Cambio di regime in Iran? Gli analisti sono dubbiosi, i bazari addirittura contrari. Certo sono arrabbiati, arrabbiatissimi. Il loro status conservatore, a lungo base elettorale proprio del sistema khomeinista, alza la voce rimpiangendo il ruolo mediano fra il Paese che cambia e vorrebbe contare sul versante istituzionale e le vestigia d’un passato-presente clerical-militare. Tranne alcune storiche imprese familiari dislocate più sull’import-export di generi anche lussuosi come i celebri tappeti, il mercante medio del bazar è quella figura minuta che ha compiuto la scalata sociale anche in epoca di conflitti esterni e contrasti interni, ma non era mai stata stritolata com’è accaduto nell’ultimo quindicennio. La guerra economica ribadita dall’Occidente americano e da quello filostatunitense dell’Unione Europea dall’epoca della prima amministrazione Obama ha continuato a inasprirsi e politicizzarsi. L’intento era ed è fare a pezzi un sistema politico che già alla nascita, con le forzature di Khomeini creatore del velayat-e faqih cioè la ‘tutela del giurisperito’ contro il pensiero del grande ayatollah Tabatabei Qomi e forzando la mano sul credo solo spirituale sostenuto da Shariatmadari, puntava a una deflagrazione interna. Eppure, decennio dopo decennio, finora non è accaduto. E’ noto quanto nelle vicende iraniane abbiano contato il marchio nazionale contro l’imperialismo, il disegno di riscatto marxista plasmato dal “chierico sessantottino” Shariati verso i ceti poveri e marginali, il ‘leninismo’ khomeinista contro i rivoluzionari mujaheddin e feddayn, la difesa patria contro l’invasione d’un Saddam Hussein all’epoca foraggiato proprio dalla Casa Bianca. Tutto ovviamente passato. Come le generazioni che si sono succedute nel mito martirizzante di Kerbala, roba che pure un odierno diciottenne con una filiera parentale immolata in quei momenti stenta a comprendere, come hanno fatto i fratelli maggiori influenzati dal sound anticonfessionale dei Confess e dalle domande esistenzial-cinematografiche di Panahi. Però l’Iran che vuol voltar pagina davanti a quel decrepito monumento che è Ali Khamenei e al per nulla amato simbolo della Guida Suprema, giudice non solo di morale e controversie ma d’ogni respiro istituzionale (grazie e referendum, richiami ai magistrati e ordini ai militari, governi e presidenti eletti) vive nel limbo di chi vuole avvantaggiarsi da una simile delegittimizzazione: l’America dell’assedio economico e l’Israele killer di persone, chiunque siano, pasdaran di rango, ingegneri nucleari e pure inermi cittadini.
Voci stonate e dissennate inneggianti a Ciro Pahlavi hanno sèguito nei rifugi dorati dove epigoni e nostalgici dello Shah trascorrono da decenni i loro giorni, ma le stesse rabbiose facce represse in più occasioni e da ultimo sull’onda del movimento “Donna-vita-libertà” vorrebbero altro dalle soluzioni suggerite dai demolitori strutturali dell’esistenza nella storica regione persiana. Così le energie giovanili che da giorni protestano in tanti punti del Paese affiancando la rivolta mercantile, nel proprio micro reddito di impiegati, facchini, dottoresse e ingegneri tutti sottopagati risentono della batosta inflattiva che flagella dal 2012 ogni categoria. Magari talune lobbies legate agli apparati della sicurezza protetti da certe Bonyad riescono a tenere su i salari di basij e pasdaran. Forse, non è detto. Questi apparati risultano un po’ più protetti, visto che gestiscono direttamente capitali. Comunque nel commercio e nelle transazioni finanziarie tutti sono sotto scacco perché devono rapportarsi ai sistemi di pagamento globali detenuti da circuiti statunitensi, fatte salve eccezioni come China UnionPay. Così l’assedio economico s’è trasformato in tenaglia geopolitica, arma potentissima per soggiogare avversari trattati come paria, con la caratteristica che l’umiliante ruolo si riflette sull’intera popolazione, e chi sta peggio sono paradossalmente i più esterni al regime, i meno garantiti da tratti lavorativi, adesioni confessionali, appartenenze d’apparato. Certo, l’esasperazione da paniere della spesa vuoto o semivuoto, la stizza di tasche impossibili da riempire con migliaia di banconote che sono di fatto carta straccia visto che occorre un milione e mezzo di rial per fare un dollaro, eppure nei trenta e più centri urbani (molti minuti: Neyriz, Malekshahi, Izeh, Marvdasht, Azna, Kavar, Hafshejan, Qom, Kermanshah) dove si bruciano auto, si spara e si muore la rabbia monta, le soluzioni scarseggiano. Sempre più marginale il desiderio di comprendere e venire incontro alla protesta ch’era stato espresso dal presidente Pezeshkian, moderato e colloquiante con la popolazione ostile, i suoi margini di manovra paiono ristretti, i falchi lo attaccano da mesi. Fra le accuse l’inadeguatezza di taluni ministri prescelti, il più chiacchierato quello dell’economia Hemmani accusato da 182 parlamentari su 290 d’aver dato un ulteriore colpo negativo all’instabile conduzione produttiva con la privatizzazione del marchio automobilistico Iran Khodro (in partenership con Renault e Peugeot) imputato d’un diffuso sistema clientelare. Dimessosi Hemmani torna in auge in questi giorni, sostituendo come governatore della Banca Centrale il rimosso Reza Farzin. Che il Paese manchi di soluzioni e volti rassicuranti, è una crudele realtà.


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