mercoledì 19 agosto 2026

Come prima, più di prima

  


I taliban avvelenano l’aria e la vita femminili con regole vecchie e nuove leggi, confidano in assoluta segretezza alcune ragazze afghane, ma è il rilancio d’un clima austero e misogeno nella società e nelle famiglie a rendere le donne prigioniere. Come prima, più di prima. A controllarle in anticipo sugli agenti della ‘promozione della virtù e della repressione del vizio’ sono gli uomini di casa. Padri e poi mariti, fratelli e cugini, coloro che possono, a propria discrezione, farle uscire e muovere per brevi tratti oppure ridurle in cattività totale. Diventando i loro padroni e signori. Spesso, più per paura d’essere essi stessi repressi che per credo politico o religioso. Ci si mettono anche molte madri e sorelle maggiori a loro volta sottomesse alla Shari’a coi maschi di famiglia a presiedere il controllo collettivo e complessivo del clan. Così nell’Afghanistan tornato Emirato, nonostante le iniziali promesse di quei mullah almeno all’apparenza più diplomatici - i Baradar, i Muttaqi - il pensiero e l’azione che passano e dettano comportamenti sono i voleri dell’uomo solo al comando: Haibatullah Akhundzada, l’oscurantista di Kandahar. Integerrimo servitore di Allah e figura oppressiva per mogli, figlie, sorelle e donne tutte, minacciate di detenzione, fustigazione lapidazione per i vizi più gravi come l’adulterio. Ed è doloroso sapere che nell’intimità familiare le bambine diventate ragazze vivono traumatizzate certi passaggi esasperati negli ultimi tempi da un fondamentalismo capace di riverberare nelle case quel senso di vigilanza e repressione rilanciati come nuova mentalità comune del maschio, pashtun e non. Le giovani che durante la guerra imposta dall’occupazione della Nato hanno trascorso i loro giorni fra impegni familiari e quelli lavorativi o sociali in qualche Ong, donne che poteva lavorare sul territorio, rimarcano l’ossessione diffusa dai talebani che s’avvicinavano a Kabul per riconquistarla: azzerare l’impegno femminile, ovunque, in pubblico e in privato. Sradicandone la presenza nei luoghi di lavoro al femminile, la sanità, le scuole. Dopo i mesi dell’insediamento al potere un anno via l’altro è andata così.

 

Azzerare tutto, rendere il genere inattivo, cancellarne la presenza, rintanarlo in casa sotto la “custodia maschile” con la complice omertà delle anziane. Un disastro. Colpire attraverso la paura non fatui desideri di vita giovanile ma il diritto all’esistenza primaria, alla conoscenza, alla pianificazione personale del futuro. Invece quella preservazione dal vizio, ripropone una figura costretta all’ombra, alla dipendenza, all’accettazione passiva dei matrimoni imposti e precoci, che non erano scomparsi nel ventennio di sedicente democratizzazione. Per questo le attiviste, noi abbiamo ascoltato alcune giovani di Rawa costrette giocoforza alla clandestinità, rivendicano tuttora una resistenza all’imperialismo occidentale per nulla d’aiuto quando a imporre i matrimoni forzati erano membri di quei governi sostenuti dalla Nato. E il desiderio tutto femminile di resilienza deve fare i conti con l’uso subdolo della tecnologia in funzione securitaria. Sembra che oggi Kabul pulluli di videocamere (si vocifera siano quasi 100.000) installate per via, non certo per controllare il traffico, in alcune aree sempre copioso e soffocante. Telecamere sparse non solo in centro città, anche in strade periferiche e poco battute. E non tanto da figure femminili rese, per forza di cose, ombre celate sotto burqa e, alla maniera salafita, lunghi guanti a celare ogni centimetro di pelle, ma dagli stessi abitanti che in certi luoghi come mercati e moschee fluttuano numerosi. Si piazzano telecamere sparse all’esterno anziché, come venti e dieci anni addietro, a ridosso delle ambasciate nella “città proibita” o di quelle palazzine che commercianti ricchi o gruppi di sodali dei Signori della guerra difendevano da sorprese d’ogni genere. Questi visori li impone la polizia talebana, e il proprietario dell’immobile è invitato a non opporsi e collaborare pena il taglio di servizi essenziali come acqua e luce. Anche qui, per quieto vivere si collabora.

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