giovedì 26 marzo 2026

Rapine

  

Immaginiamo un quadrato geografico: trenta chilometri di altezza, altrettanti di larghezza. Novecento chilometri quadrati, un bel tratto dei poco più di diecimila della nazione libanese. E’ questa l’area che Israel Defence Forces sta occupando come fece nel 1978. Solo che stavolta, secondo la dottrina del Grande Israele, mira ad annetterla definitivamente. Altro che ‘zona cuscinetto’. Il caso esemplare gli sta a fianco. Sono le Alture del Golan, terra di Siria che dal 1967 l’esercito sionista occupa illegalmente, alla faccia delle Nazioni Unite e delle sue impalpabili risoluzioni, come fa nella città di Gerusalemme. Nel 1967 non c’era il brutale Netanyahu, la premier era una donna, Golda Meir, ricordata quale patriota laburista. Il progetto di ampliare con la forza militare e lo spirito coloniale spazi crescenti del Medioriente confinanti con la Palestina storica non è una fulminazione degli ultimi tempi. Rappresenta la lunga mano dell’invasione ebraica, lanciata fin dentro i territori di altre nazioni arabe. Come accade a Gerusalemme i cui cittadini palestinesi subiscono furto e demolizioni delle case abitate da generazioni e segregazione forzata, così la provincia di Tiro oggi è oggetto delle “attenzioni” israeliane. Con la deportazione per causa bellica degli abitanti del luogo, calcolati in un milione, il disfacimento del tessuto urbano a mezzo bombe dal cielo e da terra, la conseguente uccisione di civili, finora millecento. Terra bruciata e volutamente invasa a scopo di rapina. “Fare nel Libano come a Gaza” una volontà non solo del ministro Smotrich, nato nell’illegalità della colonia Haspin proprio sulle Alture del Golan, cresciuto nella faziosità di un’educazione ultraortodossa, praticante l’arbitrio nell’ennesimo insediamento di famiglia a Kedumim, in Cisgiordania, ma pure d’altri esponenti dell’attuale ceto politico di Tel Aviv, un esempio per tutti: l’odierno responsabile della Difesa Israel Katz. Un settantunenne politico di lungo corso, esponente del Likud nella Knesset da oltre un trentennio. Anche lui il 16 marzo scorso, dando il via all’invasione di terra di Tsahal ha ribadito il concetto: radere al suolo il sud del Libano, svuotarlo delle comunità autoctone per favorire nuovi insediamenti coloniali ebraici. 


La resistenza per la propria esistenza praticata dalle famiglie sciite libanesi, che in quei luoghi vivono a stragrande maggioranza, sono tuttora funzionali a un recente passato del tutto simile all’attuale presente. Difendere sé stessi e la nazione da un’occupazione foriera di annessione da parte di Tel Aviv. Nel 1978 l’Idf dichiarava che la ‘Operazione Litani’ costituiva la risposta ad azioni armate palestinesi (in quegli anni il Libano vedeva la presenza di militanti dell’Organizzazione Liberazione Palestina fuoriusciti dalla Giordania) definite terroristiche. In realtà quest’ultime s’alternavano a quelle praticate sotto la Stella di David anche da elementi poi promossi premier (Ehud Barak), com’è consolidato costume di Israele. La successiva occupazione del 1982 segnò ben altro passo. Anche questa, passata alla storia come ‘Pace in Galilea’ (“Hanno fatto il deserto e l’hanno chiamato pace”), partiva da alibi antiterroristici: il tentativo di omicidio dell’ambasciatore israeliano nel Regno Unito addebitato a Fatah, tentativo peraltro fallito, utile però a riportare gli scarponi di settantaseimila soldati oltre il confine e oltre lo stesso fiume Litani, sino nel cuore di Beirut. Già allora lo scopo dei governi Begin e Shamir (Likud) e Peres (Labour) era innanzitutto espellere da quel territorio i militanti dell’Olp quindi stabilire una sorta di protettorato su un Paese diviso e debole, politicamente e militarmente, per cercare di spaccarlo. E’ in quel frangente che il gruppo sciita di Hezbollah prese forma, come milizia paramilitare di difesa delle comunità meridionali prima e successivamente come partito politico, mettendo sul piatto della situazione nazionale il fattore etnico in uno Stato dove le comunità confessionali maronita, sunnita, drusa avevano rappresentanza in Parlamento. Lo fecero anche gli sciiti, certamente imbeccati da Teheran, ma il medesimo rapporto e supporto avveniva da tempo fra l’Occidente cristiano, il sunnismo arabo, la scheggia ismaelita egualmente radicata in Libano, Siria e Israele e spesso ago della bilancia in controversie più politiche che confessionali. Oggi i governanti di Tel Aviv  proseguono da dove i colleghi hanno lasciato. 

Nessun commento:

Posta un commento