Pregare a mani tese non solo in direzione della Mecca ma verso il proprio presente e futuro, è l’immagine rilanciata da due protagonisti del recente patto militare, il presidente turco Erdoğan e il principe saudita bin Salman, patto che coinvolge anche il premier pakistano Sharif. L’hanno definita la Nato asiatica o l’Alleanza sunnita, di fatto è, sarebbe o sarà, un rapporto di solidarietà fra tre Paesi interessati e finora in competizione per l’egemonia regionale, che puntano ad aiutarsi in una fase e in un’area dove la conflittualità è incistata da tempo. Lo scontro bellico e commerciale in corso fra Stati Uniti e Iran, con tutte le costellazioni alleate sull’uno e l’altro schieramento che fa dire ai tre statisti musulmani: lanciamo un monito di pacificazione, ma difendiamo pure i nostri interessi nazionali sotto ogni profilo. Il futuro e il condizionale servono a ricordare la frequente volatilità delle posizioni prese negli ultimi anni proprio da Erdoğan e bin Salman, negli orizzonti interni e in quelli regionali, con tanto di contrapposizioni, accuse dispotiche, veti. Poi la rabbia scema e gli scenari mutano, assetti fino a poco prima inconciliabili s’accomodano diversamente. Tre momenti, tanto per circostanziare. All’esplosione delle proteste note come ‘primavere arabe’ l’allora primo Ministro turco guardò favorevolmente al desiderio di cambiamento popolare contro la corruzione del regime di Mubarak, appoggiando una parte della piazza che si riconosce nella Fratellanza Musulmana. Le ‘quattro dita’ che simbolizzano l’Islam politico vengono spesso mostrate pubblicamente dal leader dell’Akp. La reazione militare, il golpe bianco di Al Sisi e le sanguinose repressioni su tutto il territorio egiziano vengono criticate dal governo di Ankara e viste di buon occhio da quello di Ryad, sebbene poi entrambi i Paesi abbiano usato il pugno di ferro con le opposizioni di casa propria. Egualmente nella crescente guerra civile siriana Erdoğan e bin Salman sono su posizioni antitetiche. Vantano il comune denominatore di opporsi al clan Asad che controlla quella nazione da decenni, ma il principe lo fa con l’esplicito intento di contrastare la presenza iraniana in quel lembo di Medioriente; l’esponente turco, egualmente infastidito dall’influenza di Teheran in un Paese confinante, sostiene, più o meno velatamente, i gruppi jihadisti di contrasto agli alauiti di Damasco.
Anche attorno alla crisi libica, seguita alla caduta di Gheddafi, Ankara sosteneva insieme all’Occidente i pur instabili governi di Tripoli, Ryad si allineava col signore della guerra Haftar che spadroneggiava in Cirenaica. Verso la fine del 2018, quando il disastro umanitario delle comunità siriane è in gran parte compiuto con cinquecentomila vittime e milioni di sfollati in giro per il mondo ma gli Asad sono ancora al potere, scoppia il caso Khashoggi. Il giornalista saudita un tempo vicino alla corona quindi profondamente critico specie con la linea deterministica e aggressiva del giovane rampollo che ha sostituito l’anziano sovrano, entrò il 2 ottobre di quell’anno nell’ambasciata del suo Paese a Istanbul per procurarsi documenti necessari al matrimonio con una cittadina turca (Alaa Nassif). Non ne uscirà più. O peggio, secondo le rivelazioni di intercettazioni ambientali ricavate dalla Mit turca, verrà trasportato a pezzi in almeno un paio di valigie, dopo essere stato trucidato e smembrato con una sega elettrica da un manipolo di agenti sauditi. Un orribile omicidio su commissione che vedrebbe quale mandante il principe ereditario, stanco delle critiche ricevute a mezzo stampa da Khashoggi. La vicenda è clamorosa, degna della criminalità più efferata, certo manca del corpo del reato, i cui brandelli sarebbero finiti in pasto ai pesci del Mar Nero, secondo indiscrezioni o invenzioni. Per un paio d’anni la Turchia erdoğaniana batte insistentemente sulla losca vicenda, i sauditi promettono di collaborare per l’accertamento dei fatti, ma non lo fanno. E la crisi ha riverberi economici: per l’insistenza delle accuse Ryad boicotta le merci turche, provocando un calo del 92% delle esportazioni verso il regno del Golfo 2021. L’anno seguente la svolta: i due statisti s’incontrano ad Ankara e come se nulla fosse successo si tendono le mani. Vogliono ristabilire buoni rapporti economici, firmano accordi su tecnologia, difesa, energie rinnovabili. Nessun rancore per i sospetti pregressi, colpo di spugna sulla sparizione e probabile omicidio di Khashoggi, con tanto d’oblìo alla richiesta di giustizia della vedova che è pur sempre una cittadina turca. E’ il trionfo d’una geopolitica smaccatamente incoerente, finalizzata al qui e ora, alle spartizioni sottotraccia e palesi di pezzi di mondo. E il Corno d’Africa, nell’angolo della Somalia, dei suoi porti presenti e di quelli realizzabili in appoggio a rotte commerciali per le quali Ankara è impegnata da oltre un decennio mentre i sauditi, sfibrati dalla secessione yemenita degli Houti cercano partner per rintuzzare la resistenza di mare, terra, aria. Ora vista la sospensione dei passaggi su Hormuz, sperano che a Bab el-Mandeb non accada la stessa cosa. E cercano aiuti. Le mani tese di quest’accordo a tre, ha nel terzo partner, il Pakistan di Sharif e del generale Munir, il reale decisore delle strategie belliche del Paese, il punto di forza, non tanto per la deterrenza delle 170 bombe atomiche vantata da Islamabad ma per il suo impatto da dodicesima potenza bellica mondiale. Vista la refrattarietà trumpiana con gli amici d’un tempo, vige il “fai da te”.

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