Mentre monta, s’infiamma e materialmente brucia la protesta in decine di città iraniane, i tre, cinque, dieci Iran contrapposti si scontrano e addirittura s’uccidono dove capita. Per via e nei commissariati presi d’assalto da rivoltosi bollati come ‘vandali’ dalla Guida Suprema in un discorso del venerdì che potrebbe passare alla Storia. Ma da quarantasette anni la Storia pulsa in quella realtà mediorientale travagliata e dinamica, idealista e ondivaga, conservatrice e radicale come poche. Per l’ennesima volta un fantasma della Persia monarchica più dell’epoca della fuga che della diaspora stretta attorno al piccolo Principe, quel Ciro svezzato coi dollari imboscati dai genitori fra Los Angeles e Parigi, prova a reclamare pretese personali e diritti di libertà. A nome d’un popolo orientato su altre prospettive. L’epigono Pahlavi ci prova, a sessantasei primavere ha tutto da guadagnare. Ma uno dei padroni del mondo al quale rivolge supplica lo considera un parvenu, perdente dalla nascita. Difficilmente lo impalmerà per un cambio di regime ch’è reclamato dagli oppositori, chiesto con foja da Netanyahu, ma a detta d’un comunque minaccioso Trump ancora prematuro e soprattutto problematico. Poiché nello scontro muscolare in atto e in quello ancor più sanguinoso che ne potrebbe seguire sono gli altri volti dell’Iran ad avere un peso maggiore dei, in genere, ricchi e pasciuti nostalgici del regime degli Shah. Posto che nomi e figure simbolo attorno ai quali costruire un futuro, anche solo prossimo, risultano prevalentemente clericali; sì ayatollah anziani e meno vecchi che con presidenze e Parlamenti eletti stanno segnando varie fasi della nazione, mentre i laici che detestano il sistema scontano anni di galera oppure si dedicano a criticarlo dove non rischiano d’essere perseguiti. Soprattutto all’estero. In genere non sono noti e famosi, a meno che non abbiano vinto premi Nobel, cinematografici e letterari, e risultino lodati quali intellighenzia dissidente per un’opposizione che non ha abbracciato forme partitiche.
Perché questo è il tratto iraniano seguìto al primo grande scontro della Rivoluzione del 1979, che fu antimonarchica diventando poi islamica per il successo ideologico-sociale dei chierici khomeninisti sui movimenti-partito con cui aveva inizialmente coabitato. Gli islamo-marxisti mujahheddin, i marxisti radicali feddayn, gli stalinisti del Tudeh, i liberal-nazionalisti vicini al presidente Banisadr e al premier Barzagan, e pure gli indipendentisti etnici arabi e kurdi. Il biennio 1979-81 segnò l’intera rivolta e l’assetto futuro del nuovo sistema, compresa la fase del terrorismo interno che con gli attentati a Behesti, Rajai e Bahonar decapitava il vertice ideologico dei chierici rivoluzionari e al tempo infondeva fede militante nel martirologio dei leader. E già prima che Khomeini rompesse con grandi ayatollah (Tabatabei Qom, Shirazi) sulla tutela del giurisperito da loro considerata un’eresia, erano le formazioni para militari di Pasdaran e Basij, attive, reattive e aggreganti contro l’aggressione irachena, a cementare il nascente regime. Da quel momento la teoria del clero combattente trova carne e sangue per una presenza organizzata nella vita quotidiana. Che diventa non solo azione e guerra, proclama e fede, ma impegno e lavoro attraverso lobbies e fondazioni. L’associazione dei mercanti, i bazari da cui tutto è partito due settimane or sono, detta Islamic motalefeh, quella degli imprenditori (Jamiayette Tolidgarayan) contano più degli inesistenti partiti, per non parlare della Società del clero combattente, dell’Unione del clero militante, del Movimento dei costruttori che selezionano, inglobano, distribuiscono persone e occupazione. La Bonyad Mostazafan, la prima creata già un mese dopo l’arrivo di Khomeini dall’esilio parigino, la holding Setad, avviata dopo gli otto anni di conflitto contro Saddam Hussein, sono centri di potere che, al di là della crisi economica sancita dall’embargo occidentale, presiedono attività minerarie, commerci e compagnìe aeree e navali, produzione edilizia e cementizia, agroalimentare, turismo e altro ancora.
Dunque gestiscono posti di lavoro e controllo sociale di milioni di famiglie. E’ vero che quest’ultime vivono da sei anni l’ambascia di un’inflazione più che soffocante, ma in ogni caso risultano legate e ricattabili proprio sul versante material-esistenziale. Possono gli aderenti alla Khatam al-Anbiya (l’organizzazione economica delle Guardie della Rivoluzione) nata sulla spinta del più aristocratico e benestante fra gli ayatollah Ali Rafsanjani, mollare gli ormeggi e far naufragare la struttura che li nutre? Tutto è possibile. Ma anche no. Perché questa è la prospettiva dell’ultimo subbuglio che è economico, e può diventare politico e sistemico con rischi altissimi: dove andare e con chi. Gli apparati statali clerico-militari cercano di frenare il malcontento, assecondarlo con concessioni, già avanzate dal morbido presidente Pezeshkian, eppure se s’incrina il compromesso fra tali organismi e quella parte della cittadinanza che vive con loro e per loro, s’apre una voragine d’incertezza e di scontro letale. Le cinquanta (sicuramente in difetto) vittime di questi giorni, le migliaia di arresti non basteranno, visto che sulla piazza è presente anche chi è fuori dai giochi, i non protetti dal sistema. Quei nipoti degli ex combattenti, non importa se chierici o laici, che decidono di voltare le spalle agli apparati e la mettono sull’ideale: rivendicano libertà di pensiero e parola anche contro il potere. Senza censura e polizia morale che, sì è stata di recente abolita, non importuna né minaccia d’uccidere le non velate, però per altre vie ripropone controllo e subordinazione, come il black-out informatico di quest’ultime ore. “Questioni di sicurezza interna” dice lo Stato che per attacchi molto più sanguinari e insidiosi (leggi Mossad) ha pagato un tributo altissimo non solo nei dodici giorni d’attacchi estivi voluti da Netanyahu e Trump. E’ l’orizzonte odierno dei tanti Iran che si scontrano, sperano, soffrono, si combattono con odio fraterno, rischiando che la stessa vivace contraddizione conosciuta nell’ultimo mezzo secolo gli possa crollare addosso. Cercando una salvezza per tutti un altro semi-vecchio del mondo clericale, l’ex presidente Rohani, dicono stia lavorando. Certo, è pur sempre un ayatollah, e quello che turba le piazze odierne accanto alla cartastraccia rial, sono appunto i turbanti.



Nessun commento:
Posta un commento