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Immaginiamo un quadrato
geografico: trenta
chilometri di altezza, altrettanti di larghezza. Novecento chilometri quadrati,
un bel tratto dei poco più di diecimila della nazione libanese. E’ questa
l’area che Israel Defence Forces sta occupando come fece nel 1978. Solo
che stavolta, secondo la dottrina del Grande Israele, mira ad annetterla
definitivamente. Altro che ‘zona cuscinetto’. Il caso esemplare gli sta a
fianco. Sono le Alture del Golan, terra di Siria che dal 1967 l’esercito
sionista occupa illegalmente, alla faccia delle Nazioni Unite e delle sue
impalpabili risoluzioni, come fa nella città di Gerusalemme. Nel 1967 non c’era
il brutale Netanyahu, la premier era una donna, Golda Meir, ricordata quale
patriota laburista. Il progetto di ampliare con la forza militare e lo spirito
coloniale spazi crescenti del Medioriente confinanti con la Palestina storica
non è una fulminazione degli ultimi tempi. Rappresenta la lunga mano dell’invasione
ebraica, lanciata fin dentro i territori di altre nazioni arabe. Come accade a
Gerusalemme i cui cittadini palestinesi subiscono furto e demolizioni delle
case abitate da generazioni e segregazione forzata, così la provincia di Tiro oggi
è oggetto delle “attenzioni” israeliane. Con la deportazione per causa bellica
degli abitanti del luogo, calcolati in un milione, il disfacimento del tessuto
urbano a mezzo bombe dal cielo e da terra, la conseguente uccisione di civili,
finora millecento. Terra bruciata e volutamente invasa a scopo di rapina. “Fare
nel Libano come a Gaza” una volontà non solo del ministro Smotrich, nato
nell’illegalità della colonia Haspin proprio sulle Alture del Golan, cresciuto
nella faziosità di un’educazione ultraortodossa, praticante l’arbitrio
nell’ennesimo insediamento di famiglia a Kedumim, in Cisgiordania, ma pure d’altri
esponenti dell’attuale ceto politico di Tel Aviv, un esempio per tutti: l’odierno
responsabile della Difesa Israel Katz. Un settantunenne politico di lungo
corso, esponente del Likud nella Knesset da oltre un trentennio. Anche
lui il 16 marzo scorso, dando il via all’invasione di terra di Tsahal ha
ribadito il concetto: radere al suolo il sud del Libano, svuotarlo delle
comunità autoctone per favorire nuovi insediamenti coloniali ebraici.

La resistenza per la propria
esistenza praticata
dalle famiglie sciite libanesi, che in quei luoghi vivono a stragrande
maggioranza, sono tuttora funzionali a un recente passato del tutto simile
all’attuale presente. Difendere sé stessi e la nazione da un’occupazione
foriera di annessione da parte di Tel Aviv. Nel 1978 l’Idf dichiarava
che la ‘Operazione Litani’ costituiva la risposta ad azioni armate palestinesi
(in quegli anni il Libano vedeva la presenza di militanti dell’Organizzazione
Liberazione Palestina fuoriusciti dalla Giordania) definite terroristiche.
In realtà quest’ultime s’alternavano a quelle praticate sotto la Stella di
David anche da elementi poi promossi premier (Ehud Barak), com’è consolidato
costume di Israele. La successiva occupazione del 1982 segnò ben altro passo. Anche
questa, passata alla storia come ‘Pace in Galilea’ (“Hanno fatto il deserto
e l’hanno chiamato pace”), partiva da alibi antiterroristici: il tentativo
di omicidio dell’ambasciatore israeliano nel Regno Unito addebitato a Fatah,
tentativo peraltro fallito, utile però a riportare gli scarponi di
settantaseimila soldati oltre il confine e oltre lo stesso fiume Litani, sino
nel cuore di Beirut. Già allora lo scopo dei governi Begin e Shamir (Likud)
e Peres (Labour) era innanzitutto espellere da quel territorio i
militanti dell’Olp quindi stabilire una sorta di protettorato su un
Paese diviso e debole, politicamente e militarmente, per cercare di spaccarlo. E’
in quel frangente che il gruppo sciita di Hezbollah prese forma, come
milizia paramilitare di difesa delle comunità meridionali prima e successivamente
come partito politico, mettendo sul piatto della situazione nazionale il
fattore etnico in uno Stato dove le comunità confessionali maronita, sunnita,
drusa avevano rappresentanza in Parlamento. Lo fecero anche gli sciiti,
certamente imbeccati da Teheran, ma il medesimo rapporto e supporto avveniva da
tempo fra l’Occidente cristiano, il sunnismo arabo, la scheggia ismaelita
egualmente radicata in Libano, Siria e Israele e spesso ago della bilancia in
controversie più politiche che confessionali. Oggi i governanti di Tel
Aviv proseguono da dove i colleghi hanno
lasciato.
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