giovedì 2 luglio 2026

Panico da fede

  


Marce silenziose, sotto la diretta e stretta sorveglianza di pattuglie armate lungo il percorso e droni in cielo. E’ l’aria nuova respirata dalla minoranza islamica del Bengala occidentale da quando, nella primavera scorsa, il Bharatiya Janata Party ha vinto le elezioni. Tale minoranza è composta da oltre trenta milioni di cittadini costretti ora a contenere ogni manifestazione pubblica che ne caratterizzi la fede. Il primo Ministro locale, Suvendu Adhikari, è stato lapidario: “I musulmani non hanno votato per noi, quindi non faremo nulla di speciale per loro”. In realtà alcune cose hanno iniziato a farle rendendo focosa la semplice quotidianità commerciale col boicottaggio e la discriminazione per produttori, rivenditori e acquirenti islamici. Ha voglia uno di loro intervistato da una tivù a dichiarare: “Gli agricoltori musulmani sono coinvolti nella coltivazione del riso e noi acquistiamo riso da loro. I clienti non controllano quali simboli religiosi sono stampati sui sacchi, controllano il prezzo e la qualità. Come possiamo sopravvivere se non vendiamo riso?” Le pattuglie dell'Hindu Jagran Manch sono attive in tutte le ore del giorno specie nei luoghi frequentati come i mercati, segnalano, minacciano e passano alle vie di fatto. Cos’è l’Hindu Jagran Manch è presto detto. Si presenta come un gruppo missionario hindu intento alla conversione di fedeli d’altre religioni, ma questo non gli basta. Poiché è affiliato all’organizzazione fascista e razzista Rashtriya Swayamsevak Sangh, tristemente nota per le azioni punitive e omicide rivolte a concittadini che non ne accettano i diktat, l’Hindu Jagran Manch la imita in tutto specie dove c’è da praticare violenza. La RSS è la casa comune di politici indiani assurti ai vertici nazionali, a cominciare dal premier Narendra Modi che prima d’assumere la posa di bonario padre della nazione ha indurito le mani facendo il mazziere per quest’organizzazione paramilitare. Che resta una costola del partito di maggioranza nel Parlamento di Delhi e in diversi Stati fra cui appunto il Bengala occidentale. 

 

Ultimamente i cittadini musulmani di questo Stato hanno difficoltà nell’approvvigionamento di carne bovina sia per il divieto imposto dalle nuove autorità di praticare la macellazione halal, sia perché è impossibile trovare questa merce nei mercati. Un neo deputato del Bharatiya Janata Party ha rilasciato orgoglioso un’intervista televisiva sul tema affermando: “Dopo la mia campagna le persone sono diventate molto consapevoli. Evitano la carne halal e i venditori sono costretti a vendere carne sacrificale agli hindu”. Pure i commercianti ovini, nella regione c’è una tradizionale allevamento di capre, vivono difficoltà. Uno di loro ha dichiarato alla stampa indiana che ha iniziato a seguire le vicende: “La domanda è diminuita. Per paura politica molti stanno chiudendo quest’attività. L'allevamento delle capre è il mio sostentamento, non so cosa fare ma sto valutando di lasciare”. Ad aumentare pressione e violenze verso chi non appartiene alla maggioranza hindu contribuisce un altro pezzo forte dell’hindutva del Bharat, l’organizzazione Vishva Hindu Parishad che i politologi collocano fra i gruppi paramilitari della destra, già responsabile di storiche persecuzioni religiose che vanno dalla distruzione della moschea di Babri nel 1992 alle rivolte nel Gujarat del decennio successivo. In questa fase se la prendono con le comunità cristiane a Raniganj, nel distretto carbonifero di Paschim Bardhaman. La stampa indiana non controllata dal Bjp commenta dichiarando che mentre s’assottiglia il confine fra politica statale e pattugliamenti illegali, le minoranze si trovano ad affrontare una realtà economica drasticamente alterata. Con la nuova amministrazione impegnata a consolidare il suo controllo le crescenti pressioni amministrative e sociali hanno lasciato una parte significativa della popolazione a navigare in un profondo e ribollente senso di panico.

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