domenica 8 marzo 2026

Predestinato

  


Il bambino fatto uomo fuori dalla monarchia che lui medesimo rivendica, è un controsenso della Storia. Anche quella millenaria persiana che cerca radici nell’ultimo tratto d’una dinastia invocata dallo Shah padre nella sfarzosa cerimonia di Persepolis, mentre sognava Ciro e Dario. La coroncina Pahlavi ha fatto gli interessi propri e delle “Sette sorelle” dall’insediamento golpista imposto dalla Cia alla cacciata popolare del 1979. Questa è la faccia dell’ultimo regno iraniano che rinverdendo “Sole e Leone” cercava un richiamo al mito degli antichi sovrani. Quel simbolo, ci dicono gli storici, risale alla dinastia safavide; ha richiami astrologici e pure religiosi. Il leone è associato alla figura di Ali (Ali Ibn Abi Talib), cugino e genero di Maometto, guida infallibile e spirituale degli sciiti. Il sole è un riferimento alla luce divina; la spada, aggiunta successivamente, simboleggia la spada di Ali. Ma tale simulacro, pur con vari nessi divini, è da tempo associato all’essenza dinastica di Reza padre, tant’è che dalla sua cacciata l’Iran ha adottato un tricolore a bande orizzontali (il verde dell’Islam, il bianco della pace, il rosso del sangue dei martiri) con al centro la stilizzazione della frase Allahu Akhbar. Tutto consono alla fede e allo spirito della Repubblica appunto islamica. Oggi, però, è la bandiera con l’antico leone a far battere i cuori d’una parte dell’opposizione iraniana, fortemente rinvigorita nell’ultima protesta dello scorso gennaio, e ferocemente repressa dal regime degli ayatollah. Un’opposizione locale e di diaspora, molto giovanile, che un’altra fetta dell’antagonismo estero - quello organizzato e strutturato dei Mujaheddin del popolo e quello degli intellettuali laici, liberali o progressisti - sostiene sia considerevolmente sostenuta e finanziata da Israele, col fine di orientare in senso monarchico un cambio di regime. Nei giorni scorsi diversi video amatoriali hanno mostrato, nella Teheran bombardata da caccia israeliani e statunitensi, festeggiamenti gioiosi per l’abbattimento dell’edificio dove si trovava in quel momento la Guida Suprema. Gli oppositori esultavano per l’uccisione d’un altro Ali, Khamenei, colui che per loro, pur avendo vent’anni, era considerato un dittatore. Da trentasette Nawruz.  

 

L’informazione, o propaganda, del settore maggiormente organizzato della diaspora esterna al Paese (che conta oltre mezzo milioni di iraniani negli Stati Uniti, diverse decine di migliaia in Europa, divisi fra Germania, Francia, Svezia e Italia) i citati Mujaheddin, sostiene come la tecnologia basica applicata ai social media stia facendo girare in rete una quantità esagerata di video taroccati, dove oppositori agli ayatollah vengono automaticamente sommati ai filo monarchici. Loro affermano che non sia così. Di fatto la stessa opposizione si fronteggia, cerca di accreditarsi un’influenza maggiore di quella oggettivamente esistente, insomma è frazionata come lo sono le ali dure e conservatrici dei Guardiani della Rivoluzione rispetto a quei settori riformisti messi da decenni fuorigioco (i seguaci di Mousavi) o i riformisti pro regime (Rohani e Pezeshkian). E il clero che s’oppone a un’investitura di Mojtaba, figlio di Khamenei, nel ruolo ch’è stato di suo padre, interrompendo tradizione e volontà di tenersi lontano da linee familiari ed ereditarie per conservare l’orientamento repubblicano dello Stato. Fra svariati nomi ormai noti dell’attivismo anti mullah cercati e in alcuni casi assai corteggiati dai media occidentali, a loro volta schierati coi propri governi piuttosto accondiscendenti con la guerra portata in Medio Oriente e ora in Iran da Netanyahu e Trump, non traspare alcun sentimento d’angoscia per quel poco che si riesce a intravedere nella patria ferita dai “liberatori”. “Non avrei immaginato di chiedere un ritorno d’un Pahlavi alla guida dell’Iran, ma ora lo faccio” ha dichiarato in un’intervista video un’oppositrice comodamente alloggiata a Parigi. Un breve riferimento ai parenti in loco, ma neppure un timore per la loro incolumità viste le note che indicano 1.300 vittime, quasi tutte civili, visti i 3.600 siti sempre civili finora bombardati (fonte Mezzaluna Rossa), vista la pioggia nera di petrolio che da stamane piove sulla capitale, mentre nella cerchia urbana, bruciano grandi serbatoi di stoccaggio di carburante colpiti volutamente. Nulla. Si pensa a un futuro messo in mano al piccolo Shah.  

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