mercoledì 3 marzo 2021

Erdoğan promuove una Turchia dei diritti

Un incrollabile piano per risolvere la questione dei diritti umani, libertà di espressione e organizzazione” è stato annunciato ieri dall’uomo che l’opposizione turca e l’intellighenzia interna e internazionale vedono come il maggiore coercitore della democrazia: il presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il camaleontico numero uno del Paese non è nuovo a trasformismi e giri di valzer socio-giuridico-politici. E’ fra i precursori mondiali d’un populismo giocato sul  fronte interno, regionale e globale con indubbie qualità oratorie, fine intuito, doppismi, azzardi e ciniche risoluzioni. Lanciare questo piano sulla libertà di pensiero e parola nella nazione che incarcera più giornalisti al mondo dopo la Cina, suona come una sorta di manipolazione della realtà. Mentre da due mesi è in atto un’azione repressiva contro gli universitari del Bosforo contestatori dei metodi imposti dal governo per l’incarico del proprio rettore: è stato scelto un boiardo aderente al Partito della Giustizia e Sviluppo. Nella metropoli stambuliota è in corso quest’ulteriore giro di vite, e l’obiettivo colpisce anche la gente solidale al princìpio di autogoverno dell’accademia Bogazici che finora sceglieva la sua guida fra i docenti più autorevoli delle proprie facoltà. Il regime erdoğaniano non è nuovo a simili metodi, e non si tratta di semplice ricambio d’incarichi. Lo sanno bene alcuni nomi illustri della famiglia Akp (Gül, Davutoğlu, Babacan) finiti nel tritacarne di radiazioni o allontanamenti voluti dal sultano. Accanto allo spiccato familismo, che ha illuminato non solo la cronaca rosa di figlio e genero del presidente, si rinnova la cerchia d’apparato che garantisce all’Atatürk del centenario la possibilità di avere al fianco e al servizio esecutori fidatissimi in ogni settore. 

 

Il centenario del 2023 è un traguardo che Erdoğan si pone da almeno un decennio, quando nel municipio d’Istanbul sua base di  lancio per i vertici nazionali, scoppiava la rivolta di Gezi Park che s’opponeva all’ulteriore cementificazione nella millenaria città sulla “larga strada liquida”, come la definì la poetessa rumeno-francese Marthe Bibesco. Nella meno terrestre e più cosmopolita delle metropoli anatoliche - che proprio anatolica non è, vista la collocazione in quel che era l’antico Ellesponto - cresceva l’insostenibile pesantezza del vivere sotto un partito-regime,  comunque capace di cavalcare, nel primo decennio di comando, la via della crescita economica già tracciata dal liberismo di Ozal (1983-1993). La rivolta contro l’abbattimento degli alberi del parchetto presso la monumentale piazza Taksim, cuore europeo di Istanbul, cambiò l’umore politico dell’allora premier. Che “suggerendo” al suo ministro dell’Interno uno scontro frontale coi manifestanti, incrementava l’esclusione d’una parte della cittadinanza a favore dei fedelissimi del partito islamico-conservatore. Seguirono fasi crescenti di scontro rivolto a ogni comportamento giudicato sconvenientemente ostile dal governo. Obiettivi: l’opposizione di sinistra, il partito filo kurdo e la stessa popolazione del sud-est, giornalisti, intellettuali, scrittori. Oltreché gli irregolari, finanche sulle scelte sessuali.  


Fra i media ne pagavano le conseguenze non solo testate notoriamente d’opposizione come Özgür Gündem o Çumhuryet, nel 2016 lo stesso quotidiano para islamista Zaman, reo di legami col movimento gülenista, fu commissariato e venne messo il bavaglio alla sua  ottima informazione su vicende socio-economiche (una per tutte la controinformazione sulla strage mineraria di Soma). Gli atti repressivi proseguono e sono sotto gli occhi di tutti, il direttore di Çumhuryet Dundar è condannato a 27 anni in contumacia a fine dello scorso dicembre, ma l’istrionico Erdoğan promette una liberalizzazione del dialogo sui diritti rivolto proprio all’Unione Europea (sic). Aggiunge sforzi rivolti alle formazioni politiche per migliorare la partecipazione democratica. Quindi l’istituzione d’una “Commissione penale per il monitoraggio dei diritti umani” con la partecipazione di organizzazioni universitarie, della società civile e – udite – associazioni di bar per monitorare anche le istituzioni penitenziarie. L’iniziativa dell’Action Plan, per la quale è richiesta trasparenza amministrativa, vuole mettersi in linea coi  modelli occidentali e invita giudici e procuratori a un esercizio delle funzioni che, nell’applicazione di rinnovate leggi, tutelino la criticità d’espressione e di pensiero, evitando che queste incidano sul giudizio finale. Promette di cancellare le “pratiche d’emergenza”, introdotte dopo il tentato golpe del 2016, che tuttora permettono ai poliziotti di fermare, perquisire, detenere pure fuori dai commissariati, sospettati d’ogni tipo. E’ accaduto a taluni bogazici accusati d’oltraggio per aver sollevato le mani sugli scudi degli agenti antisommossa che li caricavano. Sarà un piano vero o la promozione d’una promessa? Certamente è una bella propaganda per presente e futuro personale prim’ancora che nazionale.

lunedì 1 marzo 2021

Tensione sino-indiana, ipotesi di cyber attacchi


Recorded Future, azienda statunitense che monitora i comportamenti di chiunque usi la rete, ha lanciato pesanti sospetti su un’azione di hackeraggio d’ipotetica origine cinese che nei mesi scorsi ha provocato frequenti interruzioni energetiche in grandi metropoli indiane come Mumbai. I blocchi della distribuzione di corrente elettrica hanno creato non pochi guai a produzione, commerci, trasporti e a varie attività pubbliche, private e personali. L’iniziativa rientrerebbe in quella tensione creatasi dalla scorsa estate sul confine himalayano del Ladak, dove tuttora permane uno stato d’allerta fra i reparti militari dei due giganti asiatici che si fronteggiano per il controllo dell’impervia regione. Un rapporto del mese di novembre, sempre dell’azienda del Massachusetts, parlava esplicitamente di sabotaggio di entità straniere. Queste non erano menzionate esplicitamente, ma restava il primo sospetto diretto su Pechino. Le autorità cinesi, cui l’insinuazione non fa certamente piacere, finora non hanno commentato la notizia che può allargare la spirale d’insinuazioni, in questo caso fra le due nazioni che si contendono l’egemonia internazionale. L’inquilino della Casa Bianca è cambiato, però il motto l’America è tornata con cui Biden ha inaugurato l’occhio della sua amministrazione sul mondo, in sostituzione dell’America First di trumpiana memoria, non è necessariamente foriero di distensione. 

 


Non risulta che Recorded Future abbia un ruolo para governativo, la sua cyber-indagine può rappresentare un servizio generalizzato, ma potrebbe anche servire agli Stati Uniti per rilanciare una linea di alleanze, in questo caso pro-indiana, nell’imponente e delicato scenario asiatico.  Per ora il governo di New Delhi non ha manifestato un grande interesse per la ‘rivelazione’ dell’organismo americano, che identificava in alcuni porti altri possibili obiettivi dell’attacco. Sebbene l’operatività dello spionaggio economico attualmente risulterebbe limitata si evidenziano preoccupanti possibilità di accesso alla rete per sostenere ulteriori iniziative cinesi, già attive con simili network, quello denominato APT41 è noto agli esperti. Mentre il software PlugX opera da guastatore con intrusioni nel settore della pubblica amministrazione e della difesa. Non è proprio robetta da poco. Secondo chi studia il fenomeno solo negli ultimi anni i tecnici cinesi hanno ampliato conoscenze e capacità per lanciare simili segnali di potere informatico. Finora era la Russia ad aver investito competenze e risorse applicandole ai cyber contrasti con Ucraina e Stati Uniti. Ma la lotta è ampia e reciproca e l’aggredito può diventare aggressore. Sempre Recorded Future afferma che nel 2020 anche da parte indiana si sono verificati tentativi d’infiltrazione informatica in siti governativi e militari cinesi. E la partita prosegue. 

venerdì 26 febbraio 2021

Turcomachismo e femminismo militante

Nella Turchia che conta il quadruplo dei femminicidi registrati in Italia (471 nel 2020) il ruolo politico delle donne si scontra con una regressione ampiamente cavalcata dall’islamismo conservatore al potere. In realtà, in una classifica della vergogna che calcola quegli omicidi in rapporto al numero degli abitanti siamo preceduti anche da nazioni della ‘civilissima’ Europa, cattolica e non: Lituania, Cipro, Ungheria, Finlandia, Germania, a dimostrazione di quanto sia radicata ed espansa l’internazionale machista. Storicamente la patria messa su da Atatürk aveva concesso il voto alle concittadine nel 1934, ben prima che l’ottenessero le donne di varie democrazie europee. Però il panorama culturale, psicologico, socio-politico, religioso non aveva contribuito a un radicamento dell’emancipazione né tantomeno della liberazione. E se queste hanno faticato – e tuttora faticano – negli orizzonti politici orientali e occidentali le donne anatoliche, che nell’ultimo ventennio hanno inseguito il velo a mo’ di simbolo identitario, hanno anche trovato in quel sistema un freno per il loro ruolo. Per opera del mondo maschile, oggi incarnato dal presidente Erdoğan e dal partito di maggioranza, Akp, ma in altre fasi da padri laici e modernisti, che lanciavano l’economia prima liberale poi liberista - İnönü, Özal, Demirel - tutti proiettati a sostenere la nazione, a cercare la retta via, cui intitolavano anche raggruppamenti parlamentari. Del resto l’attuale partito-regime che s’ispira a “Giustizia e Sviluppo” li insegue e promette, ma non stabilisce un progresso collettivo né tantomeno di genere. Lo denunciano le avversarie bollate quali terroriste, non più solo se militano nei gruppi filo kurdi, ma nelle stesse file dell’opposizione storica. Qualcuna poi è vista come una sciagura per il buon nome delle donne turche. E inseguita dalle invettive anche di uomini delle Istituzioni perché osa attaccare l’uomo che vive per la Turchia: Recep Tayyip Erdoğan.

 

Una di queste è Canan Kaftancioglu, nelle elezioni del 2019 che sono costate all’Akp l’amministrazione di Istanbul, alter ego del sindaco Imamoglu, capace di battere il candidato filo governativo per ben due volte, anche nel voto ripetuto per presunti brogli. Sono entrambi del partito repubblicano, ma a dimostrazione d’un maschilismo radicato un po’ ovunque, questo schieramento non ha esaltato granché il contributo offerto da Canan al compagno di schieramento. Del resto nell’orizzonte interno solo il Partito Democratico dei Popoli teorizza e mette in pratica la parità di genere, creando co-presidenti e un’equa rappresentanza parlamentare fra uomini e donne. Una scelta seguìta dal potere nella sua ondata repressiva, incarcerando ormai da un quinquennio indifferentemente i deputati dei due generi. Della Kaftancioglu, che nel Meclis riceve gli scherni dei colleghi per essere una dichiarata femminista e sostenitrice del movimento LGBT, dicevamo che ha preso di petto l’intoccabile. L’ha denunciato alla magistratura per averla definita “terrorista”, una mossa che ha speranze minime di riuscita per il duplice asservimento dei giudici all’esecutivo e per il repulisti di magistrati indipendenti avvenuto dopo il tentato golpe del 2016. Alla fine questo passo potrebbe rivelarsi un boomerang: rischia d’essere annoverata fra coloro che denigrano il Capo dello Stato, pendenze che nel Paese hanno ampiamente superato i diecimila casi. Fra l’altro la deputata repubblicana è già stata colpita dallo staff presidenziale: una denuncia contro di lei del responsabile della comunicazione Altun s’è conclusa con una condanna in primo grado a nove anni di reclusione. Motivo: insulti al Presidente della Repubblica. Poiché durante il dibattimento Kaftancioglu non ha manifestato alcun pentimento, se l’appello confermerà la sentenza anche per la deputata femminista s’apriranno i battenti della galera. Determinata Canan non demorde e, come altre donne, dà un esempio di coraggio e libertà di pensiero. Che sempre infastidiscono il potere.

martedì 23 febbraio 2021

L’Italia alla rovescia criminalizza la solidarietà

P osto che la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, è rimasta al suo posto e che il ruolo di primo ministro italiano è ricoperto da quanto di più equilibrato (dicunt) la politica nazionale possa esprimere, Mario Draghi, resta il mistero di chi abbia indicato in una coppia di attivisti che da anni pratica la solidarietà come elemento portante della propria vita, pericolosi spalloni di migranti. Di questo vengono accusati Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che alle prime luci dell’alba sono stati svegliati da un’irruzione della polizia di Stato presso la propria abitazione. Gli viene contestato il reato di favoreggiamento d’immigrazione clandestina, e nella casa perquisita venivano sequestrati cellulari, materiale contabile dell’associazione Linea d’Ombra cui dedicano tempo e forze per soccorrere rifugiati e migranti. I due sono molto attivi sul confine orientale. Negli anni passati, e anche nei mesi scorsi, hanno continuato a supportare, assieme ad altri attivisti, la grama esistenza di profughi nei campi bosniaci, prima a Bihać poi a Lipa. I luoghi dove viene bloccata la ‘rotta balcanica’ di migliaia di giovani esistenze provenienti dal Medio Oriente, vicino e lontano. Siriani, afghani, pakistani, bengalesi che provano ad avvicinarsi a un’Unione Europea che li respinge e che ha fatto di Slovenia e Croazia le sentinelle militari e paramilitari per impedire a queste speranze di trovare conforto per rifarsi una vita dopo la fuga da guerra, fame, stenti. Nelle scorse settimane la retorica delle tivù di Stato ha inanellato servizi sulle terribili condizioni affrontate da quegli individui accatastati, disumanizzati dai respingimenti e ghettizzati in quei luoghi. Assediati dagli sprangatori di frontiera - poliziotti e picchiatori croati - in un inverno durissimo che vedeva quelle anime in pena calzare ciabatte in mezzo alla neve, lavarsi con ghiaccio sciolto perché le già precarie sistemazioni nelle tendopoli erano collassate fra incendi e minacce di rimpatri forzati. Molti politici della democratica Europa vogliono rispedirli negli inferni di provenienza. Fra costoro spiccano il parlamentare di governo Matteo Salvini e quella d’opposizione Giorgia Meloni. Lorena e Gian Andrea - che abbiamo conosciuto e intervistato anni addietro, ricevendo la limpida testimonianza della profonda umanità con cui realizzano l’aiuto al prossimo di cui certa politica blatera - dovrebbero essere sorretti e tutelati dalle Istituzioni, premiati dalla Presidenza della Repubblica che tanto si prodiga a cercare begli esempi di solidarietà. Dovrebbero essere benedetti dal Santo Padre, non vedersi braccati fra le proprie mura da agenti dello Stato che insinuano presunti reati. Il neo governo può offrire spiegazioni?  

Afghanistan, tutto fermo da un anno

Uno dei portavoce talebani a Doha ha lanciato l’ennesimo invito, che è quasi un monito, per la ripresa dei colloqui fermi da oltre un mese. C’è un cambio di staff fra gli statunitensi - Joe Biden introduce nuovi collaboratori al gran cerimoniere degli incontri, Khalilzad, confermato dal nuovo capo della Casa Bianca - ma il surplace sembrerebbe foriero di ripensamenti. Le delegazioni che firmarono l’accordo un anno fa ricalcano le posizioni: gli americani nel chiedere la rigida applicazione d’un cessate il fuoco, che non c’è mai stato. L’ultimo sangue sparso risale a due giorni fa con un doppio attentato a Kabul e Lashkar, obiettivi governatori e amministratori, vittime reali alcuni passanti. I turbanti vogliono il ritiro totale delle truppe Nato, fra cui circa 3.000 marines, e anche su questo versante tutto è bloccato. Dopo dodici mesi di promesse suggellate con tanto di firme ufficiali, ognuno ribadisce che terrà fede a quanto pattuito solo quando l’altro farà altrettanto. Ma chi inizia? Un circolo vizioso che non fa progredire d’un centimetro la situazione. In tal senso la diplomazia perde colpi, anche per la presenza di altri attori. I fuori tavolo del governo di Kabul, nella persona di primo piano: il presidente Ghani, detestato dai taliban, finora snobbato dal realismo politico di Washington che gli ha preferito il vice Adbullah e rappresentanti vari d’una sedicente società civile (in vari casi figli di potentati locali presenti nella Loya Jirga e fuori). E i jihadisti dell’Isil, sia nella veste dei dissidenti del Khorasan, sia come altri aggregati. 

 

I think tank di parte statunitense sanno che uno stallo prolungato non giova ad alcuna soluzione. Egualmente il gruppo di trattativa che Akhundzada ha messo in mano a Baradar se sta sfiorando il traguardo di tornare a governare Kabul, pur in condominio con altri fondamentalisti e non, può perdere un’occasione d’oro. Perciò la mega diplomazia internazionale ha smosso i suoi rappresentanti: il generale McKenzie da parte statunitense e Zamir Kabulov inviato di Putin, per sondare le posizioni pakistane e far intercedere Islamabad per bloccare la sequela di attentati. Il Pakistan dovrebbe agire su un doppio binario: quello dell’ortodossia talebana che gestisce le trattative e attraverso la sua Intelligence sulla sigla jihadista. Una sola esse divide l’Isi di Islamabad dall’Isis del Khorasan, ma dietro l’acronimìa certe strategie del caos collimano, ben oltre il credo fondamentalista. C’è poi la gran massa per cui non cambia nulla: milioni di dannati afghani, gli sfortunati che muoiono per via stroncati dalle esplosioni mentre arrangiano un lavoro anche per un paio di dollari al giorno, quando va bene. E chi muore di fame nei ghetti ai margini delle città. Le Ong tuttora impegnate in quelle latitudini dichiarano che i fondi internazionali sono diminuiti, povertà e disoccupazione crescono esponenzialmente, la sopravvivenza abbrutisce gli individui che vendono figli e parte dei propri organi per poter mettere qualcosa sotto i denti.

venerdì 19 febbraio 2021

Contadini indiani sui binari

Vistisi fermati con ogni mezzo - addirittura con la costruzione di muretti di cemento - le vie d’accesso al centro di New Delhi, la protesta dei contadini indiani punta ai binari. Ieri in diverse zone le linee ferroviarie sono state interrotte da sit-in e blocchi organizzati in stazioni piccole e grandi, non solo negli Stati di Haryana e Punjab. La solidarietà rurale contro le leggi sulla liberalizzazione del settore, votate in Parlamento e caparbiamente difese dal governo Modi, ormai coinvolgono l’intero Stato-continente mostrando una crescente e variegata mobilitazione. Interruzioni si sono registrate nell’Uttar Pradesh, Maharashtra, Karnataka e nonostante i massicci interventi polizieschi anche nei prossimi giorni rischiano di paralizzare i trasporti su ferro di cui l’India non può fare a meno. I portavoce dell’ennesima azione sottolineano l’aspetto pacifico dei blocchi, che dopo gli interventi delle forze dell’ordine – anch’essi finora non violenti – vengono rimossi, per poi riprendere ad alcuni chilometri di distanza. In quest’occasione non sono stati usati quei trattori di varie dimensioni condotti attorno alla capitale, ma l’ipotesi non è esclusa e potrebbe innescare circostanze anche più complicate dell’ostruzione delle strade attorno a Delhi. “Tutto dipende dal governo – sostengono i manifestanti – pensano che molleremo, ma non è così. L’obiettivo è l’abrogazione delle leggi che soffocano il nostro lavoro e la nostra sopravvivenza.

 

Poiché l’ostruzione ferroviaria crea disagi alla popolazione che viaggia sui treni, nella giornata di ieri agricoltori e supporter hanno scelto di protestare per non più di quattro ore. Puntano a ricevere sostegno da altri strati sociali, non vogliono cadere nella trappola, già rimarcata da Modi, di essere un ostacolo alla modernizzazione del sistema Paese. Al contrario del governo alcune forze d’opposizione che sostengono la lotta, ne esaltano la capacità di risvegliare partecipazione e senso critico, uscendo dal torpore che da alcuni anni vede centinaia di milioni di cittadini ammaliati nella retorica del Bharatiya Janata Party. Questi, cavalcando le critiche alla corruzione delle amministrazioni guidate dal Partito del Congresso, ha rilanciato a piene mani il nazionalismo confessionale hindu e il desiderio di potenza non solo regionale, rivolto agli storici nemici pakistani e al ciclope asiatico cinese. Nel secondo caso la sfida sembra impari sul fronte organizzativo-economico e per molti versi anche diplomatico, poiché la leadership di Modi non brilla per amicizie e relazioni internazionali, proprio in virtù d’una linea politica divisiva e decisamente antiquata, rispetto a ciò che la nazione indiana ha conosciuto dal 1947.

 

Le ultime azioni di protesta messe in atto dai contadini ampliano la partecipazione. Finora sui trattori c’erano solamente loro: agricoltori giovani, adulti e anziani. Da ieri sui binari sono apparsi anche i familiari: mogli, madri, sorelle e figli. Posso essere mobilitate un’infinità di persone, visto che l’India che vola verso la modernità è per oltre il 50% tuttora legata all’economia della terra. I conti son presto fatti: seicento milioni di persone sono coinvolte nella vicenda, un mondo trasversale, per buona parte anche di fedeli hindu, coloro che il Bjp pensa di avere dalla sua parte a prescindere da tutto. Samyukta Kisan Morcha, l’organismo che raccoglie varie sigle dei manifestanti di differenti Stati indiani, lancia un trasversale appello sociale e cerca di rapportarsi alle strutture sindacali di altre categorie. Quella dei ferrovieri, che finora hanno espresso solidarietà alla lotta, ha comunque preso le distanze sui blocchi della circolazione dei treni. Questa che risulta la terza forma di clamorosa protesta, dopo quelle del 26 gennaio (assalto al Red Fort) e del 6 febbraio (assedio di New Delhi), potrà trovare altre tipologie di contrasto. I vertici del Skm vogliono tenere aperta la vertenza godendo del massimo supporto, evitando spaccature interne e fra la gente. Intanto l’azienda ferroviaria ha comunicato l’immissione sui treni di Forze Speciali di Protezione, consentendo a queste d’intervenire su possibili blocchi prima dell’arrivo degli agenti antisommossa.    
 

 

 

martedì 16 febbraio 2021

Turchia, l’uomo che schiaccia i Bogazici

Ha da poco superato i cinquant’anni, 51 per la precisione, l’ennesimo uomo di fiducia del presidente Erdoğan, e attuale ministro dell’Interno turco - che lanciando la polizia sugli studenti Bogazici, quelli della prestigiosa università del Bosforo in rivolta contro la nomina tutta di parte del rettore - li ha anche etichettati con l’insulto: “Devianti Lgbt”. La perdita dei capelli decisamente invecchia l’aspetto di Süleyman Soylu, ma al di là delle apparenze  è la sostanza politica a renderlo funzionale al braccio di ferro governativo e fedele, fedelissimo, a chi come il presidente antepone la venerazione alla stessa ortodossia. E non ci riferiamo al credo islamico che il Sultano ricorda e ostenta in ogni apparizione pubblica, bensì all’appartenenza, al clanismo che supera lo stesso confine dell’Adalet ve Kalkınma Partisi. Altri sodali di questo partito - pezzi da novanta come l’ex presidente Gül, l’ex ministro degli Esteri e premier Davutoğlu, l’ex capo del dicastero economico Babacan - hanno rotto con l’odierno Atatürk, di fatto autoemarginandosi. Nessuno di loro, pur lanciando creature politiche, è riuscito a impensierire Erdoğan, che nel partito-regime dell’Akp promuove solo fedelissimi. Chi gli gira le spalle ha come unico destino il fallimento. Dopo aver ricoperto per un anno (2015) la carica di ministro del Lavoro Soylu è finito agli Interni nell’agosto 2016. Quando iniziava il terremoto del repusti antigolpista. Sostituì un dimissionario Efkan Ala, altro fedelissimo che s’era fatto le ossa nelle province del nord-est, fra le province kurde di Batman e Diyarbakır, dove i contrasti con quella comunità erano elevati anche nella fase “pacifica” dei primi anni 2000. Erdoğan assegnava ad Ala un dicastero tanto delicato sebbene non fosse neppure in Parlamento. La spinta per le sue dimissioni, dopo critiche rivoltegli per la non efficace gestione della repressione contro il Pkk, giunsero per le nomine ambigue da lui effettuate: capi di polizia, magistrati, burocrati tutti poi accusati di aderire al movimento gülenista che aveva organizzato il fallimentare golpe di luglio. 

 

Spazio, dunque, a Soylu, soggetto cui piace da morire la linea divisiva voluta dal presidente. Col tempo s’è fatto crescere un paio di baffi per somigliargli. Certo la capigliatura non c’è più, però Süleyman nella polarizzazione ci sguazza, e giù ad additare colleghi del Meclis rei d’appoggiare i terroristi. L’accusa vola mica solo sul Partito democratico dei popoli, anche sui placidi repubblicani del Chp. Insomma Soylu, fa professione di altissima fedeltà. E lo conferma quando da ministro dell’Interno rimuove dall’incarico numerosi sindaci dell’Hdp, tutti regolarmente eletti. L’ennesimo servizio al presidente. Eppure Süleyman non nasce islamista. Diciottenne aderiva al Democrat Party, raggruppamento conservatore formatosi dopo il golpe del 1980. All’epoca era affascinato da un non più giovane Demirel che prima di Özal, il politico del boom liberista di quegli anni, aveva creato il mito dell’umo che si fa da sé, raggiungendo i vertici della nazione. Una leggenda ritrovata in Erdoğan, ma non nell’immediato della sua ascesa politica. Solo nel 2012 Soylu entrerà nell’Akp, dopo un’espulsione dallo storico partito per il quale aveva rappresentato uno dei maggiori distretti di Istanbul (Gaziosmanpașa). Lo cacciarono per aver aderito alla campagna referendaria che introduceva nella Costituzione norme conformi a leggi dell’Unione Europea. Per la cronaca il referendum ottenne il 57,88% di consensi. Da quel momento Soylu fu fulminato sulla via di Ankara, entrando in Parlamento e al governo. Che l’ha difeso un anno fa dopo le feroci critiche rivoltegli per aver ordinato, da un giorno all’altro, il coprifuoco in oltre trenta città a causa del Covid. I turchi s’infuriarono, mercanti in testa. Lui, offeso, si dimise. Invece dalla presidenza partiva il suo salvataggio. Forse anche per questo è diventato ancora più zelante col sistema politico che l’ha adottato. 

 

Le scudisciate sulla protesta universitaria ha avuto duri risvolti nelle piazze di Istanbul, Ankara, Izmir dove giovani coinvolti nel sostenere la lotta dei Bogazici hanno trovato manganelli, idranti, lacrimogeni, gas urticanti, l’armamentario poliziesco “benefico” che gli oppositori conoscono da anni, insieme a fermi e arresti. Il rischio è ciò che ne può derivare: le accuse di complotto contro lo Stato e il marchio di terrorismo. Questo è diventato l’alibi con cui il governo frena non solo proteste, ma ogni pronunciamento non conforme alle posizioni statali, che poi sono quelle dei partiti di potere: islamici e lupi grigi. Eppure un’agenzia rende noto un recente sondaggio sul tema dell’attuale dissenso universitario: il 69% degli intervistati, sebbene in forma anonima, sostiene chi s’oppone all’incarico calato dall’alto che premia un altro fedelissimo del presidente - Melih Bulu - assegnandogli il rettorato sul Bosforo. Oltre a opporsi a un’investitura partitica, gli studenti e pure diversi docenti di quell’università, difendono la propria tradizione antigerarchica, la voglia di dialogo, il bisogno di libero pensiero. Con la loro azione s’oppongono al verticismo presente nelle altre università turche, dove regnano silenzio, omologazione, autoritarismo. Dicono di lottare per rendere libere tutte le accademie del Paese. La resistenza si sta allargando nonostante gli oltre cinquecento arresti e la solidarietà con la protesta è presente in 38 province, anche in luoghi non deputati allo studio. Nell’odierna Turchia il problema è come trasferire l’opposizione nella vita quotidiana. Il voto delle amministrative del 2019 ha rappresentato uno smacco per l’Akp che ha perso la guida di tutte le grandi città. Eppure nel Paese l’alleanza islamo-nazionalista tiene, le campagne patriottiche lanciate in politica estera e sul versante economico, trovano ancora un consenso trasversale fra strati popolari e imprenditoriali.