Il rapimento del ricercatore Giulio Regeni di cui oggi ricorre il decimo anniversario, e le successive segregazione, tortura, esecuzione da parte di quattro mukhabarat del governo egiziano (Tariq Sabir, Athar Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Sharif), individuati e incriminati da una procura italiana, hanno segnato un passo e una svolta nella geopolitica internazionale. Molti leader, specie se creatori di regimi, detestano chi studia, ricerca, documenta, racconta i fatti che accadono nei vari angoli del mondo. Anche perché in tanti casi quei fatti sono neri come la pece. E fetono. Il sistema costruito dal feldmaresciallo Abdel Al-Sisi dopo la rivolta di piazza Tahrir del 2011 appartiene a questa specie. I fatti sono noti, ma ripetere giova. Spodestato il precedente ufficiale-dittatore Hosni Mubarak la popolazione è divisa fra le fazioni laica e islamista, quest’ultima vince libere elezioni e forma il primo governo non militare dai tempi di Nasser. Il candidato presidente è Mohammed Morsi, funzionario tutt’altro che carismatico della Fratellanza Musulmana, che prevale su Shafiq, seguace del raìs caduto. Dura un anno perché opponendosi a temi riguardanti l’essenza dello Stato e ai lavori dell’Assemblea per una nuova Carta Costituzionale, un Blocco d’opposizione raccoglie firme per la destituzione del neo presidente. Un milione di adesioni, due, quindici milioni, dicono i sostenitori del Blocco. Firme vere? False almeno in parte. Nessun organo terzo verifica. Intanto la protesta monta. Intervengono le Forze Armate con l’intento di arbitrare il contrasto, ma di fatto impongono il proprio volere arrestando il presidente e alcuni esponenti della Confraternita. Un mese dopo, davanti a sit-in di protesta degli attivisti islamici, passano al massacro. Mille, duemila vittime, non s’è mai saputo il numero. E’ il 14 agosto 2013. L’Egitto volta pagina e guarda nuovamente i militari, almeno questo fa quel terzo di popolazione che li segue per vincoli di parentela, lavoro distribuito e promesso, ricatti. Da quei giorni il buio, scacciato al momento della rivolta, torna e con esso la repressione, spesso taciuta e nascosta piuttosto che esibita nelle strade come nel 2011. Ora la violenza di Stato si cela in caserma e in commissariato, nei luoghi di detenzione illegali oltreché nelle prigioni che rinnovavano spettrali nomee, come fa Tora.
Giulio Regeni per studiare e capire questi fenomeni, per scandagliare un’economia rimasta assistenziale solo per quegli elettori-sostenitori, e comunque a metà strada fra attività concentrate in mano alla lobby delle stellette (industrie dei manufatti, edilizia, agroalimentare, turismo) e ai tycoon vicini ai militari, volava al Cairo. Speranzoso e incosciente l’ha definito qualcuno, motivato e diligente è giusto affermare. Perché uno studioso segue il desiderio della sua materia di ricerca, come il giornalista rincorre cronaca e risvolti, ciascuno rispondendo alla deontologia del ruolo e della professione. Ma quest’operato non piace al potere. Assassinando Regeni il governo egiziano ha voluto soffocare il respiro di sapere e di verità che anima quel mestiere. Vivificato dall’umanità della parola e dell’ascolto, dalla libertà d’osservare e raccogliere, catalogare e scrivere, fotografare e divulgare perché il pubblico, i cittadini del mondo non rimanessero all’oscuro e potessero meditare sulla cronaca che col tempo sedimenta nella Storia. A Giulio questo è stato impedito con una violenza mortifera. Restituendo il suo cadavere oltraggiato - sul quale la madre Paola ha riscontrato ”tutto il male del mondo” - il regime del Cairo ha lanciato un minaccioso e imperituro monito a chi osa ficcare il naso in quella nazione che Al-Sisi e sodali considerano Cosa loro. Tragedia nel dramma è che da dieci anni quest’atteggiamento viene avallato dai capi di governo italiani succedutisi nel tempo: Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, Meloni tutti immobili e indisponibili a difendere neppure la memoria e l’onore d’un concittadino sbranato dal governo d’un Paese che l’Italia continua a definire amico e sicuro. Premier imbalsamati nel cinico gioco della diplomazia degli affari che per una presunta “ragione di Stato” chinano la testa davanti ai crimini d’una nazione piegata e piagata da una dittatura.


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