mercoledì 18 novembre 2020

Militari turchi affiancano quelli russi in Nagorno Karabach

Il Parlamento turco ha approvato il dispiegamento di proprie truppe nelle aree di confine del Nagorno Karabach, non è ancora certo se entreranno nell’enclave affiancando come ‘osservatori di pace’ i duemila militari di Mosca che Putin aveva inviato in quel territorio nella stessa nottata in cui i governi armeno e azero firmavano l’accordo di cessate il fuoco da lui stesso suggerito. Dipenderà dai patti che i potenti supervisori si daranno nei prossimi giorni. Comunque il presidente Erdoğan non voleva lasciare all’omologo russo, regista delle trattative fra i contendenti, l’unico vantaggio di schierare le proprie pedine in una zona sensibile fuori dai confini statali. Mosca e Ankara praticano da un quinquennio questa tattica, applicata sullo scenario siriano e libico, utilizzando milizie mercenarie nei momenti di battaglia e propri militari nei presidi di pace e pattugliamento, che restano occupazioni di fatto di territori. Pur noto per l’attivismo decisionista Erdoğan non perde il contatto con istituzioni e passaggi previsti dalle leggi, ottenendo peraltro un consenso trasversale fra varie componenti politiche interne. Sull’ultima crisi dell’enclave contesa da un secolo da Armenia e Azerbaijan, il presidente turco coglie l’occasione di accusare l’inconcludente politica estera del cosiddetto gruppo di Minsk (in cui è presente la stessa Russia, Francia e Stati Uniti) per aver congelato una situazione instabile per circa un trentennio, dopo il conflitto conclusosi nel 1994 con l’occupazione armena di vari distretti attorno al Nagorno, prima con l’esercito poi con nuovi insediamenti di popolazione. Ora queste aree verranno restituite al governo di Baku assieme a un pezzo del Karabach.

Come abbiamo visto dal mese di settembre, quando è stato avviato un nuovo scontro in maniera peraltro velleitaria da parte armena che ha pagato un’impreparazione militare, la Russia putiniana si è smarcata dall’Osce e ha fatto intendere a Erevan una sorta di protettorato ma non s’è impegnata in nessun intervento diretto. L’ingenuità del primo ministro Pashinyan - oggi autocritico, oltreché criticato e contestato in patria - e il revanscismo del nazionalismo armeno hanno scelto di attaccare gli avversari che hanno risposto militarmente in maniera più adeguata, anche per le maggiori risorse, ad esempio sul piano missilistico. Le battaglie di artiglieria terrestre e le azioni coi droni hanno seminato morte fra i civili, di entrambe le comunità, con peggiori conseguenze fra le truppe soprattutto armene che reclamano circa duemila vittime. Ma accanto ai danni delle bombe su abitazioni e beni s’aggiungono quelli causati dalla rabbia di chi abbandona le zone perdute. In questi giorni ci sono testimonianze di armeni che pur di non lasciare case agli atavici nemici, le bruciano. E distruggono anche altri beni intrasportabili. E’ quella linea segnata dal fuoco di pogrom, persecuzioni, vendette, riconquiste lunga secoli, che il nazionalismo richiama per non sanarla mai. Inutili sembrano anche le conclusioni dei padrini-mediatori che invocano “la collaborazione fra le comunità per l’interesse di tutti”. Mentre sono già in viaggio decine di migliaia di profughi volontari che s’allontanano da quello che per trent’anni è stata la “loro” terra, poiché non si fidano del futuro. La nazione armena rischia di vedersi invasa da troppa gente che non riuscirà facilmente a ricollocare nei propri confini. E le ferite non si rimarginano.

sabato 14 novembre 2020

Leader di Qaeda ucciso a Teheran

Dell’eliminazione di Abdullah Ahmed Abdullah, alias Abu Muhammad al-Masri, freddato per strada a Teheran da agenti del Mossad che agivano in collaborazione con la Cia, non hanno parlato né la componente colpita, né gli esecutori materiali e i mandanti e neppure il Paese dove l’omicidio è avvenuto ben tre mesi fa. L’annuncia un articolo del New York Times. L’agguato è del 7 agosto, data simbolica poiché quel giorno di ventidue anni or sono le ambasciate statunitensi di Nairobi (Kenya) e Dar es Salaam (Tanzania) saltarono in aria. I due attentati, che causarono 224 vittime, vennero attribuiti dall’Intelligence americana ai gruppi di fuoco facenti capo ad al-Masri all’epoca trentaseienne. Ma perché tenere segreta quest'uccisione? In realtà la notizia dell’oscura eliminazione è stata offerta in maniera alterata. Accanto all'uomo, che viaggiava in auto e venne affiancato da killer in moto, c’era la figlia Myriam passata anch’essa per le armi silenziate, come usano fare gli agenti segreti, la loro identità era sotto copertura. Al-Masri era chiamato Habib Daoud, in Iran figurava come un docente di storia, la giovane è stata sposata con l'erede di Osama, Hamza bin Laden, anni addietro fatto fuori con un drone. L’ipotesi, alquanto credibile, proposta da alcuni analisti dialoganti con la Cia, è che padre e figlia fossero ostaggi coperti dai pasdaran. Vivevano in un’abitazione nel quartiere dove le Guardie della Rivoluzione hanno il loro quartier generale. E nella ricostruzione rivolta alla stampa dagli esperti di terrorismo internazionale, l’Iran si sarebbe offerto a ospitare e conseguentemente controllare alcuni personaggi di spicco della galassia qaedista, al-Masri era diventato il numero due dietro al-Zawahiri, dall’epoca in cui alcuni soggetti al vertice di quell’organizzazione cercavano di sfuggire alla caccia della Cia (dopo l’agguato a Osama bin Laden a Abbottabad, il 2 maggio 2011). Eppure in questo controllo d’un nemico comunque giurato – è nota la contrapposizione iraniana nei confronti di Qaeda, non solo per ragioni religiose – a lungo andare qualcosa non ha funzionato. Col venire a galla di questa notizia, ancora una volta la capitale della Repubblica Islamica Iraniana è stata oggetto di scorribande di agenti israeliani che hanno usato la stessa metodica con cui tempo fa eliminarono scienziati e ingegneri locali coinvolti nel piano dell’arricchimento dell’uranio per il progetto nucleare. Insomma, si è davanti a un buco della "sicurezza" di Teheran, che mette a nudo le capacità di controllo del territorio e degli obiettivi, com’è accaduto nello scorso gennaio con la perdita del comandante Soleimani durante una trasferta a Baghdad. Secondo il ministero degli Esteri iraniano, sulla vicenda la stampa internazionale sta offrendo scenari da finzione  cinematografica, ma al di là di versioni soggettive, i risvolti di taluni risvolti della geopolitica possono risultare anche più azzardati delle trame di certe fiction.  

giovedì 12 novembre 2020

Egitto, tangenti per una libertà vigilata

Nell’Egitto repressivo di al-Sisi si rafforza un business particolare. L’illegalità dell’illegalità vede uomini della National Security - il braccio armato che pedina, preleva, tortura e quando serve elimina cittadini alla maniera di Giulio Regeni - che intascando denaro liberano il prigioniero. Tanto lo tengono d’occhio, sanno dove vive, gli impongono perquisizioni domiciliari e appena vogliono lo riacciuffano. Si tratta d’una pratica che può anche sfuggire ai controlli, se mai qualche superiore si premunisse di farli. Oppure chi sta sopra sa e magari guadagna anche lui. Una robetta con cui gli scherani del potere, nel mondo a parte che li utilizza e li protegge, arrotondano stipendi già macchiati di sangue. E’ accaduto ad alcuni detenuti. L’hanno denunciato sui social media sempre in anonimato, perché ciascuno sa quel che rischia venendo allo scoperto. Un ‘pay and go’ (paghi ed esci, ma puoi rifinire in gattabuia), l’altra faccia dello ‘stop and go’ (ti arresto, ti rilascio per poi riarrestarti) praticato da quei magistrati, che periodicamente rimandano i processi, rinnovano le detenzioni di mese in mese, come stanno facendo dallo scorso febbraio con lo studente Patrick Zaky. L’inferno repressivo egiziano è variegato e vanta gironi peggiori di quelli che si sono conosciuti. Prendiamo un detenuto noto come Mohamed Soltan, figlio d’uno studioso di giurisprudenza islamica. Soltan junior ha anche una cittadinanza americana ed era passato per Wadi el-Natrun, il famigerato ‘carcere oscuro’, nel governatorato di Beheira, a 75 km nord dal Cairo, di cui lanciamo un breve vademecum. 

Da testimonianze raccolte attraverso avvocati dei diritti, poiché non si riescono a effettuare sopralluoghi in quella struttura, si sa che i detenuti sono ammassati fino a sessanta in celle di venti metri quadrati. Nel periodo invernale non vengono distribuite coperte. Le celle sono prive di finestre per passaggio d’aria. Non è permesso nessun esercizio fisico, solo in circostanze particolari con un numero minimo di detenuti (situazione non presente da sette anni a questa parte) veniva concessa una passeggiata giornaliera di qualche minuto. Durante visite di familiari, che durano anch’esse pochissimo, 5-7 minuti, sono state denunciate molestie a mogli e sorelle dei reclusi da parte delle guardie carcerarie. Quest’ultime, in svariate occasioni, hanno insultato e percosso i prigionieri davanti ai congiunti. Sono stati presentati esposti per torture inflitte ai reclusi usando bastoni e cavi elettrici, mentre nei mesi caldi li si lascia ignudi per ore sotto il sole e poi li si ‘visita’ con squadrette del pestaggio. Ecco, Soltan ha conosciuto questi trattamenti, perché nell’agosto 2013 era presente al sit-in di protesta contro la rimozione del presidente Morsi e relazionò ad alcuni media in merito alla strage della moschea Rabaa, dove fra i mille e i duemila attivisti della Confraternita islamica vennero massacrati. Il numero non è stato mai rivelato dalle autorità. Dopo un rilascio scaturito da uno sciopero della fame e un intervento internazionale dell’amministrazione statunitense, Soltan ha denunciato a un Tribunale americano l’ex premier egiziano El-Beblawi proprio per i trattamenti subìti nel ‘carcere oscuro’ dove sono passati tanti Fratelli Musulmani.

Però le ritorsioni verso i Soltan proseguono. Un gruppo di suoi cugini in Egitto non sono stati reperibili per giorni. I parenti hanno temuto un rapimento, una vendetta trasversale contro il riottoso Mohamed. Recentemente sono ricomparsi, erano stati fermati dalle forze dell'ordine e per il rilascio forse c'entra il meccanismo descritto.  Un altro Mohamed, il nome è di copertura poiché quest’attivista è perseguitato da sei anni, sta subendo la condizione ora vissuta da Zaky. Dopo un rilascio nel 2018, il giovane s’è visto condannare a tre anni di sorveglianza da trascorrere per dodici ore, in genere tutte diurne, in un commissariato. Lui accetta, non può fare altrimenti. Il suo tempo non è solo sospeso, è pieno di scherni e ulteriori violenze. A un certo punto Mohamed non ce la fa più: nel 2019 denuncia abusi fisici e sessuali ricevuti in certe giornate di permanenza nel posto di polizia. Viene condannato per falso e rinchiuso in galera con una totale incertezza sul futuro. Ne segue un’ulteriore richiesta di rilascio firmata da un giudice, non sappiamo se unta con denaro. Ma voci fondate sostengono che anche diversi magistrati provenienti dall’ambiente militare, e in certi casi privi della laurea in legge, si prestano al mercimonio. Tanto l’imputato resta a vista., ostaggio del loro volere. Ora quel Mohamed è tornato da dov’era partito, in un commissariato, peraltro molto centrale, a Qasr el-Nil, vicino piazza Tahrir. Fra i casi conosciuti prosegue l’andirivieni dal carcere di Tora della madre e della sorella di Alaa el-Fattah, che lo sostengono nelle reiterate reclusioni susseguitesi dal 2006. E’ la tristezza egiziana, che prosegue.

mercoledì 11 novembre 2020

Nagorno amaro per gli armeni

Gridano contro il premier Pashinyan, i cittadini infuriati che hanno assediato i propri rappresentanti fin dentro il Parlamento armeno. Ma per il primo ministro l’accordo firmato con l’Azerbaijan sotto la supervisione di Mosca è l’unica soluzione praticabile. Anche a seguito della critica condizione militare sul campo di battaglia, dove i loro morti in divisa superano abbondantemente le mille unità. Del resto, dopo la perdita della città di Shusha, i margini di manovra per l’esercito di Yerevan erano minimi. Forti e ben equipaggiate sono apparse le Forze armate di Baku, non a caso negli ultimi dieci anni Aliyev ha investito cinque volte i miliardi utilizzati dall’Armenia per armamenti. Materiale che per entrambi proviene da forniture russe, sebbene l’Azerbaijan abbia potuto spendere ulteriori ‘fondi energetici’ per la tecnologia dei droni turchi e israeliani. Ma al di là di quel che s’è visto nelle sei settimane di battaglie, e di tregue fragilissime, il conflitto del Nagorno Karabakh non poteva durare perché i padrini dei due contendenti decidevano altro. Solo l’infatuazione patriottica poteva far credere agli armeni che Putin si sarebbe preso in carico la loro difesa sulla base della radice cristiana delle chiese armena e ortodossa. Al capo del Cremlino fa gioco tenere buoni rapporti col patriarca Cirillo I, ma al di là di combattere il fondamentalismo islamico quando serve e fa comodo, in Cecenia più che in Siria, non si lascia trascinare in conflitti d’orientamento religioso. E l’Islam sventolato dal mallevadore degli azeri, Recep Tayyip Erdoğan, ha più contorni geopolitici che intenti ideologico-confessionali. Nella sistemazione e ripartizione del Medioriente siriano i due capi di Stato si sono minacciati e poi abbracciati attuando una reciproca convenienza nel lasciare Asad al suo posto e ripulire il Rojava dai combattenti kurdi. Si sono poi misurati nel Mediterraneo libico dividendosi su chi deve governare lo scatolone di petrolio, ma tenendosi bordone nel rintuzzare le iniziative occidentali, francesi e italiane, egualmente rivolte a sfruttare la Libia per i propri interessi energetici. Nel Caucaso, dove passano pipeline ed esistono Paesi dai copiosi giacimenti di gas e pure di petrolio, i due autocrati molto più realisti e concreti di sedicenti statisti europei hanno valutato che spartirsi ruoli e bottini conviene assai più che mordersi a vicenda. Anche perché ciascuno conta un numero maggiore di nemici rispetto agli alleati. Per ora è così. Non è detto che duri. Ma non poteva certo essere il ‘giardino montuoso’, enclave contesa da un secolo, a far cadere il castello degli accordi economici e tattici tessuti nell’ultimo quinquennio.

lunedì 9 novembre 2020

Turchia, il primo genero del presidente lascia le Finanze

Cinque anni da ministro, dal 2015 al 2018 dell’Energia, negli ultimi due alle Finanze, ma da ieri Berat Albaykar, marito di Esra, secondogenita di Recep Tayyip Erdoğan, non ha incarichi. S’è dimesso. Ufficialmente per motivi di salute e per star accanto ai familiari (con Esra hanno quattro figli) che avrebbe troppo trascurato per la troppa dedizione alla politica. Bisognerà vedere se il presidente-suocero accetterà la conversione casalinga. Le dimissioni del responsabile dell’Interno Soylu furono rifiutate e il ministro è stato costretto a proseguire nell’incarico. Mentre già si solleva l’eco nostalgico affinché Albaykan non lasci: “Il nostro Paese, il nostro popolo ha bisogno di lui” ha dichiarato il ministro dei Trasporti Sayan, uno dei fedelissimi dell’Akp e del presidente. Eppure c’è chi valuta la mossa come un’epurazione per porre freno a un dissesto finanziario senza pari. Due giorni addietro l’attuale signore della Turchia aveva licenziato il governatore della Banca Centrale Uysal, sostituendolo con l’ex ministro delle Finanze Agbal. Girandola d’incarichi fra disarcionati, poiché anche Agbal era stato rimosso dal dicastero per far spazio proprio ad Albaykan. Come fanno notare gli analisti di settore la situazione finanziaria turca è allarmante, l’inflazione corre al 15%, molte imprese sono indebitate, il valore monetario è ai minimi storici. Le ricette per farvi fronte si sono succedute con repentine mosse anche inverse, aumentando e abbassando i tassi d’interesse. Quest’anno la lira turca ha perso più del 40% di valore nei confronti del dollaro statunitense. Il rapporto import-export registra un divario negativo, ben oltre le cadute provocate ovunque dalla pandemia Sars CoV2. La Banca Centrale ha promesso di provvedere alla liquidità degli istituti di credito. Vari economisti criticano la posizione di Erdoğan che ora chiede bassi tassi d’interesse, vuole che le banche elargiscano prestiti a buon mercato per rilanciare crescita e consumi. 

 

Dalla cancelliera Merkel giungono un consiglio e una rassicurazione: la richiesta di garantire l’indipendenza alla Banca Centrale turca e la certezza che nessun Paese, europeo ed extra, desideri destabilizzare l’economia di Ankara. Invece Erdoğan in sessioni internazionali e in comizi locali ha affermato che la caduta del valore monetario della lira sui mercati sia frutto di “terrorismo economico”.  Ovviamente fa il suo gioco, evitando di valutare errori propri e del genero, però che un pezzo di geopolitica sia stata gettata nella finanza monetaria dal presidente che non se ne vuole andar via dalla Casa Bianca, può rispondere a verità. Più d’un analista sostiene come la pressione sulla lira turca sia aumentata dallo scorso settembre anche a seguito della mancata estradizione del pastore statunitense accusato di terrorismo dall’Intelligence anatolica. Del resto, davanti a tanto abbandono di orientamenti politici nell’area bollente siriana, seguito all’incarico di Trump, il presidente turco e l’omologo russo hanno dato vita a scontri e incontri fino ad accordi economico-energetici e strategico-militari. Washington non ha gradito e, secondo Erdoğan, la vendetta sarebbe stata sciorinata con le turbolenze monetarie. Quanto queste posizioni potrebbero mutare con l’amministrazione Biden, è questione tutta da verificare. Su Albaykar resta il dubbio se si tratti di bocciatura o tutela. Il sultano protegge il clan familiare, soprattutto quando da esso riceve coperture e vantaggi. E Berat è stato aggregato per linea matrimoniale, doppiamente vantaggiosa: per il leader che si contorna di soggetti fidati in via parentale e per il virgulto salito presto nell’iperuranio del potere. Figlio d’un giornalista diventato egli stesso politico, Albaykar dopo una laurea in economia a Istanbul e la specializzazione a New York, era entrato nella Çalık Holding, vera potenza dell’imprenditoria turca impegnata nei settori energetico, estrattivo, edile, immobiliare, tessile, di telecomunicazioni e finanza tout court.
Il giovane ci si accomoda, sino a diventarne nel 2007 amministratore delegato, i detrattori sostengono in virtù del precedente matrimonio con Esra. Chiacchiere a parte, la carriera di Berat è tutta in ascesa e dallo staff del primo ministro, intanto diventato presidente, entra nel partito di governo con un’elezione parlamentare nel giugno 2015, subito ripetuta e confermata nel novembre dello stesso anno. In quell’occasione il premier Davutoğlu lo nomina ministro nel settore energetico. Col progetto “National energy an mine strategy paper” il periodo è ricordato per gli stratosferici investimenti di aziende elettriche che hanno anche accumulato miliardi di debiti per fondi presi in prestito sul mercato finanziario. Analisti del settore ritengono che questa sia stata una delle zavorre del debito della lira turca a partire dal 2018. Ben al di là degli attuali presunti ostracismi monetari mondiali. Proprio nel giugno di quell’anno il genero del presidente rientra nel Meclis messo a punto dalla nuova Costituzione e dopo pochi giorni il suocero Recep, lo nomina responsabile del dicastero di Finanze e Tesoro. Immediate le dimissioni da deputato (per incompatibilità d’incarichi in base ai dettami della Carta costituzionale) e choc delle cronache finaziarie con la lira turca che scricchiola e perde circa il 4% del suo valore sui mercati. C’è anche un Albaykar ‘segreto’, quello coinvolto in fughe di denaro verso paradisi offshore per evitare il pagamento di tasse alla Çalık Holding, iniziativa non proprio patriottica visti mancati introiti dell’erario statale. Ben peggiori le accuse ricevute per contrabbando di petrolio derivante dai traffici dello Stato Islamico nel periodo del sedicente califfato di Al Baghdadi. Le contestazioni provenivano da fonti russe, durante il braccio di ferro fra Mosca e Ankara nei territori siriani, ed erano state riprese da alcuni esponenti del partito repubblicano. Il governo turco ha sempre rigettato gli addebiti parlando di macchinazione.

sabato 7 novembre 2020

Kabul, salta in aria il volto di Tolo tv

Per l’attentato di stamane a Kabul, non c’è stata rivendicazione. Almeno per ora. Ma l’uccisione di uno dei più noti volti di Tolo tv, Yama Siawash, fatto saltare in aria assieme a due persone da un ordigno piazzato sotto il suo camioncino di servizio, può far comodo a ogni componente bombarola, talebana o statoislamista. Ad accorrere verso il veicolo avvolto dalle fiamme  sotto la casa del giornalista sono stati il padre e il fratello, ma i soccorsi sono risultati vani, probabilmente il congiunto era deceduto con l’esplosione, prima che il fuoco avvolgesse l’abitacolo. Da poco tempo Siawash prestava servizio presso la Banca Centrale afghana in qualità di consigliere. La polizia sta indagando, ma come ogni inchiesta locale, sarà difficile chiarire se le cause dell’attentato possano essere riconducibili alla nota attività comunicativa dell’uomo o alla recente collocazione che inevitabilmente l’avvicinava ai palazzi del potere. Sia Abdullah, attualmente al vertice del gruppo di conciliazione nazionale che presiede i colloqui inter-afghani, sia il presidente Ghani hanno bollato il crimine come ‘imperdonabile’. Com’era già accaduto per l’attacco lanciato all’Università di Kabul, rivendicato dall’Isil e attribuito ai talebani da parte del vicepresidente Saleh, anche in questa circostanza un membro governativo accusa una fazione talebana. Il ministro dell’Interno sostiene che ci sia la mano del network di Haqqani, un clan dissidente dell’area taliban, poco propensa alle trattative in corso assunte dalla maggioranza della Shura di Quetta. 
 
Dopo un iniziale tentennamento, il gruppo di Haqqani, è parso accettare la posizione interlocutoria scelta dalla maggioranza dei turbanti, non è chiaro in base a quale informazioni e convincimenti il responsabile degli Interni sostenga la sua tesi. Rispetto a quanto s’è visto da un anno a questa parte, dopo un iniziale adesione al cessate il fuoco, i talebani in varie province hanno ripreso l’offensiva contro obiettivi militari afghani, sottolineando appunto la tipologia dei soggetti colpiti. Ed escludendo altri attacchi. A rigor del vero nei mesi scorsi anche l’Afghan Security Forces ha ripreso i combattimenti contro le milizie talebane. Fra loro la pacificazione non esiste neppure sulla carta. Mentre i gruppi jihadisti, quello del Khorasan risulta il più strutturato, nel proseguire agguati e attentati offrono la doppia dimostrazione di poter agire contro chiunque e beffano gli stessi talebani sulla scottante questione del controllo del territorio. Alcuni osservatori sostengono che le ipotesi di addebitare ai turbanti attentati come l’attuale a Siawash oppure il precedente all’università (lì le vittime sono salite a ventiquattro) sia opera propagandistica della componente governativa che disdegna l’accordo coi taliban. Una posizione incarnata in primo luogo dal presidente Ghani. Frattanto l’ufficio statistico delle Nazioni Unite ha calcolato nel Paese un aumento del 50% di violenze negli ultimi tre mesi. Fra le vendette trasversali consumate in questi giorni spicca quella verso Zarifa Ghafari, attivista che Ghani ha scelto come sindaco di Maidan Shahr, capitale del Wardak. Un paio di giorni fa le è stato ucciso il padre.


martedì 3 novembre 2020

Kabul come Vienna, insanguinate dal Daesh

Chi spara e uccide oggi a Kabul e lo rivendica con decisione e orgoglio è lo Stato Islamico del Levante. Il suo commando ha lasciato straziati a terra e sui banchi di studio ventidue ragazzi colpevoli di volersi laureare, per provare a uscire dalla spirale dell’ignoranza e del fanatismo da cui le milizie del terrore reclutano soprattutto i kamikaze. E mentre lo stesso terrore percorre le strade d’Europa - dove altre armi da guerra imbracciate da miliziani in bianco infondono paura seminando morte - il jihadismo d’Oriente sancisce in Afghanistan la ripresa della sfida interna coi titolati taliban. Questi, impegnati da oltre un anno nella defatigante trattativa prima con gli States, ora col governo di Kabul, patteggiavano e garantivano una tregua che di fatto non è mai esistita. Ma, un conto è violarla di propria iniziativa per condizionare gli interlocutori a Doha, altro diventa subirla da avversari interni (un pezzo del jihadismo dell’Isil proviene dalla dissidenza talebana) che li mettono in difficoltà sul controllo del territorio. In realtà la sicurezza della capitale sarebbe compito dell’esercito afghano. Ma la ridda di azioni sanguinarie succedutesi negli anni in centro città, dimostrano che quei reparti super armati non sono in grado di tutelare nulla. Così Kabul è da tempo terra di tutti e di nessuno. Certo, gli uomini di governo restano blindati nelle proprie roccaforti, si spostano blindati sugli Apache statunitensi e quando, raramente, viaggiano, più all’estero che in altre province del Paese lo fanno volando da una base aerea Usa a un’altra. Ne esistono undici nelle trentasei province e nessun accordo ha deciso di smantellarle. Secondo un copione consolidato e notissimo, vari attentati anche ad autorità o al cospetto di esse, com’è accaduto nell’autunno scorso, hanno mostrato terroristi inseriti nei reparti militari fedeli al regime.

Questo regime liquefatto
che gli stessi talebani incontrano per opportunismo diplomatico, poiché devono concordare con esso le cariche politiche che andranno ad acquisire, diventa l’obiettivo dello Stato Islamico del Khorasan che lancia assalti al sistema attuale per colpire anche la presunta stabilità dell’immediato futuro. Alcuni particolari relativi all’attacco possono suggerire ulteriori letture. Innanzitutto il già citato obiettivo studentesco, appena due settimane fa era stato colpito un istituto frequentato dalla comunità hazara, anche in quest’occasione c’è di mezzo un riferimento allo sciismo o meglio alla nazione dove questo culto impera: l’Iran. Nella struttura accademica si stava inaugurando un’iniziativa incentrata sui libri iraniani. E l’Iran, confinante ingombrante che come il Pakistan mira a condizionare le vicende afghane, è odiatissimo dal fondamentalismo salafita ispiratore della “umma jihadista”. Eppure una voce di peso nei palazzi di Kabul smonta questa versione. Il vicepresidente Saleh, scampato a diversi attentati, l’ultimo nello scorso settembre, sostiene che dietro l’agguato all’Università ci siano i talebani. Dice di ricavarne la prova dal tipo di armi utilizzate dai miliziani, tipiche dei turbanti. L’afferma dall’alto della sua competenza in materia di sicurezza. Poi ci sarebbe una frase tracciata sul muro in una classe, che recita “lunga vita ai talebani”. Dal sito Tolo-news gli risponde piccato il portavoce degli studenti coranici, sostenendo come Saleh lavori solo per diffamare i taliban.