sabato 11 aprile 2020

L’Iran opta per la necessità economica


La Repubblica Islamica Iraniana, che ha smesso anche di pregare in moschea e che orienta in forma assolutamente privata il prossimo Ramadam (23 aprile-23 maggio), sceglie di riavviare da oggi le attività lavorative in quasi tutte le province. In tal senso s’è pronunciato il presidente Rohani a seguito d’un incontro ristretto con alcuni membri di governo. Anche il Majles riunito dopo oltre un mese di chiusura - sebbene mancassero all’appello oltre quaranta membri, fra cui il rappresentante del Parlamento Larijani - ha bocciato la proposta avanzata da un’ottantina di deputati di proseguire per un altro mese la chiusura preventiva d’ogni attività. E mentre da fonti mediche si teme un incremento della pandemia com’era accaduto a inizio marzo, e che secondo i dati ufficiali poi avrebbe rallentato contando sessantaseimila contagiati e quattromilacento vittime, lo Stato sembra anteporre la ragione economica alla salute pubblica. D’altro canto i dati ufficiali vengono contestati da fonti diverse. Gli oppositori del regime all’estero propongono cifre (oltre 23.000 vittime) che porterebbero l’Iran in cima al resoconto mondiale dei decessi, mentre più realistiche proiezioni offerte da chi studia il fenomeno pandemico globale tenderebbero a moltiplicare per tre i numeri riferiti dal governo. In ogni caso la paura del crollo economico, già motivo delle contestazioni sociali dell’ultimo biennio, conducono il ceto politico a scegliere la via dell’apertura. Visto che il denaro serve alle famiglie e allo Stato che finora ha investito un miliardo di dollari per arginare l’emergenza sanitaria e  sociale.
Soprattutto l’accresciuta disoccupazione, aumentata di cinque milioni di unità, preoccupa il governo. Un esempio: il fermo blocca tutta un’attività mercantile legata non solo e tanto ai famosi bazari, ma al loro indotto incentrato su commerci minuti, realizzati da nuclei familiari o singole persone, che al di là della piazza non hanno nessun altro introito e supporto. Per una nazione già pesantemente piegata dall’embargo occidentale, e ora carente anche negli scambi col gigantesco partner cinese, le prospettive diventano preoccupanti. A tal punto che la sua orgogliosa classe dirigente ha compiuto un passo che non si sarebbe mai sognata di fare: chiedere un prestito al demone del Fondo Monetario Internazionale. Un prestito da cinque miliardi di dollari che viene avanzato sessant’anni dopo l’emissione di un “credito di riserva” finora mai utilizzato per questo Paese. La domanda è correlata all’emergenza prodotta dalla pandemia, che secondo Rohani, non può vedere l’istituzione internazionale praticare discriminazioni geopolitiche. La nazione avversaria per eccellenza di Teheran, gli Stati Uniti, prima d’essere messa essa stessa in difficoltà dalla Sars Cov2, aveva offerto all’Iran aiuti umanitari. La risposta era stata secca: no grazie, piuttosto occorre revocare le sanzioni in una fase definita dal presidente-ayatollah “terrorismo economico-sanitario”. Per ora non s’è mosso nulla e ovviamente i focolai dell’epidemia non sono spenti. Riportare la gente per via può produrre conseguenze pericolose. Da oggi rimarrebbe chiusa soltanto Teheran, ma solo per un’altra settimana. Dopo liberi tutti.  

venerdì 10 aprile 2020

Afghanistan, arresti e liberazioni


C’è fermento in questi giorni nelle carceri afghane per l’annosa questione del rilascio dei detenuti talebani e per l’arrivo d’un prigioniero eccellente. Mercoledì il governo Ghani ha deciso unilateralmente la scarcerazione di cento miliziani reclusi, come gesto di buona volontà sulla questione delle 5000 liberazioni assicurate dall’accordo di Doha fra la delegazione dei turbanti e quella statunitense. Com’è noto i rappresentanti di Kabul, che hanno subìto quell’accordo però detengono le chiavi delle prigioni, affermano di voler liberare gradualmente i miliziani. Il mullah Baradar, che ha firmato l’accordo al cospetto di Khalilzad e molto s’è speso per moderare la Shura di Quetta, è infuriato. I suoi collaboratori accusano il governo Ghani di praticare tatticismi volti a perdere tempo per entrare in una partita che l’aveva visto escluso. Quest’ultimo, pur avendo problemi interni per la reiterata rivalità con Abdullah che s’è nominato antipresidente, sostiene la necessità di verificare l’identità e la tipologia dei soggetti da rilasciare. In tal modo scontenta anche il padrone americano, che col Segretario di Stato Pompeo ha già annunciato una sanzione verso Kabul tagliando un miliardo di dollari d’aiuti previsti per l’anno in corso. In più col frazionamento delle scarcerazioni i minimi approcci fra talebani e amministrazione Ghani minacciano di deragliare del tutto.
Subito dopo il rilascio dei cento miliziani un portavoce talebano ha annunciato un blocco del processo di scambio (anche i turbanti dovrebbero consegnare dei soldati afghani fatti prigionieri), poiché sebbene i nominativi fossero frutto d’un patteggiamento fra le parti, mancano una quindicina di nomi indicati dai turbanti. Kabul risponde che la lista ha seguito criteri stabiliti per età, condizioni di salute, consistenza della pena. Insomma visioni di parte e criteri assolutamente differenti. Tutto ciò si riversa su un terreno che dopo un mese (l’accordo di Doha prevedeva la liberazione dalla prima settimana di marzo) riprende a diventare accidentato su altri due questioni salienti: ritiro delle truppe Nato e cessate il fuoco. Per la tensione in atto non s’è visto alcun preparativo di rientro di militari americani. Anzi, poiché si sono verificati diversi episodi di scontro fra taliban e Afghan Security Forces, con morti da ambo le parti, l’esercito statunitense resta nella basi. E se ha interrotto pericolose azioni di terra, si ritrova spesso a sostenere con bombardamenti aerei l’alleato afghano, che sul terreno non regge lo scontro coi guerriglieri. Chi, invece, è entrato nelle galere afghane è nientemeno che il leader dell’Iskp (Stato Islamico del Khorasan) Aslam Farooqi, da poco arrestato con un gruppo di fedelissimi durante un’operazione di Intelligence svoltasi in un’area afgana.
L’uomo è accusato d’aver diretto l’attacco al tempio sikh nella Kabul vecchia che è costato la vita a venticinque persone. Alla sua detenzione s’è mostrata interessatissima anche Islamabad, che ha contatto l’ambasciatore afghano presente nella capitale per chiederne l’estradizione, visto che Farooqi è accusato di terrorismo per attentati compiuti dal cosiddetto Stato Islamico del Khorasan anche in alcune province pakistane. Lì dal 2007 operava la frangia dissidente dei Teerik–i Taliban, che hanno gruppi nei territori delle Fata, nel Waziristan settentrionale e nel Punjab, e si sono distinti per azioni cruente rivolte alla popolazione e vendette contro l’esercito, tristemente nota nel 2014 la strage nella scuola di Peshawar frequentata da figli di militari pakistani. Negli ultimi tre anni in Afghanistan l’Iskp ha ingaggiato un confronto a suon di attentati coi talebani ortodossi per dimostrare la sua forza militare e un radicamento nel territorio. Dopo l’arresto di Farooqi, e la richiesta di estradizione da parte pakistana, su certa stampa filogovernativa indiana è apparsa l’insinuazione che quel Paese volesse il terrorista per chissà quale iniziativa benevola nei suoi confronti. Ne è seguita una nota sdegnata di Islamabad che ha bollato come “maliziosa e condannabile” l’insinuazione. Ma nelle note avvelenate che s’intrecciano, il passato racconta che fra Isi (l’Intelligence pakistana) e Isil locale (compresi i taliban dissidenti) ci sia stata una vicinanza non solo di acronimìa, che peraltro può proseguire.

mercoledì 8 aprile 2020

Media indiani, un mondo per Modi


Se il potere detesta l’informazione, le autocrazie passano alle vie di fatto. L’abbiamo visto in Russia, col killeraggio precedente e contemporaneo dell’era Putin, nella Turchia erdoganiana che continua a riempire le galere di cronisti e opinionisti, nell’Egitto del golpista Sisi che i giornalisti li imprigiona e li fa sparire. Passando per il ‘riformatore’ saudita Bin Salman, il principe-sovrano capace di far tagliare a pezzi l’editorialista, un tempo di corte poi divenuto scomodo, Jamal Khashoggi e far passare tutto per  incidente causato da un’Intelligence un po’ esuberante. Certi piccoli-grandi omicidi, efferati e misteriosi, sono accaduti anche da noi coi De Mauro, Alfano, Fava, Impastato, Alpi. Commistioni delittuose di Stato e mafia, come le ultime della maltese Caruana Galizia e dello slovacco Kuciak. Oltre a perseguire i singoli e, magari, sbarazzarsene, comunque i regimi ottengono più dalla crudezza di leggi, o dall’aria che tira, che dalla crudeltà di esecuzioni esemplari. E’ l’intimidazione scivolosa che ottunde l’operato di quel giornalismo poco propenso al senso civile e deontologico d’una professione che deve controllare il potere, non incensarlo e servirlo. Nell’India di Modi quest’operazione è in atto in un settore che, come tutto nella nazione-continente, giganteggia. Difficile trovare altrove un patrimonio che, secondo il New York Times, vanta 17.000 quotidiani e quasi 100.000 periodici. Con l’aggiunta di ben 178 emittenti televisive.  Un mondo. Dal quale il politico che opprime col sorriso del buon padre di famiglia, ha già ottenuto una santificazione divulgando la sua storia (vera) di uomo venuto dal nulla che punta a unire e proteggere la nazione indiana (nota piuttosto stonata e falsa).

Al di là di questioni di per sé divisive come la contestatissima legge sulla migrazione da Stati attigui che è consentita a tutte le minoranze religiose ad eccezione dei musulmani. Oppure la recentissima applicazione, anche ora in piena emergenza pandemica, della cittadinanza nella regione autonoma del Kashmir, che grazie al governo ha perduto la sua originaria autonomia sancita dalla Costituzione, i fedeli ministri di Modi sono in caccia costante di quei cronisti disposti a descrivere ciò che non va, a raccontare lati oscuri dell’amministrazione, fossero anche storie minute ma indicatrici della mistificazione e della propaganda a senso unico di cui il governo si circonda grazie all’acquiescenza di una stampa controllata o asservita. Un video di un giornalista precario, finito sul web e diventato visitatissimo, descriveva le condizioni di mancato sostegno agli studenti d’una scuola nella provincia di Varanasi nutriti per l’intera giornata solo con una focaccia. Beh, il reporter s’è ritrovato sul groppone una denuncia penale per falso, truffa e cospirazione, così da rischiare sino a sette anni di reclusione. Il caso non è affatto singolare né singolo. E purtroppo parecchio personale dedito all’informazione nella migliore delle ipotesi pensa a non rischiare il posto di lavoro, viste le pressioni a catena rivolte dal governo agli editori e da quest’ultimi ai giornalisti. Ma ci sono anche parecchi che accettano l’omologazione. Specie fra i mezzibusti televisivi s’è scatenata una corsa al comportamento più zelante e disponibile alle tendenze più estreme e fanatiche, anche sotto l’ottica del fondamentalismo religioso, di cui il governo si rende protagonista. La moda d’essere per Modi, rischia di trasformare i media indiani nel mondo di Modi. E pure in quelle latitudini il potere s'è "liberato" di talune penne libere. 

lunedì 6 aprile 2020

Taliban, iniziative anti Covid e anti Ghani


L’Ak-47 d’assalto e la mascherina di protezione primaria, i combattenti taliban si sono presentati così in alcuni villaggi delle province afghane. Divulgano l’abc per difendersi dal contagio della Sars-Cov2: usare una maschera o un succedaneo per la protezione di bocca e naso, se è possibile guanti, lavarsi spesso e bene le mani. Informano le persone a non raccogliersi in gruppo, evitare festeggiamenti, rimandare matrimoni, addirittura pregare in casa e non in moschea. Una linea integerrima. I dati ufficiali del contagio sono bassissimi (400 o poco più) anche perché i controlli risultano inesistenti, ma il timore dell’epidemia è presente a ciascuna componente, governativa e anti. Forse più per giustificare il proprio immobilismo che per amichevole benevolenza, il ministero della Salute di Kabul ha applaudito l’iniziativa talebana, un passo di pubblico servizio molto più utile di tanti discorsi di pacificazione nazionale rimasti in bilico per ripicche e personalismi politici. L’azione taliban sul tema dei pericoli del contagio sarà anche funzionale alla propria propaganda di soggetto politico che cerca consensi e punta a ricoprire incarichi istituzionali, ma più del rissoso esecutivo sta offrendo indicazioni su igiene, comportamenti, nutrizione mentre in varie province i governatori latitano. Comunque il ministero della Salute fa sapere che in alcune aree sono attive unità sanitarie intente a collaborare con gruppi di Ong per la prevenzione sul territorio. Dovrebbero, ma il condizionale è d’obbligo, giungere agli operatori anche quei presidi medici per tutelarne il lavoro, però la scarsità del materiale è palese. In più s’è già verificato l’ostracismo talebano verso organizzazioni internazionali, ad esempio la Croce Rossa, cui viene vietato l’ingresso in aree controllate dalle milizie fondamentaliste per pregressi contrasti e accuse di collaborazione con le forze d’occupazione Nato. Il settarismo è stato stigmatizzato dalle strutture di soccorso e dagli stessi governativi che sottolineano come almeno durante la crisi sanitaria ci dovrebbe essere, se non cooperazione, perlomeno l’assenza di reciproci ostacoli, perché ne risente la salute pubblica. Sotto osservazione la zona di Herat, sul confine occidentale, per l’ingresso di profughi dai campi iraniani o lavoratori frontalieri da cui sono scaturiti i primi contagi. E se l’epidemia rappresenta un impegno, o un pronunciamento d’impegno, dei due fronti contrapposti, talebano e governativo, sulla questione del piano di pace la situazione si fa critica. I talebani minacciano di far saltare l’accordo e di riprendere a far saltare i camion-bomba se il presidente Ghani non attua la liberazione dei 5000 prigionieri che da circa un mese sarebbero dovuti uscire dalle galere. Ghani continua a opporsi, ma il filo può spezzarsi e aggiungere al Coronavirus un nuovo fronte di fuoco.

sabato 4 aprile 2020

Turchia, Helin il canto della morte


Helin Bolek ha scelto di morire nei giorni della morte. Ma il suo decesso non è segnato dalla pandemia che sta flagellando il mondo. Helin, cantante e attivista turca, era da quasi dieci mesi in sciopero della fame contro il regime dell’Akp. Altri componenti del ‘Grup Yorum’, una band musicale con trentacinque anni di presenza sulle scene nazionali a sostegno delle lotte popolari ed etniche, stanno tuttora praticando questo estremo gesto di ribellione. Il gruppo unisce echi della tradizione anatolica alle proteste che la vita in quell’area propone, soprattutto per gli attriti fra le minoranze etniche (kurda, araba, circassa) e il potere centrale. Negli ultimi anni questo potere s’incarna nel personalismo autoritario di Recep Tayyip Erdoğan. Già nel 2015 alcuni concerti del gruppo erano stati vietati. Il suo punto di riferimento, un centro culturale nella metropoli di Istanbul, è stato perseguitato dalle forze dell’ordine con perquisizioni, intrusioni, danneggiamenti. Durante ogni azione repressiva si verificavano distruzioni, fermi e arresti. Il complesso musicale viveva lo stesso clima subìto dalle redazioni di quotidiani, riviste, emittenti radiofoniche o singoli giornalisti, scrittori, editori, artisti: blocco dell’attività, censura, incriminazioni di vario genere per attentato alla sicurezza nazionale. Per Helin Bolek e Ibrahim Gokcek l’accusa era diventata ossessiva e hanno optato per la clamorosa protesta. Il chitarrista la sta proseguendo, deciso a morire anche lui, come lei. Disprezzo per la vita? Diremmo disprezzo per certe vite da parte del governo, del presidente che non hanno mostrato un minimo di attenzione a chi con disperazione e determinazione gridava il desiderio di esprimersi, cantare dare voce ai bisogni delle minoranze, ai sogni delle persone. Verso quella protesta estrema e pericolosa si è risposto con la disattenzione, il silenzio, l’indifferenza. Cui s’uniscono il conformismo e la paura della maggioranza dei turchi soggiogati al sultano-padrone, il dominus che decide per tutti. Proprio in questi giorni il Parlamento sta discutendo sull’attuazione di una grande amnistia per alleggerire le carceri turche da un sovrappopolamento in tempo di coronavirus. Se non saranno 90.000 i detenuti rimessi in libertà, ci andranno vicino. Ma la perfidia del potere bloccherà in cella oppositori e liberi pensatori. Certi nomi invisi a Erdoğan come lo scrittore Altan, arrestato, liberato e riarrestato per reati d’opinione, resteranno rinchiusi. Così il co-presidente del Partito democratico del popolo, il kurdo Demirtaş, incarcerato dal novembre 2016 con l’accusa di terrorismo, che nell’epidemia in atto è un elemento a rischio perché afflitto da problemi cardiaci.

venerdì 3 aprile 2020

Coronavirus in India, la rincorsa di Modi


La riconversione in corsa dei treni, tanti treni, addirittura 20.000 carrozze, in posti letto da aggiungere ai centomila ospedalieri, per parare il colpo pandemico del Covid-19, vede il governo Modi cercare di limitare ritardi. Difficilmente i danni. La chiusura delle attività e il blocco dei trasporti avrebbero lasciato quei mezzi nei depositi, da lì la mossa pragmatica ma egualmente affannosa. La condizione della sanità nel Paese resta deficitaria e se coi treni-ospedale i posti letto diventano 320.000, i respiratori aggiuntivi dovranno comunque arrivare dall’estero, perché le riconversioni industriali (che stanno avvenendo anche in parecchie nazioni occidentali) per certi strumenti hanno tempi più lunghi. Nel giro di due-tre settimane le emergenze potranno prendere curve spaventosamente elevate tanto da far collassare anche questa rincorsa all’assistenza. Poiché un problema ancor più assillante dei posti letto e della strumentazione specifica è rappresentato dal personale medico e paramedico, assolutamente insufficiente per prestare soccorso se e quando il numero dei pazienti salirà. L’altra scorciatoia emergenziale che i tecnici del governo stanno attuando riguarda i luoghi di quarantena e hanno pensato agli impianti sportivi. Gli stadi di alcune città vengono adibiti per questi bisogni, sebbene i numeri di contagio forniti dal ministero della Salute risultano tuttora bassissimi (1700 casi). L’incombenza sanitaria ha già innescato un’emergenza sociale legata al fermo d’ogni attività produttiva, e l’attuale drammaticità di sussistenza poteva avere un impatto meno traumatico con un preavviso di blocco nelle settimane precedenti. Bastava essere un po’ lungimiranti, sostengono i critici del governo, e osservare i comportamenti delle nazioni dove la pandemia era già esplosa.

La marea di ritorno da aree industriali, come quella manifatturiera di Gujarat nel sud, verso zone povere significa ora dover distribuire pasti o generi di prima necessità a un’infinità di persone senza denaro (gli statistici ne stimano approssimativamente 100 milioni). Il governo tranquillizza, affermando che a seguito di un’annata oltremodo abbondante i magazzini sono pieni di cereali, ma il Partito del Congresso accusa egualmente il Bharatiya Janata Party di non aver predisposto alcun piano, di procedere a spanna e rincorrere gli eventi come per le “soluzioni” dei treni e degli stadi. Non contento di tanto pressappochismo, il governo sceglie proprio queste giornate di fuoco per attuare la misura sul Kashmir che aveva suscitato proteste la scorsa estate: l’abolizione dell’autonomia di quell’area, prevista da un articolo costituzionale dal 1947. Da ieri chi ha avuto la residenza in Kashmir per un quindicennio può diventarne definitivamente cittadino e anche candidarsi alle politiche. E’ una finestra aperta alla cittadinanza hindu che può entrare a pieno titolo in quest’enclave islamica. L’opposizione critica il governo per la tempistica, una legge tanto divisiva non doveva essere applicata durante una crisi sanitaria in cui c’è bisogno di unità e concordia nazionale. Mentre i politici locali sono ben più preoccupati: la regione, per l’effetto della crisi economica, registra già da oltre un anno un aumento di disoccupazione doppio rispetto a quello nazionale calcolato attorno all’8%. Con l’emergenza Covid-19, tutto peggiorerà.

mercoledì 1 aprile 2020

India, pandemia da incubo


Lo stretto rapporto esistente fra pandemia ed economia è sotto la lente degli specialisti nei maggiori Paesi del globo. L’India rappresenta un caso ad altissimo rischio su entrambi i terreni, sia per la quantità di popolazione coinvolta, un settimo di quella mondiale, sia perché fra i giganti emergenti nell’economia globalizzata vede convivere un sistema di antichi costumi accanto a un capitalismo, avanzato quanto ad ambizioni e prospettive, arretrato riguardo a metodi e strutture produttive. Con tragiche ricadute su condizioni e tutele dei lavoratori, ambiente e salute della popolazione. Tutto ciò, davanti a una malattia altamente contagiosa come Covid-19 e per taluni soggetti letale, in quella nazione tutto diventa più problematico. Lo spiegano esperti del settore che hanno sondato la situazione. L’epidemiologo ed economista Ramanan Laxminarayan in un intervento sul New York Times, valuta positivamente la chiusura totale per tre settimane attuata dal premier Modi, di fatto è il minimo indispensabile, che però dovrà proseguire poiché in quell’area il picco della pandemia è atteso per metà o fine maggio. Dunque la nazione-continente dovrebbe restar ferma per i prossimi cinquanta giorni. Da quel che s’è visto negli ultimi dieci la popolazione ferma non è stata. Anzi. S’è verificato il rientro verso i territori d’origine di qualche milione di pendolari e migranti rimasti senza occupazione.

L’isolamento e il distanziamento sociale, difficoltosi nelle metropoli, lo sono anche in città e nei centri minori per l’alta densità e per il sovraffollamento delle abitazioni. Distanziare un miliardo e trecento milioni d’individui non è semplice, specie quando sono concentrati in alcune aree. Da qui i problemi che ne possono seguire. Le stime che tuttora riducono i casi di contagio in cifre irrisorie sono il classico dito dietro il quale si cela il governo per non ammettere carenze strutturali. Da una parte si cerca di non scatenare il panico, dall’altra di sviare l’attenzione dalle carenze del sistema sanitario. A detta di Laxminarayan i possibili contagi potranno raggiungere dai 30 ai 50 milioni di abitanti, sebbene quelle cifre potrebbero moltiplicarsi per dieci fino all’estate piena. Ma il guaio maggiore è che il Paese può contare solo su 100.000 posti-letto per le terapie intensive e 20.000 ventilatori polmonari. Dunque, se ci fosse un’ampia estensione virale, la scelta fra chi sottoporre a cure salvavita sarebbe tragica per una platea di potenziali ammalati resa amplissima da certe patologie adulte (ipertensione e diabete) e la malnutrizione infantile di fasce povere della popolazione. Contraddizioni sociali sedimentate da decenni che molti esecutivi d’ogni orientamento hanno rimosso dai programmi. Non dalla realtà.

Secondo le stime dell’Indian Council Medical Research il picco pandemico, lasciando asintomatico o con manifestazioni lievi l’80% della popolazione, potrebbe comunque portare in ospedale un milione d’individui. Senza l’iniziativa della chiusura sarebbero stati sei milioni. Il risvolto legato all’economia è l’ulteriore elemento da incubo che il coronavirus introduce nel ventre molle della società indiana, dove seppure sia cresciuto un ceto medio, permangono, oltre a una copiosa sfera di povertà di svariate decine di milioni d’individui, una ben più consistente fascia di lavoratori precari, saltuari, giornalieri che il blocco attuale lascia senza guadagni. Se questo fermo, che limita la circolazione del virus con le persone, sarà necessario fino all’attesa del picco di maggio, questi lavoratori non avranno di che sostenere se stessi e le famiglie. Un dramma per un’economia liberista che ha portato in alto il Paese in alcuni settori, ma che non ha previsto salvagenti sociali in situazioni critiche. I 20.6 miliardi d’emergenza stanziati dal governo saranno una goccia nel mare dei bisogni se l’emergenza, com’è prevedibile, proseguirà. Alcuni Stati (Kerala, Uttar Pradesh, Tamil Nadu) hanno autonomamente lanciato un’indennità alle famiglie bisognose, ma servirà di più e soprattutto anche in altre regioni del Paese. Se sarà il Fondo Monetario Internazionale, sempre alla ricerca di contropartite politiche, oppure altri a correre in aiuto del governo di Delhi, si vedrà. Certo le posizioni razziste dell’amministrazione Modi non aiutano i rapporti con la comunità internazionale e di fatto non aiutano il popolo indiano. Potrà il grande malato asiatico ora convalescente, la Cina di Xi, soccorrere un concorrente mondiale? Lo diranno gli inquietanti mesi a venire.