mercoledì 24 giugno 2026

La giustizia vera

  


Ora che Magdi Ibrahim Sharif verrà condannato all’ergastolo e i suoi compari Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Tareq Sabyr, tutti mukhabarat della National Security Agency egiziana, a 17 anni e sei mesi di reclusione, (queste sono le richieste del pubblico ministero Sergio Colaiocco, nel processo italiano per l’omicidio di Giulio Regeni) si può fare il punto su quanta verità e quanta giustizia siano offerte alla memoria del ricercatore friulano. Bersaglio e vittima, è bene ricordarlo, del regime instaurato nel luglio 2013 dalla lobby militare del Cairo con a capo Abdel Fattah al-Sisi, tuttora presidente del grande Paese arabo. La verità che Regeni fosse un dottorando esecutore d’una ricerca dell’Università di Cambridge sulla situazione sindacale nell’intricato settore del commercio ambulante del Cairo, era da tempo assodata. Nonostante le ambiguità dell’Università stessa nelle persone della tutor e della docente, garanti di quel lavoro ed entrambe sfuggenti alle richieste legali di parte e dei magistrati dopo il dramma dell’assassinio del giovane. Magistrati italiani, perché nei lunghi dieci anni d’indagini solo la magistratura italiana ha effettuato indagini e ricercato prove. I colleghi egiziani, allineati alle linee guida del governo del proprio Paese, si sono guardati bene dal collaborare. Cadute nel vuoto le illazioni, lanciate direttamente dai ministri dell’Interno e degli Esteri egiziani dell’epoca, Ghaffar e Shoukry, su un presunto ruolo di spia del ricercatore, d’una sua relazione omosessuale con delitto finale, d’un rapimento da parte di balordi, questa la balla più corposa con tanto di messa in scena poliziesca di ricognizione e sterminio d’un quintetto sacrificato alla bisogna sommando omicidi a omicidio. Per un po’ è sopravvissuto il presunto mistero del ritrovamento del corpo martoriato di Giulio ai margini d’una superstrada, che per chi seguiva e commentava le cronache egiziane a cavallo della rivolta di Tahrir, mistero non era affatto. Anzi, rappresentava l’ennesimo monito lanciato a oppositori, giornalisti, ficcanaso vari.  

 

Costoro dovevano rammentare che raccontare l’accaduto sotto i regimi militari, di Mubarak prima, di al-Sisi in seguito, diventava insidioso per la propria incolumità. Il cadavere straziato di Giulio serviva a questo, come già era stato per Khaled Saeed. Teniamo presente quanto i governi nostrani, progressisti, democratici, patriottici, i nomi dei capi Esecutivi gli elettori li conoscono: Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni, abbiano per nulla aiutato i dignitosi familiari Regeni nella richiesta di sostegno alla propria battaglia di “verità e giustizia” per un figlio, un italiano rapito, torturato, massacrato all’estero. Le opportunità economiche, le partnership energetiche, le relazioni securitarie subordinate a una geopolitica subìta più che vissuta decretavano la supremazia della ‘ragione dello Stato e delle relazioni fra Stati’ lasciando nell’oblìo la settimana di macelleria, fra bruciature, scosse elettriche, ossa rotta e denti ingoiati, vissuta da un fiero e semplice giovane che non aveva nulla da celare se non la sete di conoscenza. Resta la questione della giustizia. L’auspicabile condanna che il quartetto dei sicari egiziani si ritroverà a breve sul groppone, sarà una condanna giusta ma impalpabile. Nessuno dei quattro assassini sconterà un giorno di galera per quell’incongruenza d’un accordo fra nazioni che rende inapplicata una sentenza di fronte al rifiuto di collaborazione d’uno dei soggetti. L’impotenza della legge al cospetto di chi sceglie di proteggere aguzzini per garantirsi un percorso politico di durata, come sta facendo il regime di al-Sisi, impone alla politica nostrana quella scelta che finora ha aggirato: stare con la legge, la legge italiana che condanna i mukhabarat e conseguentemente il loro governo che per un decennio li ha protetti o far finta di niente gabbando la vera giustizia che condanna i massacratori d’un italiano. Il resto dei discorsi sul progressismo, la democrazia, il patriottismo diventano chiacchiere di fronte a una sentenza di cui si chiede l’applicazione. O si rompono le relazioni con chi non la fa rispettare o si è collusi e s’abbracciano gli assassini.

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