sabato 14 marzo 2020

Afghanistan, la pace di carta e il Coronavirus alle porte


Il Covid-19 s’affaccia anche in terra afghana. Si sono registrati vari casi a Herat e verso il confine occidentale con l’Iran, dove c’è un via vai di rifugiati. In quel Paese la diffusione del virus è grave come in Italia e in Corea del Sud, sebbene Teheran non lasci trapelare molte notizie sull’epidemia interna. Le autorità di Kabul hanno stanziato 25 milioni di dollari per i primi interventi, 7 milioni come primo pacchetto d’aiuti messi a disposizione dal ministero della Salute. L’ambasciata cinese si è offerta a prestare contributi di soccorso per frenare il virus. Eppure a Kabul l’establishment politico appare maggiormente preoccupato della propria destabilizzazione verso i firmatari dell’accordo di pace. E’ noto come Stati Uniti e rappresentanza talebana abbiano deciso come primo passo il cessate il fuoco e la liberazione di cinquemila miliziani prigionieri. Nessuno dei due è stato compiuto. Nei giorni scorsi in due occasioni ufficiali la capitale afghana ha registrato lo scoppio di bombe. Ordinaria amministrazione, per quella realtà. Però l’accordo prevedeva, appunto, il blocco delle ostilità. Gli attentati parevano d’avvertimento, non hanno provocato vittime, ma sono indicativi del clima. Perché se quegli ordigni non erano talebani, come gli indiziati si sono affrettati a dichiarare, stavano comunque a dimostrare che la loro frangia ribelle, da almeno un biennio aderente all’Isil, può continuare a colpire pur contro la volontà delle milizie taliban, oltre che dell’inefficace Intelligence governativa.

Sull’altro fronte, politico, gli statunitensi si sono impegnati a rilasciare detenuti che non controllano direttamente, visto che le chiavi dei luoghi di detenzione sono in mano agli uomini di Ghani. Ora il governo afghano avanza questa proposta: libererà subito 1500 combattenti, per far continuare a marciare il processo di pace che dal 10 marzo prevedeva l’avvio dei colloqui inter afghani. Lasciando intendere che il resto seguirà se i turbanti si dimostreranno collaborativi. Il portavoce di Kabul ha sottolineato come la rappresentanza talebana (il mullah Baradar che ha firmato l’accordo davanti a Khalilzad) può scegliere “se restare una parte del problema oppure contribuire a risolverlo”. Probabilmente quei rappresentanti non prenderanno bene il piccolo diktat. Sia perché non hanno in alcuna considerazione i “fantocci” di Kabul, sia perché i patti erano chiari: le liberazioni devono essere cinquemila, non una di meno. In realtà sia loro, sia gli americani hanno parzialmente bluffato. Lo dimostrano gli eventi. Lo scenario presenta altri soggetti, sia combattenti, i miliziani dell’Isil, sia politici, il governo di Kabul seppure ignorato dai colloquianti e diviso dalla rissosità fra Ghani, Abdullah e magari qualche signore della guerra loro momentaneo alleato. Tutto ciò non è una novità per nessuno. Ma il dialogo inter afghano riuscirà a partire solo ammorbidendo le rigidità delle parti. Certo, chi non può alzare la voce è il presidente dimezzato, ma mai dire mai. La pantomima prosegue. Se dalla presunta pace, ripartiranno venti di guerriglia non ci sarà da stupirsi. Intanto s’aggiunge il nemico Coronavirus, un nemico per tutti.

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