venerdì 10 agosto 2018

Afghanistan, show talebano a Ghazni


Caduta sì, caduta no. C’è scontro anche informativo sulla sorte della città di Ghazni, a 120 km sud-ovest da Kabul, che i comunicati dei taliban sostengono d’aver conquistato e quelli governativi affermano d’essere tuttora controllata, seppure sotto il fitto attacco da stamane. Affermano poi che i miliziani sono, da ieri sera, a circa 250 metri dall’edificio delle forze di polizia che difendono la città (circa 300.000 abitanti) ma non l’hanno preso. I poliziotti sono l’unico presidio governativo, sebbene ora, dalla capitale convergano nel luogo dell’assalto, militari e qualche elicottero d’appoggio statunitense. L’iniziativa di difesa appare blanda, quasi volta a non voler ostacolare del tutto lo spettacolo dei turbanti, e il retro pensiero riguarda l’ostinazione con cui il presidente Ghani cerca di raggiungere un accordo coi talebani per valorizzare le elezioni del prossimo ottobre. Però da oltre un anno la Shura di Quetta non si fa convincere, al più stipula tregue; da maggio ne sono state firmate due, poi interrotte come nel caso di Ghazni.

Questa provincia non è strategica, ma costituisce un punto di passaggio verso città importanti. Attraverso Ghazni si va a Kandahar, come nel distretto di Parwan (a nord della capitale) ci si dirige verso Bagram fino a Mazar-e Sharif. Gestire le vie di comunicazione rappresenta l’anticamera del controllo del territorio sul versante della forza e dell’indotto in movimento, per ogni genere di merci. Le forze talebane occupano stabilmente due aree meridionali, quasi per intero l’Helmand e un’ampia fetta del distretto di Kandhar, dal 5% al 8% del territorio. Però in tante altre province hanno avamposti, compiono occupazioni, scorribande, azioni dimostrative. Le percentuali divulgate dieci mesi fa stabilivano il 15% di un’elevata presenza sull’intero territorio nazionale, una media presenza sul 20%, una bassa sul 30%. Dunque lo spettro talebano riguarda il 70% dell’Afghanistan. E questo spiega la frenesia di Ghani per accordarsi con loro e continuare nella sua sceneggiata di governo. Ma i turbanti lo fanno cuocere a fuoco lento. A maggio duemila miliziani si sono presentati a Farah, importante provincia occidentale, cercando di occuparne il capoluogo.

Combattimenti e morti, come in queste ore a Ghazni, poi hanno desistito anche perché in aiuto dei militari locali sono accorsi marines. Stavolta l’attacco non è stato frontale. Gli studenti islamici in armi, da settimane presenti nella provincia come del resto in altre zone del Paese, s’aggiravano per le campagne. Chiedevano offerte e imponevano dazi su raccolti e commerci e la gente, volente o nolente e soprattutto senza difesa, glieli concedeva. Poi nella notte la scelta dell’attacco contro il presidio armato del governo centrale: il posto di polizia, dove si contano  16 cadaveri e un numero imprecisato di feriti. L’occupazione durerà? Forse no. La strategia sembra proseguire in direzione del logoramento, della politica di Ghani, non del presidente che continua a risiedere fra Kabul e le località internazionali dove le scorte del Pentagono lo traferiscono per colloqui, incontri, parate di facciata. Chi muore e soffre, sta nella polvere afghana, in attesa che fra tre mesi si trasformi in fango.

giovedì 9 agosto 2018

Gaza, madri e figli d’un popolo che resiste allo sterminio


Si chiamava Bayan, diciotto mesi, la piccina uccisa ieri a Gaza dalle bombe d’Israele, che punisce Hamas della resistenza in atto e gli abitanti della Striscia dell’essere tuttora in vita. Non aveva ancora un nome, semplicemente perché non era nato, il bimbo che la madre, la ventitreenne Enas, portava in grembo. Sono morti anche loro, terroristi, resistenti cui il governo Netanyahu nega l’esistenza. Dalla fine di marzo la protesta palestinese che chiede quel che settant’anni fa gli ebrei ottennero, avere un proprio Stato, è stata segnata da 160 vittime e 16.000 feriti. Uccisioni e ferimenti realizzati con spregevole e criminale cinismo, assassinando bambini e donne, tirando con fucili di precisione su personale di supporto ai manifestanti: infermieri che distribuivano maschere antigas, volontari con bottiglie d’acqua, giornalisti che filmavano la mattanza sulla folla in maggioranza pacifica. Impari scontri s’erano verificati contro giovani armati di fionde e bottiglie incendiarie, che mai hanno messo in pericolo la vita dei soldati con la Stella di David. Ma, come in altre occasioni, la sperequazione dei mezzi e dell’uso della forza non conduce a ragione militari, ufficiali e le leadership politiche che gli confezionano licenze di uccidere per difendere la palizzata, la rete simbolo della separazione etnica creata in Israele.
E come si sono accaniti per mesi mirando alla testa, al cuore dei gazawi - che nonostante le terribili stragi sottaciute e snobbate dalla politica internazionale, continuavano e continuano a riunirsi per dire al mondo, oltre che ai propri assassini: noi esistiamo - ora riprende il massacro dal cielo, già attuato in tante occasioni. Una carneficina che si ripete, che spazza via migliaia di palestinesi colpevoli di resistere in quei 40 km, spogli di quasi tutto, non della dignità di popolo che resiste a tutto. Il triangolo familiare cancellato dal fuoco israeliano, quella madre, quella figlia, quel bimbo mai nato, che l’aviazione di Tel Aviv volutamente uccide per vendicare i razzi (100, 150?) lanciati negli ultimi giorni dalla struttura militare di Hamas oltre il confine, è l’emblema d’una presunta guerra. Del conflitto impari, sempre frutto d’invasioni israeliane, che anche nei momenti di scontro aperto da ‘Piombo fuso’ in poi, ha visto la morìa a senso unico di mille (fra civili e miliziani palestinesi) a uno (militare di Tsahal). Una pratica che ogni partito, ogni leader politico sionista ciecamente perseguono e con essi il fandamentalismo religioso ebraico teorizzatore d'un mondo a parte. Tutto noto, con la costante del consenso internazionale e la variante di ulteriori eccidi, collettivi oppure sfilacciati in vili agguati come ieri a Jafarawi, Gaza City.  

lunedì 6 agosto 2018

Tensioni iraniane, non solo moneta


Rimostranze, per l’ulteriore svalutazione del rial, la caduta del potere d’acquisto dei salari, la carenza di scorte d’acqua. Ripetute periodicamente. E slogan contro i leader religiosi e le loro politiche antipopolari. In Iran prosegue una fibrillazione con avvenimenti condivisi sui social, seppure taluni collegamenti diventano sempre più difficoltosi. Nel fine settimana si sono registrati agitazioni in città dalle meraviglie artistiche (Isfahan, Shiraz) lanciate da un triennio nel circuito turistico internazionale e piene di visitatori; più Karaj e Arak,  rispettivamente a 40 e 180 km da Teheran. Minori e limitate le proteste nella capitale. Uno slogan ripetuto, suonava: “Morte al carovita”. Mentre lo sciopero degli autotrasportatori, che rivendicano aumenti salariali, ha privato del rifornimento di carburante alcune zone del nord, compresa l’area di Teheran. Una vera beffa per un Paese ricco di idrocarburi. La moneta locale è nella bufera da anni, ma nell’ultimo ha perso addirittura l’80% del valore, indebolendosi anche per il rilancio delle sanzioni finanziarie imposte da Trump alla politica statunitense.
Il presidente Rohani è sotto attacco non solo degli oppositori, ma degli stessi elettori delle classi medie che l’avevano rieletto. A costoro l’ayatollah diplomatico, che ricuce la politica nazionale da anni polarizzata dallo scontro fra riformisti e conservatori, non appare più credibile. L’insoddisfazione resta, la disillusione cresce e la mancata realizzazione delle promesse normalizzatrici avanzate nel 2013 e rilanciate con la rielezione del 2017 possono portare solo guai al presidente. Certo, le proteste dello scorso gennaio erano variegate. A soffiare sul malcontento, soprattutto nelle roccaforti tradizionaliste come Mashhad, è stata la fazione di Raisi, il contendente diretto e sconfitto. Da quelle agitazioni i chierici conservatori e il partito dei Pasdaran cercavano sostegno per incrinare il rapporto di forza che il presidente riconfermato aveva stabilito nell’urna. Però i giovani scesi per via nelle due settimane di fuoco di fine anno, pur non ricreando l’onda verde del 2009, non appartenevano all’onda nera della contestazione fondamentalista. Sono dei senza partito e senza leader.
Così, a macchia di leopardo, i primi sette mesi del 2018 hanno evidenziato azioni di gruppi sparuti o più corposi richiedenti aperture, che spesso la geopolitica non consente, oppure semplicemente opportunità lavorative interne ed estere egualmente difficili da attuare. E svelamenti di ragazze che mal sopportano anche il ruolo di ‘mal velate’; e ancora tensioni di imprenditori illusi dalle promesse di affari coi mercati occidentali che l’embargo strisciante – e ora quello ringalluzzito da Trump – rendono impraticabili. Più la caduta a precipizio del valore monetario interno che sotterra il business dei bazari, oltreché qualsiasi prospettiva di circolazione del denaro con acquisti, anche fra i ceti medi. Un cataclisma economico, che rientra anche fra le prospettive inseguite dai nemici del regime. Eppure quest’ultima verità collide con operazioni speculative in cui restano impegolati personaggi pubblici, legati comunque al sistema, com’è accaduto a una figura di vertice della Banca centrale iraniana, Ahmad Araghchi, che è stato recentemente arrestato.
L’uomo è il nipote del noto politico Abbas Araghchi che negli anni passati ha ricoperto funzioni di vertice presso il ministero degli Esteri. Non sono ancora chiari gli addebiti, certo è che la sponda conservatrice tuona contro “i corruttori economici”, e l’attuale ministro degli Esteri Zarif cerca di offrire qualche sortita a un quadro oggettivamente complicato dal rilancio delle sanzioni. Ma quando la gente comune si trova di fronte a soggetti che sottraggono miliardi tramite raggiri e operazioni speculative l’impatto emotivo risulta controproducente per l’intero establishment. Seppure la conflittualità interna per il potere provi a cavalcare ogni protesta economica, sociale, salariale. Le ultime paiono molto disilluse, mancanti di alternative concrete. E la spallata anti regime che gli oppositori filo occidentali (spesso riparati all’estero) sperano possa prodursi, non accade. Secondo alcuni analisti perché la macchina propagandistica del sistema riesce a compattare la popolazione sul tema della sicurezza nazionale messa in pericolo da tentativi destabilizzanti pilotati, contro cui l’apparato della forza ufficiale (polizia) e volontario (strutture paramilitari basij) riesce ad avere la meglio.

mercoledì 18 luglio 2018

Il Pakistan sceglie il premier fra jihadisti e clanisti


Fatto fuori l’ex primo ministro Nawaz Sharif per vie legali, con una condanna a dieci anni per corruzione, il Pakistan, bomba geopolitica del Grande Medio Oriente, si avvia al voto del prossimo 25 luglio. Il forte partito di governo, la Lega musulmana, presenta fra gli altri un candidato recentemente graziato Shahid Abbasi, a conferma d’un andirivieni dalle galere. Ma ciò che gli osservatori sottolineano è la variegata presenza di gruppi e leader estremisti, vicini al jihadismo d’ogni tipo, dai talebani dissidenti che rinfocolano il Daesh centrasiatico (Tehreek-i Labbaik), a formazioni vicine a Lashkar-i-Jhangvi, considerate terroriste non solo dal cartello internazionale che dice di combatterle, ma da se stessi, vista la quantità di attentati contro la popolazione civile che vanno a compiere. Il principale obiettivo di questi gruppi sono i fedeli della minoranza sciita, spesso però sotto le esplosioni di camion-bomba e kamikaze restano anche tanti cittadini pakistani, che per oltre il 90% appartengono alla Umma sunnita. A una figura controversa, tempo addietro arrestato proprio per prossimità col jihadismo sanguinario filo qaedista, è stato concesso di presentarsi alle elezioni.
E’ Aurangzeb Farooqi, capo del raggruppamento Ahe Sunnat Wal Jamaal considerato appunto la maschera politica dei miliziani di Lashkar-i-Jhangvi. Un partito ammesso alle urne nonostante persegua una campagna di radicalismo confessionale caratterizzata da aperte manifestazioni d’odio verso le altre fedi. Tendenza che va molto al di là dell’impegno coranico verso i cosiddetti kafir. I passi che hanno portato la Commissione elettorale a chiudere entrambi gli occhi davanti a simili presenze ufficiali vanno ricercati nella continua ingerenza nella vita politica del Paese di quelle eminenze grigie che sono l’esercito e soprattutto l’Intelligence Isi. Entrambi perseguono da decenni interessi spesso contrapposti, appoggiando politici diversi pur di ottenere la conservazione d’un eccezionale potere di corpo, a seconda dei casi in accordo o in contrasto fra loro. Difficile dire se siano più potenti le Forze Armate o i Servizi di Islamabad, di fatto dall’epoca del golpe del generale islamista Zia-ul Haq la sfera politica coi vari Bhutto, Musharraf, Sharif ha rappresentato solo la facciata dietro la quale agisce, in maniera indipendente, l’apparato della forza.
Che ha propri interessi politico-economici, agendo da lobby, seppure lascia alla politica spazio per quell’affarismo di clan familiari che spesso conduce figure di primo piano (l’ultimo è Nawaz Sharif, ma pensiamo a mister 10% Ali Zardari, marito di Benazir Bhutto) ad avere seri problemi con la giustizia per colossali ruberie. Ai danni d’una popolazione in crescita esponenziale, oggi supera i 200 milioni di abitanti, con sacche amplissime di povertà e problemi sociali d’ogni genere. Su queste purulente piaghe s’inserisce la propaganda del radicalismo religioso che riesce a superare la stessa opposizione di organismi internazionali che provano a contrastare finanziamenti a tali componenti, anche quando passano come sostegni per iniziative culturali e religiose. Non è un segreto che le madrase del deobandismo pakistano sono una fucina per quella tipologia di argomenti ripresi anche da candidati come Farooqi, ma tant’è. La politica interna ammette la sua e altre discutibili candidature e, come su tutto, potrebbe tranquillamente esserci lo zampino dei militari. Costoro, in certe fasi, hanno compiuto lotte serratissime al jihadismo, e per questo sono stati oggetto di attentati indiretti, come quelli odiosi attuati nel 2014 a Peshawar nella scuola frequentata dai pargoli degli ufficiali.  
Ma l’ondivago e più ampio gioco di potere vede in altre fasi, accordi, protezioni, sostegno e addestramento di talebani - come accade nei territori delle Fata - soprattutto in funzione disgregativa verso il vicino e di per sé caotico Afghanistan, su cui i governanti pakistani hanno mire di subordinazione, molto più dei taliban. Pur con l’aperta presenza di fondamentalisti dichiarati, la corsa alla carica di primo ministro pone in testa tre figure ‘perbene’ che piacciono all’Occidente, due delle quali appartengono agli immarcescibili clan gestori della vita pubblica. Il fratello del premier incriminato, Shehbaz Sharif, ricco di famiglia e comunque forte dell’industria Ittefaq, colosso dell’acciaio e della metallurgia, che dirige in prima persona. Il figlio d’un altro corrotto o mister corruzione, il citato tangentista Zardari. La nemesi storica non deve inficiare il presente di Bilawal Bhutto Zardari, ma clan e interessi di famiglia incombono. Quindi il candidato che sembrerebbe più free: Imran Khan, ex campione di cricket, già asceso sulla scena politica attorno al 2011. Analisti giudicarono i suoi programmi un guazzabuglio di idee, fra riforme para classiste, ben viste solo dalla destra conservatrice, e un vago populismo. Più l’ombra, mai smentita, dell’appoggio dei militari. Che danno e ovviamente prendono, con tutti, in ogni occasione.

martedì 17 luglio 2018

La Turchia si libera dell’emergenza, non dell’ingerenza


Il presidenzialismo assolutista studiato, cercato, ottenuto da Recep Erdoğan con l’ostinazione e il trasformismo con cui ha scioccato il mondo, mette ai suoi piedi tutti i settori del Paese. In questi giorni in cui si prepara un decreto di uscita dall’emergenza post golpe (rinnovata per sette volte nel corso di due anni), ne giungono altri riguardanti gangli economico-finanziari, istituzioni militari e culturali, tutti posti sotto strettissima ‘osservazione’. Vengono addirittura sciolti veri pilastri del laicismo culturale kemalista come l’Opera e i Balletti di Stato, il Teatro di Stato; veranno sostituiti da nuove entità le cui nomine di vertice spettano alla presidenza, non di particolari enti, ovviamente della Repubblica turca. Lo stesso Consiglio Superiore per la vigilanza, che aveva competenze ispettive su istituzioni pubbliche e private, eccezion fatta che per gli ambiti militari e giudiziari, subirà trasformazioni. I controlli s’allargheranno alle stesse istituzioni militari, al di là del rango fino alle alte gerarchie.

Scuole delle Forze armate, la Fondazione dell’apparato della sicurezza, le industrie che si occupano della difesa saranno oggetto delle verifiche del nuovo Consiglio. Il ministero delle Finanze avrà occhio e mani su Banca Centrale, Ziraat Bank e Halkbank, così come una serie di strutture (Agenzia di Supervisione e Regolamento Bancario e simili) verranno gestite dal ministro competente. Un tempo i ministeri coinvolti erano più d’uno. Un controllo ferreo più che dello Stato, del governo e soprattutto del sistema presidenzialista che può collocare uomini di propria totale fiducia nei ruoli chiave. Il settore dell’educazione, terreno in cui il gülenismo del movimento Hizmet aveva creato una rete fittissima di presenze e relazioni fra i suoi adepti, dopo lo stravolgimento operato con migliaia di arresti e decine di migliaia di rimozioni e dimissioni forzate, è in piena ristrutturazione. Le università vedranno collocati ai vertici rettori selezionatissimi, non tanto sul fronte delle competenze, quanto su quello delle obbedienze. Sarà l’occhio del presidente a scegliere i dirigenti degli atenei, per una certezza di omologazione al libero pensiero della nazione turca di modello erdoğaniano.

Un sistema al momento assolutamente vincente, e non solo elettoralmente. La forza del leader islamico che si fa nazione sta nella rete di alleanze interne e internazionali. Quelle globali lo hanno riposizionato, dopo la crisi di tre anni fa, nell’aggrovigliato scacchiere mediorientale. Il rapporto cordiale con l’omologo, anche in capo populistico-autocratico, Vladimir Putin, attualmente lo pone in una posizione di forza davanti a Trump medesimo. Che deve sciogliere il nodo delle forniture militari difensive previste dalla Nato (missili Patriot), aggirato dall’accordo per l’acquisizione del sistema russo S-400. Da gran giocatore d’azzardo qual è, per un ripensamento pare che Erdoğan chieda in cambio al presidente Usa la testa (nel senso di estradizione) di Fethullah Gülen. Se il baratto dovesse riuscire - sarà difficile, ma la folle idea vellica la vanità geopolitica del sultano - lui porterebbe al cospetto del popolo turco l’attentore all’unità patria. Un colpo di teatro opposto al colpo di stato. In questo il presidentissimo si supera, quasi giustificando l’ingerenza in materia teatrale.

lunedì 16 luglio 2018

Gaza, gli occhi oltre la morte di Amir e Luay


Crepare sul tetto d’una costruzione abbandonata, perché sottoposta come tutte le case di Gaza, al fuoco di artiglieria, caccia e droni, è stato per Amir e Luay, trentuno anni in due, un passo scandaloso oltre che letale. Perché stare su un tetto sotto le bombe che arrivano da ogni parte? Perché e come non starci, in quell’area stipata di persone e di pericolo di morte che è la Striscia di Gaza. Dove l’aggressione è strisciante, s’infiamma e prende tregua per poi riversarsi ancora più violenta come un uragano in minuti lunghi come giorni. Lì dove l’esercito di Tel Aviv da quarantott’ore ha ripreso a bombardare fitto come non faceva da quattro anni. L’alibi è ristabilire la sicurezza degli attigui villaggi israeliani messa in forse dell’intensificato lancio di razzi della Jihad islamica che condivide con Hamas le azioni militari sui 40 km di terra, assediati dal cielo, dal mare e dai confini. La frontiera con Israele, in subbuglio dal 30 marzo per le manifestazioni di protesta denominate “Marcia per il ritorno”, s’è trasformata nell’ennesimo cimitero e ha visto cadere, settimana dopo settimana, centotrentotto palestinesi. Tanti giovanissimi, come Amir e Luay, e giornalisti e personale paramedico presi a fucilate dai cecchini con la licenza di uccidere ribadita più volte da Netanyahu e Lieberman.
I governi del mondo non si pronunciano sulla carneficina, le mobilitazioni degli attivisti, di associazioni per i diritti e umanitarie sono tante, però non bastano e soprattutto non fermano ciò che la geopolitica ha trasformato in cinismo criminale, in quella e altre aree mediorientali. I giorni sulla Striscia sono sospesi anche quando il sole rallegra e riscalda la vita, tutto può sfuggire di mano in un attimo. C’è la guerra, palese o strisciante, ma come tener fermi, a riparo centinaia di migliaia di ragazzi? Non puoi proteggere neppure i bambini in edifici attrezzati, i pochi bunker vengono spiati coi droni e spianati coi razzi potentissimi degli amici americani. Tutto azzerato d’intorno, perché secondo la democrazia israeliana in quello spazio ridotto in lager l’insicurezza degli assediati deve procedere con la loro umiliazione e perdita di dignità. Disprezzo per il popolo considerato nemico, nessuna pietà neppure per due ragazzi piazzati su un tetto, forse a giocare, forse ad allontanare lo sguardo dalle chiusure d’un orizzonte che la comunità internazionale tiene serrato, sostenendo che Gaza può restare bloccata nel destino che altri le decidono. Amir e Luay alzavano gli occhi dalla polvere per sperare, probabilmente sollevavano la testa, imitando le decine di migliaia di fratelli e sorelle che da oltre cento giorni vanno e vengono da quelle barriere, da quel filo spinato della vergogna che Israele irrora di sangue innocente.

giovedì 12 luglio 2018

Berlino-Kabul, rimpatrio fatale


Non conosciamo tuttora il nome del migrante respinto che ha deciso di farla finita appena ricondotto a Kabul. Si sa che era un ventitreenne e da otto viveva in Germania. Su di lui e altri 68 rifugiati in terra tedesca era calata la mannaia del ministro di ferro Seehofer, un Salvini teutonico che odia gli stranieri disagiati e sul tema tiene sotto scacco la cancelliera Merkel. Il giovane sicuramente era giunto nell’area europea attraverso le rotte balcaniche e ancor prima iraniano-turco-greca,  con le varianti del caso verso sud o nord del nostro continente, come hanno fatto altri disperati le cui storie sono finite anche romanzate sugli scaffali delle librerie. Una la conosciamo personalmente per aver incontrato anni addietro l’autore e protagonista (Ali Ehsani, Stanotte guardiamo le stelle, Feltrinelli) in un centro per rifugiati. Vicenda a lieto fine questa, sebbene l’Ali piccino, fuggito perché i suoi genitori erano morti sotto le bombe delle infinite guerre afghane, abbia perso il fratello maggiore durante la personale odissea. Ma fra le fughe dal travagliato Paese dell’Asia centrale di fine millennio e le attuali ci sono di mezzo gli interventi armati statunitense e della Nato, l’Enduring Freedom e l’Isaf Mission che dovevano pacificare la nazione, portare la democrazia, liberare la popolazione dalle grinfie di Signori della guerra e talebani.
Balle. Coi primi le due amministrazioni Bush e Obama hanno formato governi presieduti dai locali ‘mister Conte’, Hamid Karzai e Ashraf Ghani, dei prestanome malleabili, maschere per poter proseguire politiche decise in altre sedi. Così l’Afghanistan è tornato l’inferno già conosciuto durante l’occupazione sovietica e la guerra civile, dal 1979 al 1996. Ma poi coi talebani e le suddette occupazioni occidentali, che alimentano la guerriglia dei turbanti fatta passare come resistenza alle truppe straniere, generazioni di bambini e  ragazzi sono diventate adulte, avendo come unico panorama pacificante le bianche vette dell’Hindu Kush. Il resto è l’antica polvere degli altopiani afghani, la sedimentata miseria mai lenita dalla plurimiliardaria giostra degli aiuti umanitari in una nazione mantenuta volutamente in guerra. E soprattutto il sangue versato ogni giorno da gente che salta in aria: per via, mentre prega in moschea, quando raggiunge il mercato per acquistare un trancio di naan, il pane locale. Almeno quattro progenie di afghani non conoscono che guerra, precarietà e morte. Gliela porta la politica statunitense che chiede agli alleati maggiori sforzi economici per le spese Nato, come ha fatto Trump a Bruxelles.
Gliela portano i governi dell’Unione Europea che si prostrano servili e continuano a mantenere truppe in quei luoghi, senza nulla risolvere. E’ così da diciassette anni e potrà continuare a esserlo. Non serve neppure recarsi sul posto, e non ci si va se non si è soldiers, businessmen, reporters embedded. Tranne che nei casi, non numerosi, di operatori umanitari della sanità (Emergency e dintorni) o cooperatori non collusi coi governi corrotti. Quegli attivisti che collaborano con ong locali che si chiamano: Afceco, Hawca, Opawc, Saajs e si prendono cura di orfani, donne abusate, ragazze da istruire, familiari di vittime a cui promettere giustizia. Basterebbe seguire la cronaca del travagliato Paese mediorientale per comprendere da dove fuggono e perché decine di migliaia di ragazzi che sognano una vita diversa. Solo i più forti, gli attrezzati idealmente e ideologicamente, riescono a restare in loco a lottare, per provare di costruire alternative al plumbeo orizzonte che noi occidentali e le nostre politiche d’uso e consumo contribuiamo a rinnovare.
E non è un caso che le più strutturate, le più coraggiose siano le donne afghane. Loro che hanno poco o niente, hanno tutto da guadagnare pur in quadro così disastrato. Fra chi, come l’ultimo suicida, pensava di averla sfangata, di essere salito se non in Paradiso almeno d’essere uscito dal buio originario, lo scoramento del rimpatrio forzato dev’essere stato un colpo fatale. Dove si vedeva quel giovane uomo tornato a Kabul? A vagare in cerca d’un lavoro che, fuori dell’arte dell’arrangiarsi con micro commerci o artigianato povero oppure a vendere la propria esistenza alla burocrazia collusa con la politica corrotta, può condurre solo ad arruolarsi nei corpi combattenti locali messi su da l’Usa Forces, o affiliarsi nelle milizie talebane. Passi rivolti alla guerra, dunque. Passi di morte. La morte l’ha trovata nell’hotel dove attendeva d’essere ricollocato qui o là nel Paese, provincia più o meno sotto attacco dell’Isis o a giurisdizione talebana. Il suicidio liberatore l’avrà meditato durante l’intero volo di rimpatrio. Un tragitto nero, così diverso dalla luce che aveva sperato di trovare nell’Europa della sua salvezza.