lunedì 20 dicembre 2021

Egitto, per la Corte Fattah non è Zaki

La sentenza l’ha annunciata la sorella Mona Seif, facendo correre la notizia sui social media: “Il giudice è troppo codardo per divulgarla” ha scritto su Twitter e a malincuore ha confermato che ad Alaa Abdel Fattah sono stati inflitti cinque anni di reclusione. S’accompagnano a due condanne di quattro anni ciascuno per il blogger Mohamed “Oxygen” Ibrahim e per l’avvocato Mohamed El-Baqer. Tutti rei di diffusione di notizie false. La stessa accusa che ancora pende sulla testa del dotttorando Patrick Zaki, attualmente libero, ma atteso davanti alla Corte il 1° febbraio prossimo. Le condanne in questione non sono appellabili, l’approvazione finale spetta al presidente egiziano e un suo assenso lascerà in galera il terzetto sino a fine 2026. Le speranze sono flebili perché Alaa è considerato una testa calda di vecchia data. Attivo nella Primavera di ribellione che abbatté Mubarak, l’attivista ha conosciuto altre reclusioni, sempre per opposizione politica e attacco alla “sicurezza dello Stato”. Quest’ultima accusa, atta a limitare la libertà di parola e pensiero, le uniche armi usate da Fattah, appartiene alla fase iniziale della svolta repressiva del generale golpista, che dal 2015 ha inanellato un crescendo esponenziale portando in galera sessantacinquemila cittadini. Una prigionia con intenti persecutori verso individui come Alaa, di cui la madre - una professoressa, lei medesima vessata e intimidita dal regime - addita la foga poliziesca basata su torture esplicite e sullo sgretolamento della personalità: ad Alaa è negato l’accesso a libri e radio, gli è vietato camminare fuori dalla cella, le uniche occasioni in cui può lasciarla sono le visite dei parenti (per tutta una fase impedite con cavilli burocratici) e il trasloco nei tribunali per le udienze. Sui due volti del Sisi, spietato e compassionevole, discutono osservatori internazionali, provando a decriptare azioni e comportamenti d’una spregevole tattica, volta a distinguere nel fronte carcerario reietti irrecuperabili e soggetti lusingabili con una liberazione frutto d’altre contropartite. 

 

Involontariamente il caso Zaki potrebbe finire in questo sporco gioco. Lui figlio d’una posizionata famiglia di religione copta, studente modello culturalmente attivo in un contesto internazionale occidentale, attorno al quale s’è creata un’ampia solidarietà che varca l’orizzonte delle Ong, spesso detestate dal regime militare, ma sostenuta dalle autorità italiane cui il Cairo guarda per i propri affari. Mentre da Roma si guarda al grande Paese arabo per quel Pil nazionale (in questi mesi in forte crescita) che ha nei proventi di Eni e Finmeccanica due irrinunciabili pilastri. Su tale terreno il doppiogiochismo di Sisi è addirittura più viscido di quello annunciato a fine dello scorso ottobre con le “carceri modello” e “la cancellazione dello Stato emergenziale”. Iniziative propagandistiche che non mutano la condizione generale per il detenuto tipo: soggetto marginale e povero, di confessione musulmana, non necessariamente aderente all’Islam politico della Fratellanza. Oppure politicizzato in quanto oppositore, militante, sindacalista. E ancora giornalista, animatore di organismi per i diritti civili, avvocato dei diritti. Costoro, a migliaia, riempiono da anni le supercarceri di Tora e simili. Ciascun detenuto è un soggetto a sé stante, ma il panorama egiziano sotto la regìa del generale Sisi ha una trama comune. Fattah e Zaki sono vittime della stessa repressione. Come Zaki e Regeni, pur con l’irreparabile gravità dell’omicidio del ricercatore friulano, sono stati l’obiettivo d’un sistema violento e sanguinario sul cui operato  Sisi deve rispondere. Flettersi a un possibile ricatto di salvare il primo e dimenticare il secondo, come ha mostrato di voler fare il nostro ministro degli Esteri, è una mossa insostenibile, un gesto di collusione con un assassinio di Stato in cambio d’una liberazione cui non deve ambire solo Zaki, ma Fattah, Ibrahim, El-Baqer e migliaia d’incatenati dai militari d’Egitto.

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