinque di contatti di lavoro le delegazioni governativa di Kabul e talebana hanno deciso di ridurre a venti gli articoli su cui stipulare un concordato. Inizialmente erano ventitré, ma sul nome dato al conflitto, sul sistema religioso scelto per le negoziazioni e sull’inclusione del precedente accordo firmato da Stati Uniti e turbanti, quale premessa per questo successivo patteggiamento, non c’è concordanza fra le parti. Le tre questioni restano in sospeso e potrebbero costituire un ostacolo insormontabile qualora non si arrivasse a compromessi. Non è comunque detta l’ultima parola perché i due fronti si mostrano collaborativi. Certo, i taliban non vogliono rinunciare al termine “jihad” usato per indicare la lotta che li ha visti finora combattere contro la Nato e l’esercito afghano da lei sostenuto. I governativi parlano di “guerra” e chi cerca di superare la contrapposizione ha proposto il termine “problema”. Definizione vaga e incolore seppur realistica, poiché se non si decide quale formula usare il problema diventerà quello di far proseguire i colloqui. I taliban poi pongono come base per qualsivoglia decisione negoziale la giurisprudenza hanafita. Su questo la delegazione di Kabul è più possibilista poiché la maggioranza pashtun si riconosce nell’Islam sunnita, aderente in quell’area a quella corrente. Inoltre la delegazione degli studenti coranici pone un netto rifiuto a menzionare il nome di altre fedi nelle circostanze in cui si fa riferimento a decisioni con una base religiosa. Però l’articolo 131 della Costituzione vigente in Afghanistan, dichiara che le Corti di giustizia devono applicare la giurisprudenza sciita nei casi che coinvolgono i fedeli di quel credo. Conciliante su quest’intoppo la posizione di Mohammed Mohaqiq, leader del Partito di Unità Islamica del popolo, un hazara sciita egli stesso. In una recente apparizione pubblica ha dichiarato che gli afghani “s’identificano in vent’anni di democrazia e si accettano l’un l’altro. Etnie, lingue, religioni erano state discusse nella costituzionale Loya Jirga e ufficialmente ci siamo riconosciuti e accettati”. Mentre il chierico Kalantari dichiara: “La giurisprudenza hanafita non è tutto, lo stesso vale per le leggi sciite. Abbiamo molti casi che credono come il diritto hanafita si riferisca anche ad altre scuole di giurisprudenza”. Basterà a convincere i talebani? Comunque più della fede potrebbe l’identità per il futuro. Gli attuali governativi non ci stanno a condizionare l’accordo che si dovrebbe firmare a quello precedente sottoscritto in febbraio, dal quale peraltro erano esclusi. Invece i taliban lo considerano il padre dell’attuale e di futuri accordi, sanno che nelle concessioni per il governo che verrà gli statunitensi si mostreranno più generosi dei politici di casa con cui dovranno convivere.

venerdì 18 settembre 2020

Kashmir, un anno disastroso

Crisi d’identità e sbandamenti nello Stato del Kashmir anche per quei politici che s’identificano con lo Stato indiano, ma che a causa della linea dura voluta dal premier Modi sono finiti, in alcuni casi essi stessi in galera, in altri hanno abbandonato la politica o meditano di farlo. “Cosa diciamo alla gente di fronte a una situazione che si ripercuote sulla quotidianità: chiusure di attività per insicurezza, prim’ancora che per la pandemia, violenze che si trascinano nelle vite private, mancanza assoluta d’un piano per il futuro, eccezion fatta che repressione e militarizzazione di villaggi e città?” è il grido di dolore di una di queste attiviste. Del resto l’occupazione dell’esercito di Delhi, che è seguita alle proteste popolari dopo la cancellazione, nell’agosto dello scorso anno dell’articolo 370 che ha azzerato l’autonomia locale, continua a incrementare azioni violente contro la “casta politica”. Ne fanno le spese anche elementi non allineati alle posizioni del premier Modi, ma semplicemente pro nazione indiana. L’instabilità è altissima a discapito della più elementare sicurezza. Alcuni di questi politici, intervistati da media internazionali, hanno dichiarato: Waheed Para del Pdp una formazione pro-India “La gente, e noi stessi, non avere più spazi dove vivere. La polizia ci intima di restare in casa, è questa la risposta a chi ha sostenuto la democrazia nella regione”. Yousuf Tarigami, politico di vecchia data e membro del partito comunista: “Siamo tutti sulla stessa linea, non c’è distinzione, ci ritroviamo in galera: politici dell’opposizione, separatisti, mainstream trattati come terroristi. La regione è diventata una prigione, chi ha diversità d’opinione può constatare un comune denominatore: il rischio d’essere detenuto”.  
A detta di analisti indiani i politici kashmiri sono molto misurati e posseggono una visione più aperta rispetto ai loro potenti colleghi di Delhi. Del resto il princìpio di autonomia regionale sancito dalla Costituzione nel 1947 tendeva a tenere in India un’area a maggioranza musulmana, invece il nazionalismo hindu rilanciato dall’esecutivo del Bharatyia Janata Party spinge per un’esasperazione dell’elemento confessionale con risvolti razziali e tutto ciò diventa un boomerang per la stessa politica interna. Così, quello che negli ultimi anni era comunque stato un disamore verso l’apparato statale con una diminuzione della partecipazione elettorale è diventato un ampio rifiuto non solo da parte della base, ma dei medesimi politici che animano le formazioni pro India. La forzatura centralista e nazionalista sul Kashmir sta diventando una ferita aperta per l’amministrazione Modi, e anche la commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani ha valutato come nell’area ci sia una restrizione nel dibattito politico e nella conseguente partecipazione. Certo, la sponda islamica della regione vede nella crisi d’identità dei pro indiani una questione psicologico-identitaria, e alcuni ricordano come fino a un paio d’anni addietro alcuni di costoro tiravano dritto, facendo i propri interessi di parte senza manifestare scrupoli. Chi è fuori dalla lotta di parte, come alcuni cittadini che hanno svolto o svolgono mestieri di formazione per i giovani, sentenzia categorico: “Situazione desolante priva di democrazia”. Aggiungendo che le iniziative del Bjp hanno solo radicalizzato le condizioni socio-politiche, rendendo soffocante la vita e insicura la regione sottoposta all’occupazione militare.

domenica 13 settembre 2020

Afghanistan, il prezzo della pace

Lo scenario è di quelli storici, come nei momenti topici degli accordi internazionali. Tavolate dove siedono le delegazioni a confronto, composte e quasi eleganti nei paramenti che gli sono consoni: completo scuro quella del potere afghano, guidata da Abdullah Abdullah, nominato presidente dell’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale. Nel tradizionale shalwar kameez con annesso turbante il gruppo talebano diretto dal mullah Abdul Ghani Baradar. Nessuna parentela col presidente Ghani, che per mesi ha messo la sua persona e il ruolo di traverso agli accordi già sottoscritti nello scorso febbraio con la controparte statunitense, sotto l’occhio del gran cerimoniere Zalmay Khalilzad. Tutto questo è accaduto e si ripete a Doha, ospitati dall’emiro al Thani, dove la famiglia talebana ortodossa ha da anni un Ufficio Politico con le maiuscole, pronto a supportare la creatura che va riproponendo - l’Emirato Islamico dell’Afghanistan - versione forse corretta di quella attuata per un quinquennio prima d’essere estromessa dalla missione Enduring Freedom. Sono trascorsi diciannove anni di occupazione e guerra, aperta e strisciante. Sono trascorsi inutilmente. Hanno prodotto soprattutto stragi di civili. Le cifre risultano approssimative, perché col tempo i conti si sono confusi con la polvere e il sangue. Chi li ha tenuti come alcune Ong internazionali e quelle che, pur oggetto di attentati (Médecins sans Frontières) da parte di quelli che oggi cercano di patteggiare, offrono cifre ingrate: dalle 200.000 alle 300.000 vittime civili. Senz’altra colpa che abitare in quella terra contesa. Quindi i militari afghani morti (circa diecimila), quelli Nato (circa quattromila, più duemila contractor). Mentre gli studenti coranici reclamano un numero di perdite assai più elevato: settantamila. Eppure ci sarebbero nuove reclute da lanciare contro le truppe Nato, perché il ritornello di difendere la terra afghana dall’occupante straniero, nonostante i metodi dei taliban, fa presa su tanti giovani: per convinzione, costrizione, disperazione. Ma non è scomparso, anzi. L’hanno compreso anche i generali del Pentagono, quelli che sono passati per i terreni petrosi dell’Hindukush, quelli che si son dati alla politica, sul fronte repubblicano o democratico fa poca differenza, tanto da spingere un pragmatico, opportunista e narcisista come l’attuale presidente Trump ad accelerare il processo d’uscita dal pantano afghano e rivendere il disimpegno salvifico per le casse statali (questa guerra è costata ufficialmente mille miliardi di dollari, ufficiosamente duemila) in funzione della sua seconda corsa alla Casa Bianca. L’approdo dell’accordo sembra a buon punto, quello della sua rielezione è incerto, ma intanto a Doha si va a firmare e fermare un quadro afghano che dovrebbe chiudere un capitolo nerissimo durato quasi vent’anni.
Quanto a stilare un nuovo percorso per la vita del Paese ce ne passa. L’attuale ambiente istituzionale di Kabul, screditato secondo i talebani, dovrebbe accettare nell’enunciata formula dell’Emirato il futuro da costruire e ognuna delle parti sa che non si tratta di semplice enunciazione. La sostanza riporterebbe i costumi all’epoca delle esecuzioni pubbliche per lapidazione, ai divieti di studio per bambine e ragazze, a un ruolo femminile violentato e subordinato? I mullah dialoganti sostengono di no. Intervenendo all’apertura degli incontri Baradar ha citato un progetto “per uno Stato indipendente, sovrano, unito e libero, cui la popolazione può partecipare senza discriminazioni, in un’atmosfera armoniosa e di fratellanza”. Ma precedentemente aveva rilanciato i princìpi della Shari’a, e d’una personale lettura dei testi coranici, come cartina al tornasole per le leggi di domani. Posizione che affanna le donne e chi s’occupa della loro esistenza, meno la politica ufficiale imbellettatasi per anni con norme di genere anche sacrosante, per poi disattenderle di fatto, istituendo un ipocrita fondamentalismo democratico. Preoccupa la doppiezza talebana che enuncia da mesi il cessate il fuoco, sebbene periodicamente si registrino attentati e assalti. Gli accusati rigettano ogni responsabilità, ma delle due l’una: o bluffano (poiché nella propria galassia c’è anche chi è contrario a questo patto demoniaco) oppure i propri dissidenti e concorrenti (lo Stato Islamico del Khorasan) riescono ad agire indisturbati sui territori controllati dall’Esercito afghano e dagli stessi talebani ortodossi. La sostanza non cambia: la pacificazione del Paese non è garantita. Egualmente preoccupa la divisione fra coloro che nella parata di Doha vestono i completi occidentali della festa. Alcuni, cominciando da Abdullah sono capi clan che non vogliono perdere posizioni acquisite e sono disposti a tutto. Ci si trova, dunque, davanti all’ennesima recita di vari poteri sulla pelle della popolazione? Probabilmente sì. Alcuni passi appaiono consolidati: il ritiro d’una buona parte delle truppe Nato (rimarrebbero 4.000 militari, sugli attuali 12.000). Da collocare sicuramente nella dozzina di basi aeree che il Pentagono, in ogni caso, non vuol chiudere. 

Nella sala dei colloqui sul versante talebano è presente anche Mawlawi Abdul Haqqani, chierico e giudice della Corte di Kandahar, un purista dell’Islam con un forte ascendente sulla delegazione dei turbanti. Nella delegazione trattante avrà di fronte tre donne che Ghani ha voluto inserire fra i “governativi”. Habiba Sarabi, prima governatrice in una provincia, quella di Bamiyan, molto vicina all’ex presidente Karzai. L’immancabile Fawzia Koofi, deputata ormai di lungo corso e vicepresidente della Wolesi Jirga, tempo addietro ferita in un attentato attribuito ai talebani che quest’ultimi hanno negato. Certo è che Koofi ha spesso lanciato accese critiche all’epopea taliban (1996-2001), ma il suo impegno a favore delle donne è stato anche bollato da oppositrici e femministe come funzionale al sistema corrotto delle amministrazioni, prima Karzai, poi Ghani sostenute dagli Stati Uniti. Infine Sharifa Zurmati, già giornalista prima di entrare in Parlamento. Suo un iniziale intervento sulla necessità di affrontare i diritti delle donne e le libertà civili nel nuovo sistema politico.  Fra i temi posti sul tappeto uno appare drammaticamente assente: l’economia futura della nazione. Andando a ritroso: diciannove anni d’occupazione statunitense, quattro di regime talebano, quattro di guerra civile, altrettanti di caotiche scorrerie dei signori della guerra e circa nove d’occupazione sovietica hanno segnato tre generazioni di afghani finiti nei campi profughi pakistani e iraniani, vittime civili sotto le macerie, morti combattendo contro e a favore dei talebani, fuggiaschi all’estero, migranti della disperazione, impossibilitati a lavorare liberamente e dignitosamente. Tutto a svantaggio oltre che di se stessi, della ricostruzione economica del Paese. Ancor’oggi gran parte della popolazione sopravvive con occupazioni minime da un dollaro al giorno, arrabattandosi in commerci poveri e più o meno leciti, i “fortunati” prestano servizio nell’apparato burocratico spesso colluso con la politica della corruzione. L’Afghanistan rientra nel perverso modello dei territori controllati dall’imperialismo con la forza e la politica degli aiuti che impedisce qualsiasi emancipazione autoctona. Tuttora gli apparati dello Stato, capiclan e capibastone, compresi coloro che siedono ai tavoli di Doha, sono i supervisori e gestori dei miliardi di aiuti dirottati in loco dall’Occidente. E’ questo il Convitato di pietra con cui i dialoganti devono fare i conti. Senza autonomia economica non c’è futuro, né può esserci pace.

venerdì 11 settembre 2020

Pakistan, crimini su donne e bambine


Cinque anni aveva la bimba andata a comperare biscotti in un negozio della periferia sudest di Karachi, l’enorme porto pachistano sul Golfo dell’Oman. Non è più rientrata in famiglia. Il corpicino è stato rinvenuto giorni fa carbonizzato e un’indagine di medicina legale ha aggiunto orrore a orrore: la piccola era stata stuprata. Purtroppo simili episodi sono frequenti nel popoloso Paese islamico, che come ovunque nel mondo conta un’infinità di crimini di genere. Poco dopo a subìre lo stupro da parte di due trentenni, poi individuati dalla polizia, è stata una donna che viaggiava in auto con la prole. Fermatasi nella città Gujranwala, nel Punjab, perché la vettura aveva esaurito il carburante s’era vista avvicinare dalla coppia. L’oscurità e l’isolamento hanno favorito la bestialità dei gaglioffi responsabili d’un vero assalto con tanto di rottura dei vetri e del rapimento della madre sotto gli occhi dei figli atterriti. La donna, oltre allo stupro, ha denunciato il furto di gioielli e denaro, ma s’è sentita accusata dal capo della stazione di polizia cui s’era rivolta di comportamento non consono alla sua incolumità. Così la vicenda è finita sui media e sui social rilanciando un acceso dibattito sulla condizione femminile. Sono intervenute avvocate dei diritti, personaggi pubblici, lo stesso premier Imran Khan, che ha condannato gli episodi, compresi i commenti del sedicente tutore dell’ordine. Per l’eco sollevata in varie città si sono svolti cortei, centinaia le donne urlanti nel  richiedere la pena di morte per questi crimini. Periodicamente simili proteste agitano le affollatissime strade pakistane, dove fra l’altro rapimenti di bambini finalizzati alla brutalizzazione sessuale diventano frequentissimi. Le attiviste denunciano come accanto all’aberrazione convivono un fatalismo e una mercificazione del corpo femminile oggetto d’un crescente degrado delittuoso. Ma cresce anche un maschilismo laico che affianca l’oscurantismo del fanatismo confessionale, teorizzatore d’una donna sempre e comunque subordinata. Infatti il poliziotto domandava alla signora stuprata cosa ci facesse di notte per via, perché non si fosse premunita con un sufficiente pieno di carburante. E soprattutto perché non viaggiasse con una figura maschile al fianco. Gran clamore sulle vicende, ma regole sempre lasse riguardo alla violenza di genere e allo sfruttamento dei minori. Il Pakistan occupa la 147^ posizione su 182 nazioni riguardo ai diritti dei bambini, nei suoi distretti gli indici di mortalità e di malnutrizione restano altissimi.