giovedì 15 gennaio 2026

Incubo e incanto

 


Quali saranno le prossime mosse dei vari fronti di lotta che si dipanano in Iran non è chiaro neppure ai più attenti osservatori. In questi giorni si sono contati i morti: duemila per l’Agenzia degli Attivisti dei Diritti Umani, dodicimila secondo Iran International che è la piattaforma della diaspora londinese carezzata dall’erede Pahlavi. Resta il dubbio sui numeri, non sullo sviluppo degli eventi. Si sono susseguite proteste e ribellioni, e pure tentativi di sommossa antiregime. La repressione ha vestito panni spietatissimi. Il governo dà le sue cifre che ammettono il migliaio o poco più di cittadini uccisi, mentre onora pubblicamente i propri martiri – centocinquanta fra poliziotti e basij – freddati anche con armi da fuoco, a dimostrazione d’un disegno definito terroristico dai vertici di Teheran. Comunque “Nessuna impiccagione di prigionieri ci sarà nelle prossime ore” dice il ministro degli Esteri Araghchi. Ma è un pannicello caldo perché i dimostranti arrestati sono quasi ventimila e i duri del regime che hanno in mano la giustizia, dal ministro del dicastero Rahimi al capo dei magistrati Mohseni Eje’i, chiedono processi rapidi ed esemplari. Anche attraverso queste figure si delinea il possibile domani nazionale, visto che fra i vertici iraniani c’è chi s’apre al dialogo con l’Occidente (Araghchi, lo stesso presidente Pezeshkian o l’ex Rohani) e chi persegue e prosegue il dogma khomeinista sia che indossi un turbante o imbracci un fucile.  Al presidente americano Trump che ha promesso “aiuti” ai dimostranti, stanno bene gli uni e gli altri. Coi primi può patteggiare, ovviamente sul petrolio per toglierlo al mercato cinese, verso i secondi potrebbe valutare azioni belliche, come ha già fatto liquidando uomini-simbolo alla Soleimaini o sganciando le super bombe sugli stessi civili come nella ‘guerra dei dodici giorni’. Quest’ultima soluzione senza grandi vantaggi oltre il proclama d’aver “obliterato” il programma nucleare iraniano, che, invece, prosegue con minor vigore dei due anni trascorsi, però prosegue. La Cina è vicina nell’offrire sostegno come fa, insieme a Corea del Nord e Russia per migliorare potenza e precisione dei Fattah-1, usati nello scontro pre-estivo per tenere alto il proprio morale più che per patrocinare un conflitto inconcepibile con la propria disastrata economia. E allora la diaspora che spera negli Stati Uniti e ne invoca l’Army per spazzare via gli ayatollah potrebbe venire ascoltata? 

 

Al momento no e forse neppure fra un po’. Poiché Trump, che pensa in grande ma guarda soprattutto le grandi convenienze, ascolta i colleghi affaristi del Golfo attenzionati e preoccupati davanti all’accensione d’un ulteriore fuoco nella regione, sgradito alla medesima Turchia, membro Nato sì, ma sempre più coinvolta in un dominio di tipo mercantile. Sono bastati il decennio di macelleria siriana, i due anni di disintegrazione di Gaza, ora è bene tenere i cieli sgombri dai B2 perché ostacolano qualunque visione diversificatrice del commercio energetico che può vivere aggirando le guerre, come la stessa Casa Bianca spesso sceglie di fare. Dunque? Le congetture sul futuro sono diverse, perché molteplici sono i bisogni, gli interessi, le mani e gli occhi presenti o affacciati sul territorio persiano. C’è un abisso fra chi sta dentro e chi fuori da quei confini. Si può essere parenti, ascoltare il comune battito dei cuori, ma chi rischia la galera o la forca vede la realtà con uno sguardo più sinistro che speranzoso. Visto che gli effetti dell’ostracismo internazionale delle sanzioni colpisce chi va al mercato e chi vende nel bazar, più delle Fondazioni di quei chierici e pasdaran padroni di un’economia viziata da lobbies e camarille personali, dagli sprechi e dalla corruttela che caratterizza il potere, comunque in ogni latitudine. La gente disperata e piegata da un carovita ch’è corsa nelle strade aveva in animo di bruciare anche moschee? cercava un gesto anticonfessionale dirompente contro gli ayatollah o nella mischia c’è dell’altro come in questi anni mostrava chi faceva esplodere gli ingegneri del nucleare per tarpare le ali all’intera nazione? Le rivolte e ancor più le rivoluzioni che fanno terra bruciata del passato non badano tanto alla forma, puntano alla sostanza. Lo insegna proprio la Storia iraniana che non ha ancora mezzo secolo. Chi suonerà la definitiva campana non tanto per il vecchio Khamenei, ma per quel modello che è deciso a vender cara la pelle col sangue altrui e proprio, potrà proporsi come nuovo ceto politico. Finora compaiono i riformisti del regime, già un tempo perdenti, la gioventù rabbiosa e disorganizzata, chi vuole usarla per i suoi scopi (entristi o dirigisti) e una massa silente, intimorita o smarrita. Se esiste il desiderio d’un futuro da scrivere, le modalità sono ancora ignote.  

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