mercoledì 21 dicembre 2022

Elezioni tunisine fra miseria, migrazione, morte

 

A Tunisi si parla molto del primo turno elettorale i cui dati nudi sono assai crudi per l’esecutivo: 9% di votanti, circa un milione su nove di elettori. Eppure il presidente Saïed che queste elezioni ha imposto dopo aver stracciato il precedente Parlamento dice di attendere il 19 gennaio, data del secondo turno, per poter valutare in maniera esaustiva quella legittimazione che lui cerca nell’urna e che la maggioranza del Paese non vuole offrirgli. Intanto un magistrato compiacente a un governo che definire illegittimo non è fantasticheria, ordina l’arresto del vicepresidente del partito Ennahdha, Ali Larayedh, già primo ministro fra il 2013 e 2014. L’accusa nei suoi confronti è terrorismo. Nella fattispecie, secondo un legale del politico islamista, gli si imputa un presunto aiuto offerto all’epoca a combattenti tunisini partiti per la Siria: i foreigh fighters pro Isis. I commenti interni dicono che si tratta di un’azione atta a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal flop elettorale. Ennahdha s’è spesa più d’ogni altro gruppo d’opposizione per diffondere il boicottaggio, che comunque ottiene un’adesione amplissima sia perché, come quasi ovunque al mondo, c’è una larga frattura fra popolazione e ceto politico che non ne rispetta istanze e bisogni. Sia perché l’operazione attuata dall’uomo forte, sostenuto da tycoon e magnati con l’appoggio dell’esercito, costituisce un colpo contro quel cambiamento cercato per oltre un decennio dai tunisini più che in ogni altra piazza mediorientale. I drammi e le contraddizioni del popolo restano irrisolti. E sono i soliti: nessuna redistribuzione della ricchezza, disoccupazione, mancanza di futuro per le generazioni odierne, inflazione, povertà, addirittura carenza di generi di prima necessità, aggravata dalla crisi geopolitica ucraina con ricadute energetiche e alimentari, che ovviamente colpiscono i più deboli. 

 

Certo, mai come le tragedie che inseguono i migranti della disperazione pronti a fuggire appena se ne presenti  l’occasione, anche d’inverno, col mare che fa paura. Poiché la paura conosciuta nelle rotte della speranza, i ricatti dei trafficanti, le botte, le torture, gli stupri per le donne, le privazioni e umiliazioni cui sono sottoposti pure giovani uomini pieni di vigore possono far perdere la rotta, non solo al barcone già naufrago alla partenza. Mettono a repentaglio la rotta della vita. E allora si ripetono i lutti. Così è stato per Rokia infante di nemmeno tre anni giunta esanime al Poliambulatorio di Lampedusa, dopo il naufragio del battello di latta dov’era finita con la mamma. Ivoriana, come altri fantasmi ammassati per 2.500 dirham tunisini (750 euro), una tariffa stracciata per il più insicuro degli scafi. Lei non ce l’ha fatta perché i soccorritori l’hanno pescata dal gelido mare coi polmoni pieni d’acqua. Proveniva da Sfax, il porto tunisino dove s’imbarcano i fosfati. Ed è finita come Alan, coetaneo kurdo-siriano il cui corpicino esanime prelevato sulla spiaggia turca di Bodrum aveva fatto indignare il mondo. Poi tutto passa e questi sette anni di sciagure sono trascorsi seminando cadaveri di fuggiaschi naufragati nel blu. L’unico riguardo riservato dai tunisini sfruttatori di speranze ai connazionali che tentano il salto sul Mediterraneo, è quello di non infilarli nelle bagnarole della morte come i coloured dalla pelle più nera. Gli suggeriscono di pagare di più per sperare meglio, evitando il transito che costa poco ma riserva rovine quasi certe. Altre barche possono trasportare, per tariffe più onerose, i connazionali che non resistono alle imposture di Saïed e al sedimentato disastro economico del Paese. Mentre quello Stato Islamico che recluta l’insofferenza giovanile alla politica dell’establishment patrio, oggi difficilmente chiede aiuto a Ennahdha. La Jihad gode di più proficui canali.  

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